Nella canzone _Alla sua donna_ sono ricordate

le valli ove suona

Del faticoso agricoltore il canto;

e nel _Tramonto della luna_ il canto del carrettiere che saluta

con mesta melodia

L'estremo albor della fuggente luce

Che dianzi gli fu duce.

Egli è certo dunque che nella musica il Leopardi dovette pregiare,

non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazion di

una virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le

complicazioni e le pompe teatrali; quanto l'arcano e dolce linguaggio

che parla alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti

ineffabili e di estatici sogni: non tanto un'arte governata da

principii e da regole, quanto una magia atta a celare o trasfigurare

l'aborrito vero. In Roma, in Firenze, altrove, egli ebbe molte

occasioni di assistere allo spettacolo dell'opera, e ne fa ricordo

in taluna delle sue lettere; ma non ne parla con quell'ammirazione

con cui parla del ballo. Da Roma scrisse una volta al fratello Carlo:

«Abbiamo in Argentina la _Donna del Lago_, la qual musica eseguita da

voci sorprendenti è una cosa stupenda, e potrei piangere ancor io, se

il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso»; ma si lagnava della

_intollerabile e mortale_ lunghezza dello spettacolo, che durava sei

ore[239]. A Bologna, dagli amici si lasciava _tirare_ all'opera[240];

ma a Firenze non andò ad ascoltare il _Danao_ del suo concittadino

Persiani, perchè i suoi occhi in teatro pativano troppo[241]. Ma oltre

il disagio degli occhi, c'erano probabilmente altre ragioni. L'animo

del poeta doveva sentirsi meno aperto alle impressioni dell'arte divina

in un pubblico teatro, in mezzo al barbaglio dei lumi, al cinguettio

di un uditorio frivolo e distratto, alle indecorose pompe della vanità;

in luogo insomma dove non è possibile vero raccoglimento: e più di una

volta forse gli parve quella una profanazione. A creder questo m'induce

un luogo del _Parini_, notabile, non solo rispetto al sentimento

che il poeta ebbe della musica in particolare, ma ancora rispetto

al sentimento ch'ebbe dell'arte in generale. Quivi egli comincia

dicendo: «Io penso che le opere ragguardevoli di pittura, scultura ed

architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero distribuite per

le province, nelle città mediocri e piccole; che accumulate, come sono,

nelle metropoli: dove gli uomini, parte pieni d'infiniti pensieri,

parte occupati in mille spassi, e coll'animo connaturato, o costretto,

anche mal suo grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità,

rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello spirito». Poi,

dopo un'altra giusta osservazione circa la sazietà che producono troppe

bellezze adunate insieme[242], soggiunge: «Il simile dico della musica:

la quale nelle altre città non si trova esercitata così perfettamente,

e con tale apparato come nelle grandi; dove gli animi sono meno

disposti alle commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per dir così,

musicali, che in ogni altro luogo»[243].

Ippocrate serbò ricordo di un certo Nicanore, che cadeva in deliquio

alle note di un flauto. Una sensitività musicale così esagerata è assai

rara, sebbene se ne conosca qualch'altro esempio; ma dovrebbe, sembra,

trovarsi più facilmente fra coloro in cui suol essere più eccitabile

il sentimento e più viva e pronta la fantasia; cioè fra gli artisti in

generale. Ora, è frequentissimo il caso che gli artisti appunto (fatta

eccezione, s'intende, dei musicisti) siano poco aperti alla impressione

musicale, e poco se ne dilettino: il che potrebbe essere effetto di

una specificazione soverchia delle facoltà estetiche e di una troppo

esclusiva applicazione di esse a una data forma di arte e a quella

soltanto. Fu notato che i pittori sogliono avere più senso musicale,

e più inclinano alla musica che gli scultori e gli architetti; ma fu

sempre notato che molti letterati e poeti non hanno punto nè quella

inclinazione, nè quel senso. Il Balzac detestava la musica; il Gautier

preferiva il silenzio; i De Goncourt e il Maupassant si confessavano

sordi, ecc. ecc.[244].

