che de' mortali
È madre in parto ed in voler matrigna[308],
e solo per ironia la dice _cortese_[309] ed _amante_[310]. Lei sola
accusa operatrice e rea d'ogni male, e contro di lei, che _pene_ sparge
_a larga mano_, e che, simile a _fanciullo invitto_,
Il suo capriccio adempie, e senza posa
Distruggendo e formando si trastulla[311],
vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando,
invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono
gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi
a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau. Egli
non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il grande errore
d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere trasgredite
le sue santissime leggi.
La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il
bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando
nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio
non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più
trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle quali
ciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto da
un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama:
contento abbraccio
Senno con libertà;
e
Qui neghittoso immobile giacendo,
Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312];
ma egli mente a sè stesso. I _dilettosi inganni_, partitisi dalla
mente, gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li
deride in altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li
richiami nella memoria, e' gli torna a doler di sua sventura.
O speranze, speranze, ameni inganni,
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so;
e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza
se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo
destino[313]. Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio
cuore:
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra[314];
ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in
passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla è di
arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il sermone
_Su la mitologia_, egli aveva rimpianto il sogno antico di una natura
viva e animata, passionata e pensosa, allora quando
Vissero i fiori e l'erbe,
Vissero i boschi,
e
Conscie le molli
Aure, le nubi e la titania lampa
Fur della umana gente, allor che ignuda
Te per le piagge e i colli,
Ciprigna luce, alla deserta notte
Con gli occhi intenti il viator seguendo,
Te compagna alla via, te de' mortali
Pensosa immaginò[315].
Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva:
Vivi tu, vivi, o santa
Natura? vivi e il dissueto orecchio
Della materna voce il suono accoglie?
e a lei raccomandò, _poscia che vote erano le stanze d'Olimpo_, questa
dolorosa famiglia umana:
Tu le cure infelici e i fati indegni
Tu de' mortali ascolta,
Vaga natura, e la favilla antica
Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi.
E se de' nostri affanni
Cosa veruna in ciel, se nell'aprica
Terra s'alberga o nell'equoreo seno,
Pietosa no, ma spettatrice almeno[316].
Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una
creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda:
Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure,
Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.
Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo
dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie,
morendo, un inno alla vita immortale e universa.
Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature,
Tandis que devant toi ta frêle créature,
Élevant ses regards de ta beauté ravis,
Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis!
Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde,
L'être succède à l'être, et la mort est féconde!
Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno
spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei.
Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée!
Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée,
Plus dans la solitude, asile du malheur,
Ta voix consolatrice enchanta ma douleur.
Ma egli non si duole di avere a dissolversi in quella che lo produsse
alla vita, alla luce; anzi quasi voluttuosamente abbraccia la morte
che all'onde, all'aria, alla terra, agli elementi tutti, restituirà il
corpo e l'anima insieme. Il poeta non pensava come la creatura della
sua fantasia. Per lui non erano _vote le stanze d'Olimpo_. Egli si
chiamava Alfonso De Lamartine[317].
Tuttochè conscio della indifferenza della natura, il Leopardi non mai
cessò in tutto d'amarla. Ben sa il poeta ch'ella discorda dal pensier
suo, che è sorda e vota d'affetto; ma pur da lei ebb'egli il vago
immaginare e la virtù de' beati errori: e il dono di lei nè dal tempo,
nè dal fato, nè dalla stessa verità gli può più esser rapito.
Proprii mi diede i palpiti
Natura, e i dolci inganni.
Sopiro in me gli affanni
L'ingenita virtù;
Non l'annullâr: non vinsela
Il fato e la sventura;
Non con la vista impura
L'infausta verità[318].
E ancora di tanto in tanto, dopo così lunga esperienza e convinzion del
contrario, ripullula in lui l'antica immaginazione di una natura dotata
_di mente e di cuore_, e se non pietosa, conscia almeno di sè e di noi.
Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
Di strappar dalle braccia
All'amico l'amico,
Al fratello il fratello,
La prole al genitore,
All'amante l'amore: e l'uno estinto,
L'altro in vita serbar?[319]
Nella stessa _Ginestra_, in quel supremo e terribil canto, dove, quasi
insiem con la vita, il poeta esala il suo finale pensiero, e grida il
verbo funereo in che tutta s'assomma e si ristringe la sua filosofia,
tra le invettive e le imprecazioni da lui scagliate alla natura,
rispunta, come un raggio nel bujo, l'antico amor giovanile, e ancora
lampeggia nelle dolci parole, penetrate di tenerezza e di mestizia, con
cui egli saluta l'odorata pianta
di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d'afflitte fortune ognor compagna;
e il _fior gentile_, che quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor manda un profumo
Che il deserto consola.
