Gli effetti dell’arte pervertita; la ricerca dell’oscurità.
Il primo effetto della mancanza di fede nelle classi più elevate fu
per l’arte loro l’impoverimento della materia. Un secondo malanno
fu questo, che codesta arte, facendosi sempre più esclusiva, veniva
diventando di pari passo più artificiosa, più inceppata e più oscura.
Nelle età di arte universale un artista, per esempio uno scultore greco
o un profeta ebreo, nelle sue creazioni si sforzava naturalmente di
dire ciò che voleva in modo tale che tutti potessero capire l’opera
sua. Allorchè invece gli artisti non lavorarono più che per un numero
ristretto di persone favorite da condizioni eccezionali, vale a dire
per papi, cardinali, re, duchi, o, non foss’altro, per le ganze dei
principi, naturalmente s’ingegnavano solo di far colpo su quelle
persone delle quali conoscevano bene i costumi e il gusto. E quel
genere di lavoro essendo più facile, l’artista si trovava adescato
senza saperlo a esprimersi con allusioni, chiare per gl’iniziati,
ma oscure per tutti gli altri. A quel modo era facile amplificare; e
poi anche agl’iniziati il vago e l’indefinito presentava una cotale
attrattiva. Siffatta tendenza, che si rivelava nelle allusioni
mitologiche e storiche e negli eufemismi, proseguì ad accentuarsi
fino all’età presente, nella quale pare abbia toccato il suo limite
estremo coll’arte dei moderni decadenti. In ultima analisi essa è
giunta a segno, che nelle opere artistiche non solo furono elevate a
pregi, — anzi a condizioni di poesia, — l’affettazione, la confusione,
l’oscurità, il sottrarsi all’intelligenza della moltitudine, ma
sono avviate a diventare meriti artistici anche le scorrezioni, le
incertezze, le mende tecniche d’ogni guisa.
Teofilo Gautier, nella sua prefazione al celebre libro del Baudelaire
_Fleurs du mal_, dice che il Baudelaire sbandiva più che potesse dalla
poesia “l’eleganza, la passione, e la verità riprodotta con troppa
esattezza„.
Il poeta Verlaine venuto dopo il Baudelaire, e riputato anch’esso uno
dei grandi, lasciò un’_Arte poetica_ in cui raccomanda di scrivere
così:
De la musique avant toute chose,
Et, pour cela, préfère l’Impair,
Plus vague et plus soluble dans l’air,
Sans rien en lui qui pèse ou qui pose.
Il faut aussi que tu n’ailles point
Choisir tes mots sans quelque méprise,
Rien de plus cher que la chanson grise;
Où l’Indécis au Précis se joint.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
E più sotto:
De la musique encor et toujours!
Que ton vers soit la chose envolée
Qu’on sent qui fuit d’une âme en allée
Vers d’autres cieux à d’autres amours!
Que ton vers soit la bonne aventure
Éparse au vent crispé du matin,
Qui va fleurant la menthe et le thym....
Et tout le reste est littérature.
Il poeta Mallarmé che, dopo i due predetti, è ritenuto dai giovani
come il più ragguardevole, dichiara apertamente che l’attrattiva
della poesia sta nel doverne indovinare il significato, e che ogni
composizione poetica deve sempre contenere un enigma:
“Io penso che occorre non ci sia altro che allusione. La
contemplazione degli oggetti, l’imagine liberantesi dalle
fantasticherie suscitate per essi, sono il canto. I Parnassiani,
loro, prendono la cosa intieramente, e la mostrano; con ciò, essi
mancano di mistero; tolgono alle menti quella gioia deliziosa che
proviene dal credere di creare. Nominare un oggetto è sopprimere i
tre quarti del godimento della poesia, che è fatta della felicità
d’indovinare a poco a poco; suggerirlo, ecco l’ideale. È il
perfetto uso di questo mistero che costituisce il simbolo; evocare
a poco a poco un oggetto per palesare uno stato d’anima, o, a
rovescio, scegliere un oggetto e svilupparne uno stato d’anima con
una serie d’interpretazioni.... Se un essere d’intelligenza media
e d’una preparazione letteraria insufficiente apre a caso un libro
così fatto, e pretende di poterne godere, c’è malinteso, bisogna
dissiparlo. Nella poesia ci deve sempre essere dell’enigma; ed il
fine della letteratura, l’unico, è quello di evocare gli oggetti.„
(Risposta di MALLARMÉ a J. HURET nell’_Enquête sur l’évolution
littéraire_).
Come vede ognuno, si tratta dell’oscurità eretta a dogma artistico.
E il critico francese Doumic, al quale codesto dogma non va ancora
a sangue, dice con ragione: “Sarebbe ora di farla finita con questa
famosa dottrina dell’oscurità, che la nuova scuola ha realmente elevata
all’altezza d’un dogma„.
A pensare così non sono soltanto i giovani artisti francesi.
Dappertutto i poeti pensano e fanno il medesimo, in Germania, nella
Scandinavia, in Italia, in Russia, in Inghilterra. Gli stessi principii
ritornano pure fra i cultori di altre ramificazioni dell’arte, fra i
pittori, gli scultori, i musicisti. Appoggiandosi alle dottrine del
Nietzsche e all’esempio del Wagner gli artisti delle nuove generazioni
credono inutile per loro di farsi intendere dalla moltitudine; si
contentano di evocare il sentimento poetico in una schiera eletta di
raffinati.
Affinchè non si creda che le mie affermazioni sieno esagerate, citerò
alcuni passi dei poeti francesi che si posero alla testa del movimento
decadente. Questi poeti si chiamano legione. Se poi cito soltanto dei
Francesi, egli è perchè ora sono essi i corifei del nuovo movimento
artistico, mentre il resto d’Europa si contenta d’imitarli. Oltre a
quelli già ritenuti celebri, come il Baudelaire e il Verlaine, eccovi
i nomi di alcuni altri: Jean Moréas, Charles Morice, Henri de Régnier,
Charles Vignier, Adrien Remacle, René Ghil, Maurice Maeterlinck,
Rémy de Goumont, Saint-Pol-Roux-le-Magnifique, Georges Rodenbach, il
conte Robert de Montesquiou-Fezenzac. Questi sono i _simbolisti_ e i
_decadenti_; ma ci sono altresì i _magi_: il Sâr Peladan, Paul Adam,
Jules Bois, Papus, e altri. E potreste leggere altri cento quarantun
nomi, mentovati dal Doumic nel suo libro _Les jeunes_.
Ecco pertanto alcuni saggi di coloro che sono ritenuti fra i migliori,
cominciando da quel celebre Baudelaire, che fu giudicato degno
dell’onore d’una statua. Udite questa poesia appartenente ai suoi
_Fleurs du mal_:
Je t’adore à l’egal de la voûte nocturne,
O vase de tristesse, ô grande taciturne,
Et t’aime d’autant plus, belle, que tu me fuis,
Et que tu me parais, ornement de mes nuits,
Plus ironiquement accumuler les lieues
Qui séparent mes bras des immensités bleues.
Je m’avance à l’attaque, et je grimpe aux assauts,
Comme après un cadavre un chœur de vermisseaux,
Et je chéris, ô bête implacable et cruelle,
Jusqu’à cette froideur par où tu m’es plus belle!
Trascriviamo un sonetto dello stesso autore: