LE FASI DELLA GUERRA INTORNO A TOLMINO.

_27 settembre._

A metà della sua corsa fra i monti, l'Isonzo fa come una sosta. Trova

un paesaggio ridente di colline, tutte verdi di boschi e di prati,

inoltra in una pianura tappezzata da un variopinto splendore di campi

coltivati, e il fiume, che arriva violento per la sua corsa in gole

selvagge, rallenta la foga delle sue acque, si allarga in un gran letto

biancheggiante di ghiaia, riposa, gira, serpeggia, quasi per indugiare

in larghe volute azzurre prima di lasciarsi riafferrare dall'ombra di

altre vallate anguste e profonde, nelle quali riprenderà il suo impeto.

Questa bella regione è la zona di Tolmino.

Dopo aver percorso tante zone montuose della guerra, cominciavamo a

ritrovare in essa le molli e tepide altitudini normali della nostra

vita. Non più fosche e rigide moltitudini di abeti e di pini alpestri

sui declivî dei colli, non più rocce, burroni, abissi, non più canaloni

nei quali la neve si rannicchia e si nasconde l'estate, aspettando il

ritorno dei geli per uscir fuori e invadere tutto; percorrevamo prati

costellati di delicati e pallidi asfodeli, ci riposavamo nell'ombra di

quercie e di castani, ed allargavamo con le mani il fogliame di roseti

selvaggi carichi di bacche rosse per guardare in giù nella vallata,

piena di sole e di silenzio.

Ci eravamo spinti sopra una delle balze estreme del Colovrat

meridionale — la catena di alture che sta fra lo Judrio e l'Isonzo —

e vedevamo sotto a noi, a poche migliaia di metri, la cittadina di

Tolmino con le sue grandi caserme austriache dalle corti quadrate,

vaste come piazze d'armi, con i suoi capaci magazzini militari, e le

larghe strade bianche, fatte per il transito degli eserciti, distese

a rete tutto intorno. Assai più vicino, alla nostra destra, a due

chilometri appena, sollevavano il loro dorso le famose alture di Santa

Maria e di Santa Lucia, due gruppi di colline boscose, pittoresche,

al di là delle quali, verso levante, l'Isonzo gira. Alte, lontane,

dietro a Tolmino, sbiadite nella profondità del sereno, torreggiavano

le creste rocciose del monte Cuk, le vette del massiccio che divide la

valle dell'Isonzo dalla valle della Sava, le pietre naturali del nostro

vero confine.

Sono le colline di Santa Maria e Santa Lucia che hanno fatto di

Tolmino una piazzaforte austriaca. Da Caporetto in giù, per tutto,

la nostra riconquista ha potuto affacciarsi sull'Isonzo, ma in due

punti il fiume si discosta subitamente, si nasconde dietro ad alture

isolate, fa un gomito per mettere fra noi ed un tratto del suo corso

la barriera di quei piccoli nodi montuosi, una barriera che cela e

protegge ponti e strade. Presso Tolmino sono le colline di Santa Maria

e Santa Lucia; presso Gorizia sono le colline di Podgora, di Oslavia

e il monte Sabotino. Il nemico ha fortificato formidabilmente questi

due aggruppamenti di alture al di qua dell'Isonzo, che gli dànno il

possesso di paesaggi sul fiume, che sono centri poderosi di difesa e

basi possibili di offesa.

Perchè è all'offesa che il nemico pensava prima di trovarsi costretto a

difendersi. Basta vedere Tolmino per riconoscervi una di quelle forti

basi d'avanzata che l'Austria aveva preparato un po' per tutto sulle

nostre frontiere, con una larghezza di mezzi, con una profusione di

milioni, con un'attività, che dimostrano un piano preciso e una volontà

senza indugi. Noi non avevamo niente al di qua; Tolmino fronteggiava

delle valli aperte, che convergono verso Cividale, scendendo alla

indifendibile pianura friulana.

Non si costruiscono tre grandi ponti per un paesello, non si erige

una vera città di caserme e di depositi, con panifici ed ospedali da

metropoli, non si fanno centinaia di chilometri di strade militari,

non si trasformano montagne in fortezze, sopra tutto quando dall'altra

parte della vicina frontiera nulla si fa, neppure una strada, se non

c'è il definito progetto di servirsi e presto di tutte queste opere.

