Parlare di Francesco Stabili, detto comunemente Cecco d’Ascoli, pur
dopo tanto fiorire di critica storica e letteraria, riesce assai
difficile; giacchè, dai primi diligenti lavori del Frizzi e del Bariola
fino a quelli più recenti e pregevoli del Castelli e del Boffito,
i nuovi documenti venuti in luce non ci mettono ancora in grado di
conoscere appieno le varie vicende della sua vita e di dar fine, una
buona volta, alle acerbe contese che si sono agitate intorno a lui.
Onde, ben a ragione il Bariola diceva che «chi si accinge a scrivere
di questo infelice poeta trova, ad ogni passo, difficoltà ed ostacoli
quasi insuperabili, tanto scarse e mal sicure sono le notizie che ne
abbiamo».
Infatti, intorno all’anno della sua nascita, le opinioni sono tuttavia
discordi. Gli storici regionali, posteriori di molto all’età di Cecco,
lo fan nascere nel 1250 o nel 1257: per contro, secondo gli appunti
sui poeti provenzali e italiani dell’umanista iesino Angelo Colocci,
nato circa un secolo e mezzo dopo la morte di Cecco, il nostro autore
sarebbe venuto al mondo nel 1269, forse nella seconda quindicina di
ottobre, mentre la madre incinta si recava nel paesello di Ancarano ad
una festa religiosa, che ivi allora si celebrava. E quest’ultima data,
poi che il Castelli ebbe discoperti tali appunti nel 1887 di sul Codice
Vaticano 4831, e quindi pubblicati in miglior lezione nel 1890, per
l’aiuto di Giulio Salvadori, nel _Giornale Storico della Letteratura
Italiana_, vien ritenuta come la più probabile, se non la vera. Tutti
gli storici, intanto, gli danno a padre un maestro Simone; ma discordi
sono i pareri se questi fosse un medico o un notaio.
Nella matricola dei notari dell’epoca, che conservasi nell’archivio
comunale di Ascoli Piceno, un notar Simone Stabili, Stabile o degli
Stabili non è menzionato; nè del casato si ha ricordo nel Catasto del
sec. XIV, che pur ivi si conserva. Tanto il Colocci che altri biografi
posteriori opinano che Cecco, dopo gli studi grammaticali in patria, si
conducesse alla famosa Scuola medica di Salerno, ove taluni ammettono
avessero egli e il padre suo anche insegnato. Sorprende, del resto,
come l’indirizzo prevalentemente astrologico delle nozioni mediche e
di tutta la produzione mentale di Cecco si presenti così dissonante
con le dottrine pratiche e positive della Scuola Salernitana di quel
tempo, di già liberatasi dagli inquinamenti arabi e dagli influssi
astrologici[1]. Poi, stette a Parigi; ma è dubbio se egli venisse o pur
no invitato alla corte papale di Avignone. Dal 1322 al 1325, insegnò
alla celebre università di Bologna e, secondo il Ghirardacci, col
salario di cento lire. Alcuni anzi han preteso che egli professasse,
in quella università, matematica medicina filosofia. Chi si rende
ragione, però, dei sistemi e dei metodi d’insegnamento medievali,
comprenderà di leggieri che la matematica era parte essenziale della
materia astrologica e che la medicina, e in ispecie la terapia,
facevasi dipendere in parte dall’influenza favorevole o maligna degli
astri. Forse, potè dettare un corso di cosmografia e di astrologia
applicata alla medicina; e fa maraviglia, per altro, come egli, medico,
trascurasse di proposito, nell’_Acerba_, di parlare del regno vegetale:
Se d’erbe qui non tracto nè de piante,
Io prego che chi legge non si sdegne,
Ch’a medico ne lasso che ne cante.
Il Boffito, con dotte argomentazioni, ha in vero dedotto, dall’esame
del _De principiis astrologiae_ da lui novamente scoverto nel codice
miscellaneo Vaticano 2366 del sec. XIV, che Cecco a Bologna lesse
proprio astrologia; giacchè questo comento all’opera più rinomata
dell’astronomo ed astrologo arabo Abdel-Haziz Al-cabiti del sec.
