II.

Manzoni e Tolstoi nell’idea morale dell’arte.

L’unione di questi due nomi, che, a primo tratto, può parere arbitraria

e anche bizzarra, ha invece, io credo, la sua ragion d’essere in

paralleli curiosi e in analogie profonde. I due uomini stanno veramente

a così gran distanza l’uno dall’altro e tanto si diversificano in molti

aspetti della vita reale e spirituale, da formare un vero contrapposto.

Eppure tra il latino e lo slavo, tra il solitario di Brusuglio e il

romito di Isnaia-Poljana, corrono, a guardarli attento, come dei cenni

di intelligenza e di consenso; e in certi momenti direste che le due

grandi figure (sempre così diverse di tipo e di contegno) si avvicinino

e si tendano la mano. Si tratta insomma di una di quelle somiglianze,

che è facile esagerare trascorrendo nell’assurdo e nel ridicolo, ma

che non sono per questo meno vere; e che anzi sono, per quello stesso

pericolo, tanto più degne d’essere studiate.

Basterebbe, a convincersene, considerare la risoluta franchezza con la

quale tanto il Manzoni che il Tolstoi mutarono completamente d’avviso

intorno alla loro vita e alle loro dottrine, ogni volta che vi furono

indotti o dal sentimento o dalla ragione, e nessuno dei due mostrò di

badare agli effetti pratici e personali del proprio mutamento.

Il Manzoni si mutò di incredulo in cattolico fervente, di classico

in romantico indipendente. Poco sappiamo in particolare della sua

conversione religiosa; e ignoriamo se e come affrontasse fiere

battaglie di spirito o andasse incontro per essa a rinuncie gravi; ma

che non fosse uomo da sbigottirsene potremo, io credo, argomentarlo con

bastante sicurezza anche osservando il modo con cui egli accettò tutte

le conseguenze della sua conversione letteraria. Quando, in appresso,

ebbe raggiunta la sua grande fama coi _Promessi Sposi_ e fu questione

per lui ben più seria che di sconfessare canoni pseudo-aristotelici e

ripudiare poemetti giovanili (per quanto questi ultimi a lui fossero

caramente diletti nel ricordo delle prime vittorie), noi troviamo

sempre lo stesso uomo risoluto e tranquillo nel seguire i precetti

della propria ragione. Censore infaticabile di sè stesso, egli da prima

si convince d’avere, scrivendo il romanzo, errato nel criterio della

lingua; e subito mette mano a rifare il romanzo e a professare la sua

nuova dottrina della lingua. Si pone quindi ad esaminare il romanzo

storico; e rinvenuto in quella mescolanza di invenzione e di verità un

principio dissolvente e un motivo di biasimo, non esita a prendere il

suo partito e pronuncia una condanna che ferisce in pieno petto il più

insigne documento della sua anima d’artista, la parte più preziosa del

suo viatico verso la posterità e la gloria.

Un biografo di Manzoni ci ha lasciato un toccante ricordo dell’ultimo

tempo della sua vita. Il venerando uomo, avvertiti gli effetti

disastrosi che la tarda età andava producendo nelle sue facoltà

percettive, volle riassumerli in questo distico:

Bocca, naso, occhi, orecchi e, ahimè!, pensiero,

Non ho più nulla che mi dica il vero.

Un ricordo toccante ho detto; e avrei anche potuto dirlo ricordo

lugubre, quasi tragico. Non è forse a noi argomento d’infinita pietà

questo sorprendere un uomo, che per tutta una lunga esistenza aveva

saputo scrutare con sì forte acume i segreti dello spirito e che aveva

osservato con penetrazione così sottile la grande scena dal mondo,

sorprenderlo, dico, mentre egli assiste al tramontare, allo spegnersi

della sua intellettualità, rimanendogliene però sempre abbastanza

per avvertire il fatto, descriverlo e quasi scherzarvi sopra con

rassegnazione malinconica?

Eppure io mi compiaccio molto che quell’umile documento dello spirito

senile di Alessandro Manzoni non sia rimasto sconosciuto. Mi pare

che quei due versi non suonino male nella pia sera della sua grande

giornata; poichè ce lo presentano fino all’ultimo quale egli fu

veramente in tutta la vita: osservatore rigido e vigilante d’ogni suo

atto e pronto sempre a giudicare sè stesso con una illimitata e quasi

eroica sincerità.

Non c’è bisogno di un lungo esame per vedere la grande somiglianza

che, sotto questo aspetto, ha con la vita del Manzoni quella di

Leone Tolstoi. Anche s’egli non si fosse incaricato d’informarcene

distesamente in un libro basterebbe confrontare i suoi primi romanzi

con la _Sonata a Kreuzer_; e pensare come viveva quarant’anni fa e come

vive oggi lo scrittore moscovita, per misurare d’un tratto la immensa

trasformazione avvenuta in lui e da lui voluta.