Ma sono molti anche gli esempii contrarii; e lasciamo stare che

nell'antichità, e poi ancora nel medio evo, finchè musica e poesia

durarono congiunte, e formarono quasi un'arte sola e una sola

professione, difficilmente i poeti avrebbero potuto essere nemici o

noncuranti della musica. Numerosissimi luoghi della _Commedia_ mostrano

che Dante ebbe della musica un senso squisito; e ben se ne avvide

il Giordani, il quale meditò (quante mai cose meditò e non fece il

Giordani!) di scrivere un saggio sopra Dante e la musica. Ogni qual

volta parla di canto, di dolci note, di armonie d'organi, il poeta ne

parla a guisa d'uomo cui l'arte dei suoni inebbria e rapisce l'anima.

_L'amoroso canto_ di Casella, che _solea quietar tutte sue voglie_,

consola ancora, là, sulla prima sponda del purgatorio, l'anima tanto

_affannata_ dal terribile viaggio[245]. Il Petrarca, che compose

le dolci sue rime ajutandosi col suono e col canto, scriveva dalla

solitudine di Valchiusa all'amico Francesco de' SS. Apostoli: «Che dir

degli orecchi? Canti, suoni, armonie di corde o di liuti, ond'io già

provai tanta dolcezza, che si parea rapirmi fuor di me stesso, qui non

avvien che si sentano»[246]: e nel _De remediis utriusque fortunae_ fa

che il Gaudio ostinatamente enumeri in contradditorio con la Ragione

tutte le dolcezze che derivano dalla musica[247].

Che lo Shakespeare fosse un appassionato di musica tutti quasi i

suoi drammi ne fanno fede; e un appassionato fu, come di ragione, il

Metastasio, che se ne intendeva assai, e cantava, e componeva, e i suoi

versi lo dicono anche troppo. Un appassionato il Goethe non fu, ma pure

gustò l'arte del Mendelssohn, che, fanciullo, era andato a trovarlo, e

ammirò il Beethoven. Il Klopstock ebbe orecchio finissimo e la musica

lo faceva andare in estasi. Il Byron non poteva udire musica tenera

o dolorosa senza sciogliersi in lacrime. Il Moore e lo Shelley hanno

ciascuno una poesia intitolata _Music_; e il primo, che per ridurre i

proprii versi a maggior perfezione usava cantarli, dice il linguaggio

parlato esser languido e povero a paragon della musica[248]; e il

secondo rassomiglia il proprio cuore, assetato di musica, a un fiore

morente, assetato di rugiada[249]. Nella _Lucie_ di Alfredo De Musset

leggiamo:

Fille de la douleur, Harmonie! Harmonie!

Langue que pour l'amour inventa le génie!

Qui nous vins d'Italie, et qui lui vins des cieux!

Douce langue du cœur, la seule où la pensée,

Cette vierge craintive et d'une ombre offensée,

Passe en gardant son voile et sans craindre les yeux!

Qui sait ce qu'un enfant peut entendre et peut dire

Dans tes soupirs divins, nés de l'air qu'il respire,

Tristes comme son cœur et doux comme sa voix?

On surprend un regard, une larme qui coule;

Le reste est un mystère ignoré de la foule,

Comme celui des flots, de la nuit et des bois!

Il Manzoni, quando compose il _Cinque Maggio_, costrinse la moglie a

sonargli il pianoforte, quasi per due giorni di séguito.

Dell'Hugo fu detto che detestasse la musica; ma prima di dar fede a chi

lo disse, conviene leggere con qualche attenzione una poesia intitolata

_Que la musique date du XVI siècle_, la quale è nella notissima

raccolta dei _Rayons et ombres_, e conta non meno di 222 alessandrini.

