IL LEOPARDI E LA MUSICA.

Di tutte le arti, la musica forse è quella che più vale a temperare

ed assopire il dolore, a rasserenar l'animo, e a trarlo in certa

quale maniera fuori del mondo e fuor di sè stesso. Gli antichi

simboleggiarono la sua virtù di penetrazione e la quasi onnipotenza del

fascino nel mito di Orfeo, che si trae dietro, al suono della lira, le

fiere e le piante e i sassi; e nei miti affini di Amfione e di Arione.

Pitagora conobbe in lei una possente medicina, non meno del corpo che

dell'anima; e molti riscontri ha nelle storie il caso di Saulle, di

cui Davide calmava le furie con le note dell'arpa. Platone e Aristotele

la giudicarono parte nobile ed importante della educazione; e tutte le

religioni se ne giovarono più e meno; e più che tutte il cristianesimo,

in quell'arduo e delicato suo magistero di allacciare, penetrare,

conquidere gli animi. Gli antichi Egizii posero la musica tra le

divinità. Apollo inventò la lira, Minerva il flauto, Pane la siringa;

Santa Cecilia divenne l'avvocata e la protettrice dei musici. Le sfere

si girano al suono di una armonia ineffabile: il paradiso cristiano

echeggia di perpetui e dolcissimi canti; e dalla terra talvolta i puri

e gli eletti gli ascoltano in un rapimento, e nell'ora della morte ne

ricevono consolazione e letizia suprema.

Il Leopardi sentì vivamente, squisitamente la musica; ma poichè non

tutti coloro che la sentono molto la sentono a un modo, bisogna vedere

in che modo il Leopardi l'abbia sentita. Nessun'altr'arte sembra gli

procurasse mai emozioni così profonde, godimento così pieno ed intenso.

«La musica, se non è la mia prima, è certo una mia gran passione, e

dev'esserlo di tutte le anime capaci di entusiasmo», scriveva egli

nell'aprile del 1820 al Brighenti[230]. Tale passione non fu conosciuta

dal padre, il quale anzi ostentava un certo disprezzo pei _trilli e

le cavatine_; nè si sa che l'abbia conosciuta la madre, la quale, del

resto, dovendo attendere al governo non meno del patrimonio che della

famiglia, non avrebbe di certo potuto secondarla, quando pure l'avesse

avuta; ma fu passione comune alla più parte dei figliuoli. Di Carlo

sappiamo che una volta corse a piedi (e c'è un bel tratto) da Recanati

ad Ancona pel solo gusto di udirvi la Malibran; e in una sua lettera

al fratello leggiamo: «A Sinigaglia io bolliva d'idee e di sensazioni,

e il canto della Lorenzani m'insegnava nuovi segreti del cuore»[231].

E di questa o di altra cantante pare s'innamorasse[232]. La Paolina

si dilettò molto di musica e ne fu anche molto intendente. Luigi, il

quartogenito, che non ebbe mai il capo allo studio, e morì giovane di

ventun anno, accoppiava il gusto della musica a quello del tornio, e

sonava, dicono, molto bene un flauto di bossolo che s'era fabbricato da

sè.

Della virtù pressochè soprannaturale della musica parla più

distintamente il Leopardi in due delle sue poesie; cioè nell'_Aspasia_,

e in quella intitolata _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito

nel monumento sepolcrale della medesima_. Nella prima leggiamo:

Raggio divino al mio pensiero apparve,

Donna, la tua beltà. Simile effetto

Fan la bellezza e i musicali accordi,

Ch'alto mistero d'ignorati Elisi

Paion sovente rivelar.

Nella seconda:

Desiderii infiniti

E visïoni altere

Crea nel vago pensiere,

Per natural virtù, dotto concento;

Onde per mar delizioso, arcano

Erra lo spirto umano,

Quasi come a diporto

Ardito notator per l'Oceàno:

Ma se un discorde accento

Fere l'orecchio, in nulla

Torna quel paradiso in un momento.

In entrambi i componimenti il poeta accosta la musica alla bellezza,

e all'una e all'altra attribuisce la stessa virtù. Nel primo

l'accostamento è immediato: nel secondo il poeta accenna agli effetti

della musica dopo aver detto di quelli della bellezza che pajon _segno

e sicura spene_

Di sovrumani fati,

Di fortunati regni e d'aurei mondi.