Nel nostro giro sul fronte, quello che ci ha più fatto pensare, oltre

alla guerra che si combatte, è la guerra ben più terribile, la guerra

spaventosa, atroce, sproporzionata, disperata che si sarebbe combattuta

se gli eventi non avessero dato a noi la scelta del momento, se non

fossimo stati noi a gettare il guanto e varcare le frontiere, se lo

sconvolgimento dell'Europa non fosse venuto a destarci. Bisogna vedere

per comprendere. Per difficile che sia la guerra d'oggi, noi dobbiamo

benedirla perchè ci salva dai disastri immensi la cui preparazione,

che è ora tutta sotto ai nostri occhi, ci cingeva a poco a poco mentre

noi dormivamo sognando la pace perenne. La guerra era inevitabile, era

decisa: dovevamo farla o subirla.

Non conoscevamo esattamente il valore combattivo di Tolmino. Iniziate

le ostilità, le nostre truppe occuparono le alture fra lo Judrio e

l'Isonzo e dalla cresta videro, come noi l'abbiamo visto, Tolmino

in basso, con la sua pesante avanguardia di edifici governativi,

e la folla gaia delle sue case, raccolte fra recinti d'orti, in un

verdeggiare di frutteti. Subito, le colline di Santa Maria e di Santa

Lucia tuonarono; incominciò un fuoco di medî calibri invisibili,

introvabili, che battevano le nostre alture. Continuano ancora, a

intervalli.

Udivamo infatti di tanto in tanto il rantolo di qualche grossa granata

austriaca, che veniva a scoppiare alle falde dello sperone sul quale

eravamo. Dei colpi rispondevano; noi potevamo seguire da vicino

la manovra pacata di alcuni artiglieri nostri, intorno ad un pezzo

imboscato in un intreccio di cespugli. Facevano fuoco ogni cinque, ogni

sei minuti, per non permettere al nemico di scoprire la vampa, e fra un

colpo e l'altro si sedevano intorno, conversavano, leggevano un vecchio

giornale che passava da mano a mano, compitato e commentato. Nelle

vicinanze il terreno era squarciato dai proiettili. Una granata da 305,

caduta recentemente, vi aveva aperto una cavità larga, irregolare,

profonda, nella quale dei soldati raccoglievano pesanti schegge di

acciaio.

Il primo bombardamento austriaco cominciò il 26 maggio. Non fece

danni e non fermò le nostre truppe. Si iniziava l'investimento della

piazzaforte. L'operazione non pareva estremamente difficile; le colline

di Santa Maria e di Santa Lucia non lasciavano scorgere ancora le loro

difese imboscate. Gravi ostacoli già ci sbarravano il passo di fronte

a Gorizia, e sembravano più facili forse quelle alture di Tolmino, che

non avevano l'aspetto possente e ostile del Sabotino e del Podgora.

Nei primi giorni di giugno Tolmino parve seriamente minacciata da noi,

e si poteva credere allora che su Tolmino potesse portarsi l'attacco

fortunato che, penetrando fortemente in quel punto, scuotesse le

posizioni nemiche di Gorizia.

L'attacco fu dato. Le nostre truppe erano arrivate a contatto di

numerose linee successive di trinceramenti in cemento, mascherati dal

bosco, protetti da numerose batterie incavernate, riuniti da cunicoli,

tutto un sistema di fortificazioni interrate, nascoste, in agguato.

Fu allora forse che si pensò di portare il colpo offensivo su Plava,

cioè ad un altro raccordo di strade che un ponte congiungeva attraverso

l'Isonzo, in un settore più vicino a Gorizia, e che poteva supporsi

meno preparato alla difesa. Era l'unico punto di quella zona sul

quale potesse tentarsi il passaggio del fiume. Non si può combattere

in qualsiasi luogo; l'offesa e la difesa seguono vie e direzioni

prevedibili; le battaglie hanno campi predestinati; la viabilità

fissa fatalmente i terreni d'azione. Dove il traffico ha già da secoli

scelto i suoi passaggi, la guerra si getta. Una rete di strade dalla

riva destra del fiume andava a innervarsi al ponte di Plava, distrutto

dagli austriaci. Altrove l'Isonzo scorre fra due ripe altissime, senza

guadi e senza allacciamenti. Volendo crearci un'altra testa di ponte,

non potevamo scegliere che Plava. Ma la difesa nemica a Plava pure ci

aspettava. Noi la spezzammo.

Per oltre due mesi dall'inizio della guerra, di Tolmino non si parla

più. Non vi è inazione; vi si combatte, vi si cannoneggia, le fanterie

mantengono il contatto, le nostre trincee a poco a poco avanzano,

portano i loro scavi sempre più vicino alle posizioni nemiche, le

incalzano con la lentezza del piccone. Si prepara l'attacco. È il

16 agosto che l'offensiva nostra violentemente si slancia in avanti.

Comincia allora un periodo di furore.

La collina di Santa Lucia è oblunga, regolare, boscosa; ma a tratti

il bosco cessa al bordo rettilineo di grandi prati in declivio,

ombreggiati qua e là da qualche ciuffo d'alberi, rigati da un folto

distendersi di siepi; anche la vetta è erbosa e scoperta. Adesso i

prati sono qua e là sterrati dai colpi di cannone, scorticati, del

colore dei campi arati, e la vetta, bucata dai crateri scavati dalle

granate, uno vicino all'altro, ha quell'aspetto strano dei paesaggi

lunari, pieni di cavità rotonde e di bordi circolari. La nostra

artiglieria rovesciò su Santa Lucia e su Santa Maria un diluvio di

proiettili per preparare l'attacco.

Coperte da quel fuoco, le nostre fanterie spezzarono i reticolati e si

slanciarono alla baionetta. Una linea di trinceramenti austriaci fu

conquistata. Poi un'altra. L'assalto saliva il declivio da ponente.

L'urlo dei combattenti si udiva, alto, tremendo, dalle posizioni di

artiglierie sulle alture vicine. Nelle trincee prese, delle compagnie

intere di austriaci si arrendevano. Durante la giornata del 16 agosto

furono presi prigionieri 17 ufficiali e 517 soldati. Mitragliatrici,

fucili, munizioni, formarono un rilevante bottino. Un reparto arrivò

finalmente ad espugnare le estreme trincee, quelle della vetta di Santa

Lucia, che girano intorno a due cucuzzoli simili alle due larghe gobbe

di un cammello gigantesco.

Allora cominciò la tempesta delle artiglierie austriache. Non meno di

quaranta cannoni concentravano un fuoco spaventoso sulle sommità del

colle. Non vi era tempo per costruirsi dei ripari; bisognava ritrarsi

dal costone più esposto. Ma ci tenemmo saldamente sui fianchi delle

alture, dove ora si vedono serpeggiare i solchi profondi dei nostri

trinceramenti, ai quali salgono strani viottoli di approccio. Gli

austriaci rioccuparono le vette. Le loro trincee sono ad un centinaio

di metri dalle nostre.

La vera forza di resistenza del nemico è nel cannone. La sua fanteria

non si mantiene che nei punti sui quali la sua artiglieria può battere.

Gli austriaci hanno dovuto abbandonare sempre i declivî per reggersi

sulle creste. Dove le loro granate non arrivano, la loro difesa

sparisce.

La battaglia continuò il giorno 17. Qualche nuova trincea fu presa.

Altri duecento prigionieri vennero catturati. Ma la lotta più che

di attacco era di consolidamento, di sistemazione, di preparazione.

Violente avanzate nemiche scendevano alla notte. Erano respinte.

Si combatteva e si lavorava ai bagliori dei razzi illuminanti.

Per lunghi giorni è continuata l'azione in episodi, sotto al fuoco

dell'artiglieria nemica, che frugava il rovescio delle colline per

impedire i rafforzamenti.

