L'EROICA CONQUISTA DI PLAVA.

_29 settembre._

L'aspetto di solitudine che assume la guerra, quando l'assalto non si

slancia, si addice alle zone selvagge. Abbiamo visto la selva di Plava

non molto diversa da come la vedevano i cacciatori di Gorizia, quando

la attraversavano in questa stessa stagione cercando nel suo folto il

fagiano e il gallo di bosco.

Plava è un piccolo villaggio, ora distrutto dal cannoneggiamento

austriaco, che allineava le sue casette ai due fianchi della strada,

sulla sinistra dell'Isonzo. Delle abitazioni rimangono quattro mura

scoronate, dalle cui finestre pendono rottami di imposte. Per uno di

quei capricci che il cannone ha, come il fulmine, una sola casetta è

rimasta intatta, bianca, col tetto nuovo. Avanti a Plava era il ponte.

Alle spalle del villaggio cominciavano subito il bosco e la montagna.

Intorno, nessun altro centro abitato in vista, non campi, non vigneti.

L'Isonzo scorre in quel punto incassato in una gola profonda e

melanconica. Su Plava viene a finire un'ultima balza di una catena di

alture boscose, il cui dorso, salendo a centina, va quasi fin sopra

Gorizia e si culmina nel Monte Santo.

Vista dall'altra riva, la montagna di Plava, ha la forma di una

piramide perfetta. Quando però si giunge alla sommità, a 383 metri, ci

si accorge che non si è sopra una punta ma al principio di una cresta,

la quale declina, poi risale. E intorno si levano tumultuosamente le

ondulazioni del massiccio di Bainsizza. Non vi sono che sentieri nella

oscurità del bosco; le buone strade corrono soltanto in fondo alla

valle dell'Isonzo, ma al Monte Santo si allacciano le reti stradali del

Goriziano.

Decisa la formazione di una testa di ponte a Plava, il primo obbiettivo

fu la conquista della Quota 383. Il giorno 8 di giugno arrivò l'ordine

d'avanzata. Alla sera, per la strada di Vercoglia scesero da San

Martino i battaglioni destinati all'operazione, che si nascosero

nella boscaglia, presso al fiume. Quando l'oscurità fu profonda, si

intravvide un convoglio di cavalli e di carri, silenziosi come ombre,

che andavano verso la riva. Erano i carriaggi del parco da ponti. Le

ruote e gli zoccoli dei cavalli erano fasciati di stracci; gli uomini

calzavano scarpe di corda. Lentamente, il convoglio si portò fino dove

la strada fiancheggia il fiume.

Si cominciò la costruzione del ponte. Le barche dovevano essere portate

a spalla giù per la ripa precipitosa e attraverso il letto di ghiaia.

Non un rumore, non un urto, il ponte si componeva in silenzio. L'altra

riva era tutta buia, nera, addormentata. Il lavoro procedeva febbrile

e cauto, nelle tenebre, con l'ansia angosciosa del tempo che fuggiva,

dell'alba estiva troppo vicina.

L'aurora disegnava già i profili dei monti, e il lavoro continuava.

Poco più della metà del ponte era compiuta. Alle tre del mattino,

quasi i tre quarti del ponte erano finiti. Ancora un poco, ancora

un poco e le truppe sarebbero passate. La costruzione proseguiva ora

furiosamente, nella piena luce dell'alba. All'improvviso fu un rimbombo

di esplosioni nel greto e i pontieri si trovarono avvolti nel fumo.

Il nemico aveva visto. Bombardava da posizioni imprecisabili. Il ponte,

colpito, si sfasciava; le barche di lamiera, sfondate dalle schegge,

affondavano. Non v'era un minuto di sosta nel fuoco. Le truppe furono

ritirate al coperto, nessuno rimase sulla riva cosparsa di rottami,

tempestata dai colpi.

Tutto il giorno durò intenso il cannoneggiamento. Così trascorse il 9

giugno. Venuta la notte, dei drappelli ridiscesero verso la riva.

Si era pensato di traghettare poche forze per formare al di là un

primo velo di difesa. Si misero i remi ad una barca e si cominciò

la traversata. Passavano venti uomini per volta. Scendevano a poche

centinaia di metri dal villaggio. Quando furono sbarcati in una

cinquantina, i nostri cominciarono ad avanzare e prendere posizione. Il

traghetto continuava. Un sergente, che comandava il primo nucleo, prese

con sè un plotone e si avvicinò al villaggio, dove sapeva che doveva

trovarsi un posto di vedetta austriaco.