Al Manzoni come al Tolstoi vennero mosse le facili accuse di

incoerenza. Ma chi potrebbe (e questo è l’essenziale) accusarli di

bassi calcoli o di leggerezza? E che è mai il passare e il succedersi

di opinioni nel cervello di singoli uomini, di fronte alla non mai

terminata conquista del vero e del bene? Noi saremmo ancora nel più

fitto dell’ignoranza e nella ferocia primitiva, se gli uomini migliori,

a un certo momento della loro vita, non avessero cambiato di idee e di

propositi. Una cosa certo dispiace; ed è vedere tanti sciocchi, tanti

furbi e tanti farabutti ripararsi dietro quei nobili esempi. Ma v’è

anche modo di consolarsi pensando che, fatti i conti, ogni uomo rimane

poi sempre col proprio valore!

*

* *

È evidente che Manzoni e Tolstoi si assomigliano nell’avere delle

lettere, e dell’arte in genere, un concetto alto e austero e

nell’attribuire ad essa un grande ufficio educativo e sociale. Il

Manzoni spiegò per tempo la sua bandiera. “Tutto ciò che ha relazione

con l’arte della parola, e coi diversi modi d’influire sulle

idee e sugli atti degli uomini, è legato di sua natura a oggetti

gravissimi„[3].

Veramente questa, a quel tempo, era una massima comune. L’Alfieri e

il Parini avevano infuso nelle lettere un forte spirito di educazione

morale e civile; il Foscolo dalla cattedra di Pavia aveva parlato un

linguaggio somigliante. Se vi erano dissensi, questi potevano toccar

solo il modo di intendere e di applicare la massima. Gli stessi

difensori dell’uso della mitologia pagana, con a capo Vincenzo Monti,

adducevano le alte moralità rinchiuse nei vecchi miti e rese più

insinuanti attraverso i veli della finzione poetica. Questo, su per

giù, era anche il sentimento di Giacomo Leopardi, confidato a parecchi

dei suoi canti ed espresso di frequente nei _Dialoghi_, nei _Pensieri_,

nell’_Epistolario_ e dovunque egli insiste sulla necessità di certe

umane illusioni. Chi allora avesse affermato il contrario, non avrebbe

potuto difendersi dalla taccia di pazzo o almeno di stravagante.

Ma il Manzoni mirava a un effetto più esteso, movendo da una idea più

fondamentale. Egli voleva far trionfare un principio che cominciava

già ad essere accetto ai giovani; un principio, che fuori d’Italia

scrittori di grande autorità, come la Staël, i fratelli Schegel, il

Chateaubriand, avevano già gridato alto, e che in Italia parecchi

valorosi amici suoi, come l’Hermes Visconti, il Berchet, il Pellico,

cominciavano ad accogliere e a divulgare. Ad Alessandro Manzoni

dispiaceva che questo principio andasse sotto il nome di Romanticismo,

parola, a suo gusto, antipatica e piena di equivoci. A ogni modo, il

romanticismo esprimeva per lui un movimento serio e salutare, a patto

che si dissipassero le fantasie paurose e bizzarre di cui l’avevano

circondato, e cessassero d’essere materia sua costante certi vani

pettegolezzi di scuola; a patto infine che la disputa non si fermasse

alle tre unità classiche e alla mitologia, anzi non si fermasse alla

pura forma letteraria.

Discorrendone col marchese Cesare D’Azeglio nel 1823, il Manzoni

esprime tutta la sua viva compiacenza perchè le nuove idee si

diffondevano non solo ai diversi modi di poesia, ma occupavano di

mano in mano _tutte le teorie dell’estetica_[4]. Era dunque un pieno

e universale rinnovamento dell’arte quello che egli aveva concepito

e domandava e aspettava, come la unica razionale conseguenza del moto

romantico.

Gli intendimenti del Manzoni appaiono con forma anche più viva dalle

lettere che egli scrisse al Fauriel tra il 1807 e il 1823, in quello

che fu veramente il periodo della sua grande creazione artistica,

perchè vi compose gli Inni sacri, le Tragedie, il Romanzo; e perchè è

anche rinchiusa in esso la sua conversione religiosa.

Montesquieu aveva scritto: “Se non fossi cristiano, vorrei essere

stoico„. Manzoni dopo aver professato una specie di stoicismo

moderno col Fauriel, con Giorgio Cabanis e con madame Condorcet,

volle, prima d’uscire dalla giovinezza, rendersi cristiano. Ebbe

per catechista l’abate Degola, che a Roma, non a torto, avevano in

opinione di giansenista; ed ebbe per compagna, forse per ispiratrice

di conversione, la moglie Enrichetta Blondel, che era nata e cresciuta

nella fiera dogmatica di Calvino.

