I.

Il libro di Tolstoi: Che cosa è l’Arte?

È un libro che meriterebbe di essere confutato da Ernesto Rénan. Quanto

a idee generali, esso non ci apporta grandi novità circa la mente

dell’autore sull’arte e il suo ufficio nel mondo. Leggendolo si pensa

alla _Sonata a Kreuzer_ e si trovano cose già dette nel volume _Zola,

Dumas et Guy de Maupassant_. Ma lo svolgimento della tesi è molto

più largo e profondo; e ne esce più fortemente ribadita la condanna

dell’arte contemporanea.

“Un giorno„ raccontava l’autore nel suo volume tradotto nel 1896,

“mi venne mostrato da un pittore celebre un suo quadro rappresentante

una processione. Ogni cosa vi era mirabilmente rappresentata; ma non

appariva dal dipinto alcun sentimento dell’autore verso il proprio

soggetto. Gli domandai:

“— Dunque voi considerate le processioni come utili?

“— Il pittore, avendo l’aria di compatire alla mia ingenuità, mi

rispose che di questo non s’era occupato mai. Egli badava unicamente a

_dipingere la vita_.

“— Ma voi avrete almeno l’idea del vostro soggetto?

“— Non ne so niente!

“— Allora voi odiate queste cerimonie religiose?

“— Nè le amo nè le odio....

“E la risposta fu accompagnata da un vero sorriso di compassione. Io

facevo semplicemente la figura di uno sciocco, davanti a questo artista

moderno di alta fama, che _dipinge la vita_ senza intendere, senza

amare e senza odiare le manifestazioni della vita che trasceglie per il

suo lavoro.„

E Leone Tolstoi ne concludeva che questa è la grande colpa da cui

derivano le grandi miserie dell’arte del nostro tempo. Gli artisti

tutti: pittori, scultori, poeti lirici, poeti drammatici, romanzieri,

non trattano un argomento perchè la loro anima sia portata verso di

esso da amore o da odio; ossia da un’interna ragione d’indole morale.

Chi li muove adunque? Il solo fine di produrre nei loro simili un senso

di stupore mediante la rappresentazione della vita; oppure un senso di

piacere mediante la rappresentazione della bellezza. La maggior parte

degli uomini, nella nostra società borghese, si contenta dello stupore

artistico e delle grosse e violenti sensazioni che sono generate da

lui. Un numero più ristretto, i delicati, gli estetici, par che vadano

un po’ più in su col loro desiderio, domandando ai pittori, ai poeti e

ai musici di essere dilettati con le rappresentazioni di forme belle.

Ma anche questa distinzione di pubblico volgare e d’amatori fini, che

il Guy de Maupassant scolpiva abbastanza bene nella prefazione al suo

romanzo _Pierre et Jean_, in sostanza si riduce a ben poca cosa! “Nel

mondo frequentato da Maupassant, quel Bello, al cui servizio l’arte

deve trovarsi vera, ed è ancora rappresentata sopratutto dalla donna

giovane e bella, per la più parte poco vestita; il Bello è d’averci con

essa relazioni carnali....„

Avevo ragione di dire che qui ci vorrebbe Ernesto Rénan; anche perchè

nessuno dinanzi al giudizio di Tolstoi è forse più in causa dell’autore

delle _Origini del Cristianesimo_. Sono noti i suoi filosofici

entusiasmi per la bellezza; i quali non si fermavano all’Acropoli e

alla ideale perfezione delle figure scolpite nel pario e nel pentelico.