Evitando la strada, camminando a passi da cacciatore, quel piccolo

gruppo arrivò alle prime case di Plava. Le circondarono, vi entrarono

senza passare per l'uscio. Scavalcarono dei muricciuoli, scalarono

finestre, e arrivarono così nelle case vicine; strisciavano,

penetravano da un'abitazione all'altra per le vie più imprevedute, in

modo che una sentinella piazzata sulla via non potesse accorgersi del

loro avvicinarsi. Arrivati sotto ad una finestruola chiusa da sportelli

di legno, udirono delle voci d'uomo, all'interno. Parlavano in tedesco.

Era lì.

Un colpo violento all'uscio che si spalancò, un'irruzione di baionette

basse. Dieci soldati austriaci, con un ufficiale, sorpresi e allibiti,

alzavano le mani. Erano in una cameretta a pian terreno raccolti

intorno alla luce di una candela. La barca, in uno dei suoi ritorni,

portò alla nostra riva il carico dei prigionieri.

Questa cattura ha avuto una grande importanza per le operazioni, perchè

ha impedito un primo allarme che avrebbe turbato lo svolgersi dei

nostri piani. Il Re ha voluto di _motu proprio_ decorare della medaglia

al valore l'ardito sergente, che nel combattimento successivo doveva

cadere gravemente ferito. E ferito, egli continuava ad esortare i suoi

uomini alla battaglia: «Andate avanti, avanti! Non badate a me!...»

Nella notte del 9 traghettarono circa duecento uomini, per la cui

sorte si era preoccupati. Durante tutta la giornata del 10, si stette

in ascolto dalla nostra riva, si cercava di penetrare con lo sguardo

l'intreccio degli alberi, di vedere qualcuno dei nostri, si aspettava

un segnale. Niente. Erano tutti presi? No, erano tutti in ricognizione.

Rampavano audacemente, strisciavano sulla montagna, perlustravano

ogni passo, arrivavano presso alla vetta, scoprivano i reticolati, le

trincee, raccoglievano dati preziosi. Perchè gli austriaci avevano

fatto a Plava preparativi assai più completi di quanto fosse logico

aspettarsi.

I nemici non sospettavano la vicinanza di quello sciame di esploratori;

andavano, venivano intorno alle trincee, disarmati, sicuri. Le vedette

di Plava tacevano, dunque gl'italiani non s'erano mossi. Più volte

alcuni dei nostri dovettero girare intorno al tronco d'un albero

all'avvicinarsi di soldati austriaci che passavano inconsapevoli pochi

metri lontano.

Nella notte stessa del 10 si era tentato un nuovo sistema per gettare

sulla riva sinistra un forte reparto di truppe. Non era possibile

sostituire subito il materiale da ponte distrutto; ma vi era legname

sufficiente per costruire sulla riva una passerella che, appena

finita, avrebbe potuto essere varata e assicurata solidamente ai

resti in muratura delle testate del ponte distrutto. Il Genio lavorò

attivamente, con quell'entusiasmo alacre e grave dei nostri artieri

militari, che sono così spesso in prima linea, sotto al fuoco più

intenso, a creare valichi ed aprire varchi.

È un eroismo difficile quello del lavoro, perchè deve rimanere freddo,

riflessivo. Il combattente può lasciarsi spesso trasportare dalla foga

disordinata del suo sentimento, può gridare, può sparare. L'artiere

del Genio deve pensare. Ogni suo gesto ha bisogno di precisione e di

puntualità. Nel pericolo più grave egli deve agire impassibile come

l'operaio nel sicuro laboratorio di un'officina. Il nostro Genio ha

gettato quasi tutti i suoi ponti nel pieno del combattimento, alla

prima linea, avanti alla prima linea. Dei pontieri cadevano feriti,

uccisi, erano sostituiti e il lavoro continuava. Le granate sfondavano

le barche di sostegno, sfasciavano il travame, distruggevano l'opera

intera, e si ricominciava.