Per quanto la tradizionale bonomia lombarda e la vivacità ironica e

l’indole critica dell’ingegno dovessero temperare in lui tutta quella

austerità religiosa, è fuor di dubbio che essa sempre lo signoreggiò

e lo diresse nella vita: e quindi anche nell’arte. A tacere degl’Inni

sacri, che si vollero considerare quasi un corollario immediato della

sua conversione, in ogni componimento a cui il Manzoni volge l’animo è

impossibile non riconoscere subito il preconcetto di un’alta finalità

etica e religiosa. Anche quando non teorizza su questo punto, lo dà

per supposto. Ha egli bisogno un galantuomo di professare ogni momento

la sua onestà? E uno scrittore deve essere galantuomo due volte: come

uomo e come scrittore. Inseparabili quindi nella scelta di un soggetto

le sue qualità prettamente artistiche dalla dignità e dalla utilità

spirituale. L’argomento d’una tragedia non è buono solo perchè gli dà

materia a vestire di bei versi e a mettere sulla scena un contrasto

di caratteri e di passioni commoventi. Questo potè bastare, forse,

a Guglielmo Shakespeare; a Manzoni non bastò. Vedete per che motivi

lo fermano e lo innamorano, fra tante, le figure del Carmagnola e

dell’Adelchi. Egli ha prima scoperti e studiati tutti gli elementi

che abbisognano per far sì che splenda intorno a quelle due figure una

grande moralità storica, civile e patriottica, che il poeta esprimerà

poi liricamente nelle strofe del Coro. E quando la voce del Coro tacerà

e il nodo tragico sarà sciolto, il poeta muterassi in narratore e

continuerà ad illustrare e a diffondere quella moralità con altra forma

e altri argomenti.

*

* *

E il Manzoni va anche più oltre. Non si contenta di questa, che

potremmo chiamare una buona fratellanza del principio estetico col

principio etico. Egli spinge questa fratellanza agli ultimi limiti

di una perfetta intimità; anzi, a parlar più preciso, non dubita di

condizionare e sottomettere il primo al secondo. Tra le sue mani una

questione letteraria si riduce sempre ai minimi termini di un vero

caso di coscienza. — Perchè debbono i poeti proscrivere l’uso della

mitologia pagana? I perchè sono molti e il Manzoni non tralascia di

enumerarli, deducendoli da quelli che egli crede i buoni canoni della

poetica moderna. Poi soggiunge, scrivendone al D’Azeglio: “Ma la

ragione, per la quale io credo detestabile l’uso della mitologia, e

utile quel sistema che tende ad escluderla, non la direi certamente

a chiunque, per non provocare delle risa.... Tale ragione per me è,

_che l’uso della favola è idolatria_[5]„. E passa a dimostrarlo. Lo

stesso accade nel giudizio che egli reca sul romanzo storico. Sotto

quell’acervo mirabilmente ingegnoso e sottile di osservazioni e di

esempi onde sono formate le due parti del _Discorso_, che cosa troviamo

in sostanza? Che, stando al convincimento del Manzoni, l’invenzione

e la storia, con cui si vuol comporre e fondere il romanzo, riescono

a formare un’unità solo “verbale e apparente„, mentre ben diversa era

la promessa fatta al lettore; onde il suo spirito s’inquieta e la sua

mente è tratta in inganno[6]. E non bisogna mai ingannare nessuno!

Eccoci dunque a un altro caso di coscienza e a un altro precetto del

Decalogo.

Che nel sottomettere le invenzioni della letteratura e dell’arte in

genere alle strette discipline di un principio morale e religioso,

il pensiero del Manzoni e quello del Tolstoi s’incontrino e

sostanzialmente si identifichino, mi pare cosa tanto chiara da non

avere bisogno di altra dimostrazione. Chi lo credesse necessario,

potrebbe con facilità mettere a confronto ragionamenti e sentenze

tratte dall’uno e dall’altro. Ma ciò che meglio persuade è il

considerare, in complesso, le loro fisonomie di scrittori e cogliere,

per così dire, il sentimento profondo e continuo da cui quelle loro

fisonomie sono animate. Inutile quasi aggiungere che, parlando del

Tolstoi, io intendo specialmente alludere ai suoi ultimi libri; e che

affermando la loro somigliante orientazione nel mondo dell’arte, non

dimentico le molte dissomiglianze d’indole e di idee, massime religiose

e sociali, che intercedono fra i due.

