Sortilegio per innamorare.
Grande sciagura è l'essere innamorato; continuo affanno, pene da
dannato, e infine se ne perde l'anima; le donne sono streghe che
ammaliano sempre: il bisogno di essere riamati suggerì arti diaboliche.
Quando però le streghe o i maghi volevano che una persona fosse presa
pel loro amore, facevano un idoletto di cera e impostole il nome di
lei, tenendolo fra le mani, s'immergevano nudi in qualche fiume, e
recitavano alcune preghiere; e tosto la giovane ammaliata era presa pel
mago e correva a lui. Alcuna volta si ingegnavano di avere i capelli
di una vergine, e fattivi sopra alcuni incantesimi, costringevano la
misera a venire a chiedere compassione al circolo del loro potere.
Queste follìe si credevano anche a' tempi d'Apulejo, e vediamo
nell'_Asino d'oro_, che una strega prese, invece dei capelli di un
giovane che vagheggiava, le setole di un porco, sicchè attrasse a sè
quell'animale.
Siccome poi pare che i maghi facessero loro delizia l'amore, così
Agrippa insegna moltissime maniere, doni, anelli e liquori con cui
innamorare altrui. Raccogliamo dalla _Vita di Cellini_, ch'ei prestasse
credenza a simili pazzìe, e le usasse finchè una leggiadra fanciulla il
ricevesse in cuore.
I filtri erano le arti che usarono specialmente fattucchieri e streghe
per legare gli amanti. Erano succhi cavati da erbe e da sostanze
animali. L'ipomane è il filtro più famoso, ed è formato con quella
escrescenza del pollo d'India che ha sul becco; ridotta in polvere, e
mista al sangue di chi si vuole allacciare, lo innamora disperatamente.
Un altro filtro componeasi col levarsi il proprio sangue in venerdì
di primavera, farlo disseccare al sole, e darlo da bere alla persona
onde si voleva amore. Vi sono poi altre ricette che le pajono quelle
de' medici per la terzana, ma per verità, per quanto studiassi entro il
libro d'Agrippa, vidi che pari alle sue teorie erano le sue ricette, e
anche in ciò risolversi tutta l'arte magica in istrane fantasìe. Solo
mi accertai che la più bella magia per innamorare le donne è riposta
nell'avere una bella faccia, e i giovani leggiadri essere i migliori
fattucchieri.
È agevole immaginare come facilmente si dovessero credere ammaliati
quelli che, presi da qualche lenta malattia, si consumavano a poco
a poco. Però che i medici potessero sfuggire la taccia d'ignoranza
con questo modo speditivo, era meno male; la peggio toccava a que'
sciagurati che venivano accusati d'avere usata la malìa, perchè vi
andava la vita. Tanto avvenne nel 1617 in Milano a una povera servente
nativa di Bronno, paese in oltre Po.
Cadde ammalato nel 1616 il senatore Melzi con dolori allo stomaco, per
cui perdette il cibo e il sonno: non sapevano i medici qual rimedio
usargli, dubbj del male; allorchè andò a rendergli visita il capitano
Vacallo, e gli disse che al certo egli era ammaliato, perchè gli
aveva trovata in casa a servente una fattucchiera, Caterina Medici.
A comprovargli tal sospetto gli narrò, come essendo costei al suo
servigio, ei se ne fosse sì invaghito che non potea aver pace; fu
giudicato ella lo avesse ammaliato _ad amorem_, ed essersi infatti
rinvenuto nel cuscino del suo letto, oltre a molte altre bazzecole,
un filo a misura del suo torso, in cui erano tre nodi, l'uno stretto,
l'altro meno, e il terzo appena formato; gli fu detto che tenesse ciò
a gran ventura, perchè se pure quel terzo nodo era chiuso, gli sarebbe
stato necessità sposare la Caterina o morire. A conferma poi gli
soggiungeva, il grande affanno che gli convenne sostenere allorché si
divise interamente da lei.
Non bisognò più oltre perchè si tenesse la Medici una maliarda, e
il senatore fatturato; si mandarono tosto i cuscini del letto a due
figlie di lui monache in san Bernardino; li scucirono, li cercarono,
e vi rinvennero per mala avventura dei gruppi di penne, dei fili e dei
pezzetti di carbone e di legno; si portarono al curato di san Giovanni
Laterano esorcista, e li giudicò preparazione di stregoneria. Allora i
medici prestamente conobbero la diatesi di quella malattia, ravvisarono
in quei dolori tutti i segni dell'ammaliamento, e spacciarono già da
gran tempo esserne accorti ne' loro consulti, ed anzi essere quello non
solamente _ad amorem_, ma anche _ad mortem_.
Intanto si era chiusa la povera Caterina in una stanza, e venne
dai servi e dai parenti costretta a disfare l'incantesimo, sebbene
asserisse di non intenderli; poi mandata al capitano di giustizia,
ebbe esami e tortura. Da principio asseverò non sapere che si fossero
nè i maleficj, nè i patti col demonio, nè il suo suggello che vollero
trovare impresso sulle spalle di lei; infine fra i tormenti, confessò,
come attesta un contemporaneo — che da quattordici anni abbjurata
la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle tenebre, ha
frequentati i luoghi infernali e i conciliaboli de' demoni, gli ha
nefandemente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi; e con
arti diaboliche e veneficj ha tratto o procurato di trarre molti uomini
ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre
dai loro corpicelli il vital sangue, e finalmente ha commessi tali e
tanti delitti, che il senato nell'udirne il racconto inorridì. Perciò
statuitole un termine alla difesa, fatta difendere d'ufficio (poiché
nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega e detestabile donna
fu condannata, previa la tortura ad arbitrio della curia, per la
manifestazione d'altri delitti e di complici, ad essere con mitra in
capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche,
condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le
vie principali della città, tormentata durante il cammino con tanaglie
roventi e per ultimo bruciata. — Tali sono i termini della sentenza che
venne eseguita ai quattro marzo 1617: a tanto può giungere il fanatismo
degli uomini, od una crudele ignoranza.
Di questo pietoso caso il dotto Achille Mauri fece un romanzo, che
certo avrete letto, e commiserata la condizione di que' tempi.