Una passerella sull'Isonzo richiedeva più tempo di quello che le

circostanze concedevano. L'alba sorse, e il ponte di fortuna non era

finito. Gli osservatorî dell'artiglieria nemica, già in guardia, si

accorsero della costruzione e fecero aprire il fuoco. Come al giorno

prima, il bombardamento fu violento e preciso. Regolato con esattezza

sulla posizione del vecchio ponte, esso colpiva in pieno. La passerella

rimase spezzata. Un'altra giornata trascorse nell'inazione forzata,

senza nessuna notizia degli uomini traghettati alla sera, e con la

certezza di trovare il nemico sempre più rafforzato. Per la forza

dell'inevitabile la sorpresa, l'elemento primo di un successo facile e

pieno, era mancata. Non so fino a quanto si facesse assegnamento sulla

sorpresa, ma è evidente che se fosse stato nelle possibilità umane

il compimento del ponte nella prima notte, l'attacco di Plava avrebbe

potuto avere nella guerra una influenza profonda, penetrando ben oltre

i limiti di una testa di ponte.

Si ricorse, nella notte successiva, ad un altro mezzo. Si fece il

così detto «ponte girevole». Il ponte girevole non è altro che una

piattaforma sostenuta da due barche, assicurata alla riva con una

lunghissima corda e lasciata alla deriva. Con il movimento di un remo

messo a timone, per effetto della corrente, la grande zattera, come un

pendolo orizzontale, se si può dire così, può andare e venire da una

riva all'altra. La piattaforma portava una cinquantina di uomini alla

volta. In quella notte, finalmente, due battaglioni passarono.

Ritrovarono sulla sponda sinistra la piccola forza sbarcata la notte

prima. Si era trincerata aspettando, e teneva già un lembo di altura.

Le informazioni che portò furono di enorme utilità. Venne deciso di

attaccare il monte sui due fianchi, lungo due valloni quasi simmetrici

che sono uno a destra e uno a sinistra di Plava. L'azione cominciò a

giorno chiaro.

La difesa fu violenta ma breve. Si avanzò tra difficoltà gravi ma

non insormontabili. Di slancio, le linee di trincee erano prese,

successivamente. Si fecero duecento prigionieri. I cannoni austriaci,

con un fuoco violento, battevano sopra tutto la spalla del monte, e

più giù il paese, il fiume, la riva destra. Sarebbe stato impossibile

mandare rincalzi se ve ne fosse stato bisogno. Ma le notizie che

arrivavano dal combattimento erano buone. Con perdite lievi l'attacco

proseguiva. A mezzogiorno la cima del monte era conquistata.

Subito i soldati, benchè stanchi, si misero al lavoro per fortificare

la posizione. Alle trincee prese bisogna rovesciare il fronte perchè

servano contro al nemico, il parapetto diventa la spalla e la spalla

il parapetto. È un duro lavoro che l'urgenza rende affannoso. I nostri

erano intenti a questo consolidamento, quando gli austriaci hanno fatto

un ritorno offensivo. Il combattimento si è riacceso; è durato qualche

tempo. Un accenno di assalto alla baionetta ha ricacciato indietro i

nemici, senza però farli desistere interamente. Essi, probabilmente,

non avevano altro còmpito che quello di tenere impegnate le nostre

forze. Un movimento assai più grave stava svolgendosi.

Sul declinare del giorno furono avvistate masse austriache in marcia

lungo l'Isonzo. Erano due gruppi, uno veniva dal nord e uno dal sud,

e convergevano verso Plava. Il nemico tentava l'aggiramento delle

nostre truppe sulla Quota 383, tendeva a tagliarle fuori, a isolarle,

a occupare la base di sbarco. Esse non potevano difendere la vetta

e i fianchi, non bastavano a reggere quel fronte troppo esteso. Era

necessario ed era urgente che si raccogliessero, che restringessero la

linea del loro spiegamento. Dovettero abbandonare la cima conquistata,

ridiscendere alle prime pendici, a proteggere Plava e con Plava le

comunicazioni.

Venuta la notte, si rimise in acqua il ponte girevole e cominciò

il traghetto di altri battaglioni. Si unirono a quelli che avevano

combattuto, costituirono nuove unità di attacco. Il nemico aveva

rioccupato in forze le posizioni sulla sommità del monte. La battaglia

si annunziava aspra e sanguinosa.

Le truppe erano troppo stanche per iniziare l'azione immediatamente.

Anche quelle appena sbarcate avevano bisogno di riposo dopo le

notti perdute nella continua attesa. Si stava per chiedere loro un

grande sforzo. La mattinata del 12 trascorse tutta in una immobilità

ristoratrice. L'assalto cominciò nel pomeriggio.

