disse già l'anima di Manfredi nel purgatorio. Il sacerdote parlava con
grand'enfasi con voce sonora, e in quel modo teatrale che assumono i
sacerdoti italiani volgendosi al popolo. La sua predica trovava nel
Panteon di Agrippa sede adatta a produrre grande impressione.
«Imperocchè--gridava--noi camminando qui calpestiamo dappertutto cenere:
pensate soltanto agli innumerevoli cristiani che un giorno Nerone, Decio
e Domiziano gettarono in preda alle belve o fecero crocifiggere,
strangolare». La voce del prete risonava potente in quell'ampia e
silenziosa rotonda a metà illuminata, e l'eco ripercotendo sotto quelle
volte i nomi terribili di Nerone, Domiziano, Decio, Diocleziano, parea
volesse evocare gli spiriti dell'antica Roma. Ero seduto presso la tomba
di Raffaello, e gettando lo sguardo in quella mezza oscurità, sui gruppi
dei fedeli inginocchiati e sulla figura bianca del predicatore, questi
mi appariva come un mago in atto di evocare i morti.
Questa scena del Panteon m'indusse a visitare le chiese sotterranee di
Roma. Durante l'ottavario dei morti si rappresentano in questi sepolcri
storie di martirî e scene bibliche, che sono abbastanza originali. Le
cappelle di questi cimiteri sono per solito due, una superiore ed
un'altra sotterranea, nella quale stanno propriamente le sepolture.
Durante l'ottavario dei morti, nella chiesa superiore s'innalza un
catafalco ricoperto di una coltre nera, circondato da cipressi e da
candelabri, sul quale vengono posati un crocifisso e un teschio. I
sacerdoti cantano i salmi dei morti, e i devoti ed i curiosi, chi in
piedi, chi in ginocchio, riempiono la chiesa, quasi evanescenti in una
nuvola di fumo d'incenso.
Ecco l'oratorio _della Morte_, presso il ponte Sisto; scendiamo nella
chiesa sotterranea.[38] Vi scorgeremo cose strane. Tutte le pareti,
tutti i soffitti sono ricoperti di rilievi, di rabeschi e di mosaici
fantastici. Sono fiori, rose, stelle, quadrati, croci, ornamenti di ogni
maniera, quali soltanto un'immaginazione orientale può concepire, e
tutto è combinato nel modo più ingegnoso, soltanto con ossa umane. Si
dura fatica a prestare fede ai propri sensi. S'immagini una cappella
sotterranea, riccamente illuminata, costrutta tutta di teschi, di
scheletri, colle pareti formate di ogni maniera di ossami, e la si
popoli di una folla di creature viventi, donne per la maggior parte e
ragazze, signore in abiti di seta, dalle belle e vivaci fisonomie, che
ridono e cinguettano in mezzo a tutto quell'apparato di morte, in
quell'atmosfera impregnata di effluvi cadaverici, avviluppate nei
vortici del fumo degli incensi.
Presi posto a lato di una ragazza seduta precisamente sotto uno
scheletro che sghignazzava; ella stava chiacchierando allegramente colla
sua vicina di cose che avevano a che fare con tutt'altro che con la
morte: pensoso e quasi atterrito, stavo contemplando lo scheletro e la
sua giovane preda, sulla quale stendeva le mani, poichè la ragazza era
seduta in modo che sembrava caduta fra le braccia dello scheletro. Era
proprio la danza dei morti del nostro Holbein rappresentata al vero.
Interi scheletri sono posti nelle nicchie della cappella. Ciascuno tiene
fra le ossa delle mani un cartello, su cui si legge una sentenza morale,
un ricordo della vanità della vita, un eccitamento ai vivi di pregare
per i defunti che soffrono e sperano. Certamente ci volle non poca
abilità artistica e pazienza a disporre tutta questa funebre
decorazione. Qui parte delle mura fu ricoperta unicamente di teschi di
bambini, là, di persone adulte, altrove vennero formati arabeschi di
clavicole, di costole, di ossa del petto, di dita, di articolazioni.
Gli stessi candelabri sono formati in modo fantastico di ossa umane, ed
è meraviglioso scorgere come il senso artistico e la legge estetica
siano quasi riusciti a vincere il ribrezzo ispirato dalla materia
adoperata. Ma quantunque l'arte sia riuscita a tanto, e abbia scherzato
colla morte, riducendo a creazioni artistiche quanto ispira il maggior
ribrezzo ai viventi, quanto si usa tener sepolto nelle viscere della
terra, quello spettacolo riesce sempre penoso e repulsivo. Mi parve
rappresentare il colmo dell'abnegazione religiosa più fanatica o, nella
forma più bizzarra, il trionfo sopra la morte e sopra l'orrore che essa
ispira. Se fosse possibile che una di queste cappelle mortuarie
dell'anno 1853 dopo la nascita di Cristo rimanesse sepolta sotto terra
tanto tempo, quanto le tombe degli egiziani e degli etruschi, e venisse
scoperta dopo tre mila anni, sarebbe senza dubbio un monumento
importantissimo per la storia della civiltà, dal quale la posterità
potrebbe farsi un'idea della essenza intrinseca del culto cristiano. Ma,
anche per noi contemporanei, è abbastanza istruttiva la vista di una di
queste cappelle mortuarie dei cristiani di Roma, perchè ci fa penetrare
in modo meraviglioso nella essenza stessa del cristianesimo.
Gli Egiziani che usavano portare attorno davanti i banchetti le mummie
dei loro antenati, affinchè il gaudente si rammentasse la fine di tutte
le cose, sono considerati da noi quello fra tutti i popoli della terra,
che ha saputo superare meglio l'orrore della morte, e la loro religione
vien chiamata dalla nostra filosofia religione della morte. Ma
difficilmente quei cupi Egiziani avranno fatto cose simili a quelle che
si vedono in queste cappelle cristiane. In nessuna rappresentazione
mistica di una religione la morte e i cadaveri ebbero tanta parte; la
passione, la crocifissione, la deposizione dalla croce, la sepoltura di
Cristo, la sua risurrezione, la lunga schiera dei martiri durante le
persecuzioni di Nerone, Domiziano, Decio, Diocleziano e altri imperatori
hanno dato al culto cristiano un'impronta funerea, han determinato
l'intera concezione della vita e così hanno dato alla vita cristiana,
alla musica, alla scultura, alla pittura, l'idea della morte. La
saggezza profondamente vitale della coscienza tedesca, che s'impossessa
potentemente di tutto quanto ha vita spirituale, seppe, da tutte queste
idee di morte, ricavare la danza dei morti dell'Holbein,
rappresentazione plastica della sapienza dei proverbi di Salomone.[39]
Ma, a chi mai potrà esser venuto in mente per il primo di formare un
mosaico di ossa umane? Mentre stavo esaminando quella cappella dei
morti, mi sembrava che l'idea ne dovesse esser germogliata nella pazza
fantasia del nostro Hoffmann, oppure mi immaginavo di scorgere un
cappuccino impazzito che, nel cuore della notte, alla luce incerta di
una lampada, stesse ammucchiando e ordinando tutte queste ossa,
prorompendo in una risata quando gli riusciva comporre un rabesco. Uno
scheletro lo aiutava in questo lavoro, era lo scheletro di un artista,
che da vivo era pazzo. Ora stavano vicini l'uno all'altro, maneggiando
tutte quelle ossa, e ridevano ridevano soddisfatti, quando riusciva loro
di disporle artisticamente. Ma è ancor più probabile che tutto quello
strano lavoro sia stato compiuto nelle tenebre da due pazzi fatti
scheletri. «Padre, dicevo ad un cappuccino che mi stava vicino, quale
confusione quando tutte queste ossa, questi teschi dovranno ricercare il
loro posto»--«Sicuro, mi rispose serio il frate, nel giorno del giudizio
universale, quando i morti risorgeranno, qui dentro dovrà esserci un
gran chiasso».