E anche ai tempi diversi bisogna guardare. Quando il Manzoni scriveva e

polemizzava intorno all’ufficio delle lettere, certe teorie o non erano

nate o non avevano ancora autorità e seguito; onde non ebbe bisogno di

scaldarsi e d’inveire (se pur l’animo suo l’avesse comportato) contro

dei nemici lontani e ancora invisibili. Il Tolstoi invece, arrivato

quando, dalla letteratura del Trenta in poi, tanti cattivi germi

avevano avuto campo di svilupparsi, trovò tutta l’Europa già inondata

dai peggiori prodotti dell’arte francese mercantile e pornografica; e

sentì gridare sui tetti le più strambe teorie e celebrare per grandi e

per sommi certi poeti, romanzieri, autori drammatici e musicisti, che a

lui parevano la negazione dell’arte seria, sana e benefica. Aggiungansi

la sua originale professione di mistico, il suo fervore d’apostolo,

i suoi istinti di lottatore agguerrito. Così il suo ultimo libro

sull’arte rimarrà meglio spiegato; e meglio sarà inteso il modo con cui

ha posto certe questioni, la preferenza che ha dato ad alcune di esse,

le grandi verità che ha saputo dire, le esagerazioni e le violenze da

cui non ha potuto astenersi.

E sopratutto non dobbiamo mai scordarci che Leone Tolstoi è uno

slavo; anzi che egli, come uomo e come scrittore, è uno degli

spiriti meglio rappresentativi di ciò che la razza slava può avere

di conforme e disforme da noi. _Quanto a me_ (scriveva di lui

lo Zola), _col mio cervello latino, non posso comprendere quelle

speculazioni metafisiche._ Ora se tale incomunicabilità dell’ingegno

latino e dell’ingegno slavo, affermata in senso così assoluto, è

una esagerazione, non può negarsi nemmeno che tal volta dinanzi ai

giudizi e ai sentimenti e alle configurazioni fantastiche di quei bravi

iperborei, noi ci sentiamo attratti insieme e respinti, come dinanzi a

delle grandi porte, socchiuse ma impenetrabili.

*

* *

Quando vediamo che due forti intelletti si accordano sovra una tesi

d’importanza capitale, collegata a un sistema generale di speculazioni,

noi possiamo indurne con molta probabilità che la loro concordanza

dovrà, più o meno, estendersi a tutto il sistema.

E questo parmi il caso di Manzoni e di Tolstoi nella tesi dell’amore,

quale argomento di rappresentazioni artistiche. Quando il Bonghi,

commemorando il Manzoni alla Biblioteca di Brera, ebbe fatto conoscere

alcuni passi inediti tolti dal manoscritto dei _Promessi Sposi_, ove

l’autore espone così argutamente le sue idee in proposito, lo stupore

fu grande e i pareri molti; ma l’idea era troppo chiaramente espressa

per ammettere dubbi e interpretazioni diverse. Confessa il Manzoni che

nella prima formazione del suo romanzo abbondavano le vive descrizioni

di scene d’amore fra i due promessi, e che anzi n’erano “la parte

più studiata„. Ma nel trascriverlo e nel rifarlo, egli si decise

ad escludere tutto ciò, riducendo il racconto dell’amore di Renzo e

Lucia all’attuale sobrietà e freddezza e castità di forme, che parve

a molti eccessiva. Il Settembrini, infatti, domandava stizzito di

che colore fossero gli occhi di Lucia. E se tanta era la ritenutezza

del romanziere nel descrivere un amore “che doveva essere comandato e

chiamarsi santo„, immaginarsi tutte le sue cautele a proposito della

tresca fra Egidio e la Monaca! Per verità, quella figura di Geltrude,

così bella, così misteriosa, così degna di tanta pietà anche nella

colpa, deve avere lungamente, pericolosamente assediata e quasi sedotta

la fantasia dell’autore. Lo si capisce dalla pagina calda e quasi

fremente con cui ce la descrive al suo primo entrare nel romanzo,

dietro la ferriata del parlatorio. Dunque in guardia, don Alessandro!

E nel primo e anche nel secondo manoscritto del romanzo (quello che

si conserva alla Braidense) fu levata via con mano rigorosa ogni

descrizione che potesse contenere il più piccolo allettamento erotico,

salvo, forse, la descrizione della sfiorita ma sempre attraente

bellezza della suora; e tutto il seguito della sacrilega avventura tra

essa e il libertino, venne troncata di botto con la celebre frase: “la

sventurata rispose„.

