_Rovistando tra i miei fogli, i quali troppo più spesso che non faceva
di bisogno patirono disoneste invasioni, io ho trovato la espressione
dei sentimenti che mi animavano verso di te, inclito amico, allora
quando, volgono adesso venti e più anni, io adolescente imprimeva la
prima orma nello arduo arringo delle lettere umane. Opera quasi di fato
mi parve la conservazione di cotesto scritto; onde io voglio senza punto
mutarlo od emendarlo revocartelo alla memoria:_
Tu che forti opre in secol guasto imprendi,
E i vivi marmi del nostro Agnol guati
E senti, — e lo eternale dei dannati
Pianto di rabbia e di dolore intendi;[1]
Tu che possa natura all’uomo apprendi
Sotto l’italo cielo incontro ai fati,
Quanto sia premio un riso amico ai vati,
Gentilissimo Spirito, comprendi.
Pur me anelante delle amate fronde
Non lusingare, e di’, se il merto: «Falle,
Volgi, o figlio, la prua da queste sponde.» —
Duca mio dolce, pel dirotto calle
Mi odi, e cortese al domandar risponde:
«Debbo salire o rimanermi a valle?»
_Tu dunque conosci quanto sia antico il mio culto per te; e coll’andare
del tempo egli crebbe meritamente, però che tu sii la migliore coscienza
di questa nostra patria italiana._
_Tu fra rovine d’imperii, e di stati amplissimi, e diversissimi, fra
impeti di passioni scomposte, e cieche ire, e più cieche ambizioni, e
turpi libidini di potere, e proteiformi ipocrisie, e codardi
disertamenti, non curato schiamazzo o paura, hai portato alto la tua
fede come un vessillo trionfale nel giorno della battaglia; sicchè
chiunque ti tenne dietro senza smarrire la via giunse a fine generoso._
_Vergognando pertanto che per mesi taccia l’alto tuo nome in fronte dei
miei scritti, riparo alla colpa diuturna intitolandoti queste povere
cose. Avrei desiderato poterti offrire opera più degna di te; ma a non
indugiare mi persuadono gli anni declinanti, e la paura che la pratica
lunga d’ignobile mestiere non insalvatichisca affatto il mio ingegno.
Abbiti in voto i brani di un’anima redenti dalle bassezze del Foro, come
in Arcadia i Pastori solevano consacrare a Pale le reliquie dello
agnello salvale dalle fauci del lupo!_
_Nel salutarti la migliore coscienza di questa nostra patria italiana,
io per necessità ho inteso darti ancora la lode del maggiore senno
italiano; conciossiachè io creda fermamente essere l’alta intelligenza
uno spirito fecondato dalla fiamma del cuore; e quando il cuore diventa
un tempio della Divinità, di rado avviene che le Muse sue compagne dal
giorno della creazione non iscendano ad albergarvi con essa._
_Tu poi accogli con lieta fronte queste parole, perchè liberamente
favellate a libero uomo: e la lode, quantunque profferita da labbra
terrestri, ove sincera, affermano i poeti che giunge gradita anche alle
orecchie degl’Immortali._
Tuo amico
F.-D. GUERRAZZI
_Giugno_ 1847.