Anche la cappella dei morti al convento dei cappuccini, in piazza
Barberini, è disposta ed ordinata nello stesso modo di quella di ponte
Sisto. Se non che qui l'arte non è riuscita a superare ugualmente
l'orrore che ispira l'aspetto della morte. Qua e là gli scheletri furono
rivestiti dell'abito cappuccino, ciò che produce un'impressione
terribile. Uno scheletro nudo ispira minor ribrezzo, poichè è cosa
naturale, mentre al contrario, coperto di un abito è orribile, e ha
veramente l'aspetto di uno spettro. Vidi pendere dalla volta due piccoli
spettri, sospesi per aria, come si rappresentano talvolta graziose
figure di angioli; erano gli scheletri di due principessine della casa
Barberini. Mi dissero che la terra che serve per la sepoltura dei
cadaveri, fu portata da Gerusalemme e li consuma rapidamente.
Nella nostra cappella al ponte Sisto arrivava dalla chiesa superiore la
voce dei preti che andavano salmodiando: «Domine! Domine! Miserere!»
quasi voce delle anime che in purgatorio vanno
cantando miserere verso a verso.
Ad un certo punto i fratelloni scesero a basso con stendardi neri, nere
croci, cappucci del pari neri, portando torce ed incensori; si
collocarono nella cappella su due file, e intonarono i salmi
penitenziali. La luce vacillante delle torce, il fumo dell'incenso che
saliva in alto, sembravano dar vita e moto agli scheletri; si sarebbe
detto che tutte quelle ossa intonassero anch'esse l'_In te Domine
speravi_, od il _Beati quorum tecta sunt peccata_. Non so se cantassero
questo o altro; ma l'anima di già oppressa rimaneva davvero atterrita.
Vidi alcune donne vestite a nero che piangevano
«di pentimento che lagrime spande.»
e preso da intenso desiderio di aria, di luce, di vita, fuggii, da quel
purgatorio,
«E quindi uscimmo a riveder le stelle.»
Ed ora siate benedette care e lucide stelle! voi durate tranquille,
immutabili, nelle notti limpide di questo bel cielo di Roma, gettando la
vostra luce sulle deserte catacombe della storia, come uniche divinità,
che qui abbiano continuato a sussistere! Di quanti mutamenti non foste
voi spettatrici in queste vie! Vedeste i sacerdoti d'Iside, di Melitta,
coribanti e Galli, le processioni di lamento per Adone, i cori di Mitra,
ebrei, cristiani, che si recavano alle loro feste nelle catacombe, o
arsi vivi, negli orti di Nerone, dove ora S. Pietro erge al cielo la
mole della sua cupola!
Nella oscurità della notte, per la strada deserta, mi apparve una luce
solitaria che si avanzava verso di me. Aspettai per vedere che cosa
fosse. Era un ragazzino di forse quattro anni, bello, biondo,
riccioluto che avanzava, tenendo in mano un piccolo cero acceso. Si
avvicinò, guardando tutto giulivo la fiamma della sua fiaccola, ad un
palazzo, innanzi al quale stava un mucchio di trucioli, e vi appiccò
fuoco. Poi cominciò a saltarvi intorno, sempre tenendo il suo moccolo,
spingendo gli uni contro gli altri i ricci, perchè ardessero tutti. Era
davvero un bel quadro notturno. Capitò un forestiero ed offrì al bimbo
un baiocco, ma questi lo lasciò cadere, dicendo ripetutamente «no, no,
la candela è mia, non voglio darvi la mia candela». Non poteva capire
che gli si volesse fare un dono e quando gli spiegammo che poteva avere
le due cose, il denaro e la candela, allora prese il baiocco, e ci stese
timoroso e quasi piangendo la sua candela. «Che commovente ragazzo,
disse lo straniero, è l'innocenza in persona!» Per me fu uno spirito
luminoso che mi tolse l'impressione orribile del purgatorio, e mi liberò
dai fantasmi.
In una parte della chiesa che sovrasta a quelle cappelle mortuarie e
anche nei cortili annessi, su palchi eretti appositamente, si
rappresentano con figure di cera storie di martiri, o fatti tolti dalla
Bibbia.[40] Il popolo accorre a tali rappresentazioni, con la stessa
curiosità e con soddisfazione uguali a quelle, con cui presso di noi,
nelle campagne, si accorre ai gabinetti di figure di cera, che fin dai
tempi remoti riproducono gran parte dei fatti dell'Antico Testamento, e
specialmente quello straordinariamente popolare del giudizio di
Salomone. Se il personaggio principale rappresenta un santo od un
martire, non mancano divoti che loro rivolgono le preghiere,
particolarmente per ottenere la liberazione delle anime dei loro cari
dalle pene del purgatorio. Più di un baiocco e di un grosso cade nel
vassoio di rame, posto presso la porta o di fianco al palco, su cui
sorgono le figure. Spesso ancora un chierico va su e giù davanti al
palco, scotendo una grossa borsa che tiene in mano, e facendo risonare
le monete che contiene, per eccitare i fedeli alla carità.
Nella cappella _della morte_ si era rappresentata una scena tolta dalla
vita di S. Agnese. La giovane martire bionda, ricciuta, compariva tra le
nuvole coperta di veli finissimi, quasi trasparenti, e la veneravano
inginocchiati intorno a lei i membri della sua famiglia. L'atteggiamento
delle figure, la vivacità dei colori, coi quali erano dipinte,
testimoniavano dell'impegno posto dalla Confraternita che aveva ordinata
la rappresentazione, perchè essa non fosse inferiore a nessun'altra, ed
anzi riuscisse a superarle tutte in bellezza. Nella cappella dei morti
di S. Maria in Trastevere si era rappresentato l'incontro di Mosè con
Jetro nel deserto, un vero idillio campestre, con accessori di rupi, di
palme e di un branco di pecore; ma la più splendida di tutte queste
rappresentazioni era quella del cimitero presso S. Giovanni Laterano.
Qui si era riprodotto il martirio di S. Erasmo. Il santo era
rappresentato appoggiato ad un piedistallo, col ventre sfondato da cui
uscivano gli intestini che due carnefici afferravano e giravano attorno
a un arcolaio. Il santo non vedeva, non sentiva più nulla, poichè il suo
capo morente cadeva a terra. Stava presso di lui un sacerdote di Giove,
colla testa inghirlandata, splendidamente vestito, che additava con un
gesto di compiacenza la statua del nume, che stava in un angolo, e
davanti alla quale ardeva il fuoco del sacrificio. Questo sacerdote
pagano non aveva affatto l'aspetto fanatico o diabolico, ma un'aria
bonacciona, come volesse dire: «Vedi, Erasmo, amico mio, noi ci
prepariamo a strapparti le budella, perchè non hai voluto sacrificare a
questo Giove potentissimo; fallo, te ne scongiuro, figlio mio, finchè
sei ancora in tempo, e tutto sarà dimenticato». Invece l'altitonante
Giove era rappresentato con una faccia orribile, da Kobold o da Moloch.
A tutta la scena del martirio, di cui solo l'ironia può menomare il
senso di crudeltà, è presente l'imperatore Adriano che vi assiste,
tranquillamente seduto sul trono, con contegno maestoso, rivestito della
porpora imperiale con a lato due guardie colla lancia in pugno. Ha una
stupenda barba nera, ed è coronato d'alloro. Mi stupì vedere
quell'imperatore che trattò in generale molto umanamente i cristiani di
Roma, presente a quella scena da cannibali; e devo dichiarare ad onor
suo, che non si prese mai il gusto, tutto giapponese, di far spaccare il
ventre alla gente.
Le figure del resto erano disposte con molta intelligenza, vi si
scorgeva evidentemente la mano di un artista, e non ricordo aver veduto
mai migliori statue di cera. Per quanto fosse selvaggia, la scena
produceva minor impressione del quadro spaventoso del Poussin nella
pinacoteca Vaticana, che pure la riproduce; poichè qui l'osservatore non
pretendeva trovare un'opera d'arte. Nel quadro del Poussin invece furono
trascurate tutte le leggi più volgari dell'arte e, per provare piacere
nel contemplarlo, bisogna essere un macellaio od un gladiatore. L'arte
cristiana sembra abbia superato il piacere barbaro che gli antichi
Romani provavano a contemplare le ambasce di morte degli uomini e degli
animali; ma riuscì più meschina, più disgustosa. Che cosa infatti può
recare maggiore offesa ai sensi di umanità di un tal quadro, o della
pittura della chiesa di S. Bartolomeo all'isola che rappresenta quel
santo scorticato vivo, oppure degli affreschi della chiesa di S. Stefano
Rotondo, che riproducono le varie specie di supplizi dei martiri, le une
più barbare delle altre, con buon disegno e colori vivaci e con una
verità che grida vendetta in cielo? Se un antico greco potesse visitare
oggi le gallerie d'Italia e le sue chiese, potrebbe credere di esser
capitato in mezzo ad un popolo di ciclopi antropofagi, che avesse una
religione da cannibali riprodotta nella pittura, nonostante tante altre
opere che si direbbero dipinte dalle Grazie in persona.