Disse il Leibniz la musica essere un secreto esercizio aritmetico

dell'anima, la quale conta senza saper di contare[233]; e il Kant

poneva fra le arti belle la musica solo in grazia dei rapporti

matematici che passan fra i suoni, e dall'occulto apprendimento di tali

rapporti credeva nascesse il piacere. Lo Stendhal affermò quello della

musica essere piacere puramente fisiologico. Uno scrittore musicale

di molto grido, Edoardo Hanslick, ebbe a sostenere, ora è quasi mezzo

secolo, in un libro che fece molto romore, e suscitò molte dispute, non

ancora finite, la musica non avere altra sostanza e altro contenuto che

di suoni, e non doversi proporre, nè di esprimere, nè di far nascere

sentimenti[234]. Senza voler punto entrare nella difficilissima e forse

mal posta questione[235], gli è certo che il Leopardi non si accorda

con nessuno di costoro, mentre s'accorda con altri, ch'ebbero della

musica altro sentimento ed altro concetto. Lo Schiller disse la musica

esprimere l'anima; lo Schelling, contener essa le forme delle idee

eterne; Giorgio Hegel, essere il suo dominio superiore a quello della

vita reale; il Lamennais, significare la musica i tipi eterni delle

cose; il Vischer, esser essa lo stesso ideale. Il Beethoven giudicava

le rivelazioni della musica superiori a quelle della filosofia; e il

Gounod, ricordando una rappresentazione dell'_Otello_ del Rossini, alla

quale aveva assistito nella sua fanciullezza, scriveva: «Il me sembla

que je me trouvais dans un temple, et que quelque chose de divin allait

m'être révélé». Il Carlyle definì la musica una specie di linguaggio

inarticolato e imperscrutabile, il quale ci guida sino all'orlo

dell'infinito, e ci lascia, per un istante, spingere nell'abisso lo

sguardo; e il Poe disse che nella musica vien fatto all'animo umano di

creare bellezza soprannaturale.

Con tutti costoro ben s'accorda il Leopardi; e più ancora s'accorda

forse con lo Schumann e col Berlioz, nella fantasia dei quali

l'immagine della donna amata si compenetrava e fondeva con la immagine

musicale. Ma più che con essi tutti consente (ed è cosa che vuol

essere da noi particolarmente notata) con lo Schopenhauer, col quale

in tante altre cose, senza saperlo, consente. Lo Schopenhauer fu

appassionatissimo di musica, e ne scrisse con mente di filosofo e

cuore di artista. La disse arte meravigliosa; la più possente delle

arti; quella che immediatamente esprime il volere, cioè il principio

essenziale ed universale che si appalesa nelle singole e individuate

esistenze; quella che ci fa penetrare sino al cuore delle cose; occulta

filosofia. Egli disse ancora il mondo potersi chiamare una musica

corporata; e la musica _parlare a noi di altri mondi e migliori;

rivelarci da lungi un paradiso inaccessibile; essere la panacea di

tutti i mali_[236]. Poeta e filosofo esprimon quasi le stesse idee,

parlan quasi lo stesso linguaggio.

Notiam di passata che di tutte le arti la musica è quella che deve

meglio confarsi allo spirito e al sentimento dei pessimisti, se pure

la inclinazione dell'animo non è scemata in essi dalla imperfezione

degli organi. Le altre arti, senza poterne escludere nemmen la poesia,

troppo ritengono dell'aborrita realtà, e, per quanto facciano, non

è possibile mai che se ne emancipino in tutto. La musica si scioglie

da ogni servaggio d'imitazione, e crea un mondo libero e nuovo ch'è

tutto in lei, e realizza ed esprime, con magistero miracoloso, tutto

ciò che negli animi nostri è più vago, più lieve, più occulto. Sembra

davvero talvolta che essa si redima, se non dal tempo, dallo spazio,

dalla ferrea legge di causalità, dalle condizioni tutte dell'essere

transitorio e finito. Alcune vecchie leggende, ove si narra di rapiti

e di estatici che, ascoltando una musica arcana, vissero secoli,

stimandoli ore, esprimono immaginosamente questa cara illusione.