Per la bellezza della donna viva pochi poeti ebbero, io credo, parole

di più squisita e di più calda ammirazione. Nel suo libro su Marco

Aurelio egli giunse fino a dare al Cristianesimo una colpa grave per

la diffidenza rigida e paurosa che sempre dimostrò verso la bellezza

della donna. Tutto il medio evo risuonò della minaccia scritturale:

_per speciem mulieris multi perierunt_! Ebbene, il Cristianesimo,

secondo Rénan, ebbe torto. “Agli occhi d’una filosofia completa, la

bellezza, tutt’altro che essere un vantaggio superficiale, un pericolo,

un inconveniente, è un dono di Dio come la virtù. _Essa vale la virtù_;

la donna bella esprime una faccia dello scopo divino, uno dei fini di

Dio, come lo esprime l’uomo di genio e la donna virtuosa.... La donna,

ornandosi, compie un dovere; essa pratica un arte, arte squisita in

un senso, la più graziosa delle arti„. E prosegue dimostrando che la

dottrina cristiana non potè vivere e armonizzare dentro un quadro di

società completa, se non quando, per opera di spiriti illuminati e

disinvolti, potè spezzare questo duro giogo, voluto imporre alla natura

umana da un pietismo esaltato.

Gli spiriti illuminati e disinvolti crearono il Rinascimento, il

quale rimise in onore la bellezza; e con essa vinse per modo i rigori

dell’ascetismo inumano che la stessa Chiesa dovette arrendersi; anzi

gli ecclesiastici e i Papi diedero l’esempio, aprendo alla bellezza

femminile le porte delle chiese e collocandola sugli altari.... Ma qui

appunto, secondo Tolstoi, cominciò il male maggiore! E come Girolamo

Savonarola si vantava dal pulpito d’aver stracciati i volumi platonici

e intimava ai Fiorentini “l’incendio delle vanità„, così il filosofo

russo, nel suo singolare ascetismo, impreca alla Chiesa Latina per quel

grande impulso di corruzione estetica che venne dato da lei a tutta la

Cristianità occidentale.

*

* *

Il nuovo libro di Tolstoi è dunque una nuova e più terribile accusa

contro l’arte del nostro tempo. Arrivato all’ultima pagina, io mi

sono vista sorgere dinanzi alla fantasia una di quelle fiere figure di

antichi solitari e di profeti, che dannavano al fuoco una città perchè

le abominazioni sue avevano stancata la pazienza di Dio. Anche i giusti

dovevano perire per le colpe dei malvagi.

Ma dove sono i giusti per Tolstoi? La sua condanna scende inesorabile

su tutto. Ognuna delle forme artistiche in cui lo spirito nostro

si compiace, vien dimostrata perniciosa e frivola: il dramma, il

melodramma, la lirica, la pittura, il romanzo. Gli artisti, che una

specie di consenso generale ha messo fra i grandi e fra i gloriosi,

sono condannati e quasi messi a fascio coi guastamestieri. Wagner,

Ibsen, Baudelaire stanno accanto a nomi di mediocri e di infimi.

Questo per i contemporanei. Quando poi l’autore spazia nel vasto

orizzonte della storia, lo vediamo fermarsi con devota ammirazione

davanti a Omero, ai Profeti, ai racconti evangelici, a san Francesco

d’Assisi; ma in tutto il resto egli è di una disinvoltura che

confina con la irriverenza. Certo i nomi grandi e anche grandissimi

non lo intimidiscono. I tragici greci, Aristofane, Virgilio, Dante,

Shakespeare, Raffaello, Michelangelo, Goethe, Bach, Beethoven, sono

degnamente esteti di alta fama e hanno fatto di gran belle cose; ma

sul complesso della loro produzione Leone Tolstoi si riserva una grande

libertà di giudizio e rigore di scelta.

A stringere molto in poco, egli fa questo calcolo: su diecimila lavori

d’ogni genere — poesie, drammi, musiche, statue, quadri — che siamo

abituati, noi, _hommes de la société_, a chiamare opere d’arte, una

appena meriterà davvero questo nome!