Comincia il poeta chiedendo agli amici: Qual è di voi che, sentendosi

oppresso dalla tristezza, non abbia trovato nella musica consolazione

e conforto? Poi, in versi meravigliosi, che non hanno riscontro in

nessun'altra letteratura, descrive, rifà il vasto, vario, ponderoso

canto dell'orchestra, il moltiforme miracolo della sinfonia.

Écoutez, écoutez! du maître qui palpite,

Sur tous les violons l'archet se précipite.

L'orchestre tressaillant rit dans son antre noir.

Tout parle. C'est ainsi qu'on entend sans les voir,

Le soir, quand la campagne élève un sourd murmure,

Rire les vendangeurs dans une vigne mûre.

Comme sur la colonne un frêle chapiteau,

La flûte épanouie a monté sur l'alto.

Les gammes, chastes sœurs dans la vapeur cachées,

Vidant et remplissant leurs amphores penchées,

Se tiennent par la main et chantent tour à tour,

Tandis qu'un vent léger fait flotter alentour,

Comme un voile folâtre autour d'un divin groupe,

Ces dentelles du son que le fifre découpe.

Ciel! voilà le clairon qui sonne. A cette voix

Tout s'éveille en sursaut, tout bondit à la fois.

La caisse aux mille échos, battant ses flancs énormes,

Fait hurler le troupeau des instruments difformes,

Et l'air s'emplit d'accords furieux et sifflants

Que les serpents de cuivre ont tordus dans leurs flancs.

E bisognerebbe citar tutto, sino alla fine. Cosa davvero curiosa! il

Leopardi, appassionatissimo di musica, di strumenti musicali non parla;

non mostra di prediligerne alcuno; non nota affinità particolari fra

certi sentimenti e il suono dell'uno o dell'altro di essi. La voce

umana dovette parergli di molto superiore ad ogni istrumento.

Se a non pochi poeti fece difetto il sentimento musicale; se altri

l'ebbero, come il Leopardi, assai vivo e profondo; che cosa dobbiam noi

pensare delle relazioni che passano tra la poesia e la musica, e della

somiglianza, o dissomiglianza loro? Dobbiam noi seguitare a ripetere

col Marini, che ridiceva quanto cent'altri avevano detto,

Musica e poesia son due sorelle[250];