Il gusto dei Romani per le figure, per i gruppi, per ogni
rappresentazione scenica è generale e pronunciato in modo meraviglioso.
Non vi è festa, in cui non si possa riconoscere. In parecchie chiese si
possono vedere raffigurate scene bibliche, leggende, la nascita, la
passione di Cristo. Si può osservare questo senso nelle botteghe stesse
dei venditori di commestibili e nei banchi, dove si fanno cuocere cibi
sulla pubblica strada. Anche questi hanno i loro santi, i loro patroni,
le loro feste e gareggiano nell'adornare i loro negozi con fiori,
pitture, lampade, statuette. Non appena arriva il carnevale, le botteghe
dei pizzicagnoli, dei venditori di cacio, di salsicce, di prosciutti e
di altre specie di commestibili, assumono l'aspetto di tempietti, nei
quali in certo modo è venerata una preziosa salsiccia quale divinità
della specie, quasi mistica dea dei salsamentari. Nello stesso modo che
nelle cappelle mortuarie le pareti sono ricoperte ed ornate di teschi e
di ossami, il pizzicagnolo trasforma la sua bottega in una graziosa
cappella di salsicce. Le pareti sono di forme di cacio disposte in
bell'ordine; altre sono composte di pezzi di lardo, di carni bianche, il
tutto ornato di ghirlande, di rabeschi di carta dorata o argentata. La
volta è formata di un mosaico di salsiccie e di salami; altri sono
sospesi per aria, tra i fiori, i rami d'alloro e di mirto, non meno
graziosamente che le baccanti negli affreschi di Pompei, o le seducenti
stagioni di Giulio Romano. Si possono considerare quali opere d'arte,
fatte a forza di salsicce e di salami. Nella parete di mezzo si apre una
grotta misteriosa, dove, fra le salsicce ed i salami, è rappresentata la
passione di Cristo, in un tempietto, attorno a cui si può girare, per
contemplare tutte le figure e figurine. In ogni angolo ardono lampade,
scintillano candele, e l'imaginoso artista salsicciaio, raggiante di
gioia, di amor proprio e di grasso, pare che gridi solennemente dal suo
banco alla folla che ingombra la bottega, «anch'io sono pittore!».
Popolo felice, allegro quanto un fanciullo, ma popolo tuttora fanciullo!
Possiede però tutta la storia universale, pulcinella, l'arte, il sole
del mezzogiorno, fiori, frutta, vino in quantità inesauribile. Si
osservi come questo venditore di commestibili riduca ad una scena di
marionette la grande tragedia dell'umanità, come si comporti fra le sue
salsicce, e vi apparisca quasi trionfatore sopra la morte!
Questa città di Roma è veramente un mondo di figure originali. Vi si può
trovare rappresentato in figure lo sviluppo di tutta quanta la storia
del mondo, partendo dai musei del Vaticano, del Campidoglio, scendendo
alle chiese, alle fontane del Bernini, fino al teatro dei burattini. Se
in tutte queste figure venisse infusa la vita, potrebbero cacciare dalla
città tutta la popolazione attuale, e sarebbe allora curioso, invero,
quello che ne risulterebbe, a cominciare dall'Apollo del Belvedere fino
al piccolo pagliaccio di piazza Montanara ed al povero S. Erasmo, cui
vengono strappati gl'intestini. Ma non sarebbe soltanto questo un
divertimento burlesco per la fantasia, ma anche argomento di serie
riflessioni. Poichè tutte queste figure, figurine, figuracce di
divinità, di uomini, di animali, sono ad un tempo figure storiche
dell'umanità, e rappresentano lo sviluppo delle sue vicende durante vari
e vari secoli; e alla fine questo burattino potrebbe prendere posto a
fianco del Laocoonte, ed esclamare: «anch'io sono Laocoonte!».
Attualmente vi sono in Roma due teatri di marionette o di burattini, uno
in piazza Montanara, l'altro in quella di S. Apollinare. Il primo,
quello veramente popolare, frequentato dalle classi inferiori; il
secondo possiede burattini già inciviliti, che recitano anche in abito
nero e guanti gialli, e lo spettacolo ha termine spesso con un magnifico
ballo. I fantocci invece del teatro di piazza Montanara sono tuttora
incolti, recitano in costume medioevale e il loro portamento è tuttora
primitivo, rozzo e senza grazia. Rappresentano spesso storie di
cavalieri antichi, talvolta pongono sulla scena Enea e il re Turno, ma
sopratutto poi romanzi del medio evo, e l'intiero Ariosto di modo che
mantengono viva nel popolo la tradizione di tutte quelle favole
poetiche, ciò che non è piccolo merito. Oggi sta attaccato all'Arco dei
Saponari, vicino al teatro dei burattini, un gran cartellone, in cui si
annunzia in lettere colossali, che si recita la scoperta delle Indie,
fatta da Cristoforo Colombo, nell'anno 1399, che così, conforme alla
verità, è scritto sul maestoso annunzio.
La piazza Montanara, che più propriamente si dovrebbe chiamare strada,
posta ai piedi della rupe Tarpea, fra questa ed il Tevere, è punto
abituale di ritrovo per il popolo di Roma e particolarmente per le
classi inferiori, e per gli abitanti della campagna, che vengono in
città. Tutto vi spira miseria e sudiciume; dalla qualità delle merci
esposte sui banchi si capisce che qui i contratti si fanno a spiccioli.
Chi sarà difatti che comprerà quei mozziconi di sigaro, che i monelli
raccattano per le vie e che si vedono esposti in vendita entro cassette
di legno? Li comprerà per la sua pipa o il povero, o l'operaio
campagnolo. Non manca neppur qui lo scrivano pubblico seduto al suo
tavolo, all'angolo di una casa, con carta, penne e un enorme calamaio,
pronto a scrivere con uguale facilità lettere amorose, di ricatto,
contratti, ricorsi e suppliche. Il teatro dei burattini ha trovato in
quella strada sede adatta: lo frequentano monelli di strada, mendicanti,
operai, giornalieri, che hanno diritto di rallegrarsi, di ricrearsi la
sera colle favole dell'Ariosto.
Avviciniamoci alla porta ancora socchiusa del vicolo dei Saponari, dove
tutto è ancora nell'oscurità, e di dove sorge un chiasso, un rumore di
gente che contrasta, si pesta, si affolla davanti al botteghino, dove si
vendono i biglietti e alla scala che porta al teatro. Siamo sempre in
carnevale e il pubblico sarà numeroso. La casa vecchia, sudicia, sorge
in un piccolo vicolo cieco, malamente illuminato da una lampada, quando
non splende la luna. Al piano terreno è una stanzaccia, una specie di
antro, dove si vendono i biglietti. I posti sono di tre specie; si paga
un baiocco per la platea, due baiocchi per il lubbione e tre per il
palchettone. Noi che siamo ricchi, prendiamo i primi posti, abbiamo in
mano il nostro biglietto, e possiamo entrare. Ma, non è questa impresa
di poco momento. La stretta scala è tutta occupata da spettatori
smaniosi d'entrare, e specialmente di monelli, ognuno dei quali vuol
arrivare per primo; tutti si spingono, e fanno un chiasso d'inferno.
Cento piedi e cento mani sono in moto, e nessuna tasca è sicura da una
perquisizione indiscreta. Bisogna passare per una porta stretta, e non
si va avanti che a forza di pugni e di spintoni. Alla porta sta un
cacciatore pontificio, condannato a fare continui sforzi, per non venir
schiacciato dalla folla.
