II — L’ACERBA

L’opera sua più rinomata in volgare ebbe pure, come l’autore, una

varia fortuna. Chi la lodò al cielo, riconoscendo in essa i germi

precursori di talune discipline scientifiche, che han poi avuto il

loro pieno svolgimento nell’epoca moderna; ed in questo coro bisogna

annoverare, oltre gli scrittori regionalisti, anche Guglielmo Libri

che, nella classica _Storia delle Scienze matematiche in Italia_,

designò nello Stabili l’acuto e geniale esperimentatore dei fenomeni

fisici. Chi, invece, come il Palermo, volle vedere nell’_Acerba_ la

negazione di ogni vero o gli elementi originari del materialismo e

fin del nichilismo odierni; o, come il Boffito, che le negò qualsiasi

contributo intellettuale e morale alle scienze e alle lettere. Quando

si parte da preconcetti o si è mossi da spirito campanilistico, i

giudizi non possono riuscire immuni da esagerazioni. La fama di cui

godè in vita l’autore, le edizioni che con frequenza si son succedute

dai primordi quasi dell’arte della stampa ci dimostrano che qualche

cosa di originale e di nuovo vi deve pur essere nell’_Acerba_.

Attenendoci all’indole della raccolta «Scrittori Nostri», noi non

possiamo ora che presentare in una forma leggibile un’opera trecentesca

che riusciva difficile ritrovare anche nelle migliori Biblioteche e

che era stata alterata o guasta in tutte le edizioni che se n’eran

fatte fino al 1820. Ci dispensiamo, perciò, da una minuta analisi

del suo contenuto scientifico e dal notarne le fonti, le analogie, le

divergenze, le cose pregevoli o originali. Troppo manca ancora, del

resto, per poter venire a una conclusione definitiva; e la storia delle

scienze non ha tuttavia esplorato a fondo tutti gli svariati campi del

suo immenso territorio. Certo, non poco fu tratto dalle enciclopedie

medievali e rispecchia appunto lo stato del sapere comune dell’epoca;

ma quanta parte egli vi mise di suo e con quali criteri egli interpretò

fatti e idee del suo tempo e quanto intravide pria degli albori

dell’età moderna sarebbe prematuro sceverare. Gli studi non sono

tuttora completi per un retto giudizio scientifico; e la lettura

integrale del lavoro cecchiano servirà, per l’appunto, ad agevolarne

l’indagine. Questo soltanto è il nostro scopo. E, perciò, diamo qui,

per la prima volta, il testo intero dell’_Acerba_, traendolo dal Cod.

Mediceo-Laurenziano di Firenze, N. 52, pl. XL, della prima metà del

sec. XIV. Esso è il cod. più antico, poco corrotto e meno mutilo. Il

V Libro e qualche integrazione di concetto o di forma si son desunti,

invece, dal Cod. N. 82 del sec. XV della Biblioteca Casanatense di

Roma, anch’esso inedito.

Ardua fu la nostra impresa; ma il buon volere e la diligenza che vi

mettemmo ci fanno sperare un’accoglienza onesta e lieta.