Si svolse con la stessa tattica del giorno prima. Le forze, divise

in due colonne, si impegnarono ai due fianchi del monte, avendo la

vetta per obbiettivo comune. Il movimento si era appena iniziato,

che un terribile fuoco di artiglieria cominciò a battere le pendici.

Era una bufera di cannonate; gli _shrapnells_ arrivavano a raffiche

continue, volteggiavano in aria foglie e rami d'albero stroncati dalle

esplosioni, il piombo grandinava.

Le batterie nemiche da cui veniva quella bufera di fuoco dovevano

trovarsi in parte sulle pendici del monte Kuk, uno dei tanti monti

Kuk della regione, distante tre chilometri e mezzo da Plava, in parte

sul Monte Santo, dal quale i medî calibri tempestavano. Per questo la

nostra colonna di destra, più scoperta, era più battuta. Le perdite

si facevano gravi. Non era possibile individuare con esattezza le

artiglierie austriache, nascoste, invisibili. L'attacco procedeva

sempre, audace, meraviglioso. Ma la necessità di riorganizzare le file

troppo provate dal fuoco, diradate, la successione dei comandi per gli

ufficiali che cadevano, rallentavano l'avanzata dell'ala destra.

Ad un certo punto le perdite aumentano, la colonna di destra è

costretta a sostare. Quella di sinistra, meno colpita, più forte

ancora e più agile, è arrivata a contatto con la fanteria austriaca

e si precipita all'assalto. Fermata dai getti scroscianti delle

mitragliatrici, si ricompone e riassalta. Sette volte consecutive si

slancia alla baionetta. Intanto anche l'ala destra prende l'attacco.

Ma avanzando dalle larghe basi del monte verso la vetta, lo spazio

diminuisce, le file, che erano rade e sparse all'inizio, si sono

andate serrando, formano nuclei troppo densi, ammassamenti che offrono

una maggiore presa al fuoco incessante dei cannoni nemici e delle

mitragliatrici, i proiettili delle quali empiono tutto il bosco di

un sibilare metallico. È impossibile continuare. La colonna destra

incomincia a ripiegare lentamente.

Il nemico, che sente mancare da quel lato l'attacco, cerca di avanzare

incalzante. Accenna al contrattacco, fra gli alberi, preme, si fa

minaccioso. L'ala sinistra si sposta, lo arresta, lo ricaccia. Il

ripiegamento avviene ordinato, con lunghe soste, la faccia al nemico, e

si ferma a mezza costa, ad un centocinquanta metri dalla vetta. Era la

sera del 12 giugno.

Delle truppe di rincalzo passarono quella notte. La giornata del 13

trascorse in un lavoro di riorganizzazione. Alla notte seguente si

riescì a costruire due passerelle sul fiume. Esse garantivano ogni

libertà di movimento, assicuravano le retrovie. Un attacco di grandi

masse nemiche, sopra una testa di ponte così ristretta, servita da un

solo piccolo traghetto, avrebbe potuto provocare forse una gravissima

situazione. I nuovi ponti dissipavano il pericolo.

Il 14 fu ordinato l'attacco per il giorno dopo.

Si era portato un mutamento al piano precedente. Una terza colonna,

partendo dalla sinistra e puntando verso Globna — un gruppo di casupole

presso l'Isonzo, qualche chilometro a monte di Plava — doveva eseguire

un movimento avvolgente dal nord. Ma la battaglia non ebbe sviluppo.

La terza colonna trovò alla sua sinistra, presso Globna, dei forti

trinceramenti impreveduti, e, presa sul fianco dal loro fuoco, fu

costretta a far fronte verso di loro ed attaccarli. Questo impegno

la deviò dal suo obbiettivo; essa non potè continuare l'avvolgimento

iniziato, si trovò fermata, fuori dalla cooperazione prefissa,

impegnata in un'azione laterale e isolata. Appena tale situazione fu

nota al comando, l'attacco venne fatto cessare e rimandato, per non

affrontare uno svolgimento oscuro.

Fu il giorno appresso, il 16 giugno, la vera, la definitiva, la

gloriosa e terribile battaglia di Plava.

