Il ponte di Pavia.
Ognuno sa che il ponte sul Ticino a Pavia è magnifico ed a lungo fu
il primo d'Italia; dicono i cronacisti a che ne furono architetti
Giovanni da Ferrara e Jacopo da Gozzo; ma corre a Pavia fra il volgo
una tradizione strana sul modo onde fu edificato: la raccolsi da un
cenciajo che tiene sua bottega sulle sponde del ponte, e vende fibbie
scompagnate, volumi guasti e simili bazzecole, ed ha una faccia che
somiglia un pochetto ad un trovatore. Udendomi, mentre io guardava a
certi libriccini che aveva nella sua piccola bottega, parlare con un
amico del tempo che fu costrutto il ponte, esso mi guardò e disse:
— Oh! si volevano altro che gli uomini a fare questo ponte: ella non
ne sa niente; quando i cittadini di Pavia stabilirono di fabbricarlo,
ne diedero la cura ad un maestro muratore di cui non si sa il nome,
ma sono note le vicende. Costui era in grande affanno, non sapea da
che parte incominciare, e andava farneticando per la città gittando
bestemmie a suo potere; allora gli capitò innanzi un uomo tutto avvolto
nel tabarro, e gli chiese che cosa avesse; il poveraccio glielo
disse, e l'ignoto offrì di fargli il ponte in una notte se voleva
dargli l'anima. Sulle prime l'artefice sbalordì, poi pensato al gran
guadagno che ne avrebbe, rispose di acconsentire, stese la destra, e
quell'altro, scosso alquanto il tabarro, mise fuori una mano che aveva
certe griffe da far paura: si videro anche gambe di capra, barba....
insomma quel signore era Berlicche. Il muratore titubò un pochetto, ma
udendo l'amico dirgli: — Sarai un signore a questo mondo, — per avidità
di guadagno, strinse la mano; l'ignoto gli diede la posta per la mezza
notte sulla ripa del Ticino, nel luogo ove doveasi edificare il ponte,
e gli ordinò di portare seco un foglio di cartone, un cane ed un pane.
Il maestro non mancò e il signore dal tabarro venne poco dopo a
cavallo di un gran caprone: attraversava il fiume come se camminasse
sul solido: quando fu a mezza via, essendo bujo, disse al capro di far
lume, e questo scosse le corna e diventarono due fiamme. Approdò, e
voltosi al muratore:
— Or da bravo, fratello, il ponte sarà fra poco costrutto, e tu dimani
chiuderai nell'arca tutto il valore che hai pattuito col signor sindaco
del paese: so che egli usa mettere un po' di tassa a questi contratti;
bada a non dargli nulla; s'affoghi nei debiti chè sarà mia preda a suo
tempo; tutto in tasca; dammi il cartone. —
L'altro glielo sporse, e il demone lo gittò nell'acqua, e tosto
lo si vide crescere, allungarsi, rialzarsi, parte sprofondarsi nel
fiume, parte sollevarsi in archi, e formarsi colonne e tetto; insomma
costruirsi un ponte bello e grande come è al presente. Però lo Spirito
s'accorse che colui rideva, e siccome gli aveva stretta la mano e
non giurato, s'avvide volesse gabbarsi di lui, e costrutto il ponte
far penitenza e rubargli l'anima. Ma colui era furbo più di noi
rivenditori, e guardandolo:
— Ora che il ponte è fatto, prova quanto valga, gittavi sopra quel
pane, e mandavi il tuo cane a pigliarlo. —
Il maestro ubbidì, lasciò il cane che corse sul ponte, ma questo si
aprì e la povera bestia precipitò, nè più si vide. L'avaro impallidì, e
l'altro ghignando:
— Giura di darmi l'anima, e il ponte diverrà di pietra; se no, fa a tuo
modo e sarai povero. —
L'avarizia strinse il tristo; giurò, si sentì un cupo fragore, il capro
si tramutò in un cavallo, il diavolo gli saltò sopra, galoppò sul ponte
e si udì il battere sulla pietra della zampa ferrata.
Alla mattina si trovò il ponte bello e magnifico, solo in un pilone
era un buco, dove stava sepolto il cane; il buco vi è ancora, e
dicono alcuni che alla notte la povera bestia ne metta fuori il capo
e latri; io non l'ho mai udito, perchè a molti curiosi colse entro
l'anno qualche disgrazia. L'avaro artefice ebbe la pattuita mercede,
ma potè goderne per poco tempo, giacché un giorno gli apparve quel
signore dal tabarro mentre era sulla ripa del Ticino, e gli disse: —
Amico, son venuto a pigliarti — nè consentì che rispondesse, perchè
nel tempo stesso si aprì il suolo sotto a' loro piedi e buona notte,
sparvero; uscì un puzzo di zolfo, si fece una voragine sopra la quale
corse subito l'acqua del fiume, e formò quel piccolo seno che si chiama
Ticinello. —
Così narrava il cienciajo; mi veniva voglia di ridere, ma colui mi
guardava con un far sì cagnesco, che tenni per lo meglio andarmene.