E vien naturale la domanda: ma che cosa è dunque l’arte per Leone

Tolstoi? E che domanda egli da essa? A maggior chiarezza, piuttosto che

rispondere subito a queste interrogazioni, vediamo quali sono, secondo

lo scrittore russo, le gravi colpe dell’arte contemporanea. Da prima

egli osserva che l’arte fra noi costa troppo; e non solo in denaro,

ma in ogni maniera di faticosi sforzi e di umiliazioni per la dignità

della natura umana. Una sera Tolstoi volle vedere, stando ad osservare

sul palco scenico, la prova di una grand’opera musicale sul tipo

deìl’_Affricana_ o del _Fernando Cortes_; e uscì di là profondamente

impietosito, disgustato, irritato. Quante bestialità, quante sofferenze

e miserie in tutti quei comandi accompagnati d’ingiurie e di bestemmie,

in tutte quelle cadenze di piedi e movenze di braccia e modulazioni

di gole, ripetute automaticamente, senza fine, da una folla di esseri

abbrutiti! E tutto questo per mettere insieme un macchinoso spettacolo,

che dinanzi alla verità è un non senso, dinanzi all’arte un ibridismo,

una fatica e una noia per tutti. L’autore passa poi in esame le

altre discipline artistiche e scuopre che ogni prodotto di esse va

accompagnato da spese, perditempo, dolori e colpe d’uomini. La così

detta opera d’arte che ne vien fuori, al solito, non vale di gran lunga

quello che è costata.

*

* *

Vediamo adesso quali e quanti sono, secondo il libro, i maggiori

peccati nelle opere dell’arte contemporanea. Leone Tolstoi lascia

enumerare ad un autore francese[2] i caratteri dominanti nelle nuove

produzioni, massime letterarie. Essi sono: _la lassitude de vivre_,

_le mépris de l’époque présente_, _le regret d’un autre temp aperçu

à travers l’illusion de l’art_, _le goût du paradoxe_, _le besoin de

se singulariser_, _une aspiration de raffinés vers la simplicité_,

_l’adoration enfantine du merveilleux_, _la séduction maladive de la

rêverie_, _l’ébranlement des nerfs_, _surtout l’appel exaspéré de la

sensualité_.

Soprattutto dunque la letteratura contemporanea (e le altre arti

per consenso) è dominata e potrebbe dirsi tutta impregnata di un

enorme spirito di lussuria. Gli scrittori parigini, per la vita

che conducono e per le idee che professano, sono tutti, più o meno,

malati di erotomania; ed è fra essi una continua gara a chi sa meglio

trasmetterla nella fantasia e nel sangue dei lettori. I modi variano.

Nei libri dei così detti naturalisti (Zola, De Goncourt e compagni) la

erotomania somiglia a una volgare cortigiana che si dà sfacciatamente;

in quelli dei così detti simbolisti e nei mistici è anche peggio,

poichè si tratta (come nei romanzi del Peladan e del Bourget) di una

lussuria più abilmente sofisticata e più sottilmente infusa attraverso

un velario ondeggiante di immagini spirituali. Ma il fine massimo dei

racconti è sempre uno solo; disporre la trama e i personaggi in modo

da giungere, prima o poi, a una scena capitale di lussuria; prepararla

bene, farla desiderare e, al momento, spingerla fin dove si può, senza

pregiudicare la vendita del romanzo, il quale, si sa, deve entrare

in tutte le famiglie oneste. Ecco dunque il “grande affare„ di questi

scrittori: esibire, muovere, agitare, scuoprire e denudare con maestria

il corpo delle donne, a incremento di desiderio nei maschi. Da ultimo

sono venuti anche i romanzieri _femministi_; e questi si occupano più

specialmente delle signore....

Dal suo gran centro di Parigi la scuola si è diffusa e domina in tutto

il mondo cristiano, specie in Inghilterra e in America, ove gli allievi

oramai non hanno più nulla da imparare.

Alle esposizioni di arti grafiche, trionfa il nudo pornografico; nei

teatri padroneggia, inesauribile tema, l’adulterio; la poesia lirica

sceglie i motivi che in passato furono proprietà riservata dell’allegra

novellistica boccaccesca e rabelesiana, li fa suoi, li innalza di tono,

li circonda di pietà e di melanconie sentimentali, canta le mistiche

glorie del senso e i _divini spasimi_ della carne.... Oh come è

naturale e come è giusto, conclude Tolstoi, che la sana e grande anima

popolare viva straniera a tutta questa arte, la quale altro non può

destare in lei se non _la surprise, le mépris, ou l’indignation_!