Contro a quei trinceramenti di Globna, che pigliavano sul fianco la

colonna avvolgente, fu mandato un battaglione per fronteggiarli e

permettere così alla colonna di proseguire il suo movimento. Questo

battaglione fiancheggiatore si trovò davanti a resistenze formidabili,

in un tremendo fuoco decimatore, ma non si mosse; non rallentò la sua

pressione sopra la forza nemica che doveva impegnare. Il comandante

cadde, il capitano anziano assunse il comando. Questi cadde alla sua

volta, il comando passò ad un capitano più giovane. Il terzo comandante

pure cadde, e il comando passò. Poi un quarto, poi un quinto comandante

del battaglione fu ferito o morto. All'una del pomeriggio sette capi

si erano successi. E il battaglione non arretrava di un passo. Il

nemico poteva dissolverlo, ma non respingerlo. Era come un muro che si

demolisce ma non si sposta. L'ordine era di resistere fino alla morte,

e si resisteva fino alla morte.

Nel pomeriggio comandava il battaglione un giovane tenente che lo resse

con indomita energia, come se insieme alla eredità del comando fosse

discesa da capo a capo la fiera esperienza del grado. Questo tenente è

stato promosso per merito di guerra.

L'azione del battaglione sul fianco estremo sinistro liberò e difese

quella della colonna avvolgente. L'attacco generale procedeva fra

difficoltà terribili. Un cannoneggiamento più vivo, più micidiale

ancora di quello del giorno 12, tempestava i nostri, voleva fermarli,

aveva l'intensità e il furore di una disperazione, apriva dei vuoti,

squarciava, ma non fermava l'avanzata, che ascendeva a piccoli balzi,

risoluta, sistematica, eguale. Le perdite più gravi erano sempre per

la colonna di destra, battuta dal fuoco del monte Kuk e dal monte

Santo. A sinistra l'attacco urtava in un potentissimo trinceramento in

calcestruzzo, difeso da mitragliatrici, preceduto da reticolati così

forti che le nostre forbici non potevano tagliarli.

Quello che avveniva nel battaglione contro Globna avveniva per tutto.

Comandi di battaglione, di compagnia, di plotone erano continuamente

sostituiti, quasi tutti gli ufficiali di un reggimento erano caduti,

le unità minori si fondevano, e l'assalto andava avanti. Era alla fine

un'azione individuale di soldati. Dei soldati semplici hanno assunto

il comando di reparti piccoli. Dei sergenti conducevano una compagnia.

Lo slancio in avanti non veniva più dalla condotta dei capi, era nel

cuore di ogni uomo. «Avanti! Avanti! Per di qua, su!», e la massa

proseguiva, riformando da sè i ranghi, attenta agli ordini dei compagni

più autorevoli dove gli ufficiali non c'erano più.

Meravigliosa fanteria nostra! Nel nostro esercito mutano le attitudini

e le capacità delle varie armi, ma non muta il valore. Il cuore è lo

stesso, l'anima è la stessa. Sono l'anima e il cuore della razza.

Prodigiosa fanteria nostra! Audace, terribile, generosa, essa è il

Popolo italiano. Come ricordare gl'innumerevoli e stupendi episodi di

valore sovrumano che formano insieme la storia d'ogni nostra battaglia?

Come ricordare i fatti di eroismo quando ogni uomo è un eroe? Il

sacrificio leggendario di Pietro Micca non è diventato un atto di tutti

i giorni, un gesto che si ripete avanti a tutte le trincee, quando

occorre aprire la via dell'assalto attraverso i reticolati del nemico?

Non partono tutte le notti le spedizioni dei volontari della Morte?

Chi sono questi audaci che vanno ad accendere una miccia con l'ultima

scintilla della loro vita? Non si distinguono più, hanno un nome solo,

sono una cosa sola: sono l'Esercito.

Da ogni parte, quel giorno, sulla montagna di Plava, il nostro assalto,

in un uragano di piombo, arrivò di fronte a reticolati che non si

potevano tagliare. Non si era ancora trovato il sistema dei tubi

esplosivi, e le forbici si spezzavano sui grossi fili di acciaio. I

nostri tentarono con le mani di svellere i paletti, ma era impossibile,

e non si resisteva due secondi in piedi, a dieci passi dalle

mitragliatrici nemiche. Ma i nostri rimanevano là, contro la barriera,

ostinati, furenti, fucilando le feritoie, tenendo a bada il nemico

mentre studiavano il modo di raggiungerlo, di varcare l'inestricabile

ostacolo.