Di questo suo inesorabile procedere il Manzoni espone molto nettamente

il motivo. “Io sono di quelli che dicono che non si deve scrivere

d’amore _in modo da far consentire l’animo di chi legge a questa

passione_.... Concludo che l’amore è necessario a questo mondo; ma

ve n’ha quanto basta e non fa mestieri che altri si dia la briga di

coltivarlo; e che col coltivarlo non si fa altro che farlo nascere dove

non fa bisogno. Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha bisogno

e che uno scrittore, secondo le sue forze, può diffondere un po’ più

negli animi,... ma dell’amore ve n’ha, facendo un calcolo moderato,

seicento volte più di quello che sia necessario alla conservazione

della nostra riverita specie. Io stimo dunque imprudente andarlo

fomentando cogli scritti; e ne son tanto persuaso che se un bel giorno,

per prodigio, mi venissero inspirate le pagine più eloquenti d’amore

che un uomo abbia mai scritte, non piglierei la penna per metterne una

linea sulla carta, tanto son certo che mi pentirei„.

Antonio Fogazzaro osserva a ragione[7] che, con tale sentimento

Alessandro Manzoni non avrebbe voluto essere l’autore del quinto Canto

dell’_Inferno_; nè forse (aggiungo io) aver dipinti gli occhi della

Madonna di San Sisto.

Quale sia la metafisica attualmente preferita da Leone Tolstoi intorno

all’amore, io non starò qui ad esporre; nè indagherò come egli intenda

ed applichi un famoso passo del Vangelo di san Matteo, che egli ha

messo in fronte al suo ultimo romanzo. E fuori di dubbio che egli

professa, in fatto d’amore, una opinione di pessimismo che può ben

dirsi ultra-schopenauriano. Nè certo le conseguenze lo sbigottiscono.

Quando il protagonista del tristissimo racconto _La sonata a Kreuzer_

è arrivato a un certo punto nello svolgimento della teoria tolstoiana

sulle relazioni sessuali fra i coniugi, il suo interlocutore si crede

in dovere di interromperlo: — Ma voi così spegnerete il genere umano! —

E l’altro risponde senza scomporsi: — E che bisogno c’è che il genere

umano continui? — Il Manzoni, che ammette invece essere _l’amore

necessario a questo mondo_, pure pensando che ce ne sia tanto più del

bisogno, è dunque un moderato e quasi un timido nella sua dottrina, a

petto del romanziere moscovita. Ma l’importante da notare qui è questo:

che i due consentono perfettamente nell’idea di proscrivere dall’opera

d’arte ogni rappresentazione d’amore che “faccia consentire l’animo a

questa passione„.

Il Manzoni è convinto che il peccato d’amore (per un carattere tutto

suo particolare collegato alle condizioni della nostra sensibilità)

tragga un grande impulso dalla viva evocazione, in genere, delle

immagini amorose; quindi o le esclude del tutto, applicando il _nec

nominetur_ di san Paolo, o le vuol ridotte a proporzioni minime e a

forme castigatissime. Il Tolstoi, logico anch’egli, va ben più oltre;

e vagheggia e invoca una letteratura la quale includa bensì l’amore,

ma solo per insinuare contro di lui il disgusto e l’abborrimento degli

uomini. Per questo, fra i romanzieri francesi contemporanei, Tolstoi

salva e cuopre della sua simpatia il Guy de Maupassant. Ed è curioso

vedere come lo giudica. Anch’egli il povero autore di _Bel-Ami_, come

Dumas, come Zola e tutti gli altri, è inquinato di erotomania dai

capelli alla punta dei piedi; ma dal fondo stesso del proprio abisso

egli ha saputo trarre un principio di salvezza. “Non havvi forse uno

scrittore che sia stato così sinceramente persuaso come Maupassant,

che tutta la felicità, che persino il senso della vita risiede nella

donna, nell’amore, e che abbia descritto con tanta forza di passione,

la donna e il suo amore sotto tutti gli aspetti. E non vi fu mai,

forse, uno scrittore che abbia mostrato, con una chiarezza e una

precisione incomparabili, tutti i lati umili di questo fenomeno che

gli sembrava il mezzo più elevato per ottenere la maggior felicità

possibile della vita. Quanto più egli ne approfondiva lo studio, tanto

più questo fenomeno si spogliava di ogni velo ai suoi occhi e non ne

rimanevano più che le conseguenze terribili„. È accaduto insomma a Guy

de Maupassant come al profeta Balaam; ma in senso inverso: “Egli voleva

esaltare l’amore, ma quanto più lo conobbe, tanto più lo maledì„[8].

E da tutta l’opera sua pare che prorompa l’amara imprecazione di

quell’altro grande lussurioso che fu Alfredo De Musset:

Amour, fléau du monde, execrable folie,

Toi qu’un lien si frêle à la volupté lie,

Quand par tant d’autres nœuds tu tiens à la douleur!...[9]

Contro dunque le stesse sue intenzioni, il Maupassant c’insegna co’

suoi libri a fuggire le donne e a detestare il sentimento d’amore che

vorrebbero inspirarci. E questo sarà notato a grande merito suo, nella

giornata del giudizio finale!