Questo abbiettamento profondo, per Tolstoi non è che l’ultimo gradino

di una scala per la quale l’arte è discesa, movendo da un punto

sbagliato: che l’arte avesse per fine di allettare e divertire gli

uomini col piacere della bellezza. Principio falso, tratto da un falso

ideale della vita, che venne proclamato, in periodo di decadenza, dai

dotti di un piccolo popolo semibarbaro (!) il quale fondava lo Stato

sulla schiavitù. Questo popolo imitava mirabilmente il corpo umano

e innalzava delle fabbriche gradevoli all’occhio. — Dopo diciannove

secoli la teoria greca potè ricomparire in mezzo alla Cristianità

e vi trionfava scandalosamente, per opera di umanisti e di preti

paganeggianti, che egualmente si allontanavano dall’anima del popolo

e dalla verità dell’Evangelo. Furono sempre _les hommes de la société_

che guastarono i disegni della natura.

Il primo guasto lo abbiamo già visto; fu l’erotomania, che era già

entrata, come un germe morboso, nell’opera d’arte e che doveva, di mano

in mano svolgersi e slargarsi e finalmente cuoprire della sua velenosa

e immonda fioritura tutta la produzione artistica, come al tempo

nostro. Perchè meravigliarsene? Il piacere ha una legge inesorabile e

una forza d’invasione a cui nessuna diga può essere contrapposta. Il

campo delle idee (nota acutamente il Tolstoi) è inesauribile tanto per

la sua immensità che per la sua varietà; e lo spirito umano vi procede

sempre a scoperte nuove. Le sensazioni del piacere invece sono numerate

dalle nostre condizioni biologiche e presto si fiaccano e si ottundono

con l’uso. Una volta quindi che del piacere ci siamo fatta una legge

e ci mettiamo sulla sua via, è necessario che noi troviamo, a ogni

costo, la novità nella raffinatezza della esibizione e nell’incremento

delle dosi. Così comincia la corsa sfrenata e la concorrenza pazza

che conduce ad eccessi inevitabili. Ai tempi della decadenza pagana

saranno le favole milesie; nel Cinquecento le opere in collaborazione

dell’Aretino e di Giulio Romano; al tempo nostro i racconti di Pietro

Louys e di Catullo Mendès. Se c’è una differenza, è tutta a nostro

danno; poichè presso gli antichi una certa distinzione tra il lecito

e l’illecito era ammessa pur sempre, mentre da noi un sofisma immenso

ha avviluppati gl’intelletti e ha preso forma di dottrina. Di più i

nostri artisti erotomaniaci credono di rappresentare le “condizioni

normali„ della società in cui vivono. “Passano la vita ad amplificare

le abominazioni sessuali che hanno provate; e sono persuasi che tutti

siano colpiti della stessa affezione morbida....„

*

* *

Una parte considerevole del libro è dedicata a dimostrare quello che è

per Tolstoi il più grande pervertimento dell’arte contemporanea: cioè

il suo genio antipopolare; la sua tendenza a rinchiudersi in circoli

sempre più ristretti e a occultarsi dietro forme sempre meno facilmente

comunicabili. È la così detta aristocrazia dell’arte.

Nè anche di questa aristocrazia dobbiamo maravigliarci; poichè

essa discende in linea retta dalle false idee che fine dell’arte

sia il piacere estetico. Il piacere è per natura sua egoistico e

quindi restrittivo. L’egoismo poi si manifesta in più modi. Fuori

dell’artista, ossia nelle classi privilegiate e poco numerose, che

al poeta, al pittore, al musico chieggono dilettazioni artistiche

_fatte a posta per loro_, senza che vi partecipi la vile moltitudine

e, scemandone le rarità, le faccia scemare di pregio. Dentro l’animo

dell’artista l’egoismo prende altre forme. Egli si profonda e si

dimentica volentieri nelle intimità del proprio artificio; ama di

farsene uno spettacolo riservato, una delizia gelosa; e si persuade

che, più si allontana per le sottigliezze de’ suoi procedimenti dalla

intelligenza comune, più egli si elevi e si glorifichi nell’opera sua.

