V.

Sortilegio per innamorare.

Grande sciagura è l'essere innamorato; continuo affanno, pene da

dannato, e infine se ne perde l'anima; le donne sono streghe che

ammaliano sempre: il bisogno di essere riamati suggerì arti diaboliche.

Quando però le streghe o i maghi volevano che una persona fosse presa

pel loro amore, facevano un idoletto di cera e impostole il nome di

lei, tenendolo fra le mani, s'immergevano nudi in qualche fiume, e

recitavano alcune preghiere; e tosto la giovane ammaliata era presa pel

mago e correva a lui. Alcuna volta si ingegnavano di avere i capelli

di una vergine, e fattivi sopra alcuni incantesimi, costringevano la

misera a venire a chiedere compassione al circolo del loro potere.

Queste follìe si credevano anche a' tempi d'Apulejo, e vediamo

nell'_Asino d'oro_, che una strega prese, invece dei capelli di un

giovane che vagheggiava, le setole di un porco, sicchè attrasse a sè

quell'animale.

Siccome poi pare che i maghi facessero loro delizia l'amore, così

Agrippa insegna moltissime maniere, doni, anelli e liquori con cui

innamorare altrui. Raccogliamo dalla _Vita di Cellini_, ch'ei prestasse

credenza a simili pazzìe, e le usasse finchè una leggiadra fanciulla il

ricevesse in cuore.

I filtri erano le arti che usarono specialmente fattucchieri e streghe

per legare gli amanti. Erano succhi cavati da erbe e da sostanze

animali. L'ipomane è il filtro più famoso, ed è formato con quella

escrescenza del pollo d'India che ha sul becco; ridotta in polvere, e

mista al sangue di chi si vuole allacciare, lo innamora disperatamente.

Un altro filtro componeasi col levarsi il proprio sangue in venerdì

di primavera, farlo disseccare al sole, e darlo da bere alla persona

onde si voleva amore. Vi sono poi altre ricette che le pajono quelle

de' medici per la terzana, ma per verità, per quanto studiassi entro il

libro d'Agrippa, vidi che pari alle sue teorie erano le sue ricette, e

anche in ciò risolversi tutta l'arte magica in istrane fantasìe. Solo

mi accertai che la più bella magia per innamorare le donne è riposta

nell'avere una bella faccia, e i giovani leggiadri essere i migliori

fattucchieri.

È agevole immaginare come facilmente si dovessero credere ammaliati

quelli che, presi da qualche lenta malattia, si consumavano a poco

a poco. Però che i medici potessero sfuggire la taccia d'ignoranza

con questo modo speditivo, era meno male; la peggio toccava a que'

sciagurati che venivano accusati d'avere usata la malìa, perchè vi

andava la vita. Tanto avvenne nel 1617 in Milano a una povera servente

nativa di Bronno, paese in oltre Po.

Cadde ammalato nel 1616 il senatore Melzi con dolori allo stomaco, per

cui perdette il cibo e il sonno: non sapevano i medici qual rimedio

usargli, dubbj del male; allorchè andò a rendergli visita il capitano

Vacallo, e gli disse che al certo egli era ammaliato, perchè gli

aveva trovata in casa a servente una fattucchiera, Caterina Medici.

A comprovargli tal sospetto gli narrò, come essendo costei al suo

servigio, ei se ne fosse sì invaghito che non potea aver pace; fu

giudicato ella lo avesse ammaliato _ad amorem_, ed essersi infatti

rinvenuto nel cuscino del suo letto, oltre a molte altre bazzecole,

un filo a misura del suo torso, in cui erano tre nodi, l'uno stretto,

l'altro meno, e il terzo appena formato; gli fu detto che tenesse ciò

a gran ventura, perchè se pure quel terzo nodo era chiuso, gli sarebbe

stato necessità sposare la Caterina o morire. A conferma poi gli

soggiungeva, il grande affanno che gli convenne sostenere allorché si

divise interamente da lei.

Non bisognò più oltre perchè si tenesse la Medici una maliarda, e

il senatore fatturato; si mandarono tosto i cuscini del letto a due

figlie di lui monache in san Bernardino; li scucirono, li cercarono,

e vi rinvennero per mala avventura dei gruppi di penne, dei fili e dei

pezzetti di carbone e di legno; si portarono al curato di san Giovanni

Laterano esorcista, e li giudicò preparazione di stregoneria. Allora i

medici prestamente conobbero la diatesi di quella malattia, ravvisarono

in quei dolori tutti i segni dell'ammaliamento, e spacciarono già da

gran tempo esserne accorti ne' loro consulti, ed anzi essere quello non

solamente _ad amorem_, ma anche _ad mortem_.

Intanto si era chiusa la povera Caterina in una stanza, e venne

dai servi e dai parenti costretta a disfare l'incantesimo, sebbene

asserisse di non intenderli; poi mandata al capitano di giustizia,

ebbe esami e tortura. Da principio asseverò non sapere che si fossero

nè i maleficj, nè i patti col demonio, nè il suo suggello che vollero

trovare impresso sulle spalle di lei; infine fra i tormenti, confessò,

come attesta un contemporaneo — che da quattordici anni abbjurata

la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle tenebre, ha

frequentati i luoghi infernali e i conciliaboli de' demoni, gli ha

nefandemente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi; e con

arti diaboliche e veneficj ha tratto o procurato di trarre molti uomini

ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre

dai loro corpicelli il vital sangue, e finalmente ha commessi tali e

tanti delitti, che il senato nell'udirne il racconto inorridì. Perciò

statuitole un termine alla difesa, fatta difendere d'ufficio (poiché

nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega e detestabile donna

fu condannata, previa la tortura ad arbitrio della curia, per la

manifestazione d'altri delitti e di complici, ad essere con mitra in

capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche,

condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le

vie principali della città, tormentata durante il cammino con tanaglie

roventi e per ultimo bruciata. — Tali sono i termini della sentenza che

venne eseguita ai quattro marzo 1617: a tanto può giungere il fanatismo

degli uomini, od una crudele ignoranza.

Di questo pietoso caso il dotto Achille Mauri fece un romanzo, che

certo avrete letto, e commiserata la condizione di que' tempi.

Le streghe dono del folletto alle signore · 第 46 / 104 题