Siamo riusciti ad arrampicarci nel palchettone per una scala da
pollaio, ed abbiamo preso posto su lunghe e zoppicanti panche di legno
dietro una balaustrata che corre lungo il muro. Possiamo di là
contemplare la sala. Un sipario con figure mitologiche, Apollo, ed
alcune muse, che a malapena si possono riconoscere, tanto tutto è
vecchio e logoro, nasconde per ora i misteri della scena. Pende dalla
volta una specie di cassa di legno, intorno alla quale sono appese le
lampade che fumano, con molti cartocci di carta ficcati nelle fessure,
dei quali non riusciamo a comprendere l'uso. Su quella cassa pestano i
piedi gli spettatori a due baiocchi, poichè a quell'altezza sta il
paradiso terrestre. Sotto di noi giace la platea. Se quando Ercole venne
a Roma per uccidervi il gigante Caco sull'Aventino, avesse visto quella
platea, le avrebbe probabilmente dedicato una delle sue imprese; e
invece di imparare a ripetere oggidì nelle scuole «in settimo luogo
ripulì le stalle di Augia,» diremmo: «in settimo luogo ripulì il teatro
dei burattini di piazza Montanara». Perchè questa platea, da quando
esiste, non ha avuto mai nè l'onore, nè il beneficio di una spazzatura.
Il suo pavimento di nuda terra è ricoperto da uno strato di buccie di
semi di zucca,[41] di pelature di frutta, di pezzi di carta, che formano
un mosaico naturale. Siede sui banchi una gioventù cenciosa, rampolli di
Roma, nutriti del latte della lupa, discendenti rapaci di Romolo, talchè
osservando le fisonomie degli adulti, contemplando le facce abbronzate,
le capigliature folte, nere e incolte di tutti quei mascalzoni, si può
proprio ritenere di essere capitati in mezzo ai briganti ed ai banditi,
cui Romolo dava asilo. Pel momento è innocentissimo il chiasso diabolico
che di laggiù sale alle nostre orecchie; è tutto pacifico lo scopo di
questa riunione, poichè tutta questa gente non ha altro desiderio
fuorchè quello di godersi una bella rappresentazione di marionette,
piacere certo innocente e tutto infantile. Tutta l'assemblea, del resto,
ha l'aspetto di fantocci, poichè in questi giorni di carnevale vengono
nella platea le maschere, e vi si scorgono pulcinella, pagliacci colle
fruste e colle vesciche di porco ripiene d'aria, dottori, ciarlatani.
Prendono posto fra le risate universali; regna un'allegria generale,
chiassosa, e il rumore diventa sempre più infernale. Tutta quella gente
ha bisogno di ristori, di rinfreschi e si vede arrivare un venditore che
con rara abilità riesce a cacciarsi e aggirarsi fra i banchi, tenendo
con le due mani un paniere contenente ciambelle, paste e cartoccini
pieni di semi di zucca tanto graditi. Subito tutta la platea comincia a
rompere coi denti semi di zucca, le cui bucce vanno al suolo ad
aumentare il mosaico e i cartocci vengono conficcati nelle fessure del
lubbione, dove rimangono piantati, o da dove pendono come stallatati in
una caverna. Il rumore ed il tumulto diventano indescrivibili.
Intanto sono giunte nel palchettone anche alcune dame, ninfe della rupe
Tarpea; è l'ora di dar principio allo spettacolo. Si urla a squarciagola
«Si cominci! Si cominci!» E la musica seda il tumulto. Dio mio, quale
musica! In un angolo del palchettone stanno tre suonatori, uomini dai
polmoni di bronzo, suonatori di tromba dotati di un fiato miracoloso. Se
pure non discendono da quelli che diedero fiato alle trombe di Gerico,
provengono senza dubbio in linea retta da quegli antichi pelasgici
tirreni, che primi portarono le trombe in Italia, e le introdussero
nella città dei Tarquini. La loro musica è proprio musica da atterrare
le mura. Nonostante i fischi, le grida, gli urli, e tutto quel baccano,
i tre musicanti continuano imperterriti a soffiare nei loro strumenti, e
di quando in quando un sonoro squillo di tromba riesce a dominare tutto
quel rumore indiavolato.
Ora i burattini stanno per entrare in iscena, e potremo vedere le più
belle storie: Carlomagno e i paladini, Orlando, Medoro, Lancillotto, il
mago Malagigi, il sultano Abdorrhaman, Melisandro, Ruggero, il re
Marsilio e la regina Ginevra, eserciti intieri di Mori, di Saraceni, e
assistere a terribili battaglie.
Oggi si recita la bella storia di _Angelica e Medoro_, ovvero _Orlando
furioso e li Paladini_. Si leva la tela e compaiono i burattini. Vengono
fuori con un salto il prode Orlando e Pulcinella suo scudiero, ed
ambedue non toccano terra; Orlando è ricoperto di ferro dalla testa ai
piedi, e tiene in mano la durlindana, Pulcinella ha i calzoni bianchi,
la veste bianca dalle larghe maniche e il berretto bianco a punta. I
burattini sono alti circa due piedi, le loro membra sono perfettamente
snodate e si prestano a tutti i movimenti; le loro gambe di legno si
agitano di continuo battendo la scena, ed i loro moti, i loro sussulti,
congiunti alla voce rauca e al fare declamatorio dell'attore invisibile
che li fa parlare, producono un effetto veramente comico.
L'occhio intanto si abitua alle proporzioni di questi fantocci, e quando
uno non vuole obbedire alle fila che lo fanno muovere, si vede tutto a
un tratto comparire una mano d'uomo per richiamarlo al dovere, questa
sembra la mano di un gigante, e pare cosa soprannaturale.
Mentre i fantocci recitano, e si sfidano enfaticamente l'un l'altro, o
si commuovono nei passi teneri, accade talvolta che qualche spettatore
dalla platea voglia prender parte alla rappresentazione, e getti sulla
scena fra i fantocci un pezzo di legno o altra roba. Una sera, in cui si
recitava la storia dello scellerato Ganelone vidi un giovane scagliare
un pezzo di legno sulla testa del vile traditore, e credo che l'abbia
fatto colla stessa eroica indignazione che spingeva il nobile cavaliere
Don Chisciotte a mandare in pezzi colla sua spada i burattini di un
teatrino, perchè il suo onore non gli consentiva di tollerare che vili
traditori portassero in prigione nel loro castello una nobile e virtuosa
dama. Il pubblico prende sempre viva parte alla rappresentazione, e non
mancano le critiche e le fine osservazioni che provano come gli
spettatori comprendano benissimo ed apprezzino quanto si recita.
Le scene furiose che si ripetono di frequente, sono quelle che vengono
accolte con maggior allegria. Quando Orlando va in furore pel tradimento
di Angelica, si agita e si dimena con tanta rabbia, con tanta violenza,
che tutta quanta l'armatura, elmo, corazza, bracciali, gambiere, cade
pezzo a pezzo e l'eroe finisce per trovarsi in camicia come Amadigi
delle Gallie. Allora atterra con la spada una capanna da pastore, due
alberi, e una rupe gridando sempre «a terra! a terra!» E anche
Pulcinella si mette ad urlare a sua volta «a terra!» scagliandosi contro
la capanna.
Nelle scene di battaglie, che si ripetono quasi in tutte le
rappresentazioni, si suona continuamente il tamburo tra le quinte. I
mori, i cavalieri, i paladini combattono durante tre o quattro minuti
con un ardore straordinario; i burattini sono maneggiati dall'alto con
somma destrezza, e le loro membra si prestano a tutti i movimenti con
tanta precisione, che si sentono gli urti delle spade, e si fa un
chiasso indicibile. Vidi Orlando stendere al suolo, sempre colla stessa
bravura, una diecina di pastori ed una quantità sterminata di mori.
Quando ha luogo un battaglia, gli eserciti si avanzano, indietreggiano,
si urtano, ed i morti cadono sempre due a due, perchè i fantocci
arrivano a due a due, combattono due contro due, finchè, divenuta
generale la mischia, o trionfa un paladino, o Pulcinella pone termine,
con un lazzo, alla battaglia.