*

* *

In un altro punto i due scrittori s’incontrano; ed è il valore relativo

e subordinato che essi dànno, nell’opere d’arte, all’elemento della

bellezza.

È degno di nota che Manzoni non pensa neppure a nominarla quando

esprime le qualità capitali che dee avere un lavoro artistico, perchè

corrisponda al suo debito ufficio. Vuole che abbia “il vero per

soggetto, l’utile per fine, l’insinuante per mezzo„. Sembra indubitato

che a quella virtù d’_insinuarsi_ negli animi, debba concorrere la

bellezza; ma non è detto in quale misura; e appare escluso, anche per

questa significante preterizione, che essa vi domini sovrana.

Quanto al Tolstoi, abbiamo visto nell’articolo precedente che, per lui,

la grande eresia estetica consiste appunto in questo dominio; ossia

nell’aver posto come fine supremo dell’opera d’arte la contemplazione

dilettosa del bello. Tutti i traviamenti e tutte le corruttele sono

derivate da questa fonte. La civiltà del genere umano, che nella

letteratura e nella cultura artistica avrebbe dovuto trovare un

sì potente aiuto, vi ha invece trovato un inciampo e un impulso

funesto. I Greci diedero il cattivo esempio, i Latini lo seguirono,

il Rinascimento italiano ne rimase tutto inquinato; e oggi la società

d’Europa e d’America vede tutti i suoi vizi più abominevoli fomentati,

abbelliti e quasi deificati nei canti dei poeti, nelle descrizioni dei

novellieri, nei quadri e nelle statue, nei drammi, nelle commedie,

nelle opere in musica. E quale meraviglia? Il piacere ha una logica

inesorabile; e per quanto sieno scelte, peregrine e delicate le sue

prime forme, una volta che esso è posto nelle cose della vita come

fine, con la forza di quella logica esso tirerà a sè i sensi dell’uomo

giù per tutti i gradi della cecità e del peccato.

E non sperate di mitigare la condanna del Tolstoi, parlandogli di una

categoria di bellezza artistica superiore, dalla quale non dovrebbero

piovere che influssi salutari, ispirazioni nobili, affetti casti. Egli

respinge ogni distinzione che possa aver l’aria di una concessione,

perchè pensa che il male risiede nella falsità del principio estetico.

Quindi una grande solidarietà di colpa involge nel suo giudizio opere e

autori di epoche lontane e di culture diverse; nè troppo noi dobbiamo

stupirci quando lo vediamo comprendere nella sua fiera condanna,

parziale o totale, artisti grandissimi e di genio austero, non salvando

nemmeno Dante, Michelangelo, Beethoven.... Che ne sappiamo noi? Quel

_San Giovannino_ di fra’ Bartolomeo della Porta, che, stando al Vasari,

i frati del convento di San Marco dovettero levar via dall’altare

perchè induceva in tentazione le donne di Firenze, forse non era che un

discendente legittimo, in linea d’arte, da Giotto e da Taddeo Gaddi,

che troppo avevano cercata, per sè medesima, la bellezza della figura

umana; forse le rime licenziose del Parny e del Casti non furono altro

che una lontana ma naturale derivazione dell’“amoroso foco„ che arse

nella lirica dei castelli di Provenza e del Trecento italiano.... Io ho

paura che Leone Tolstoi sia loico come il diavolo.

Ma insomma che vuole egli? Che dobbiamo fare? Dovremo noi, per

contentare questo terribile russo, ritornare le arti al mistero del

medio evo e alle iconi della Chiesa moscovita?

Questo terribile russo, per verità, non bandisce la bellezza dall’opera

d’arte. L’ama invece e la vuole. Solamente egli chiede che essa non

venga più considerata come una suprema entità e fine a sè stessa,

secondo che pensano gli esteti contemporanei, i quali ne hanno fatto

una idea _idolatra_, quindi inorganica e incivile. Pretende che

essa trovi la sua forza e la sua gloria in una doverosa servitù,

ossia che vada sempre subordinata e coordinata al trionfo del bene

morale. E siccome poi Tolstoi non comprende la moralità disgiunta

dal cristianesimo, anzi non v’ha per lui altra morale fuori della

cristiana[10], così egli domanda che l’arte si faccia cristiana per

davvero, nella sostanza e nella forma. È innegabile che, posto il

principio, tante applicazioni e affermazioni del Tolstoi nell’argomento

perdono molto della loro singolarità e anche della loro audacia.

Potranno parere eccessive e lo sono anche, ma non mancano di costrutto

logico.