Il 9 settembre, nella notte, il combattimento ha avuto una ripresa

furibonda. Con un assalto improvviso, un reparto nostro, sulla

collinetta di Santa Maria, si è impadronito di un'altra linea di

trincee, si è avvicinato alla vetta, sulla quale sorge una chiesuola,

ora diroccata. Ma avanti agli assalitori, improvvisamente, balenarono

fiamme azzurre, fantastiche, di liquidi infiammabili, l'ultima atrocità

scientifica della Germania. Lanciato a lunghi getti, il liquido spento,

che non arrivò fino ai nostri, scendeva per il declivio a lunghi

rivoletti invisibili e silenziosi, poi al contatto di una capsula

incendiaria divampavano di colpo. Ed erano serpeggiamenti inverosimili

di luce oscillante e pallida, era un fiammeggiare tortuoso e diafano

lungo il pendìo, un saettamento di vampe spettrali, presto estinte

perchè la terra assorbiva il liquido, e le fiamme si abbassavano

subito. Morivano in un palpito scoppiettante, lasciando tutto intorno

uno sfavillare minuscolo di brage, un pagliettìo ardente di fili d'erba

accesi. Intanto da esplosioni violente di granate a mano si sprigionava

l'acre odore di gas soffocanti, una nebbia che persisteva nella

calma della notte. I nostri si fermarono, urlando insulti e sfide:

«Vigliacchi! Venite!»

Due giorni dopo si scorgevano nel vallone di Tominski dei reparti

austriaci in marcia verso Tolmino. Il nemico non si sentiva più sicuro

nemmeno dietro le sue fontane di benzol. Ma la calma per il momento

pare tornata nel settore. Qualche duello di artiglierie, alla sera,

un crepitìo di fucilate, di tanto in tanto, e lunghe ore di silenzio

profondo.

Sulla collinetta conica e verde di Santa Maria, la chiesuola ha

perduto il suo campanile. Serviva da posto di osservazione al nemico,

i nostri cannoni l'hanno mozzato. Era un campanile rotondo che i nostri

ufficiali esitavano a colpire per il dubbio che potesse avere un valore

d'arte. Non farebbero del male ad un monumento a costo della vita. Ora

il campanile rotondo è un rudero strano, squarciato da una parte, che

mostra un interno cavo, annerito dall'incendio delle scale di legno.

Un villaggio vicino, Kozarsce, che è stato un punto di appoggio della

difesa austriaca, è in rovina. Ma Tolmino è intatta.

Noi lasciamo al nemico l'abominevole prerogativa della distruzione

inutile. La città pare deserta, la popolazione, infatti, l'ha fuggita,

per le strade nessuno passa, ma alla notte quella solitudine si popola.

Tolmino è sempre un grande centro militare, e il rispetto che noi

abbiamo per l'abitato finchè la battaglia non ci forza a colpirlo rende

ancora agli austriaci abbastanza tranquilla quella residenza, che è

sotto le bocche dei nostri cannoni e che potremmo annientare in un'ora.

Il combattimento è tutto intorno.

Si vede di qua, verso il fiume, un recinto di muro sfondato, un gran

recinto quadrato battuto in breccia dalle granate: è il cimitero. Una

trincea di difesa lo traversa, passa fra le tombe, discosta i morti,

rovescia croci e cippi, ammucchiandovi sopra i suoi sterri, e fa

pensare ad una sepoltura gigantesca preparata. Più indietro, verso il

sud, una seconda linea più forte, in cemento, allinea le sue feritoie

larghe da mitragliatrice, rasente il suolo. I reticolati stendono per

tutto il loro grigiore. Si seguono e si seguono, per la pianura, per

i declivî, per le vette, attraverso i campi abbandonati sui quali i

raccolti intristiscono; sono miglia e miglia di quel tetro viluppo di

fili e di pali che dànno un'impressione di vigneti sterili.

Noi attacchiamo le colline di Santa Maria e di Santa Lucia da ponente,

e la città da settentrione. La nostra fronte scende dal Mrzli alle

pendici del Vodil e attraversa la valle. Il ponte di San Daniele, di

fronte all'abitato, è nostro. È un magnifico ponte nuovo, di cemento

armato. Gli austriaci speravano forse di difenderlo, e non lo hanno

distrutto. Ma su tutta la lunghezza del ponte avevano ammassato

ostacoli di ogni sorta, _chevaux de Frise_, reticolati, sbarre di

ferro, un intreccio fitto al di là del quale si appostavano delle

mitragliatrici. Durante il giorno, per qualche tempo, la nostra

artiglieria da campagna tirava sulle difese del ponte per spezzarle,

e alla notte, sotto a raffiche di piombo, dei pionieri eroici

strisciavano fra i due parapetti per far saltare i rottami e sgombrare

la strada.