Abbiamo veduto come il Leopardi accompagni insieme la bellezza muliebre

e la musica, e ne faccia quasi una coppia estetica. Se la donna appare

agli occhi suoi più seducente nella danza che nel canto, non è già che

anche nel canto non gli appaja seducentissima. Egli non può ripensare

alla Silvia senza riudire quel dolce canto di lei, onde

Sonavan le quïete

Stanze e le vie dintorno;

e se ricorda come la Nerina (non importa ora cercare se la Nerina e la

Silvia sieno due persone diverse o una sola) iva _danzando_, splendente

di gioja e del caro lume di giovinezza, si duole di non più udir quella

voce, di cui bastava un lontano accento a scolorargli il viso. Vagando

per la campagna la notte, il giovane poeta aveva sussultato, udendo

improvvisamente l'arguto canto d'ignota fanciulla:

qualor nella placida quïete

D'estiva notte, il vagabondo passo

Di rincontro alle ville soffermando,

L'erma terra contemplo, e di fanciulla

Che all'opre di sua man la notte aggiunge

Odo sonar nelle romite stanze

L'arguto canto, a palpitar si move

Questo mio cor di sasso[237].

E se più tardi il poeta ebbe ad innamorarsi di Marianna Brighenti,

valentissima cantatrice che lasciò le scene quando appunto la

fama di lei più veniva crescendo, chi vorrà non credere che in

quell'innamoramento avesse parte la musica, che fu _galeotta_ di tanti

altri amori?

Il Leopardi non ebbe voce da spendere nel canto, non sonò nessuno

strumento, non conobbe punto la tecnica musicale; e non tanto godette

di ciò onde assai volte più sogliono godere i musicisti di professione,

cioè a dire dei suoni per sè e della composizione e degli accenti loro,

quanto delle idee e dei sentimenti che quelli possono mettere in moto.

Il piacer suo nasceva, la più gran parte, dal complicato e secreto

lavoro delle associazioni psichiche, e la musica egli giudicava con i

soli criterii del sentimento e della fantasia: ciò che spiega alcune

particolarità del suo gusto.

Certo, un'anima dotata d'intenso e profondo sentimento musicale non può

non rimanere offesa da tutto che offende l'arte diletta; onde,

se un discorde accento

Fere l'orecchio, in nulla

Torna quel paradiso in un momento;

ma quell'anima può anche, in determinate condizioni, compiacersi

di una musica rudimentale e difettosa, purchè gliene vengano le

suggestioni opportune, purchè si lasci tradurre in linguaggio di

associazioni. Secondo congiunture di tempi, di luoghi, di sentimenti

e d'immaginazioni, uno di questi organetti che vanno scerpando per

le vie le composizioni dei grandi e piccoli maestri, può straziare

o accarezzare un orecchio delicato; può strappare altrui un grido

d'indegnazione, o spremere dagli occhi le lacrime. Il Leopardi fu,

sembra, prontissimo a ricevere la suggestion musicale, anche quando

provenisse da povera fonte, e tenace poi nel serbarne il ricordo. Ne

abbiamo un bello e curioso esempio in questi versi della _Sera del dì

di festa_:

Ahi per la via

Odo non lunge il solitario canto

Dell'artigian che riede a tarda notte,

Dopo i sollazzi, al suo povero ostello:

E fieramente mi si stringe il core,

Al pensar come tutto al mondo passa,

E quasi orma non lascia.

. . . . . . . . . . . . . . .

Nella mia prima età, quando s'aspetta

Bramosamente il dì festivo, or poscia

Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,

Premea le piume; ed alla tarda notte

Un canto che s'udia per li sentieri

Lontanando morire a poco a poco,

Già similmente mi stringeva il core.

Notisi come quel rozzo canto che passa nella via, e lontanando muore,

súbito sollevi la mente del poeta alla considerazione di tutto ciò che

passa e muore nel mondo; ond'egli ricorda gli avi famosi e il grande

impero di Roma, e finalmente conclude:

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

Il mondo, e più di lor non si ragiona.

Errerebbe a mio giudizio di grosso chi in tutto questo, invece di un

procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi è spontaneo e

naturalissimo, non vedesse altro che una volata lirica e un artifizio

retorico. Qui l'impression musicale deriva la massima parte del suo

valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza[238].

E così in molti altri casi. Nelle _Ricordanze_, udendo il suon dell'ora

che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta rammenta:

Era conforto

Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,

Quando fanciullo, nella buia stanza,

Per assidui terrori io vigilava,

Sospirando il mattin.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 36 / 72 题