L’arte dunque, egli dice, deve essere evangelicamente demofila. “Il

concetto cristiano consiste nell’essere tutti gli uomini figli di

Dio: deve dunque esistere un’unione fra loro e con Dio, come dice il

Vangelo (S. Giovanni, XVII, 21). Gli è per ciò che i sentimenti che

giovano all’unione degli uomini con Dio e fra di loro devono essere il

fondo dell’arte cristiana.... L’arte per sè stessa ha il pregio d’unire

gli uomini. Essa unisce coloro che sono impressionati dal sentimento

dell’artista, anzitutto a questi, e poi a tutti gli uomini che subirono

la stessa impressione. L’arte non cristiana che riunisce una sola

categoria d’uomini, la separa, per ciò stesso, da tutte le altre;

questa unione parziale produce dunque non solo la disunione, ma anche

l’animosità.... L’arte cristiana, detta altrimenti l’arte dell’epoca

nostra, dev’esser _cattolica_ nel senso proprio di questa parola:

universale, e, di conseguenza, deve unire tutti gli uomini„.

A questo modo un improvviso lume par che rischiari tutto il

sistema estetico di Leone Tolstoi; e un criterio molto semplice di

classificazione e di valutazione ci soccorre nel qualificare, alla

sua maniera, le opere dell’ingegno artistico. E così anche si spiegano

certe sue esaltazioni e certe sue condanne di autori, le quali formano

veramente la parte più inaspettata e più ostica del suo nuovo libro.

Quando egli si trova al cospetto di un poema, di un quadro, di un

dramma, di un romanzo, prima di giudicarli ne’ loro pregi estetici,

subito si domanda se l’opera corrisponda al grave fine per cui tutte

le opere dovrebbero essere fatte; se cioè per la somma delle idee,

dei sentimenti, delle simpatie, delle suggestioni (per dire la parola

in uso) che ne vien fuori, essa si accordi col principio cristiano,

sociale e umanitario, oppure se vi contradica; in altri termini,

usando ancora la frase del Manzoni, se essa _induca_ gli uomini a

_consentire_ a quel principio oppure ad allontanarsi da esso. Con

tale pietra del paragone fra le mani, il Tolstoi giudica, assolve e

condanna senza esitare. Per questo egli accetta e ama fra i pittori

Millet, Berton, Lhermitte, non accetta e non ama Delacroix, Vernet,

Makart e Burne Jones; accetta e ama fra i romanzieri Victor Hugo, Dumas

padre, Dickens, Gogol, Dostojewski, Giorgio Elliot, e perfino Guy de

Maupassant; non accetta o non ama Balzac, Zola, Flaubert, De Goncourt,

Paolo Bourget.

In sostanza, che v’ha egli di veramente nuovo in tutto questo? Non

ha avuto forse l’arte, in tutti i tempi di civiltà, due ben distinte

categorie di giudici, cioè fuori o dentro il principio etico e

religioso? Non ci ricordiamo più che l’idea di Stato suggerì al divino

Platone giudizi così aspri intorno al divino Omero? Se poi ci piacciono

esempi meno lontani, non abbiamo che a ricordarci che lo stesso

metodo giudicativo fu, _mutatis mutandis_, già adottato dal Bousset,

dall’Arnaud, dal Pascal e da tutti gli scrittori appartenenti, in

Francia e fuori, a quel periodo che fu detto del rigore giansenista, e

che alle manifestazioni dell’arte faceva un viso così diffidente e così

austero. Di quel rigore giansenista il nostro Manzoni, il buon allievo

dell’abate Degola, fu, io credo, artisticamente parlando, un mitigato

ma logico seguitatore; e oggi, nella massima fondamentale, lo troviamo

d’accordo con Leone Tolstoi, il quale, alla sua volta, ci fa tornare

con la mente alle idee di Gian Giacomo Rousseau.

*

* *

Ma se il libro di Tolstoi, a guardarlo nella sua essenza, è tutt’altro

che un seguito di affermazioni strambe e di teorie incoerenti e

barbariche, come a qualche giornalista piacque, con la solita autorità,

di definirlo, questo non vuole già dire che esso risolva il problema

in modo del tutto soddisfacente. Dirò qui molto brevemente la mia

opinione. Questa dell’ufficio e del fine dell’arte, è questione che

troppo agevolmente si presta alle esagerazioni ed agli equivoci; troppo

di frequente si mescolano ad essa elementi eterogenei, e abiti e gusti

viziosi, e simpatie e antipatie interessate. Aggiungete che i criteri

teologici, ossia quelli che concernono i fini delle cose, sono sempre

difficilissimi ad essere adoperati con accorgimento e con perfetta

misura.