Non potendo passare nè attraverso il reticolato, nè sopra, passarono

sotto. Scavarono la terra, fecero dei solchi, strisciarono col dorso

sulle spine di acciaio dei fili più bassi. Si adunarono a piccoli

gruppi di quattro, di cinque, al di là, incastrati sotto agli ultimi

intrecci della siepe di ferro. Poi balzarono in piedi e si gettarono

contro alle trincee scoperte, impegnando una lotta a corpo a corpo. A

questa vista gli altri, quelli che non erano passati, non si tennero

più, e incominciarono a scalare il reticolato, appoggiandosi ai

paletti, appoggiando il piede all'incrocio molleggiante dei fili,

facendosi poi porgere i fucili lasciati ai compagni che aspettavano

indietro. In un momento i reticolati furono tutto un formicolìo lento

di uomini sospesi, un gesticolamento confuso e pacato, sul quale

passavano dei fucili, da una mano all'altra, da una parte all'altra.

Scavalcata la barriera, appena a terra, senza contarsi, i nostri si

gettavano successivamente nella mischia urlando. L'attenzione del

nemico era stata sorpresa e deviata dal primo comparire incomprensibile

di soldati italiani addosso ai parapetti. Quell'urlìo, la visione della

massa sui reticolati, finì per atterrirli. La difesa era estinta dalla

terribile e implacabile audacia dell'assalto più che dalla lotta. Le

trincee caddero, il grido dell'evviva passava su tutte le posizioni.

Era il tramonto. Le trincee austriache non coronavano la cima, erano

costruite un poco più giù per poter avere un maggiore sviluppo.

Bisognava occupare la vetta, ma era tardi. Una riorganizzazione si

imponeva prima di procedere oltre, dove il bosco manca e si avanza

scoperti sopra una cresta pratosa. Fu deciso di aspettare l'alba. Ma un

centinaio di uomini, appartenenti a diverse compagnie, senza ufficiali,

avendo la volontà sola per comando e l'accordo per disciplina,

portati dalla foga della lotta, avevano proseguito, soli, ignari

della sosta; tornarono indietro nella notte. È un episodio minuscolo

ma significativo, che descrive lo spirito del soldato nostro, il suo

istinto della guerra, la sua indifferenza al numero, il suo senso di

autonomia. Quando la battaglia spezza le sue formazioni e abbatte i

suoi capi, quando si sbanda, si sbanda in avanti.

Siamo alla mattina del 17 giugno. Gli austriaci hanno ricevuto

rinforzi numerosi durante la notte e si preparano al di là della

vetta. Il nostro attacco è iniziato dalla colonna di sinistra. Appena

i nostri sbucano dal bosco, il contrattacco austriaco si precipita. È

formidabile, si tratta di una massa che si precipita con l'audacia di

chi si sente superiore. Ma la battaglia è breve. Si è impegnata appena,

che alla sua volta la colonna di destra emerge dal folto degli alberi.

Prima che il nemico possa distaccare forze per trattenerla o fare

una conversione per fronteggiarla, la nostra destra si slancia alla

baionetta e lo assalta sul fianco. È stata la fuga, è stata la rotta, è

stato lo sbandamento indietro. In altri tempi questo solo fatto avrebbe

potuto costituire la vittoria definitiva di una guerra. Ma ora, un

fantaccino sulla prima linea vive in un mese tutti i rischi, tutti i

pericoli, tutti gli eroismi di un veterano della Vecchia Guardia.

Alle otto e mezzo del mattino la vittoria era completa. Avevamo la

vetta di Plava definitivamente nostra. La lotta si riaccese poi ad

intervalli. Truppe nemiche affluirono, le vicinanze si coprirono di

trincee, delle artiglierie si concentrarono. Il giorno 19 subimmo

due contrattacchi notturni. Il 20 tre contrattacchi notturni. Anche

con forze superiori il nemico non si muove più che alla notte, ha

perduto ogni fiducia nei contrattacchi dell'alba. Il 29, sempre di

notte, contrattacco di masse, con artiglieria e mitragliatrici. Ogni

tentativo austriaco è inutile. Ma la sua preparazione difensiva rende

pure inutile qualsiasi azione nostra, anche di grande stile e con

grandi forze, per allargare la testa di ponte, o meglio per servirci

della testa di ponte al fine di irrompere e spingere l'offensiva verso

obbiettivi più vasti e lontani.

Lentamente, un piccolo allargamento della testa di ponte è avvenuto.

