PREFAZIONE.

Non fu la carità del _natio loco_ quella che m’indusse a raccogliere

queste foglie morte innestandovene alcune fresche, per allontanarne per

quanto fosse possibile l’aria di funerale. Meglio sarebbe stato

consacrarle a Vulcano!... Però considerando come la Italia sia tanto

dalle sue antiche glorie scaduta, che spenti ormai o prossimi a

spegnersi i suoi famosi scrittori, abbia bisogno annoverare uomini,

quale io mi sono, tra i suoi fregi letterari, e così ostentare vetri per

gemme, e orpello per oro, non volli che altri mi togliesse subietto di

speculazione mio malgrado. Non credo avere fatto meglio che altri: ma

finalmente il male che ci viene da noi stessi ci offende meno,

imperciocchè siamo convinti di non averlo fatto a posta e con animo

intento alla ingiuria. Ciò premesso, discorrerò brevemente delle diverse

operette che compongono questo volume.

Alla _Veronica Cybo, Duchessa di San Giuliano_, quando prima venne alla

luce in Toscana, usarono onesti modi e liete accoglienze;[2] poco dopo

essendosi provata a presentarsi sotto altra veste,[3] le fecero il viso

dell’uomo di arme, ond’ella, che è per sua natura sdegnosa e fiera

molto, esulò dalla patria; e datasi a girare pel mondo, trovò ospitale

accoglienza.... figuratevi dove? — A Vienna! Ma però la costrinsero a

pagare caro prezzo la ricevuta ospitalità, perchè ebbe a porre giù i

suoi panni italiani, e vestirsi alla tedesca.[4] Così abbigliata osò

affacciarsi di nuovo alla Italia: le fecero festa nella capitale della

Lombardia, e presero a tradurla in italiano. Era già stampata questa

traduzione e pronta a comparire in pubblico, quando un Lombardo che si

occupa talora delle cose di questa _divisa dal mondo e ultima Toscana_,

avvertì il libraio che la _Veronica Cybo_ era nata e scritta in Italia.

Se fosse nata, non dirò francese o inglese, ma chinese o tartara,

gl’Italiani lo avrebbero per avventura saputo; ma noi chiusi dai

medesimi monti e dai medesimi mari, noi parlanti una stessa favella,

siamo così gli uni agli altri famigliari, che Pisa ignora quello si fa a

Lucca. I signori Tendler e Schaefer, editori domiciliati a Vienna e a

Milano, in buon tempo avvisati, si disposero rendere alla _Duchessa_ i

suoi panni italiani: però sembra che a mala voglia vi si piegassero,

perchè la _Duchessa_ nella loro edizione offre una favella che non è

tedesca nè italiana, comecchè partecipi di ambedue, a modo di que’

dannati che si tramutano nello Inferno del Dante:

Nè l’un nè l’altro già parea quel ch’era:

Come procede innanzi dall’ardore

Per lo papiro suso un color bruno,

Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.

(XXV, 63-66.)

Adesso poi, dopo non meritato esilio, la _Duchessa_ torna esultando ai

luoghi del suo nascimento, e tutta commossa sospira questi versi

dolcissimi:

Bella Italia, amate sponde,

Pur vi torno a riveder;

Trema in petto, e si confonde

L’alma oppressa dal piacer.

E come accade a ogni uomo, e più a ogni donna aspettata a qualche

convegno, che per le scale si aggiusta i veli, e con le dita dà una

giravolta ai bei cincinni di oro, — o vogli di ebano, — così ella ha

curato correggere locuzioni e frasi per comparire tutta in punto e bene

azzimata alla festa.

_La Serpicina_ ricorda amarezza più acerba: non il bando del libro, ma

sì dello scrittore. Certo non fu esilio nel Ponto, nè potevano i luoghi

ispirarmi i _Tristi_; nonostante il cuore dell’uomo non si strappa dal

seno della famiglia e da ogni cosa più caramente diletta senza che

soffra; egli si abbarbica con fibre tanto sottili e dilicate, che male

si può traslocare altrove senza vestigio di lagrime e di sangue! E non

conto nulla le guaste fortune, i negozi perduti, e i danni appena

riparabili. Pensando poi come mi avvenisse questo per avere pagato un

debito di lode che la mia città teneva verso un suo figlio riuscito

prestantissimo Capitano,[5] mi prese supremo fastidio della terra

ingrata, ed aveva deliberato ripararmi in Inghilterra; ma nel luogo del

mio esilio, per ordinario freddo e pieno di neve, in cotesto anno

spirarono dolcissimi aliti, onde io sovente ebbi a ringraziare Dio che

mitigava il vento allo agnello tosato; anzi giù nella valle, ove

possiede una terra la duchessa Di Altemps, sul finire di febbraio

nacquero rose, sicchè i cari ospiti, la vigilia della mia partenza dal

paese, mi convitarono e nella salvietta mi fecero trovare con somma mia

maraviglia una rosa rubiconda e odorifera; e mentre io la guardava

fisso, uno degli astanti, consapevole del mio disegno di abbandonare la

patria, così mi favellava:

E tu poeta, lascerai la terra

Delle rose nudrice a mezzo il verno?

