Gli zingari.
Le lettrici di giudizio, quelle che hanno la fortuna o la disgrazia
di conoscere per pratica parecchi anni di storia contemporanea, forse
si sovverranno che fanciulle ancora, videro errare per le nostre città
alcune donne avvolte di cenci, recando sulle spalle in alcuni sacelli
la casa, le provvigioni, i figli; fermarsi per le contrade e nei paesi,
ricevere qualche piccola moneta e dire a chi la chiedeva, la buona
ventura o in pubblico ad alta voce, o in segreto, soffiando con una
canna i proprj oracoli all'orecchio di que' che le consultavano. Queste
erano le zingare; donde venissero discordano gli scrittori che fecero
gravi dispute intorno ad esse, poco dissimili da quelle sulle origini
delle emigrazioni dei Goti e Visigoti. I più s'accordano col dire che
in occasione di una pestilenza, che nell'anno 1348 afflisse Europa,
sorto il solito pregiudizio degli avvelenatori, e gittata questa taccia
addosso agli ebrei, si perseguitarono miseramente; che essi rifuggiti
in boschi, ne uscirono poi tramutati in bande erranti di zingari. Non
so se un avvenimento isolato possa determinare in un popolo nuova vita
e costumi; però non disputo, vengo a' fatti; ecco come la Miscella
bolognese narra il primo capitare di questa gente in Italia.
— A dì 18 luglio 1422 venne in Bologna un duca di Egitto, il quale avea
nome il duca Andrea; e venne con donne, putti e uomini del suo paese; e
poteano essere ben cento persone. Avevano un decreto del re d'Ungheria,
che era imperadore, per vigore di cui essi poteano rubare per tutti
que' sette anni per tutto dove andassero, e che non potesse essere
loro fatta giustizia. Sicchè quando arrivarono a Bologna, alloggiarono
alla porta di Galliera dentro e di fuori, e dormivano sotto i portici,
salvo che il duca alloggiava nell'albergo del re. Stettero in Bologna
quindici giorni. In quel tempo molta gente andava a vederli per
rispetto della moglie del duca, che sapeva indovinare e dir quello
che una persona dovea avere in sua vita, ed anche quello che avea al
presente, e quanti figliuoli, e se una femmina era cattiva o buona, ed
altre cose. Di cose assai diceva il vero. E quando alcuni vi andavano
che volevano far indovinare de' lor fatti, pochi vi andarono che loro
non rubassero la borsa, o non tagliassero il tessuto alle femmine.
Anche andavano le femmine loro per la città, a sei, a otto insieme.
Entravano nelle case de' cittadini, e davano loro ciancie. Alcuna
di quelle si ficcava sotto quello che poteva avere. Anche andavano
nelle botteghe mostrando di voler comperare alcuna cosa, e una di loro
rubava, e simili astuzie. —
In Francia gli zingari apparvero pochi anni dopo, vi si chiamarono
boemi dalle terre onde muovevano, e Pasquier narra la loro misteriosa
apparizione reduci dall'Italia: — Erano in numero di centoventi; uno
de' loro capi portava il titolo di duca, un altro di conte, ed erano
scortati da dieci cavalieri; dissero che venivano dal basso Egitto,
cacciati da' loro paesi dai Saraceni; che erano andati a Roma a
prendere assoluzione dei loro peccati dal papa, il quale aveva loro
imposta la penitenza di vagare sette anni pel mondo senza mai dormire
sopra letti. Furono alloggiati nel villaggio De la Chapelle presso
Parigi, dove la gente accorreva in folla a vederli. Avevano capelli
ricciuti, color bruno, e portavano anelli d'argento alle orecchie.
Le loro donne la facevano da indovine, predicevano per le piazze, pei
mercati la vita futura alle genti, indovinavano le loro venture, davano
sentenze come oracoli. Qua una mano all'uno, e vi scoprivano mirabili
cose; qui in revista le orecchie, il naso e davano strane novelle; ogni
parte del corpo era per loro un libro per leggervi la vita passata,
presente, futura d'una persona. Ora profetavano sur un tavolo ad alta
voce, ora susurravano in segreto, ora parlavano con lunghi tubi o canne
forate che il volgo metteva all'orecchio; in somma non lasciavano modo
e forma per darsi a credere grandi indovine.
Questi zingari non erano nè streghe, nè maghi; la loro condizione di
profughi, li stringeva a tener fra loro un linguaggio misterioso e
particolare; avevano anche riti e costumi che sentivano dell'antica
origine; ciascuna banda si eleggeva un re a cui tutti erano obbligati
ubbidire. Quando una zingara si maritava, tutta la cerimonia consisteva
nel rompere un vaso di terra davanti all'uomo del quale voleva divenir
moglie e viveva con lui finchè vi erano frammenti del vaso. Alla fine
di questo tempo gli sposi erano liberi o di abbandonarsi o di rompere
insieme un altro vaso di terra, e rinnovare l'unione. Questo modo per
formare e finire i connubj, era certo molto comodo per la facilità a
disperdere i frammenti del vaso onde passare a nuove nozze; guai se
quell'uso delle zingare divenisse di moda!
Esse non facevano professione che d'indovinare il futuro; studiavano
le fisonomie degli uomini, i loro movimenti, e inducevano sulle
loro inclinazioni. La parte che più s'accostava alla magìa era la
divinazione che facevano o pei segni delle mani o per le costellazioni
sotto le quali alcuno nacque.
Sovente le predizioni delle zingare turbarono la quiete di qualche
buona madre, di qualche uomo credulo, di qualche fanciulla ingenua.
Però quando più non si arsero le streghe, scemò l'opinione delle
zingare, e molti si fecero giuoco di loro. Un giovane travestito da
fanciulla consultò una famosa indovina; essa non potè conoscere di
parlare ad un uomo, e gli predisse che partorirebbe due figlie; allora
la pudica giovinetta si levò la cuffia e si lasciò cadere la veste
sulla piazza, e apparve un bel giovane che voleva prender moglie.
Una donzella di diciott'anni un po' curiosa, consultò parecchie di
queste maliarde: una le predisse che non si mariterebbe; l'altra che
si mariterebbe una volta sola ed avrebbe quattro figli; la terza
che andrebbe in punto di morte al suo secondo parto e morirebbe a
quarant'anni. Questa giovane si maritò tre volte, e visse fino a
sessant'anni. Ad una zingara fu condotto un giovanetto pensoso,
silenzioso: la indovina argomentò dalla sua severa fronte, che
riescirebbe meditativo, e sarebbe un giorno grande oratore alla camera
dei deputati; era sordo-muto. Si volle beffarla, ma essa destramente
rispose che aveva conosciuta la sua infermità, e che avea inteso di
dire, valere più un sordo-muto che certi cicaloni, i quali parlano
molto e non conchiudono niente. Ad un giovanetto condotto dalla madre
ad una zingara, essa profetò che vivrebbe modesto, sempre lungi dai
tumulti del mondo, sempre inclinato a dir bene ed a pensare bene del
prossimo; indovinate? è un giornalista, un autore d'almanacchi.