Non è, nè poteva essere, un testo critico esauriente dell’_Acerba_: è

un’edizione nuova, mai tentata per lo innanzi, per quanto possibile,

fedele, eseguita sui due codici e, sovra tutto, accessibile anche alla

cultura popolare. Per questa ragione, non si è tenuto alcun conto del

testo delle antiche edizioni e neppure del commento ai due primi libri,

che, nel sec. XVI, fece il modenese Nicola Massetti (ediz. veneta del

1507). Per rammodernare la dizione e renderne più facile la lettura,

noi abbiamo solo sciolti i nessi, tolta qualche forma e desinenza

venetizzante del Laurenziano, tolta l’_h_ ove non è usata nella grafia

contemporanea e messala dove non c’era, espunta qualche lettera o

sillaba dove il verso non tornava, aggiunti i segni ortografici e

d’interpunzione mancanti. Qualche noticina abbiam voluto mettere qua

e là, per gli opportuni raffronti con altre opere o pei necessari

richiami, alieni da ogni pretesa di commento diplomatico, storico,

letterario o scientifico. Una lezione critica definitiva dell’_Acerba_,

se mai potrà farsi, non essendovi un cod. autografo, dovrà tener

calcolo, oltre che di tutte le varianti dei numerosi codici, delle

dottrine altresì e del pensiero di Cecco, come si desumono dalle altre

sue opere. A questo compito di lunga lena e di adeguata preparazione

s’era accinto il Bariola, che dette luminosi affidamenti di riuscirvi

ed ora, come ha promesso da lunga pezza, s’è dato il Castelli. Il

cod. Casanatense contiene molte parole e forme dialettali meridionali

che il Laurenziano non ha; però, poche volte noi abbiam sostituite

quelle a queste, e solo quando occorreva al senso o era richiesto

dalle concordanze della rima. L’_Acerba_, pertanto, così come è divisa

nel Laurenziano, non si riscontra in altri codici. In alcuni non vi

è distinzione di libri e di capitoli, bensì di rubriche, quale il

Palatino esaminato dal Palermo; in altri, i libri sono sei, in altri

cinque, facendo un libro solo del 2.º e del 3.º; in altri quattro,

mancando, come nel Laurenziano, i due cap. del quinto. Il Quadrio le

assegnò tre libri, confondendo i due primi col Commento alla Sfera.

Anche il numero dei capitoli varia da un cod. all’altro. Il Laurenz.

ha 9 cap. nel I Lib., 19 nel II, 56 nel III, 13 nel IV; in tutto,

cioè, 97, a cui si sono aggiunti i due cap. del V.º lib. secondo il

cod. Casanatense. Le differenze tra i due cod. da noi seguiti si son

notate a piè del testo. Per brevità, vi abbiamo aggiunto un indice,

da cui potrà vedersi la contenenza del poema. Piuttosto sarà utile

intrattenerci succintamente intorno al significato del titolo e al

metro dell’_Acerba_.

Il nome dato a quest’opera è del tutto nuovo, e ha dato luogo a varie

interpretazioni. Il Colocci opinò che si fosse detta _Acerba_, per la

durezza dello stile; il Quadrio che stesse a significare _mucchio_ o

_congerie_ di molte cose, e quindi fè derivare _Acerba_ da _acerbus,

acervus_. Altri pensarono che indicasse l’autore medesimo, di carattere

fiero acerbo, e che il poema dovesse intitolarsi veramente: _De

proprietatibus rerum_, come appunto si vuole fosse scritto nel cod.

del sec. XV posseduto da D. Inigo Lopez. Lo Spalazzi, comparandola col

_Convivio_, scrisse che, a simiglianza di Dante che intendeva bandire

agli uomini il cibo del sapere, l’Ascolano offrì ai contemporanei

l’aspra e cruda vivanda dei più difficili problemi della scienza. Il

Bariola crede stia a significare, più che l’acerbità della materia,

l’età giovanile (_juvenilia_) in cui Cecco, forse, la scrisse; e

fu indotto a pensare così dal trovare in qualche codice: _Liber

Acerbae aetatis_. Il Calvi, pur accettando che il titolo primitivo

fosse quello supposto dal Bariola, dà ad esso un significato tutto

speciale. Secondo lui, significherebbe: _Libro composto per servire

all’educazione dell’uomo_; e crede di trovarne una conferma nei versi

dove si parla del leone, che: _Deve li soi nati ammaestrare, Lassando

il tempo dell’acerba vita, Con soe parole in lor vertù spirare_; e

in quegli altri: _Io voglio qui che il quare trovi il quia, Levando

l’ali dell’acerba mente_, ecc. Pel Gaspary è opera _acerba_, per

la difficoltà della materia. Pel Lozzi, invece, dovrebbe scriversi

realmente _Cerba, Cervia, Cerbia, Cerva_, cioè il cervo o la cerva,

volendo in quel mistico animale Cecco figurare sè stesso; o, secondo il

Salutati, l’alto sentire di sè nella glorificazione del vero, per cui

l’uomo si eterna. In fine, il Castelli, seguito anche dal Volpi, crede

che sia un neutro plurale latino e significhi _cose acerbe_ al gusto

della gente abituata ai dolciumi della consueta poesia.