o dobbiam finalmente risolverci a dire che tra le due ci può essere

conoscenza, ed anche amicizia, ma non consanguineità? Un critico

francese contemporaneo si sforzò di provare che quelle relazioni non

sono già così strette come comunemente si crede, e che la somiglianza

è pochissima, o nulla. Egli esce a dire assai risolutamente: «autant

la musique moderne ressemble, _au point de vue du rythme_, à la

poésie-musicale des Grecs, autant elle diffère, _à tous les points de

vue_, de la poésie moderne». E soggiunge: «Toute assimilation de la

musique à la poésie est aujourd'hui une simple figure de rhétorique,

une chimère ou une idée dangereuse»[251]. Parmi che l'autore dica cosa

per molti rispetti giusta, ma che ecceda alquanto nel suo giudizio. La

somiglianza che fu in antico, quando le due arti vivevano strettamente

congiunte, non mancò mai del tutto dopo che quelle si furono separate,

e dura, in una certa forma, tuttavia, come ne fanno fede il comun

sentimento e il comune linguaggio. Le due arti hanno, e il critico lo

riconosce: «un instrument commun, la voix humaine (dont l'orchestre

n'est qu'une extension), et un point de recontre d'ailleurs un peu

indécis: le rythme»[252]. Nei versi una musica c'è, e quanta sia, e

come efficace, si vede allora che si scompongono i versi e si riducono

in prosa. Il buon Baretti consigliava appunto di far così a chi li

volesse giudicar rettamente; ma un procedimento sì fatto, se agevola il

giudizio del valore logico di una poesia, rende impossibile il giudizio

del valore poetico. Aggiungasi che la poesia, perchè se ne senta tutto

l'effetto, non bisogna contentarsi di leggerla mentalmente, ma ad alta

voce, e, se occorre, declamarla; e la declamazione è già un mezzo

canto, cioè una mezza musica, perchè importa continua variazione di

tono, di movimento, di colorito, e trae valor dal metallo, dall'impasto

e dalla estensione della voce[253]. Un maestro della difficilissima

arte del leggere, Ernesto Legouvé, biasimando severamente la stolta

usanza di coloro, che, quando leggono versi, fanno il possibile perchè

non pajano versi, ma prosa, scrisse: «Puisqu'il y a un rythme, faites

sentir le rythme! Quand les vers sont peinture et musique, soyez,

en les lisant, peintre et musicien! Que de passages où le pathétique

lui-même naît de l'harmonie![254]». Si può dire che la declamazione

è un'arte diversa dalla poesia, pur diventando, in certe occasioni,

sussidiaria di quella; ma mentre non intendo che razza d'arte possa

essere la declamazione presa in sè stessa, separatamente cioè dal

discorso poetico (versi o prosa), non intendo nemmeno come si possa

fare arte diversa e sussidiaria di quello speciale procedimento o

metodo da cui un'altr'arte viene a ricevere il suo maggior possibile

valore e la maggior possibile significazione. La poesia non è un'arte

muta come la pittura, la scultura, l'architettura; la poesia è un'arte

parlata, un'arte sonora, come la musica. E se è assurda la pretensione

di coloro che vogliono fare della poesia una musica, e non altro che

una musica; non è già assurdo che, come il musicista si giova di certi

strumenti per produrre certe impressioni, così il poeta si giovi di

certi suoni per produrre certi effetti. E poichè non tutte le lingue

sono musicali egualmente, riman confermato, anche per questo capo, che

non tutte le lingue sono egualmente poetiche.

Fu asserito già da più d'uno che gli oratori possono trarre dallo

studio della musica beneficio non piccolo: ma se è vero ciò; se è

vero quanto più in generale afferma lo Spencer, che, cioè, la musica

reagisce sulla parola parlata; non si capisce perchè dallo studio,

o almeno dal natural sentimento della musica, non avessero ad avere

qualche beneficio anche i poeti. A riuscire poeta non è necessario

gustare la musica; troppi esempii lo provano. Ma non credo sia del

tutto indifferente che il poeta la gusti o non la gusti; nè credo

possibile che dall'amore o dall'avversione un qualche effetto non

derivi all'arte sua. Non so sino a qual segno il poeta che gusta la

musica possa avere miglior senso del ritmo poetico, e formar versi

di miglior suono, a paragone del poeta che non la gusta; ma credo

che quello che la gusta sia tratto, se non altro, a esprimere con

la propria poesia piuttosto certi sentimenti che certi altri, e quei

sentimenti in ispecie che meglio si affanno alla musica, e furon perciò

detti musicali.

Un'ultima osservazione. Avvertì Salomone nei _Proverbii_: «Simile a

colui che tolga ad uno la veste in una fredda giornata, o versi l'aceto

nelle ferite, è colui che ad uomo triste canta allegre canzoni». Nulla

è più vero. I melanconici non amano se non la musica melanconica, e

detestan la gaja. Ma è pur da ricordare che l'intelletto, l'eterno

curioso, può far vincere all'uomo moltissime ripugnanze. Il Leopardi

preferì, senza dubbio alcuno, la musica triste, anzi si deve tenere

per fermo che non amò se non quella; ma ciò non gli tolse già d'andare

ad ascoltare in Roma un'opera buffa, che non gli piacque punto[255],

e in Napoli il _Socrate immaginario_, musicato dal Paisiello, che gli

piacque moltissimo[256]. Se si pensa alla diversa impressione che la

melodia e l'armonia producon nell'animo, è da credere che il Leopardi

inclinasse più alla prima che alla seconda.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 37 / 72 题