Pulcinella, parla sempre con una voce gutturale[42] che si presta
straordinariamente all'effetto comico e si vale per lo più del più puro
dialetto trasteverino. La stravaganza del suo dire è grande, ma spesso i
suoi lazzi sono spiritosissimi. È questa dote caratteristica dei popoli
di razza latina, particolarmente degl'italiani e degli spagnoli. Nella
loro poesia popolare riescono a mescolare, in modo originalissimo,
l'elemento tragico con quello comico. Leporello non è punto diverso da
Pulcinella. Calderon, meglio forse di ogni altro poeta della sua
nazione, ha saputo riprodurne fedelmente e felicemente il carattere
popolare, particolarmente nel suo dramma il _Mago meraviglioso_. Nel
nostro _Faust_ del teatro dei burattini, che pur troppo non si recita
più che raramente, Pulcinella, quantunque truccato da tedesco, pure
conserva la sua vivacità. Invece nel _Faust_ di Goethe, Wagner ha
perduto il suo carattere originario ed è diventato una figura
intellettuale, incomprensibile pel popolo. Pulcinella si è rifugiato in
Mefistofele, e specialmente nella parodia della scena del giardino, il
diavolo sostiene una parte del tutto analoga a quella di Pulcinella;
poichè l'essenza della maschera italiana non consiste già nell'ironia,
ma nella parodia che presenta, come carattere speciale, la stravaganza
delle parole.
La bella storia di _Cristoforo Colombo_ viene rappresentata al teatro
dei burattini da ben quattordici giorni in fila, e tre volte per sera.
E' un'opera squisita, che eccita grandemente la curiosità, specialmente
per la comparsa improvvisa degl'indiani. La favola si presta a tutte le
condizioni richieste da un dramma romantico, quali il vile tradimento,
l'amore, la gelosia, i sentimenti cavallereschi, le imprese eroiche, le
lotte, e soprattutto battaglie senza fine. Il traditore in questo dramma
è Roldano, unico personaggio importante oltre Colombo; in questo
eccellente dramma Roldano era passato dalla parte degl'indiani, e lo si
vede seduto in trono, coperto di piume da capo a piedi, prendendo
l'aspetto d'un uccello di paradiso. Gl'indiani sono anch'essi coronati
di magnifiche piume, e ne portano pure alle gambe come Mercurio. Roldano
li chiama soldati; del resto sono ben esercitati, e adoperano in
battaglia fucili ed altre armi da fuoco. Colombo è vestito alla
spagnola, con un collare, e porta un berretto nero. Non è considerato
come paladino, ma come ammiraglio, quindi non ha la spada al fianco.
Parla poco, ma in compenso parlano tanto più i suoi aiutanti Pisandro,
Glorimondo e Sanazzaro. Si sfidano alla sua presenza due gentildonne
coperte di corazza, come l'eroine dell'Ariosto, e l'offesa Martidora
uccide la sua nemica ed il marito di questa. Pulcinella sostiene la
parte di scudiero di Colombo. Compare un angelo che dà a Colombo un
anello destinato ad ammaliare Roldano e i suoi indiani, nello stesso
modo che il cavaliere Jone ammaliò col suo corno il sultano di Babilonia
e i pagani. Alla vista dell'anello gl'indiani scompaiono per aria, ma
Roldano cade morto al suolo. Arrivano allora due demoni, muniti di
nodosi randelli, che, dietro ordine di Pulcinella, lo bastonano a
dovere. Quest'atto di giustizia eccita un giubilo indicibile nella
platea che, alla vista di tale azione morale, prende a strepitare come
un nuvolo di rondini; anche il tamburo della giustizia fa udire il suo
rullo, e un sonoro squillo di tromba pone fine alla scena. Vidi alcuni
giovani lanciare pallottole di carta contro il vile traditore, come se
volessero fargli meglio conoscere la giusta indignazione della platea.
A questo punto cala la tela. Chi non sia stato presente a un intervallo
fra un atto e l'altro al teatro di piazza Montanara in Roma, non può
immaginare che cosa sia chiasso o rumore. Sembrava di essere nell'arca
di Noè, e che tutti gli animali facessero udire contemporaneamente le
loro voci. Mi tornò alla mente la descrizione della vita notturna degli
animali nelle foreste vergini fatta dall'Humboldt; quella gazzarra di
trecento giovani accompagnava colla voce, con mirabile sangue freddo, un
coscenzioso suonatore di tromba. Intanto si alzavano continuamente dalla
platea de' giovani che tentavano di penetrare nel palchettone,
arrampicandosi come tanti scoiattoli, martore o lucertole. Se il
cacciatore pontificio che stava di guardia nel palchettone, se ne
avvedeva, regalava loro un magnifico pugno sulla testa, e li ricacciava
in basso; ma quelli non si smarrivano affatto, e subito ricominciavano
la scalata. Appena poi fu calato il sipario, alcuni si arrampicarono sul
proscenio e sollevarono il telone di sotto in su, per vedere se lo
spettacolo avrebbe tardato molto a ricominciare.
Le ultime scene del _Cristoforo Colombo_ presentano uno dei più bei
quadri di battaglia, perchè i due eserciti, spagnolo ed indiano, muovono
l'un contro l'altro, scaricando le loro armi da fuoco. Si spara anche un
colpo di cannone, ed allora gli indiani, dopo aver combattuto, muoiono
anche tutti da valorosi, sempre due a due. Lo sparo delle armi da fuoco,
il rullo dei tamburi, lo squillo delle trombe, lo sbattere delle gambe
dei fantocci sul tavolato della scena, le grida della platea producono
il più forte rumore di battaglia, che io abbia mai inteso un teatro.
Per solito i teatri di burattini danno tre rappresentazioni ogni sera.
Cominciano all'Ave Maria, e alla prima che è sempre breve, tiene dietro
una seconda cui si dà il nome di _Camerata lunga_.[43] Rinunciamo ad
essere spettatori della _Camerata lunga_, e preferiamo recarci all'altro
teatro di burattini in piazza Sant'Apollinare.
Dovremo, per andarvi, attraversare la fiera di piazza Sant'Eustachio, in
mezzo ad una sterminata folla che grida, fischia, strilla, schiamazza in
modo da assordare. A Roma non si usa, come da noi, fare i regali la
vigilia di Natale; si è scelto un giorno più adatto, quello della
Epifania, in cui i re magi offrirono i doni a Gesù bambino. Per
festeggiare questa ricorrenza, comincia il 6 gennaio una fiera dietro il
Panteon.[44] Le strade che vi portano offrono merci di ogni natura,
specialmente giocattoli, di apparenza quasi sempre elegante e graziosa.
Ve n'è tale quantità da soddisfare tutti i ragazzi del mondo. Una folla
immensa percorre queste strade; alcuni battono tamburelli, altri
soffiano entro conchiglie a foggia di corno, altri ancora battono l'una
contro l'altra delle tavolette, e specialmente poi tutti fischiano entro
fischietti di gesso, simili a balocchi da ragazzi, che raffigurano
pulcinelli, ballerini, cani, uccelli. Ragazzi vestiti da pulcinella
percorrono le strade a schiere, fischiando a squarciagola. Il chiasso è
indiavolato, tutti fischiano, fanno rumore, ed anche persone serie
cedono all'esempio, e si vedono col fischietto alla bocca. Queste
migliaia di voci stridenti producono un effetto tale da far impazzire
anche un filosofo. Strano a dirsi! Quello stesso impulso che spinge
talora gli uomini a dissimulare la loro fisonomia dietro una maschera,
li porta anche a mascherare la loro voce e la loro lingua e ad emettere
i suoni più strani.