E veramente non per virtù di fiori, imperciocchè sapessi come

anticamente a Sibari soffocassero con le rose per estremo supplizio, ma

nel pensiero che male avrei potuto trovare altrove tanto affetto e tanto

gentile modo per esprimerlo, deposto giù ogni rancore dall’animo, mutai

consiglio, e statuiva vivere e morire nella patria; e tu, o terra che

cuopri le ossa di mio padre e di tutti quelli che ho amato, avrai anche

le mie; e finchè vivo ogni mia facoltà pel tuo bene, e morente l’ultimo

sospiro, perchè molto mi sei cara per le gioie che mi desti, — ma a

mille doppi più assai pei dolori che mi costi. —

Da cotesto giorno pensando sopra la sentenza del Tintore, mi è venuto

fatto confrontarla con quella che diceva il conte Piero Noferi: —

_Quando si hanno i colombi in colombaia bisogna sapere schiacciare loro

il capo_, — e con l’altra di Luca di Maso Albizzi: — _Chi spicca lo

impiccato, lo spiccato impicca lui_,[6] — ambedue dirette a Monsignore

Silvio da Cortona per indurlo a incrudelire contro i cittadini di

Firenze che nel 1527 si erano resi a patto; e mi parvero scellerate

queste due massime, non giusta quella del Tintore, perchè mettere le

mani nel sangue dell’uomo non mi capacitava potesse costituire mai

diritto legittimo dell’uomo: finalmente dopo molto meditarvi sopra, ho

dovuto dare ragione al Tintore: — _Dei serpenti, quando capitano sotto

il calcagno, è carità schiacciare la testa._

Dei _Nuovi Tartufi_ non dico parola: i tempi hanno reso il racconto più

opportuno di quello che non avrei mai sperato, — o piuttosto temuto.

Vedo una gente la quale a modo dei sacerdoti di Cibele saltando

insanisce, fino a strapparsi le forze della virilità. Origène si

castrava _propter regna cœlorum_; questi si castrano per andare a tenere

compagnia a Piero Soderini nel Limbo. L’avventura degli antichi

Abderitani i quali, narra Luciano, stettero ebbri tre giorni interi, ha

cessato comparire favola, poichè la ubbriachezza di un popolo può

durare, e i nuovi esperimenti lo mostrano, ancora degli anni. Intanto

tra queste tenebre ove è mestieri procedere a tastoni io vo gridando le

parole di Cristo: — _Guardatevi dai falsi profeti: — voi li

riconoscerete dai frutti loro. — Colgonsi uve dagli spini o fichi dai

triboli? — Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, noi

abbiamo profetizzato in tuo nome, ed in tuo nome cacciato demoni, e

fatto in tuo nome molte potenti operazioni: ma io allora protesterò

loro: — io non vi conobbi giammai: dipartitevi da me, voi tutti

operatori d’iniquità._

_E intendami chi vuol, che m’intendo io_, come scrive Messere Francesco

Petrarca.

I _Discorsi_ in parte sono estratti dallo _Indicatore Livornese_, povero

foglio morto di male di gocciola, o, come adesso si dice, di apoplessia

fulminante. Cotesto povero foglio pareva avesse più debiti della lepre,

e gli fu forza soccombere. Se quelli che disfanno sapessero quanto sia

agevole rovinare, e quanto arduo costruire, prima di cancellare una cosa

ci guarderebbero due volte. Lo _Indicatore Livornese_ avrebbe creato una

opinione tra gente che non ne possiede veruna; avrebbe somministrato

adito per farsi conoscere ai giovani ingegni che poi andarono dispersi;

