IV.

Gli zingari.

Le lettrici di giudizio, quelle che hanno la fortuna o la disgrazia

di conoscere per pratica parecchi anni di storia contemporanea, forse

si sovverranno che fanciulle ancora, videro errare per le nostre città

alcune donne avvolte di cenci, recando sulle spalle in alcuni sacelli

la casa, le provvigioni, i figli; fermarsi per le contrade e nei paesi,

ricevere qualche piccola moneta e dire a chi la chiedeva, la buona

ventura o in pubblico ad alta voce, o in segreto, soffiando con una

canna i proprj oracoli all'orecchio di que' che le consultavano. Queste

erano le zingare; donde venissero discordano gli scrittori che fecero

gravi dispute intorno ad esse, poco dissimili da quelle sulle origini

delle emigrazioni dei Goti e Visigoti. I più s'accordano col dire che

in occasione di una pestilenza, che nell'anno 1348 afflisse Europa,

sorto il solito pregiudizio degli avvelenatori, e gittata questa taccia

addosso agli ebrei, si perseguitarono miseramente; che essi rifuggiti

in boschi, ne uscirono poi tramutati in bande erranti di zingari. Non

so se un avvenimento isolato possa determinare in un popolo nuova vita

e costumi; però non disputo, vengo a' fatti; ecco come la Miscella

bolognese narra il primo capitare di questa gente in Italia.

— A dì 18 luglio 1422 venne in Bologna un duca di Egitto, il quale avea

nome il duca Andrea; e venne con donne, putti e uomini del suo paese; e

poteano essere ben cento persone. Avevano un decreto del re d'Ungheria,

che era imperadore, per vigore di cui essi poteano rubare per tutti

que' sette anni per tutto dove andassero, e che non potesse essere

loro fatta giustizia. Sicchè quando arrivarono a Bologna, alloggiarono

alla porta di Galliera dentro e di fuori, e dormivano sotto i portici,

salvo che il duca alloggiava nell'albergo del re. Stettero in Bologna

quindici giorni. In quel tempo molta gente andava a vederli per

rispetto della moglie del duca, che sapeva indovinare e dir quello

che una persona dovea avere in sua vita, ed anche quello che avea al

presente, e quanti figliuoli, e se una femmina era cattiva o buona, ed

altre cose. Di cose assai diceva il vero. E quando alcuni vi andavano

che volevano far indovinare de' lor fatti, pochi vi andarono che loro

non rubassero la borsa, o non tagliassero il tessuto alle femmine.

Anche andavano le femmine loro per la città, a sei, a otto insieme.

Entravano nelle case de' cittadini, e davano loro ciancie. Alcuna

di quelle si ficcava sotto quello che poteva avere. Anche andavano

nelle botteghe mostrando di voler comperare alcuna cosa, e una di loro

rubava, e simili astuzie. —

In Francia gli zingari apparvero pochi anni dopo, vi si chiamarono

boemi dalle terre onde muovevano, e Pasquier narra la loro misteriosa

apparizione reduci dall'Italia: — Erano in numero di centoventi; uno

de' loro capi portava il titolo di duca, un altro di conte, ed erano

scortati da dieci cavalieri; dissero che venivano dal basso Egitto,

cacciati da' loro paesi dai Saraceni; che erano andati a Roma a

prendere assoluzione dei loro peccati dal papa, il quale aveva loro

imposta la penitenza di vagare sette anni pel mondo senza mai dormire

sopra letti. Furono alloggiati nel villaggio De la Chapelle presso

Parigi, dove la gente accorreva in folla a vederli. Avevano capelli

ricciuti, color bruno, e portavano anelli d'argento alle orecchie.

Le loro donne la facevano da indovine, predicevano per le piazze, pei

mercati la vita futura alle genti, indovinavano le loro venture, davano

sentenze come oracoli. Qua una mano all'uno, e vi scoprivano mirabili

cose; qui in revista le orecchie, il naso e davano strane novelle; ogni

parte del corpo era per loro un libro per leggervi la vita passata,

presente, futura d'una persona. Ora profetavano sur un tavolo ad alta

voce, ora susurravano in segreto, ora parlavano con lunghi tubi o canne

forate che il volgo metteva all'orecchio; in somma non lasciavano modo

e forma per darsi a credere grandi indovine.

Questi zingari non erano nè streghe, nè maghi; la loro condizione di

profughi, li stringeva a tener fra loro un linguaggio misterioso e

particolare; avevano anche riti e costumi che sentivano dell'antica

origine; ciascuna banda si eleggeva un re a cui tutti erano obbligati

ubbidire. Quando una zingara si maritava, tutta la cerimonia consisteva

nel rompere un vaso di terra davanti all'uomo del quale voleva divenir

moglie e viveva con lui finchè vi erano frammenti del vaso. Alla fine

di questo tempo gli sposi erano liberi o di abbandonarsi o di rompere

insieme un altro vaso di terra, e rinnovare l'unione. Questo modo per

formare e finire i connubj, era certo molto comodo per la facilità a

disperdere i frammenti del vaso onde passare a nuove nozze; guai se

quell'uso delle zingare divenisse di moda!

Esse non facevano professione che d'indovinare il futuro; studiavano

le fisonomie degli uomini, i loro movimenti, e inducevano sulle

loro inclinazioni. La parte che più s'accostava alla magìa era la

divinazione che facevano o pei segni delle mani o per le costellazioni

sotto le quali alcuno nacque.

Sovente le predizioni delle zingare turbarono la quiete di qualche

buona madre, di qualche uomo credulo, di qualche fanciulla ingenua.

Però quando più non si arsero le streghe, scemò l'opinione delle

zingare, e molti si fecero giuoco di loro. Un giovane travestito da

fanciulla consultò una famosa indovina; essa non potè conoscere di

parlare ad un uomo, e gli predisse che partorirebbe due figlie; allora

la pudica giovinetta si levò la cuffia e si lasciò cadere la veste

sulla piazza, e apparve un bel giovane che voleva prender moglie.

Una donzella di diciott'anni un po' curiosa, consultò parecchie di

queste maliarde: una le predisse che non si mariterebbe; l'altra che

si mariterebbe una volta sola ed avrebbe quattro figli; la terza

che andrebbe in punto di morte al suo secondo parto e morirebbe a

quarant'anni. Questa giovane si maritò tre volte, e visse fino a

sessant'anni. Ad una zingara fu condotto un giovanetto pensoso,

silenzioso: la indovina argomentò dalla sua severa fronte, che

riescirebbe meditativo, e sarebbe un giorno grande oratore alla camera

dei deputati; era sordo-muto. Si volle beffarla, ma essa destramente

rispose che aveva conosciuta la sua infermità, e che avea inteso di

dire, valere più un sordo-muto che certi cicaloni, i quali parlano

molto e non conchiudono niente. Ad un giovanetto condotto dalla madre

ad una zingara, essa profetò che vivrebbe modesto, sempre lungi dai

tumulti del mondo, sempre inclinato a dir bene ed a pensare bene del

prossimo; indovinate? è un giornalista, un autore d'almanacchi.

Le streghe dono del folletto alle signore · 第 39 / 104 题