X, conosciuta col nome di _Alcabizio_, fu dettato a Bologna, dove,
giovane, venne eletto a tale insegnamento dalla scolaresca cosmopolita.
Il comento ci è pervenuto in poche lezioni, forse sei o sette, ed è
così incompiuto o mutilo probabilmente per la condanna inflittagli dal
Sant’Uffizio. Contro ciò che dapprima si ammetteva, il comento alla
_Sfera_ dell’astronomo inglese del sec. XIII, Iohn Halifax da Holywood,
detto il _Sacrobosco_, non fu dettato a Bologna, ma già prima e, forse,
a Salerno, a Padova o altrove. A Bologna, pertanto, il 16 dicembre
1324, l’inquisitore Lamberto da Cingoli gli sequestrava le opere,
lo condannava a varie pene corporali e pecuniarie, gl’interdiceva
l’insegnamento, _per aver sentenziato e discorso erroneamente di cose
attinenti alla cattolica fede_. E vuolsi che il fiorentino Tommaso del
Garbo, lettore di medicina in quella medesima università, per invidia,
l’avesse denunziato al tribunale dell’Inquisizione. Da questa prima
condanna al 1327, non abbiamo notizie certe di lui. Fu a Bologna, a
Napoli o a Firenze? Insegnò in qualche altra università, o andò ramingo
per l’Italia? Noi non lo sappiamo.
Il 30 luglio 1326, il figliuolo di re Roberto d’Angiò, Carlo duca di
Calabria, a cui era stata concessa per dieci anni la signoria della
repubblica contro Castruccio, entrava in Firenze con grande solennità,
accompagnato da molti magnati del regno e, come dice Angelo Di
Costanzo, da più di dugento altri cavalieri a sproni d’oro. Con questo
nobile seguito, alcuni han preteso giungesse pure Cecco d’Ascoli, e che
là si dedicasse all’insegnamento. Anzi, taluno sostenne che, pervenuto
già prima a Firenze, non appena cioè ebbe campo di allontanarsi da
Bologna, i Fiorentini gli offrirono una cattedra creata appositamente
per lui.
Senonchè, dove sono le prove e i documenti?
Giovanni Villani racconta «che egli era astrolago del duca, e avea
dette e rivelate per la scienza d’astronomia, ovvero di nigromanzia,
molte cose future, le quali si trovarono poi vere, degli andamenti del
Bavaro e dei fatti di Castruccio e di quegli del duca». E a Firenze
veramente noi lo troviamo nel 1327. Secondo un documento inedito, da
noi scoperto nell’Archivio di Stato di Napoli, e che pubblichiamo
qui in fine della prefazione, Cecco stette alla corte del duca, in
qualità di _phisicus et familiaris_, con lo stipendio di tre once
in argento per mese, solo dal 12 marzo al 31 maggio 1327. Ora, se,
come ha provato il Davidsohn[2], egli era stato, pria della seconda
condanna, rinchiuso per due mesi nelle carceri inquisitoriali di Santa
Croce, si può, senza tema di errare, concludere che lo Stabili, già
nei primi del giugno, era stato scacciato dal palagio dei Podestà,
di costa alla Badia. Il vescovo di Aversa, Raimondo de Mausac di
Marsiglia (Pelliccia, Parenti), che era frate minore e cancelliere
di Carlo _Senzaterra_, «parendogli abominevole a tenerlo il duca in
sua corte, il fece prendere, perchè il libro astrologico, composto e
riprovato a Bologna, l’usava anche in Firenze». Ed aggiunge il Villani
che maestro Dino del Garbo, famoso medico fiorentino del tempo, già
professore all’università di Bologna e poi a quella di Siena e padre di
Tommaso, «fu grande cagione della morte del sopraddetto maestro Cecco,
riprovando per falso il detto suo libello, il quale aveva letto in
Bologna, e molti dissono che ’l fece per invidia».