Ma qui sorge un ostacolo. Compiacersi della propria bellezza come

Narciso, va bene, ma non basta. Il fiore della lode ha i suoi profumi

attraenti, e vi sono troppi altri motivi che invitano e obbligano

l’artista a mettere sè e il proprio lavoro in comunicazione col

pubblico.... Egli è da questo contrasto che, a guisa di compromessi,

vennero formandosi via via parecchie tra le forme esoteriche del

mondo artistico e contemporaneo: i gruppi, le sétte, le chiesuole, i

cenacoli, de’ quali i nomi sono così strani e il numero così grande

e la vita così effimera. In mezzo a tutto quel brulichio di comparse

e di larve si levavano sempre le medesime voci: — “Noi siamo i

nuovissimi jerofanti della forma nuovissima! Pochi possono intendere,

pochi possono gustare, poichè la grande arte è dono privilegiato! Non

gettiamo ai porci le nostre margherite! Lungi i profani!„ — Inutile

avvertire che anche in questo campo, secondo Tolstoi, è quasi sempre

Parigi che inventa e dà le mosse: l’Europa e l’America si rassegnano a

imitare.

Così, fin che le arti si mantennero fedeli al loro ufficio ideale,

che è quello di essere un nobilissimo vincolo di fraternità in mezzo

agli uomini, tutte le forme artistiche si mantennero in un lucido

contatto con la intelligenza e con la coscienza popolare. Da quando

invece vennero volte al piacere estetico, la coscienza popolare, che

domanda ben altro, si allontanò da esse, perchè più non comprese il

loro linguaggio. Ed esse accolte, protette e adulate in mille modi dai

ricchi e dai gaudenti del mondo, si diedero a soddisfare ai loro gusti,

sempre più usati e stanchi, con procedimenti sempre più artificiali

e complicati. Chiusa la limpida fonte delle idee nuove, che stanno

nella coscienza universale come un deposito inesauribile, l’arte cessò

di essere _inventiva_ e divenne _professionale_; ossia, sostituì al

criterio interiore di creare quello tutto esteriore di contraffare.

Le vecchie mitologie, i vecchi modelli letterari e artistici, i vecchi

pregiudizi e i costumi e i capricci e i tedî delle classi ristrette e

cupide di adulazioni e di svago, divennero la materia unica e obbligata

dell’arte. Astretti a rimaneggiare di continuo quei loro gloriosi

vecchiumi, i poeti per i primi, onde conseguire una qualche apparenza

di novità, dovettero appigliarsi ad espedienti meschini, ossia ai

furti più o meno abilmente mascherati, allo sfoggio insolente e barocco

dell’ornamentazione, al lezioso, all’inaspettato, allo strambo; tutta

roba ammannita ai clienti con una legge di progressione fatale e

inesorabile.... Finalmente, quando ogni altra salsa parve insipida ai

palati ristucchi, si arrivò all’“occultismo„ letterario e artistico.

Stefano Mallarmé, capo dei poeti decadenti, ha posato questo canone:

la chiarezza è capitale difetto nella poesia. Che gusto può esserci

a sentir dire pane al pane e sole al sole? E che arte è quella che

sciorina là un oggetto o un concetto davanti agli occhi dei lettori

come fa il merciaio una pezza di drappo sul banco? Questo fu il fatale

errore dei poeti Parnassiani. Il sommo dell’arte moderna risiede invece

nel porgere le cose avvolte in una squisita ambiguità di immagini e di

eufemismi; e in quel lavoro di indagine, in quella perplessità e magari

in quello stento che ci vuole ad afferrarle, sta appunto il sapore e

il valore della dilettazione estetica, accresciuti dal pensiero che

pochi sono gli eletti a dividerlo con noi. Lo stesso dicasi delle

qualità ritmiche nel verso e nelle strofe. La metrica dei classici

usata fin qui, è troppo regolare, troppo geometrica, e dà all’orecchio

troppo facili armonie. Abbisogna anche qui introdurre del nuovo, del

ricercato, del recondito, delle strofe, per esempio, per le quali sia

necessario adoperare più la vista che l’udito; o dei versi che non

paiano versi e che sia necessario accentuare laboriosamente perchè

tornino. Se i più non li gustano, buon segno anche questo. Lo stesso

Mallarmè ha dichiarato che quando una sua lirica si imbatterà in

più che cinquanta lettori che la trovino bella, vorrà dire che non è

riuscita.

