Difficoltà di distinguere l’arte vera dalla sua contraffazione.
So che la maggior parte degli uomini, anche i più intelligenti,
stentano a riconoscere la verità anche più semplice e più evidente,
se questa verità li costringe a ritener false delle idee che si
son formati forse a fatica, delle idee di cui sono fieri, che
hanno insegnate a degli altri, e sulle quali hanno fondato la loro
vita. Quindi non ho molta speranza che quanto io dico intorno al
pervertimento dell’arte e del gusto nella nostra società abbia
ad essere ammesso dai miei lettori, o neppur preso seriamente
in considerazione. Tuttavia non mi so trattenere dall’enunciare
francamente la conclusione a cui inevitabilmente m’hanno condotto le
mie ricerche intorno al problema dell’arte. Questa conclusione è che
quanto la maggior parte della nostra società considera come arte,
come arte buona, come essenza dell’arte, non è che una contraffazione
dell’arte vera. Questa conclusione, lo so bene, sembrerà strana e
paradossale; ma purchè ammettiamo che l’arte è un’attività umana
per mezzo della quale certi uomini trasmettono i loro sentimenti a
certi altri (e non già un culto della Bellezza, nè una manifestazione
dell’Idea, nè nulla di simile), saremo costretti inevitabilmente ad
ammettere questa conclusione come conseguenza naturale.
Se l’arte è un’attività colla quale un uomo trasmette i suoi sentimenti
ad altri uomini, dobbiamo confessare che di tutto ciò che chiamiamo
arte nella nostra società, di tutti questi romanzi, racconti, drammi,
quadri, opere, balli, ecc., è dir molto se la centomillesima parte
procede da un’emozione sentita dall’autore, tutto il resto riducendosi
a contraffazioni dell’arte, in cui gli imprestiti, gli ornamenti, gli
effetti e l’interesse sostituiscono il contagio del sentimento. Ho
letto, non so dove, che solo a Parigi il numero dei pittori oltrepassa
i ventimila; probabilmente ce ne saranno altrettanti in Inghilterra,
altrettanti in Germania, altrettanti negli altri paesi d’Europa.
Quindi in Europa ci saranno circa centomila pittori, e senza dubbio
vi si troveranno pure centomila musicisti e centomila letterati. Se
codesti trecentomila individui producono ciascuno tre opere all’anno,
si può calcolare ogni anno sopra un milione circa di così dette opere
d’arte. Ora quanti sono gl’intenditori d’arte che siano colpiti da
codesto milione di lavori? Per non parlare delle classi lavoratrici,
che non hanno alcuna idea di quelle produzioni, sarà molto se anche
gli uomini delle classi superiori conoscono una su mille di quelle
opere, e possono ricordarne una su diecimila. Quindi possiamo dire che
tutte queste opere non sono che simulacri d’arte, non producono che
l’impressione d’un passatempo per la turba degli oziosi e dei ricchi, e
sono destinate a scomparire non appena sono prodotte.
La condizione d’un uomo della nostra società che voglia scoprire
un’opera di arte vera nel gran numero delle opere che pretendono di
essere arte, s’assomiglia a quella d’un uomo che fosse condotto per
miglia e miglia lungo una strada lastricata d’un mosaico di pietre
artificiali, e volesse riconoscere l’unico diamante o rubino o topazio
vero che supponesse trovarsi in mezzo a quel milione d’imitazioni.
Anzi la difficoltà dì distinguere le opere dell’arte vera oggigiorno si
trova accresciuta dal fatto che la qualità esteriore del lavoro nelle
false opere d’arte non solo non è peggiore, ma spesso è anche migliore
che nelle vere; poichè la contraffazione produce spesso più effetto che
l’arte vera, e i suoi soggetti sono più interessanti. Come riconoscere
dunque l’arte vera dalla falsa? Come distinguere da un milione d’opere
fatte apposta per imitare un’opera che non se ne distingue per la forma
esteriore?
Per un uomo il gusto del quale non fosse pervertito ciò sarebbe
facile, come per un animale il cui olfatto non è pervertito è facile
il seguire la traccia che segue in mezzo a cento altre nel bosco.
L’animale trova infallibilmente la sua traccia. E l’uomo farebbe
lo stesso se le sue qualità naturali non fossero state pervertite.
Troverebbe infallibilmente, in mezzo a migliaia d’oggetti, la sola
opera d’un’arte vera, cioè quella che gli comunica dei sentimenti
particolari e nuovi. Ma ciò non vale per coloro il cui gusto è stato
pervertito dall’educazione e dal genere di vita. In uomini siffatti il
potere naturale d’essere commosso da un’opera d’arte è atrofizzato,
e nel valore che danno alle opere d’arte sono costretti a lasciarsi
guidare dalla discussione e dallo studio, che finiscono entrambi per
fuorviarli. E così accade che la maggior parte degli uomini nella
nostra società sono assolutamente incapaci di distinguere un’opera
d’arte dalla sua contraffazione più grossolana. Costoro si condannano
a rimaner seduti per delle ore intiere nei teatri a sentire i lavori
di Ibsen, di Maeterlinck, di Hauptmann o di Wagner; si credono in
dovere di leggere dalla prima riga all’ultima i romanzi dello Zola,
del Huysmans, del Bourget o del Kipling, di guardar dei quadri
rappresentanti o delle cose incomprensibili, o delle cose che possono
vedere assai meglio nella vita reale; e sopratutto considerano come
loro obbligo d’andar in estasi per tutta quella roba, pensando che
sia dell’arte, mentre nel medesimo istante delle opere d’arte vera
ispireranno loro un profondo disprezzo, perchè nei loro circoli quelle
opere non sono messe sulla lista delle opere d’arte.
E così, per quanto ciò possa parere strano, io sostengo che tra gli
uomini della nostra società, alcuni dei quali scrivono dei versi,
dei romanzi, delle opere, delle sinfonie, dipingono dei quadri e
scolpiscono delle statue, e discutono, condannano, esaltano le loro
produzioni a vicenda, sostengo che tra tutti costoro ce n’è appena
uno su cento che conosca il sentimento prodotto da un’opera d’arte
e distingua questo sentimento dalle diverse forme del divertimento
e dell’eccitazione nervosa che ai nostri tempi passano per forme
dell’arte.