Siamo intanto giunti al teatro di piazza S. Apollinare. Questo secondo
teatro di fantocci, che ebbe dapprima il nome di teatro Fiano,[45] e che
al tempo dell'ultima repubblica romana fu rinomato per la figura
satirica di Cassandrino,[46] attualmente sostituita da quella,
politicamente innocente, di Pulcinella, è come abbiamo già notato un
teatro di burattini inciviliti. Le marionette recitano qui innanzi ad un
pubblico decente, su di una scena piccola, ma molto convenientemente
disposta, ben dipinta, con tutto quanto occorre per una accurata
rappresentazione. Gli spettatori possono prendere posto nella piccola
sala della platea, o sul palchettone. Si pagano tre baiocchi pei posti
nella prima, cinque pel palchettone, e questi prezzi non permettono
l'ingresso alle classi inferiori. Gli spettatori appartengono al ceto
medio, ed anche a quello distinto, che non rifugge dal procurarsi
qualche volta il piacere di una recita di burattini. Il proscenio è bene
illuminato, vi è una piccola orchestra che eseguisce pezzi di musica
negl'intermezzi, ed il sipario è nuovo ed elegante. Anche qui si
recitano drammi romantici, come quello conosciutissimo del _Volfango
fiero_; però i personaggi sono vestiti pulitamente e con eleganza; i
cavalieri portano belle armature, le dame abiti di seta e di velluto; ma
per lo più vi si recita la commedia in abito nero e guanti gialli,
drammi familiari, farse, commedie d'intrigo, in cui talvolta si fanno
figurare ricchi inglesi. Pulcinella è vestito come suo fratello del
teatro di piazza Montanara, e serba la stessa natura; però le sue
maniere sono più civili, più adatte al diverso ambiente, in cui vive. La
sua destrezza però è somma, giacchè quando siede riesce anche ad
incrociare le gambe l'una sull'altra, e a muovere i piedi, come hanno
abitudine di fare gl'inglesi. Nelle nozze, o in altre occasioni solenni,
i cavalieri e le dame siedono, con tutta gravità, sopra cuscini, e
assistono ad un ballo che l'orchestra accompagna colla musica. La
destrezza e la grazia, di cui fanno prova questi fantocci in tali balli,
è in verità meravigliosa, poichè non solo eseguiscono i passi più
difficili, colla leggerezza e col garbo che potrebbero spiegare la
Cerrito, o Pepita, ma tutti i loro movimenti, tutti i loro
atteggiamenti, la convenienza con la quale s'inchinano, ringraziano,
salutano, movendo le braccia, hanno qualche cosa di sorprendente. Nulla
si trascura di quanto può contribuire alla riuscita di un'azione
coreografica. Tutti questi fantocci si muovono, si agitano in allegra
polka, si librano come farfalle, girano in punta di piedi e ogni ballo
finisce sempre con un quadro plastico e qualche volta con un fuoco di
artificio. In una parola, l'arte di far danzare i fantocci raggiunse nel
teatrino di S. Apollinare il _non plus ultra_.
Abbiamo così veduto almeno una parte lieta di questa Roma seria,
malinconica, severa, e Pulcinella giulivo e festoso in mezzo a tutte
queste rovine, sopra tutte queste catacombe, nè più ne meno dei grilli
che cantano fra l'erba dei ruderi del palazzo dei Cesari, e delle
rondini che cinguettano sulla tomba di Cecilia Metella.
Vorrei ora accompagnare il mio lettore ancora nel teatro popolare di
piazza Navona, ma sento la voce di un ragazzo che predica e che mi tenta
ad entrare nella antica e bella basilica di _Ara Coeli_, in Campidoglio.
Qui predicano mattina e sera ragazzetti tanto maschi che femmine, nella
settimana che precede la festa dell'Epifania; in questo giorno terminano
le prediche. Non è troppo forte il distacco da un teatro di burattini a
una predica fatta da ragazzi dai sei agli otto anni. Anche qui, centro
dello spettacolo è sempre un fantoccino, il santo bambino di _Ara
Coeli_, adorno di una splendida corona tempestata di pietre preziose.
In una cappella della chiesa è rappresentata con bell'arte la grotta di
Betlemme e l'adorazione dei Re Magi venuti dall'Oriente; i personaggi
sono di cera, nè mancano gli accessorî delle pecore e del paesaggio. La
Madre di Dio è seduta nella grotta e tiene in grembo il bambino, cui i
re, inginocchiati, presentano i loro doni. All'esterno sta inginocchiata
contro una colonna una figura con un mantello scarlatto, pantaloni
larghi alla turca e turbante in capo, che stende le braccia verso il
bambino, in atto di preghiera. Dalla parte opposta, parimenti contro una
colonna, è una donna di alta statura, di aspetto distinto, che pare
additi il santo bambino a quel mezzo turco che le sta contro. Nella
persona di questo si volle rappresentare, niente meno, l'imperatore
Augusto, e nella donna la Sibilla che secondo una delle leggende più
profonde del Cristianesimo predisse ad Ottaviano, in una visione, la
venuta di quel bimbo, destinato a signoreggiare il mondo.
Di faccia alla grotta, nella navata opposta della chiesa, s'innalza un
pulpito, dove salgono a predicare, l'uno dopo l'altro, ragazzi dai sei
ai dieci anni, per la durata di circa cinque minuti, e ciò per quasi due
ore, alla presenza di forse qualche migliaio di persone. Sale pel primo
sul pulpito un grazioso ragazzetto, e dopo essersi fatto il segno della
santa croce, prende a recitare, con tutti quei gesti e quegli
atteggiamenti, propri dei ragazzi quando declamano, una predica sulla
venuta al mondo del Salvatore. Dopo di lui viene un ragazzo più grande,
vestito da chierico, che disimpegna ancor meglio la sua parte. Grida in
modo enfatico, scaglia i fulmini della sua eloquenza, nè più nè meno di
cappuccino, gesticolando quanto un tiranno di compagnia drammatica. Si
capisce che ha disposizione naturale per la mimica; ogni volta che nella
predica ricorrono le parole: capo, occhio, orecchio, porta
istintivamente la mano al proprio capo, all'occhio, all'orecchio.
Dovendo nominare il suono dell'arpa, si atteggia immediatamente nel modo
di chi volesse suonare quello strumento. Questa maniera di accennare
fanciullescamente colla mimica le cose di cui fa parola, riesce molto
divertente, e ottiene l'approvazione di tutti gli uditori, alcuni dei
quali sono venuti per devozione ad ascoltare le prediche fatte dai
ragazzi, e altri per divertirsi come ad un teatro di burattini. Nessuno
di quei ragazzi è menomamente imbarazzato, anzi i più sembrano andar
superbi di dover comparire innanzi a tanta gente e, superata
l'impressione del primo momento, la loro voce diventa sempre più sicura,
i loro gesti sempre più teatrali. Molti oratori in parlamento avrebbero
motivo di augurarsi la disinvoltura di quei bambini nel parlare in
pubblico, e pochi oratori poi si possono vantare di avere un uditorio
composto di persone appartenenti a tante nazioni, quanto quello di
questi fanciulli in _Ara Coeli_.
Dopo i maschi vengono le femmine, graziose ragazzine ricciolute, coi
cappellini guarniti di piume e i vestitini di raso. S'inginocchiano un
momento, fanno il segno della croce e cominciano il loro sermone. È
curioso, a dir vero, sentire quelle creaturine parlare del peccato di
Adamo, dal quale ci ha redenti il Signore; della credenza nella vita
eterna; del Verbo che si è fatto carne in Gesù Cristo; della sua morte
per cui mezzo ha salvato il genere umano. Sarebbe come se i burattini di
piazza Montanara, i piccoli paladini che rappresentano con tanta enfasi
azioni eroiche, parlassero in onore di Gesù Cristo e snudando la spada
contro i mori, sfidassero a battaglia tutto l'esercito degl'infedeli; o
se le damine di quelle scene, interrompendo le loro declamazioni
sentimentali, cominciassero tutt'ad un tratto a vantare le delizie
dell'amor divino.
Vedendo questi piccoli oratori, si crederebbe che anche i loro sermoni e
le cose che dicono, dovessero esser puerili, e si dovessero considerare
come un passatempo, cui si dovesse, in certo modo, assistere col
microscopio; ma la cosa è molto diversa; sono vere e proprie prediche in
istile solenne, cui non manca l'apparato di erudite citazioni. E non è
raro udire ragazzine, talvolta di poco più di sei anni, corroborare le
verità che bandiscono, colla autorità dei Santi Padri, e dire: così
asserisce, così c'insegna S. Paolo, S. Bernardo, S. Agostino,
Tertulliano.
Credo stia scritto in qualche luogo: «Quando taceranno i profeti,
parleranno i bambini, e quando taceranno i bambini, i sassi diranno
_amen!_» Del resto in qualche luogo ora cominciano a parlare i tavolini;
ma l'uomo serio, e veramente religioso, non può a meno di restare
colpito da questo culto di ragazzi in _Ara Coeli_, e considerarlo come
una metamorfosi del cristianesimo. Che cosa direbbero S. Pietro e S.