Lo schema metrico dell’_Acerba_ è una specie di terzina, la cui serie

è: ABA, CBC... ZZ, che, a pari della terzina dantesca, procede dalla

forma di _serventese incatenato_, «costituito da una serie di strofe di

tre versi variamente rimati, ma sempre in modo che tra strofe e strofe

vi sia concordanza di rime». Vi fu chi attribuì a Cecco l’invenzione

della sestina o dell’ottava (Appiani). Ma, ben dice il Castelli

che «del loro errore si sarebbero facilmente accorti, se avessero

considerato che l’ottava si esplica per due sole rime nei primi sei

versi e si chiude con un distico monorimo indipendente; laddove,

prendendo ad esame gli ultimi otto versi di un capitolo dell’_Acerba_,

si hanno tre rime per i sei versi che precedono il distico di chiusa»

a rima baciata. Il Marcucci, per primo, notò che l’_Acerba_ è scritta

in _terzetti_; ed è l’espressione naturale del fatto «che la ritmica

e la metrica delle lingue romanze sono una spontanea evoluzione degli

elementi musicali contenuti nella poesia popolare, sopravvissuta al

crollo dell’impero e della civiltà latina (Castelli)». Cecco, quindi,

non inventò nulla, ma scelse quella varietà di serventese incatenato,

che rendeva i ricorsi delle parole omioteleute meno frequenti, per

ottenere, in conseguenza, i desiderati effetti, come avvertì il Casini,

di gravità e maestà, adatti allo svolgimento delle sue esposizioni

scientifiche.

E, come il metro, così anche il contenuto della sua opera contiene

e rivela molte delle antiche credenze e superstizioni e dei motivi

poetici più in voga nel Medio Evo; onde la letteratura folk-loristica

avrà non poco da spigolare. La forma dell’_Acerba_ è o espositiva o

dialogica; e, così, come ci è pervenuta monca nei vari cod. e senza

proporzione delle parti di che si compone, ci fa lecito pensare

che non dovette punto esser compiuta dall’autore. Considerandone,

d’altronde, pacatamente la struttura esteriore e l’organismo interno,

si addimostra, senza dubbio, un poema originale per la forma e per

la sostanza, ammesso pure che questa non sia che l’esposizione dello

scibile dell’epoca, su fonti comuni, a cui attinsero, si sa, tutte le

enciclopedie e le produzioni allegoriche e didascaliche, dal dugento al

quattrocento.

Vi è arte nell’_Acerba?_ A questa domanda non si può che rispondere

negativamente. Se ne escludi alcuni brani ove vibra potente il fuoco

dell’amore o il ricordo del dolce suo paese nativo, ove si attrista

pel suo stato infelice o parla ed ammonisce, agitato dalla passione

politica; pel resto, il poema non è che una selva selvaggia ed

aspra e forte, in cui solitario vaga unicamente la solenne ed altera

figura di Cecco, il quale, sovra tutto per questa assenza di arte,

si palesa incomparabilmente inferiore alla mente, per ogni verso

divina, dell’Alighieri. Ecco perchè abbiam voluto, a disegno, non

pronunciarci intorno alle questioni che si riferiscono a Dante, nello

intento di essere rigidamente imparziali nella presentazione del

lavoro e di lasciare a chiunque, sulla completa bibliografia che diamo

in fine della prefazione, la libertà di formarsi un concetto sereno

ed equo sulle relazioni che corsero tra i due. Si sono aggiunti poi

all’_Acerba_ i pochi sonetti che vengono attribuiti a Cecco, sia perchè

son le altre cose in volgare che di lui si conoscono, sia perchè col

poema hanno grande attinenza. Sarò grato a quanti vorranno comunicarmi

giudizi e suggerimenti, specie per quel che riguarda la lezione del

testo, onde io possa farne tesoro in una novella edizione.

_Ascoli Satriano, Gennaio 1913_.

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