All’occultismo sistematico della poesia lirica fa concorrenza

l’occultismo d’ogni altra forma artistica. Tutta questa arte

aristocratica, col suo manto di simbolismo e col suo misticismo

ateo, nel dramma, nella musica, nella pittura, non è quasi altro che

uno sforzo immane per nascondere la sua grande povertà di potenza

inventiva: e Wagner, Brahms, Riccardo Strauss, Boecklin, Burne-Jones,

Puvis de Chevannes, Ibsen, Maeterlinck e compagni, hanno tutti una

lontana parentela col marchese De Sade!

La malattia è gravissima poichè non viene da cause accidentali,

ma è l’effetto di un turbamento profondo e antico. E a peggiorarla

s’aggiunge la critica divenuta al tempo nostro una vera maledizione.

Secondo Tolstoi, quando comincia a cessare la sincerità dell’arte,

la critica entra in campo; anzi i critici si sforzano a sollecitare

questa mancanza di sincerità, perchè hanno tutti bisogno di pescare

nel torbido. Così si avvera il loro grande sogno egoistico: nel regno

dell’arte una moltitudine d’iloti e pochissimi gli eletti. Essi sono

naturalmente del numero. Un rapido cenno d’intesa fra di loro: un altro

cenno con gli autori; un altro coi compari della galleria; poi giù le

grande sentenze e in tondo la frusta e in alto i turibuli! Il sofisma

di cui più abilmente si serve la critica ai nostri giorni è questo:

più un artista s’incammina verso lo strano e verso il recondito, più

s’accosta alle altissime cime dell’arte. Che meraviglia se solo pochi

possono seguirlo? Guardate, dice Tolstoi, quale è stato il giuoco

della critica verso Puschkin e verso Beethoven. Fin che il primo

scriveva versi e novelle, di valore vario ma secondo l’animo suo e

perciò vere opere d’arte, la critica lo trattò con freddo sussiego. Si

mette a scimiottare lo Shakespeare, a forzare la propria vena, a dare

nello strano; e la critica lo leva alle stelle. Il caso di Beethoven

è anche più significativo. Dopo aver composto moltissima musica, il

grande maestro diventa sordo. La malattia gli limita naturalmente le

facoltà musicali, e incomincia a scrivere dei pezzi d’invenzione tutta

cerebrale, incompiuti, nebulosi.... Potevano mai i critici nostri

lasciarsi scappare una così bella occasione? Eccoli, con Wagner alla

testa, levarsi tutti in coro e gridare che proprio d’allora ebbe

principio la sublimità di Beethoven!

*

* *

Da quanto ho fin qui riferito del nuovo libro di Leone Tolstoi, ognuno

può comprendere che accusatore egli sia dell’arte come è generalmente

intesa e professata ai nostri giorni. Accusa non tutta nuova

certamente. Chi, per esempio, ricorda la _Lettre sur les spectacles_

di Gian Giacomo Rousseau, si avvede che, alla distanza di più di un

secolo, i due spiriti solitari s’incontrarono in più d’un argomento,

trattando il medesimo soggetto.

Anche alle idee di Max Nordau è impossibile non pensare; e in

particolar modo a molti giudizi d’autori e di opere che si trovano nei

due volumi di _Degenerazione_. Ma qui la somiglianza è piuttosto nelle

conseguenze pratiche; anzi solamente in queste; poichè lo scrittore

russo e l’ungherese muovono da principî profondamente diversi.