Dal 20 al 30 luglio abbiamo ripreso l'offensiva. Il cuneo del

nostro fronte parte adesso da Globna e da Zagora, e copre bene gli

allacciamenti sul fiume. Il sei agosto, l'otto, il dieci, il dodici,

furibondi contrattacchi nemici si sono sferrati. Ora è la stasi, una

stasi con cannoneggiamenti, fucilate, granate a mano, ma l'azione

manca.

Verso Zagora, al sud, le trincee avversarie sono così vicine che, come

sulla cresta di Luznica, le divide un solo reticolato comune. Da una

posizione all'altra i soldati si lanciano ingiurie e bottiglie vuote.

Da lì si vede, non lontano, il rovescio lungo e cupo del Sabotino,

sulla cui cresta altre trincee nostre avanzano. E quasi di fronte

a Zagora, all'altra riva del fiume, si vede a poche centinaia di

metri la gran bocca nera della seconda galleria della strada ferrata

Gorizia-Klagenfurt, melanconica strada tagliata tutta nei fianchi umidi

della montagna, e le cui rotaie sono diventate rosse di ruggine.

Una volta sola si è riudito il rombo di un convoglio risuonare nella

prima galleria, poco più in basso. E si vide sbucare lentamente

all'aperto, con la cautela d'una grossa bestia sospettosa che esca

dalla tana, un grigio treno blindato. Si fermò a osservare, sparò

in fretta alcune cannonate, poi ci pensò meglio e si ritrasse

prudentemente immergendosi per la coda nel buio.

Le truppe circondano senza tristezza i loro eroi caduti. Ne raccontano

le gesta, con semplicità. Episodi magnifici e senza numero. Una notte,

nella seconda fase delle operazioni, dopo la conquista, un caporale

si offrì volontario per andare a far saltare una mitragliatrice troppo

molesta. «Ma è impossibile!» — dicevano i più temerarî. Egli si ostinò,

e uscì dalla trincea, spingendo avanti il tubo esplosivo. Arrivò,

sotto al fuoco, a metterlo a due o tre metri dalla mitragliatrice;

arrivò ad accendere la miccia. Ma lo zampillare delle scintille

permise al nemico di dirigere meglio il tiro della mitragliatrice

stessa, l'eroe crivellato si accasciò. Abbattendosi spezzò la miccia

accesa, l'esplosione mancò. I soldati decretarono al morto la sepoltura

d'onore, ed egli dorme nel centro del piccolo cimitero, sotto ad un

tumulo più alto e più solenne.

Un altro racconto ricordo. In una compagnia combatteva un volontario

dai baffi bianchi. Aveva sessanta anni, era soldato semplice. Il suo

esempio trascinava tutti. Si era arruolato per seguire alla guerra il

suo figliuolo. Servivano nella stessa compagnia, non si lasciavano

mai. Si vedevano nelle marce quei due soldati vicini, così diversi

e così somiglianti, che si tenevano per la mano. Si tenevano per la

mano i due soldati per un'abitudine vecchia, di quando i baffi bianchi

di uno erano neri e l'altro era un bimbo. Non ci si accorge mai che

i bimbi crescono e che i baffi diventano bianchi. Forse anche in

quell'allacciamento perpetuo di vita vi era un impulso misterioso di

addio. Nel combattimento, sempre in prima linea, erano sempre avanti,

spalla a spalla. Durante l'avanzata su Zagora, l'8 agosto, il figlio

cadde mortalmente ferito.

Il padre gettò il fucile e si slanciò a sorreggere il morente. Intorno

i soldati delle seconde linee passavano di corsa. Qualcuno si fermò

un istante presso a quel gruppo. Il vecchio compagno era adorato.

Egli, deposto dolcemente a terra il ferito, gli sorreggeva la testa e

s'insanguinava la mano tremante per sbottonarlo e cercare la piaga.

Poi, con uno scatto, sollevò la faccia pallida, calma, solenne,

esclamando: «Ma perchè non l'ho avuta io?» In quell'istante una palla

lo colpì sulla tempia.

Il vecchio volontario si rovesciò sul figlio. La morte li riuniva

ancora.

Ma la tristezza e la poesia di questi episodi di sangue appare dopo,

ripensandoli in un altro ambiente. Lì tutto sembra naturale come è

naturale la vita. Tutto è forza e fervore, laggiù, è giovinezza, è

gaiezza. E canzoni liete echeggiano nel tragico bosco di Plava come

nella più lontana, quieta e ridente campagna del mondo.

Al fronte (maggio-ottobre 1915) · 第 27 / 34 题