Paolo, se capitassero mai in quella chiesa, e vedessero qual risultato
abbiano avuto le loro predicazioni?
Osserverò soltanto che la signora Enrichetta Beecher Stowe, autrice
della _Capanna dello zio Tom_, che esaltando oltremisura la precocità
del nostro secolo, ci presentò nella sua Evangelina, di cinque anni, un
predicatore metodista, per non dire addirittura un genio del
cristianesimo, potrebbe trovare nello spazio di un'ora in _Ara Coeli_,
per lo meno dodici piccole Evangeline, che per di più hanno studiato e
conoscono tutti i Santi Padri.
I ragazzi intanto che hanno sorriso all'immagine del bambino, in braccio
a Maria come ad un fantoccio, finita la predica, s'inginocchiano e
recitano una preghiera al bambinello. Una ragazzina gli dice: «O
dilettissimo fra tutti i fanciulli, degnati di volgere i tuoi occhi
sopra di noi e di gettare uno sguardo di misericordia sopra noi
peccatori!». La considerazione di cui gode in Roma il bambino di _Ara
Coeli_ è immensa, e vi si rannoda anche una leggenda. Anni sono una
giovane inglese, s'innamorò a morte di lui; andava ogni giorno in chiesa
per visitarlo, e la sua passione andò tant'oltre, che un bel giorno si
decise a rapirlo. Fece fare in segreto un altro bambino identico, un
bimbo lattante, lo portò in chiesa, e lo sostituì a quello legittimo che
si portò a casa. Ma giunta la notte tutte le campane della chiesa e del
monastero presero a suonare; i monaci uscirono e trovarono il bambino
inginocchiato fuori della porta del tempio, in atto di volere bussare.
Esso era fuggito dalla casa dell'inglese, ed era ritornato; questa è la
leggenda del bambino d'Aracoeli. Dopo d'allora la sua reputazione
crebbe, e lo si vede anche spesso uscire in carrozza, quando lo portano
a far visita a qualche ammalato.[47] Nell'ultima rivoluzione di Roma
ebbe anche la sua parte: il popolo aveva fatto a pezzi ed incendiato le
carrozze dei cardinali, ed aveva anche tirato fuori dalla rimessa la
vettura di gala del Papa, che voleva distruggere. Alcune persone
assennate, o del partito favorevole al Papa, tentavano opporsi a
quell'atto vandalico e per salvare la carrozza del Santo Padre proposero
di offrirla in dono al bambino di _Ara Coeli_. Nessuno dei repubblicani
si arrischiò a contraddire questa proposta, e il bambino venne messo
solennemente in possesso della carrozza papale, ed anzi, per provare che
era diventata veramente sua, i frati lo mandarono un giorno a spasso sul
Corso, nella carrozza papale.
Stiamo ora a vedere: La processione si muove, il bambino è tolto di
grembo alla divina Madre; lo si porta in giro per la chiesa e sulla
scala esterna, da dove lo si mostra al popolo, quindi la processione lo
riporta nella sua nicchia. Vi sono stupende teste artistiche tra quei
frati francescani di _Ara Coeli_, che, mezzo sepolte nella tonaca,
somigliano a un blocco di travertino romano che esca di terra, con una
iscrizione mezzo cancellata; vi sono teste che paiono di bronzo, altre
voluminose come quella dell'imperatore Claudio, e faccie piene come
quella di Nerone.
E basti delle prediche dei bambini.
Andiamo invece al teatro popolare Emiliani, l'infimo tra tutti quelli di
prosa. La compagnia drammatica Emiliani, non meno che i burattini di
piazza Montanara, ha posto le sue tende in località adatta al suo
repertorio, cioè in piazza Navona.[48] In questa grande piazza, la più
bella di Roma, e che fu lo stadio di Domiziano, hanno luogo nel mese di
agosto le feste popolari, poichè allora si chiudono le fontane, si
inonda la piazza, e la popolazione deve attraversarla in carrozza,
quando non preferisca passarla a guado, come certuni fanno per
divertimento.[49] Nel mezzo della piazza sorge la magnifica fontana
fantastica del Bernini, composta di un rozzo scoglio, ai cui angoli
stanno le statue colossali di quattro divinità fluviali: il Nilo, il
Gange, il Danubio, e il Rio della Plata, e in cima a tutto sta
l'obelisco del circo di Massenzio. Due altre fontane versano le loro
acque alle due estremità della piazza. Intorno all'obelisco, nel tratto
della piazza compreso fra le due fontane laterali, si raduna ogni giorno
da mattina a sera grande quantità di gente, poichè lo occupano venditori
di castagne arrostite, erbivendoli, fruttivendoli, rigattieri,
ferravecchi, e la piccola borghesia accorre a comperare quanto le
occorre. La folla richiama sulla piazza ciarlatani, giocolieri, domatori
di belve; e squilli di tromba annunziano di tanto in tanto gli
spettacoli offerti al pubblico. Di quando in quando si sente anche
risuonare sulla piazza una voce potente, che grida «ai biglietti! ai
biglietti!» Sulla porta del teatro, che non si distingue da quelle delle
case vicine se non per un enorme cartellone, stanno venditori di
pasticcini e di semi di zucca, che tengono la loro merce in vista, su
banchi elegantemente arredati. La folla si avvicina alla cassa e si
compone per lo più di persone del medio ceto, di bottegai, di piccoli
possidenti, che sono in grado di spendere da tre a cinque baiocchi per
passare una sera al teatro.
La sala è disposta in tutto come quella del teatro di piazza Montanara,
ma è più grande. Il contegno degli spettatori della platea che
accompagnano una musica scordata pestando i piedi, fischiando, o
battendo il tempo colle dita sulla spalliera dei banchi, rammenta più di
una volta il pubblico del teatro di piazza Montanara. Qui le donne, sono
di più e l'allegria, secondo il lodevole costume del popolo italiano,
non passa mai i confini della decenza. Si possono vedere sui banchi
della mamme che allattano tranquillamente le loro creature, mentre si
godono la rappresentazione, cui prendono viva parte. Si alza la tela,
sulla quale è dipinta una scena di satiri, col vecchio Sileno ebbro, e
siccome non sappiamo che cosa si reciti, è necessario stare attenti.
Compare un vecchio usuraio che attira a sè la cantiniera di un
reggimento, alla cui mano pretendono un cadetto ed un sergente. Questi
fa la parte del buffone, non fa altro che bere continuamente acquavite.
Mentre sta sulla scena, arriva un personaggio pallido, piuttosto alto,
con baffi e basette, che calza stivaloni. Dice, a parte, essere venuto
per visitare i suoi soldati, il che ci fa nascere il dubbio possa
essere, se non addirittura un re, almeno un gran generale. Mentre
passeggia su e giù per la scena, arricciandosi i baffi, e facendo
risonare gli speroni, cava di tasca un'enorme tabacchiera, fiutando
tabacco di continuo, talchè in breve ne ha coperti i risvolti
dell'uniforme. Il personaggio misterioso si presenta al sergente come un
povero veterano, e gli chiede che cosa potrebbe fare per lui nel caso
avesse bisogno di denaro. Allora il sergente gli fa vedere la lama della
sua spada confessandogli di aver venduto quella di acciaio, che ha
sostituito con un'altra di legno; in quel mentre arriva lo strozzino. Il
vecchio Federico, poichè il marziale veterano con baffi e basette è
proprio lui in persona, gli vende la sua tabacchiera d'oro, per il
prezzo derisorio di un federico d'oro.
Nell'atto seguente il sergente ubriaco dorme su di una seggiola e giunge
un tamburino che lo desta, battendo un gran colpo sulla sua cassa.
Compaiono sei cacciatori pontifici che arrestano l'usuraio ed appare
allora il vecchio Federico in grande uniforme, con enormi mostre gialle,
sempre con baffi e basette, e con un immenso cappello a lucerna. Il
sergente ubriaco non tarda ad alzarsi ed a mettersi in posizione, ma
vacilla continuamente, il che eccita una viva ilarità nel pubblico,
mentre il vecchio Federico fa finta di non avvedersene, ed accenna a
voler punire severamente tanto l'usuraio, che il sergente. Vuol far
decapitare il primo, e il sergente stesso deve procedere a questa
esecuzione colla sua propria spada. L'usuraio, dopo infinite preghiere e
suppliche, si rassegna alla sua sorte e si è già messo ginocchioni; il
sergente pure, dopo molte difficoltà, si persuade ad eseguire la sua
parte: colloca la sua vittima nella posizione più adatta, poi si
inginocchia e prega la Madonna di assisterlo in quel duro frangente.
