CAPITOLO X[59]

Da quant’è posta in croce questa donna

Da li omini col falso iudicare,

Perchè lo celo questi non profonna?

Ove è conducta la noiosa vita,

Solea nel tempo umilità regnare:

Del ceco mondo par che sia smarrita.

Quel è plù degno che po’ triumfare,

Per lo diviso ch’è fra ’l nero e ’l bianco,

Dando a li vicini le percosse amare.

Deo prese al mondo la umilitate,

Se ’l ve recorda de sanguigno fianco,

Quando recomparò la umanitate.

Segue ’l so fattor la creatura.

Donqua se deve conseguir costei,

Si como degna e beata figura;

Chè chi se exalta fa depresso ’l volto,

Cadendo sopra lui li tempi rei:

Per plù soa pena regna l’omo stolto.

Umilitate fa grazia seguire,

Et a la summità de le vertute,

Per nova cognoscenza, fa salire.

Che sì como li auseli stringon l’ale,

Per sormontare ne l’alte vedute, [L. c. 21 t.]

Così te strenge se del ben te cale.

Non fare como fa el villan grifango,

Che nel gran stato fa nota superba

E non se recorda del primo fango.

De grande altura vengon li gran tumi, [C. c. 19 t.]

E vidi umiliare la vista acerba,

El tempo variando li costumi.

Deve ciascun lo cor umiliare

Al so fattore de l’eterna luce,

A vertuosi la testa inclinare;

A quilli che sono de povertate afflicti

Umiliar l’audito a la lor voce,

Sì como aviti ne l’antichi scripti.

La Luna sopra questa vertù spira

La qual refrena del voler l’altezza:

Questa è umilità chi ben la mira.

Subiecto e menor mostrase sempre

A cui e quando deve e non sprezza,

Abbandonando de virtù le tempre.

La reverencia qual se fa al maiore,

Onor ch’è testimonio de lo bene;

Obedienzia qual se fa al signore;

Gratificare ch ’l servir cognosce,

Da l’umeltate ciascaduna vene.

Così dal so contrario l’angosce.

Questa vertute che dal cel descense,

Fa pur beato chi con lei se strense.

L'Acerba · 第 47 / 144 题