E questo è forse più proprio e più degno d'innamorato vero, che non può
giungere a odiare del tutto mai l'oggetto dell'antico amor suo. Ond'è
da notare, per questo rispetto, una diversità grande fra l'autore della
_Ginestra_ e un altro, non tanto grande, ma pure assai ragguardevole,
poeta pessimista, Alfredo De Vigny. Veramente Alfredo De Vigny teme e
odia la natura, e l'animo proprio manifesta con dure parole. La natura
così vanta sè stessa:
Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre,
A côté des fourmis les populations[320];
Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre,
J'ignore en les portant les noms des nations.
A tale vanto il poeta sente riempiersi il cuore di amarezza e di
aborrimento, e distogliendo lo sguardo dalle crudeli bellezze che lo
avevano abbagliato un istante, esclama:
C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe,
Et dans mon cœur alors je la hais et je vois
Notre sang dans son onde et nos morts sous son herbe,
Nourrissant de leurs sucs la racine des bois.
Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes:
«Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes,
Aimez ce que jamais on ne verra deux fois».
Vivez, froide Nature, et revivez sans cesse
Sous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi;
Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse,
L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi;
Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines,
J'aime la majestè des souffrances humaines;
Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi[321].
In questi versi è accennato un fatto la cui conoscenza pare che
necessariamente debba avvelenare il sentimento della natura, e menomar
d'assai, se non togliere a dirittura, il godimento che a noi può
venire dalla contemplazione delle sue bellezze. L'occhio che passa
oltre a quella prima parvenza, subito scopre nell'ombra un aspetto
mostruoso e cruento, che non può non agghiacciar l'anima di terrore.
Quella compostezza, quella serenità, quel riso che c'incantano e
c'innamorano a prima faccia, sono una maschera, una menzogna, una
frode. Sotto la vaga superficie luminosa e dipinta è uno strazio eterno
ed oscuro, un orror senza nome di creature angosciate, che per vivere
un'ora s'insidiano a vicenda, si azzuffano, si dilaniano, dànno la
vita in perpetuo olocasto alla morte, spremono dalla morte la vita.
La natura ci si discopre allora quale un Moloch immane, inesorabile,
inappagabile, che crea a sè medesimo, senza fine e senza riposo, le
ostie dolenti di un sacrificio infinito. Come serbar vivi nell'animo
allora i sensi di fiducia e di amore? come più vagheggiare quelle
bugiarde bellezze? come impedire che il sentimento della natura si
rabbui, e tutto, per così dire, si rapprenda in un orrore della natura?
Perdette per sempre il gusto della primavera quel poeta ch'errando pei
campi in un mattino di maggio, imprevedutamente pensò che ad ogni passo
ch'ei mutava fra l'erbe, centinaja di creature, nate appena, perivano
sotto il suo piede, senza ch'ei le vedesse nemmeno.
Eppure, tanto può in noi la bellezza, che la conoscenza non basta
a sottrarci al suo fascino. Essa ci scende per gli occhi al cuore,
ci soggioga e ci conquide. Essa fa divampare l'amore; e l'amore,
notò il Leopardi, è la più vivace e possente delle illusioni, dacchè
resiste alla stessa forza dissolvente del vero. Lo Schopenhauer scorge
benissimo quell'aspetto cruento e mostruoso della natura, e s'indugia
a descriverlo; ma, nondimeno, come appena torna a pascere lo sguardo
delle care sembianze, egli esclama: Quanto è bella la natura! E così,
o in poco diverso modo, credo, il Leopardi. Egli scopre nella natura, o
dietro a lei, il _brutto potere ascoso_, e lo spettacolo delle cose non
può non rimanere alquanto aduggiato da quella grande e impenetrabile
ombra. Agli uomini del medio evo la natura apparve talvolta come una
grande ossessa, violata e posseduta dallo spirito delle tenebre: al
Leopardi la natura appare da ultimo come posseduta e contaminata dal
_brutto potere_; ma questo brutto potere non è un demone capriccioso e
fantastico; è un fato costante e indefettibile; e all'anima dell'uomo
moderno non può non venire un senso di sicurezza, di rassegnazione
e di quiete, dal sapere che la natura è retta da leggi, dure sì, ma
inflessibili e certe. A ogni modo il Leopardi non molto si sofferma
a contemplare l'aspetto mostruoso e cruento della natura; e se il
godimento che da quella egli riceve va scemando col tempo, va scemando
men per questa che per altre ragioni.