A ogni modo accuse gravissime. È curioso notare che, al principio di

questo secolo, il conte Giuseppe De Maistre, il filosofo della Santa

Alleanza, sentenziava: _Le beau est ce qui plaît au patricien éclairé_;

e di qui si dedusse tutta una teoria intorno all’arte; e tutti, uomini

di parte popolare e di parte patrizia, la vollero considerata del pari

come una espressione aristocratica della vita. Al chiudersi del secolo,

ecco che un altro patrizio, dal cuore della Santa Russia, si leva a

predicare tutto il contrario; e anzi sostiene che _les hommes de la

société_, i Papi, i principi, i nobili e in generale la gente istruita

e ricca, sono proprio essi che l’arte hanno snaturata e sviata dal suo

nobile fine, considerandola _per ciò che procura la più grande somma

di godimenti ad una categoria limitata d’uomini_. La grande umanità sta

fuori dall’arte nostra; o non la capisce o la disprezza.

Un intero capitolo del libro è dedicato ad un rapido esame delle

dottrine degli studiosi sull’essenza e sul fine dell’arte. La

rassegna va dai Greci al Baumgarten e da questo a Carlo Darwin, allo

Spencer, al Kerd, al Knight, agli ultimissimi filosofi, sociologi ed

esteti. L’autore non si mostra punto edificato di tante definizioni,

confusioni, contraddizioni. E, lo dico di passaggio, nemmeno io per

verità. Ma c’è forse da meravigliarne? Ripeta egli il medesimo processo

a qualunque idea categorica: Dio, il tempo, lo spazio, l’amore, il

bene, il riso, il dolore, eco. Vedrà che, ogni volta che gli uomini

tentano di avvicinarsi molto a quello che Galileo Galilei chiamava

le _essenze oscure_ e si cimentano a definirle, il trovare due soli

cervelli che proprio si accordino, è tutt’altro che facile....

Leone Tolstoi non ha certo paura di dire tutto il suo pensiero: egli

domanda semplicemente a tutti gli uomini, che hanno proposito di bene,

di adoperarsi con lui _alla soppressione dell’arte moderna come il male

più terribile dell’umanità_.

Chi crederà che questo terribile nichilista possa ritrovare qualche

cosa di lodevole nella produzione artistica del nostro tempo? Eppure

ne trova. Anche la Pentapoli ebbe qualche giusto. Mentre partecipa

al sentimento di quel povero diavolo che venne a trovarlo a piedi da

Saratov, e poi proseguì mendicando fino a Mosca, sempre domandando: —

Perchè innalzano una statua al signor Puschkine? — Tolstoi riconosce

che parecchi nostri artisti si elevano sulla comune viltà professionale

e lavorano al caldo raggio dell’arte buona e vera, a cui preparano

un lento ma sicuro trionfo nell’avvenire. Fra i pittori cita Bastien

Lepage, Giulio Breton, Millet, Lhermitte, ecc.; fra gli scrittori

Dickens, Vittor Ugo, Dostojevsky.

Ma infine che cosa domanda il Tolstoi agli artisti e all’arte per

non meritare l’universale condanna? All’artista, oltre la potenza di

creare, egli domanda che sia _al livello della concezione più alta

della vita del suo tempo_; — all’arte, che tutte le opere sue sieno

sempre la espressione abile e sincera di sentimenti rivolti ad unire

e a migliorare gli uomini. Egli vuole che nella società moderna e

cristiana l’arte cessi d’essere mediatrice e mezzana del piacere; e sia

degna di chiamarsi moderna e torni ad essere cristiana. Vuole quindi

abolita quella grande eresia che è _l’arte per l’arte_; e perchè non

gli si rimproveri di mancare di logica, vuole abolire anche quell’altra

grande eresia che è _la scienza per la scienza_. Ogni attività umana

deve essere legittima e nobilitata da un alto fine sociale.

Questa la sostanza e il fine del libro che Leone Tolstoi dice di avere

meditato e lavorato per quindici anni. Un libro serio e sintomatico

al più alto grado, e che, piaccia o non piaccia, si impone all’esame.

Ma avendo io avuto appena il tempo di riassumerlo, sono obbligato

a rimettere l’esame a miglior tempo, se non dispiacerà ai lettori

della _Nuova Antologia_. E mi lusingo che non tornerà inopportuno un

confronto tra quello che afferma oggi il Tolstoi con le idee che furono

espresse sullo stesso argomento, circa settant’anni fa, da un grande

italiano, Alessandro Manzoni.

Che cosa è l'arte? · 第 7 / 39 题