Li conduceva un ufficiale del genio, professore di Università prima

della guerra. Partiva calmo, sereno, come quando s'incamminava verso la

lezione con dei libri sotto al braccio. Dove nessuno osava andare, dove

la morte pareva certa, andava lui solo. Alla notte lui era sul ponte,

strisciando, avanzando centimetro per centimetro, sospingendo avanti

a sè un tubo di esplosivo. L'ultima volta, quando la strada era quasi

tutta aperta, non è tornato indietro. Una palla lo aveva fulminato.

Ora sul ponte si vedono oscuri barricamenti di sacchi che proteggono

il passaggio, e in fondo, al di là, una breve trincea si profila. È

l'attacco che sbocca, ancora piccolo, ancora incerto, una testa di

ponte minuscola e ardita che si affaccia.

Al nord della città, vicino quasi alle ultime case, si solleva

in vedetta, isolata, una strana montagna, alta, regolare come una

montagnola da giardino pubblico, aguzza, coperta tutta da un bosco,

un immane cono di verdura, e che non ha un nome. La chiamano con la

cifra della sua altitudine: Quota 428. Gli austriaci hanno costruito

in cemento, sulla sua vetta, una torre osservatorio, fatta a colonne

per lo stesso principio che ha consigliato di dare alle moderne

navi da guerra un albero a tripode. Se fosse una torre piena sarebbe

demolita, ma i colpi di cannone passano nel vano fra una colonna e

l'altra. È una specie di campanile a giorno, una gigantesca armatura,

insolentemente bianca, sulla quale la nostra artiglieria ha infuriato

per giornate intere. Gli scoppî avvolgevano la bizzarra costruzione di

un fumo denso; si credeva spesso di averla abbattuta, ma quando il fumo

si dissipava, l'ostile torre ricompariva intatta. Essa spinge il suo

sguardo su tutta la vallata, sorveglia gli approcci da Caporetto, vede

i nostri movimenti lungo il fiume.

La Quota 428 è anche una posizione di combattimento, nasconde trincee,

e i suoi reticolati scendono fino alla pianura, in mezzo a campi di

granturco. Osservando meglio, intorno, ci si accorge di tutta una

viabilità sotterranea. Certe siepi lunghe chilometri non sono altro che

ingannevoli ripari per nasconderci movimenti d'uomini entro sterminate

trincee di incamminamento. I villaggi sono uniti da profondi fossati,

che seguono il disegno di un fregio a greca per essere protetti

dai colpi d'infilata. Mentre le strade sono deserte e nessun essere

vivente si muove nella vallata, entro quei canali delle truppe forse si

spostano. Poco più a sinistra sono i nostri incamminamenti, sulla riva

del fiume, immensi zig-zag dai bordi bianchi di sabbia appena scavata,

i quali conducono lo sguardo verso un grandioso intreccio di trincee

sui valloni del Vodil, all'altra riva.

Sui bordi d'ogni balza, le posizioni della difesa; poco sotto, a

qualche decina di metri, le nostre, che assaltano, che s'insinuano,

che spingono avanti i loro parapetti, con quel sovvolgimento di terra

dei formicai calpestati, quando gl'insetti scavano furiosamente la

loro strada. Da là veniva più serrato e più sovente lo scoppiettare

della fucilata. Tendevamo lo sguardo verso la lotta invisibile,

instintivamente, ossessionati dalla paurosa apparenza di deserto del

campo di battaglia.

Cercavamo un uomo, lungo gli approcci, sulle trincee, nei villaggi

che cadono in rovina, presso ai cascinali senza tetto, anneriti dalle

fiamme, cercavamo un uomo la cui vista disperdesse in noi il senso di

quella solitudine soprannaturale che diveniva a poco a poco angosciosa

come un incubo.

Al fronte (maggio-ottobre 1915) · 第 26 / 34 题