Frate Accursio de’ Bonfantini, inquisitore dell’eretica pravità in
Toscana, che tra le mansioni del suo ufficio trovava anche tempo di
commentare il divino poema di Dante, si fe’ mandare da Bologna copia
del primo processo; e le carte giunsero a Firenze il 17 luglio. Così,
l’accusa di eresia si riconfermava; e Cecco veniva bruciato vivo, con
tutte le sue opere, fra Porta a Pinti e Porta alla Croce, tra Affrico e
Mensola, il 16 settembre 1327[3]. Ecco perchè dei suoi lavori non si è
mai trovato un codice autografo o apografo.
Fu ghibellino: di un ghibellinismo diverso da quello dantesco, come
apparisce da molti luoghi dell’_Acerba_ e di altre sue opere. Propendè
per Lodovico il Bavaro, al pari di Fazio degli Uberti; ma inculcò agli
Italiani, per ottenere o conservare la libertà, di esser concordi:
Così dovría ciascun cittadino
L’uno con l’altro esser conforme,
Chè non venisser lor terre ad inchino;
incitò i Colonnesi a mettersi alla testa del movimento politico, per
far _tenere alli nimici el becco al nido_; imprecò al tiranno della sua
patria, Giovanni Veninbene, capo di parte guelfa, capitano a guerra di
Carlo II d’Angiò nel 1305, contro i ghibellini del suo paese, giusta
quanto rilevasi da parecchi documenti inediti dell’Archivio di Stato
di Napoli, e che pubblicherò prossimamente. Contro quel che asserì il
Castelli, il Veninbene, dunque, fu tutt’altro che ghibellino. Ed io,
perciò, nel 1897, con l’appoggio della tradizione e di quanto ne pensò
anche il Trucchi, fui incline ad ammettere che alla condanna di Cecco
contribuisse pure non poco il suo comportamento politico.
Fu amico di Cino da Pistoia e di Petrarca. Fu in relazioni con
l’Alighieri? Qui sta il nodo. Ma, amico o antagonista di Dante;
infetto di magia o scienziato vero; eretico o no, dice il Castelli, il
martire ascolano ha lasciato, egli solo, le più chiare ed esplicite
testimonianze di rapporti intellettuali col divino poeta. E, se
coraggiosamente affrontò la condanna, rifiutando di abiurare alle
sue idee filosofiche e ripetendo nell’estremo supplizio: _l’ho detto
l’ho insegnato e lo credo_; le fiamme del martirio, nella ipotesi più
avversa, han dovuto magari purificare questa figura tetragona ai colpi
della sventura, sì da farcelo apparire come _un vindice della libertà
di coscienza_[4].
Che egli amasse, peraltro, una donna, a parte qualsiasi giudizio sulla
sua posizione sociale, ci è provato dall’_Acerba_; un amore contrastato
forse, e, se non illecito (_l’empio laccio_, come dice nel sonetto
del Cod. Riccardiano 1103), indubitatamente infelice. Egli riconosceva
anzi in questo amore una _dilectio vitiosa_; perchè, come nel commento
all’Alcabizio, _qui diligit monachas, accipit iste amor_; e tuttavia,
pare, perseverasse in esso impenitente. Le tre lettere giocose in
latino, che gli si attribuiscono, pubblicate dal Novati nel _Gior.
stor. d. Lett. ital._, e ritenute apocrife dal Castelli e dal Rossi,
stanno a dimostrare, comunque, la comune credenza in questa passione
amorosa del poeta. In due di esse, rivolgendosi ai _fiorini_ e ai
_danari_, si fa _una stoica invettiva contro la plutocrazia_; nella
terza individua il suo amore in una suor Lucia, clarissa d’un monastero
di Empoli, di Eboli o di Ascoli (il nome della città non si legge bene
nel testo).
Tale fu quest’uomo, che Andrea Orcagna dannava all’inferno,
nell’affresco del giudizio universale dipinto in S. Croce, e che
l’anima molteplice di Leonardo da Vinci studiò accuratamente,
nell’_Acerba_, per le dottrine scientifiche racchiusevi e per
le figurazioni simboliche, di cui potè avvalersi nella sua arte
meravigliosa.