E una mancanza appunto di misura io veggo nella dottrina del Tolstoi,

come in quella del Manzoni, come in tutti coloro che dinanzi a

ogni nuova creazione di poeta e d’altro artista, piglino subito un

atteggiamento da censore di classe e le domandano: — Ohe cosa provi tu?

Che effetto produci tu tra gli uomini? Sei tu venuto per accrescere o

per diminuire la dose della loro moralità? — Questa casuistica trita

e minuta, tirata ogni momento nel campo dell’arte, a me è parsa sempre

uggiosa e incomoda come tutto quello che è fuori di posto. E penso che

la risposta migliore sarebbe sempre quella della fioraia di Corinto

allo stoico indiscreto: — I fiori sono belli e odorano.

L’antico buon senso dei popoli civili ha sempre distinto due categorie

di atti umani: quelli obbligatori e quelli leciti. A questi secondi

non ha fatto mai torto l’essere niente più che dilettevoli; e non si è

mai preteso di dedurre per questo che fine ultimo o massimo della vita

fosse il piacere. Ora, se vi ha gente che in questa regione del puro

dilettevole abbia diritto di muoversi e anche di vagabondare con una

certa onesta libertà, senza troppo inquietarsi d’altro, io dico che

sono i poeti e gli artisti.

Affermare che il piacere soggettivo generato dalla bellezza sia fine

d’un’opera artistica, è proprio una così grande eresia? Il Tolstoi

non ne dubita. — Tanto varrebbe, egli dice, affermare che fine

dell’alimentazione sia il piacere del palato. — E perchè no? domando

io. Non sarà il fine unico e assoluto, ma che sia anch’esso un fine

ragionevole nessuno potrebbe negarlo; tanto è vero che un celebre

fisiologo disse argutamente potersi definire l’uomo un animale che

mangia anche senza lo stimolo della fame. E nemmeno si dovrebbe negare

che la bellezza possa contenere, in sè stessa e per sè stessa, una

salutare potenza di elevamento e di purificazione umana, quando davvero

un’arte “alta, gentile e pura„ la faccia splendere dinanzi ai nostri

occhi. Onde _bellezza educatrice_ non esitò a dire Niccolò Tommaseo; e

molto prima di lui Marco Tullio potè delineare un bellissimo quadro in

cui le umane lettere, liberamente professate, conferiscono insieme alla

felicità e alla nobiltà della vita.[11]

“Quando l’arte non divertirà più, essa non corromperà più, assorbendo

a questo scopo le forze migliori....„ Questo afferma con la sua solita

audacia il Tolstoi. Ma ha egli ben pensato anche a tutte le “migliori

forze„ che l’arte perderà quando venisse il giorno, da lui invocato,

in cui essa non fosse più nè amabile, nè divertente? Crede egli che

l’alimentazione umana si avvantaggerebbe il giorno in cui i cibi

cessassero di essere gustosi al nostro palato?

Però, a malgrado della nota esagerata e violenta che vi domina,

non dubito di ripetere quello che dissi nel mio primo articolo:

quest’ultimo di Leone Tolstoi è un libro poderosamente concepito,

ricco d’accenni profondi, di investigazioni acute e di verità utili

e umanamente accettabili anche da chi non si sente di salire a tutte

le premesse del suo spirito mistico. Libro sopratutto opportuno oggi

per noi. Poichè è stata veramente meravigliosa la leggerezza con la

quale molti in Italia credettero di poter escludere dal mondo dell’arte

nientemeno che la idea morale e di poter fabbricare (in questa vita

contemporanea, ove tutto fortemente si intreccia, si coordina e si

corrisponde) per comodo della sola arte, una specie di solitudine

puerilmente orgogliosa e vana; ed è stata quasi incredibile la facilità

con cui si lasciarono menare dalla novissima retorichetta francese

fino a parafrasare molto seriamente le facezie di Teofilo Gautier e

a convertire in canoni d’arte i suggerimenti mercantili di qualche

romanziere molto positivo ed esperto in calcoli editoriali.

Pareva che questo dovesse bastare; ma ci fu dato uno spettacolo anche

più curioso. Venne innanzi una schiera di giovani scrittori dallo stile

molto fiorito e fosforescente, dicendo: — Siamo qua noi con la colonna

di fuoco! Il vuoto innegabile che si è fatto nell’arte per il divorzio

dalla vecchia morale e dalla vecchia fede, noi lo riempiamo assai

abbondantemente, poichè dal grembo della nostra nuova poetica, ecco che

noi facciamo uscire la formula di una Vita e di una Umanità superiore!

— Per tal modo, noi vedemmo nuovamente avverarsi l’antica massima che

spesso gli uomini, proprio per dove peccarono, vengono castigati.....

Che cosa è l'arte? · 第 8 / 39 题