li avrebbe con la emulazione fecondati; avrebbe messo ognuno al suo

posto disfacendo vecchie reputazioni così di capacità come d’integrità

salite sopra un trono di mozziconi di lumencristi o di diplomi

accademici; avrebbe studiato le ragioni del commercio, sviluppato teorie

di pubblica economia, diminuito e forse anche estinto (se pure è

possibile mai!) il regno dei pedanti; avrebbe promosso il pubblico

insegnamento lasciato per somma sventura in balía di uomini per la più

parte ignorantissimi, o tali che balenano su l’orlo estremo della

ragione come funambuli sul canapo senza contrappeso... Insomma avrebbe

fatto del bene. — Certamente il foglio non procede senza peccati, ed

ebbe le sue colpe; ma elle erano cose da perdonarsi, considerando che lo

governavano giovani procaci, baldanzosi, e inesperti del mondo; ma non

fu bel modo certo quello di correggere figliuoli forse un po’ inquieti

col dare loro di una mazza sul capo, e distenderli morti.

Della utilità del povero foglio mi giovi referire questo soltanto, che,

dopo lo scritto intorno le _Sepolture di Santo Jacopo_ le disoneste

associazioni cessarono; e che dopo lo scritto intorno ai _Merini_, i

Toscani avvertiti si volsero a questo genere d’industria, e con quale e

quanta efficacia lo dica l’Opera recentemente pubblicata sopra le nostre

Maremme dal Dottore Antonio Salvagnoli.[7]

E se lo _Indicatore Livornese_ viveva, forse non sarebbero state non che

consumate, immaginate le tante insidie alle fortune private all’ombra di

bugiarde speculazioni, per cui oggi i capitali inorriditi rifuggono dal

concorrere a promuovere le utili imprese; no, il credito nostro non

sarebbe andato disperso, non perdute le forze per cui le Consorterie

operano monumenti colossali, nè si sarebbero svaligiati i capitalisti

sopra i progetti di strade a vapore col mezzo delle azioni e promesse di

azioni, come altra volta grassavansi i viaggiatori sopra le pubbliche

vie con pistole e tromboni; — no, non avrebbero neanche osato far

capolino tali che appartengono alla cittadinanza degli onesti come i

panarecci alla mano, o le stincature alle gambe, o..............; lutto

della città, e vergogna perfino a coloro che non affatto buoni ebbero la

incautela di abbassarsi alpunto di accoglierli compagni.

Le _Illustrazioni_ soltanto mi offrono materia di piacevole ricordo.

Egregi Artisti, tra i quali a causa di onore devo nominare il Professore

Perfetti, Bonaini livornese e Chiossone, dettero opera a incidere i

quadri della _I. e R. Accademia delle Belle Arti_ di Firenze: essi a

proprie spese condussero la impresa a quel punto in cui oggi con

ammirazione universale si vede. — Degna ed egregia gente! Eglino nel

concetto di fare cosa che tornasse onorata alla patria si messero in

cammino come Abramo, e confidando in Dio e nel proprio coraggio

esclamarono col Patriarca: _Deus providebit!_ — Io non ho potuto

giovarvi come avrei desiderato, o egregi Artisti; non fu per mancanza di

buon volere ma di potere, e prendo qui occasione di ringraziarvi

solennemente perchè richiamandomi ai dilettissimi studi delle opere dei

nostri divini maestri, mi forniste occasione per distrarmi alquanto

dalle cure moleste, e di srugginirmi un po’ il cervello. La vostra

impresa, opera d’intelligenza e di amore, merita premio di lode e di

guadagno; e come già conseguiste la prima larghissima, così non può

mancarvi il secondo, se gl’Italiani non hanno tanto smarrito il bene

dello intelletto da preferire per ornamento delle loro stanze a questa

preziosa effigie delle arti italiane i molti aborti delle litografie

francesi.

Le _Traduzioni_ e _Volgarizzamenti_ di poesie liriche sono come fiori di

ghirlanda disfatta, o piuttosto non intrecciata. Divisava un giorno, e

non ne ho per anche deposto il pensiero, adoperandovi ancora, come vi

adoperai, l’aiuto di amici, raccogliere le principali liriche di tutti i

popoli del mondo antichi e moderni, allo scopo di mostrare che le

passioni umane si manifestarono sempre a un di presso nella medesima

forma: così tra la serventese provenzale di Sere Blacasso e la canzone

slava di Eiuduco moribondo, tra l’Ode di Omero ai Vasai e l’Ode di

Schiller detta _La Campana_, _la Fidanzata di Corinto_ del Goethe e il

racconto della fidanzata di Corinto di Flegone, apparisce quasi una

fratellanza; e lasciando dei sentimenti, le immagini, le metafore

suonano quasi le stesse; o Vitalis, comunque non uscito da Stoccolma e

da Upsala, descrive i prodigi dell’Oriente come i poeti Arabi e i

Persiani. Dalle quali considerazioni io proponeva trarre una

conseguenza, che il poeta è sacro ingegno sublimato da Dio, cittadino

del mondo e spirito universale, che sotto il mantello che lo cuopre,

secondo affermava il Canning, più spesso che non si crede troviamo il

capitano, il legislatore e il rigeneratore di popoli.

Questo disegno mi è venuto meno per virtù delle solite incursioni e del

relativo saccheggio dei saccomanni, cagnotti, berrovieri e simile altra

geldra di buona e cappata gente. Mi dicono, che chiedendo potrei

redimere le spoglie innocentissime; ma io preferisco ch’esse si

rimangano onorato trofeo colà dove stanno appese. Mi sta fitta in mente

la risposta che dava Vittorio Alfieri a coloro che lo consigliavano di

supplicare il Generale Miollis affinchè gli venissero restituiti i libri

rapitigli in Francia.

_I Bianchi e i Neri_ furono il secondo passo tentato sopra l’arduo

cammino. Persuadendolo gli amici, feci rappresentare cotesto Dramma qui

nella mia città, fra mezzo ai miei concittadini, nella fiducia che

avrebbero accolto con benevolenza il giovanetto che schivo dei sollazzi

della sua età vegliava le notti per rendere so stesso con la sua patria

onorati. _Horresco referens_! — Ebbe plauso uguale a quello che fecero i

demoni alla orazione di Satana giù nello Inferno quando egli referì la

caduta dell’uomo, quantunque i miei concittadini non fossero tramutati

in serpenti.

Expecting

Their universal shout, and high applause

To fill his ear: when, contrary, he hears

On all sides, from innumerable tongues,

_A dismal universal hiss, the sound

Of public scorn_.

(_Milton_, I. 10.)

No: i miei concittadini rimasero uomini! L’orgoglio di autore non fu

ferito, o se ferito, presto sanato mercè gli egregi scritti di Elia

Benza sopra cotesto Dramma; ma mi scese invincibile dentro al cuore la

repugnanza di commettere opere di arte alla brutalità di malevoli o

stolti, come gl’Imperatori Romani esponevano i condannati alle fiere.

Forse più che ad altro io mi sentiva chiamato pel Teatro; così ne fui

distolto per sempre. A me parve in cotesta sera il Teatro Carlo-Lodovico

il Pandemonio descritto dal Milton nell’avventura riferita poco anzi:

«Terribile fu il fragore del fischio nella sala stipata da mostri di

molti capi e di molte code; scorpioni, aspidi, anfesibene crudeli,

ceraste armate di corna, idre, elopi funesti, e dispadi: no, tanto

sciame di rettili non cuoprì la terra cruenta del sangue della Gorgone o

la Isola di Ofiusa.»

E ponendo da parte lo scherzo, non farà maraviglia se io partecipassi il

sentimento di Gualtiero Scott, il quale supplicato di combattere con

l’autorità del suo nome e la potenza della parola, la Riforma proposta

da Lord Grey, sentendosi accolto nella Camera dei Comuni come Satano dai

demoni, avvertì sorridendo il membro di Parlamento che gli sedeva

accanto: «Bene avvisai astenermi dal Teatro, perchè mi accorgo che le

mie orecchie non avrebbero potuto assuefarsi a cotesta musica.»

Qui cesso, che parmi avere oltre il giusto favellato delle cose mie:

però non inutilmente; avvegnachè i giovani scrittori vedano come il mio

cammino sopra il sentiero delle lettere umane sia stato uguale a quello

di Cristo sul Golgota. Non moto, non passo che io non abbia segnato con

una goccia di sudore e di sangue: spesso caddi sotto la croce, ma mi

rilevai da me stesso, e tornai a portarla, e la porto senza soccorso di

Cireneo. Io non auguro ai giovani scrittori lunghe sventure, ma prego

Dio che li guardi dai facili trionfi. Le sventure sono le midolle di

lione con le quali la _fiera divina_[8] nudriva l’alunno Achille; e il

carcere

Affinando il pensier ne fa una lima.

Di questo la giovane generazione degli scrittori che ci terrà dietro

vada convinta, che i fiori provati alle rugiade di acqua forte non

temono inclemenza di rigido cielo, nè lusinga di perfido sole: crescono,

e si spandono per virtù propria.

Il dolore formava parte principalissima di educazione presso gli

Spartani. L’arco di Ulisse non si tende da braccia di eunuchi.

Veronica Cybo · 第 3 / 24 题