A poco a poco il suo sguardo si distoglie dalle sembianze più
graziose e si fissa sulle più austere. Il sentimento, d'idilliaco
ed elegiaco ch'era in principio, tende a diventar tragico, e alle
serene e leggiadre immagini delle prime poesie succedono, da ultimo,
le tetre e terribili della _Ginestra_. L'anima del poeta s'è venuta
infoscando sempre più, e spontaneamente cerca gli aspetti che meglio si
armonizzano col suo stato.
Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care,
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Tali parole, molt'anni innanzi, il poeta aveva fatto sonar sulle labbra
di Saffo disperata e già vicina a cessar nella morte il suo tormento;
ma con parole in tutto simili avrebbe potuto, più d'una volta, il poeta
esprimere il sentimento suo proprio, e allora in ispecie che volgeva
nell'anima il tema e i versi della _Ginestra_[322]. Nella _Ginestra_
non più verdi rive, non più campi e colli irradiati dal sole; ma
l'arida schiena del formidabil monte, e campi cosparsi di cenere
e coperti di lava impietrata, e il mare fatto specchio al bagliore
dell'igneo torrente, e il bipartito giogo e la cresta fumante nel
cielo, in fondo al deserto foro della dissepolta Pompei, infra le file
de' mozzi colonnati, e un ricordo dell'
erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de' mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma
quanto diversa da quella delle _Ricordanze_, quanto anche diversa da
quella del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_! Nelle
_Ricordanze_ il poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti
colloquii e le dolci effusioni di un tempo. Nel _Canto notturno_
l'inquieto pastore, vedendole ardere nel cielo, chiede a che sieno, che
operino. Nella _Ginestra_ il poeta, sedendo la notte sulle desolate
piagge, mira in purissimo azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e
specchiarsi nel mare,
e tutto scintille in giro
Per lo voto seren brillare il mondo;
mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni
superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un
pensiero lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione.
Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili
della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e come
l'ultima forma di esso.
Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi
spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau.
La storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della
solitudine che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando
ne' tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse
gli uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non
sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo,
e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non
morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della
montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è
più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della
solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e,
nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben
sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu dal
Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra,
bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta
salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude e
selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann
poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di guide,
cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte, smarrirsi
nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di morte, e,
nulladimeno, provare al vivo _la grande jouissance toute particulière
que suscitait la grandeur du péril_[323]. Egli era robusto del corpo,
per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare
la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto,
o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile
poteva il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine
d'impressioni, gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo.
Le variazioni cui nel Leopardi andò soggetto il sentimento della natura
non furono già così regolarmente consecutive nel tempo come forse
appajono in queste pagine. La vita di uno spirito non soffre mai quelle
partizioni certe e recise che nella storia di esso possono tornare o
necessarie o opportune. Il Leopardi non mutò in un dì, e nessuno muta
in un dì. La storia di lui fu veramente piena di corsi e di ricorsi;
e molte volte egli ebbe a tornare a quel sentimento o a quel pensiero
da cui s'era creduto allontanato per sempre. Come tornò ad amare
ripetutamente la donna, dopo essersi creduto morto all'amore, così
tornò a vagheggiar la natura, dopo averla accusata e maledetta. L'anima
umana è come il mare. Ogni giorno, nel doppio suo moto di flusso e di
riflusso, il mare scopre e ricopre quelle medesime sponde, che solo
nel giro di lunghi secoli s'alzan del tutto fuor del suo grembo, o del
tutto si sommergono in esso. Un poeta tedesco, che ebbe col Leopardi
più di una somiglianza, e fu un grande adoratore della natura, Giovanni
Hölderlin (1770-1843), scrisse una volta: «Morti gli aurei sogni della
giovinezza, fu morta per me la natura»[324]: per Giacomo Leopardi la
natura non morì in tutto mai.