Finalmente quando si rialza e si apparecchia a dare il colpo, grida
tutt'ad un tratto: «Miracolo! Miracolo! Guardate, la Madonna ha
tramutato in legno la lama della mia spada!» Segue il generoso perdono
del vecchio Federico che condanna però l'usuraio a mantenere per tre
giorni il reggimento a tutte sue spese. Il vecchio Federico vien
chiamato alla ribalta, e con adatta concione invita il pubblico
rispettabile a voler onorare il teatro della sua presenza per il domani
a sera, dovendosi rappresentare _Artaserse Re di Persia_, annuncio che è
accolto con viva soddisfazione.
Questa bella commedia dimostra come il vecchio Federico rimanga, quasi
un mito, vivo anche nella memoria del popolo italiano che ancor oggi
nei tedeschi distingue gli austriaci dai prussiani. Della Prussia non
conosce che la storia del vecchio Federico che considera come un secondo
Attila, e come vincitore degli austriaci.
Gli attori del teatro di piazza Navona sono mediocrissimi, li direi
inferiori a quelli delle compagnie che recitano sui teatri più meschini
della Germania, e specialmente la parte femminile non si distingue certo
per bellezza. Ogni rappresentazione del teatro Emiliani termina o con un
ballo, o con una pantomima, o con quadri viventi, come la _morte di
Abele_, _Ahasvero_ o _l'Ebreo errante_, _Virginia Romana_, _Salvator
Rosa fra i briganti_, o altre simili scene.
Una sera il cartellone recava l'annuncio di uno spettacolo molto
promettente, intitolato _Ravanello spaventato da un morto parlante_.
Doveva essere cosa straordinaria ed allegra assai. Era la storia di Don
Giovanni, travestita in romanesco volgare. Il protagonista conservava,
come nel dramma spagnolo, il suo vero nome, chiamandosi don Tenorio, ma
Leporello assumeva il nome di Ravanello; Donna Anna, Don Ottavio ed il
Commendatore non mutavano nome, nè carattere. In questa parodia popolare
Don Giovanni non è per nulla rappresentato come un _Faust_ della
sensualità, ma unicamente come uomo leggiero, privo di senso morale. Il
suo carattere si svolge in un'azione qualsiasi. Egli ammazza il
Commendatore per vendetta, introducendosi notte tempo nella stanza di
lui. Più tardi nel cortile della chiesa ha luogo la scena dell'invito
della statua, a cavallo, come nell'opera di Mozart, soltanto mancano i
frizzi di Leporello. Il Commendatore compare al banchetto, con una
faccia ridicolamente orribile, da diavolo infarinato. Don Giovanni,
atterrito, invita lo spettro a prender posto a tavola ed a servirsi.
«Non mangio, risponde l'ombra». «Vorreste udire della musica?» replica
Don Giovanni. «Sì» risponde lo spettro. Allora la musica suona per
alcuni istanti, mentre Don Giovanni e il Commendatore stanno l'uno di
faccia all'altro senza dir verbo. Questa scena è bella e produce
profonda impressione, perchè la musica vi ha la parte di potenza
celeste, quasi voce di un Dio invisibile, quasi annunzio del giudizio
tremendo che sta per colpire Don Giovanni. Appena cessata la musica, il
Commendatore invita a sua volta don Giovanni a pranzo a casa sua, cioè
fra le tombe, e Tenorio, da vero _caballero_, non attentandosi a
declinare l'invito, risponde che andrà.
Lo troviamo quindi solo fra le tombe: in mezzo ai monumenti è
apparecchiata una tavola ricoperta d'una coltre nera, sulla quale
stanno fiaschi e bicchieri; la mensa è adorna di teschi umani. Tutt'a un
tratto l'arrivo dello spettro è annunciato, come nella prima scena, da
alcuni colpi sotterranei e subito si erge solenne la sua bianca figura.
«Mangia!» grida lo spettro. Don Giovanni impaurito si ritira e risponde
con voce tremula: «Non posso mangiare». «Vuoi sentire la musica?» «Sì»,
risponde don Giovanni. Segue una breve pausa, durante la quale si ode
solamente la musica; i musicanti, quattro suonatori di corno ed uno di
contrabbasso, fanno tutto il loro possibile per produrre un'armonia
infernale, ed era facile, riconoscere, dalla fisonomia degli spettatori,
che raggiungevano pienamente il loro intento. Non appena tace la musica,
lo spettro comincia a parlare, e rivolge in tuono cappuccinesco una viva
esortazione a Don Giovanni, perchè rientri in sè stesso, pensi alla
salute dell'anima e si volga a Dio. Ma Don Giovanni, con alterigia di
cavaliere, rifiuta di convertirsi. Allora viene il colpo di scena
finale: il Commendatore prende Don Giovanni per mano, s'apre una botola,
da cui salgono fiamme terribili di pece greca, e Don Giovanni, appena
vede la voragine, novello Curzio, si slancia eroicamente tra le fiamme.
Nell'ultima scena si vede l'inferno stesso, colle fiamme rappresentate
da fuochi di bengala, e in mezzo ad esse Don Giovanni quasi nudo,
incatenato, coi capelli irti, sdraiato per terra e tormentato da alcuni
diavoli, ministri della inquisizione infernale. Il dannato urla: «Sono
già mille anni che soffro! Non c'è proprio più salvezza?» E i diavoli
tra le quinte rispondono: «Nessuna! Nessuna!» Scende la tela. Questa è
la riduzione del Don Giovanni ad uso del popolo. Essa non tende che
all'effetto morale; tutta l'allegria e lo spirito sono scomparsi, e
Ravanello è diventato una figura insignificantissima, poichè i lazzi,
con cui comincia, cessano alla metà del dramma.
Sapevamo che in questo teatro Emiliani si rappresentavano anche di tanto
in tanto tragedie, e non ci siamo voluti privare del piacere di
assistere alla recita della più commovente, forse, fra le tragedie
italiane, la _Francesca da Rimini_. Il famoso episodio dantesco non ha
ispirato soltanto pittori, ma anche poeti, molti dei quali tentarono
portarlo sulle scene, quantunque poco si presti all'effetto drammatico.
Byron stesso dice nei suoi diarii di aver pensato a prendere la
_Francesca da Rimini_ ad argomento di una tragedia. E' un peccato che
non lo abbia fatto, perchè, quando anche non avesse prodotto opera
adatta ad essere rappresentata, era tal poeta da scrivere cosa stupenda.
La grande semplicità dell'azione rende disagevole lo sviluppo
drammatico, e richiede un sommo poeta che senta e sappia parlare il
linguaggio delle passioni. Silvio Pellico fu l'unico che fino ad un
certo punto vi sia riuscito. Nella sua _Francesca da Rimini_ l'azione si
svolge bene; i caratteri sono nobili e ben disegnati, quantunque non sia
grande l'effetto drammatico. Essa è ritenuta opera classica in Italia, e
viene rappresentata tanto nei grandi che nei piccoli teatri. In questi
giorni era rappresentata contemporaneamente qui in Roma in due teatri:
al Valle integralmente, ed in quello Emiliani ridotta a parodia.
Andiamo a quest'ultimo. Gli attori recitano in dialetto romanesco, cioè
nel più puro linguaggio dei Trasteverini. Francesca da Rimini è
travestita, o per dire più esattamente, è ridotta trasteverina. Sarebbe
come se si recitasse l'_Ifigenia_ del Goethe in basso tedesco, o il
_Faust_ nella traduzione in lingua volgare fiamminga del Bleeschauer. Da
noi non sarebbe possibile fare una caricatura di una tragedia classica;
non sarebbe possibile trovare un teatro, per quanto piccolo e meschino,
che si arrischiasse a presentare al pubblico, ad esempio, la _Maria
Stuarda_, ridotta a parodia. Le tragedie da noi non diventano ridicole
che qualche volta, quando sono male rappresentate; ma non vengono mai
ridotte tali a bella posta.
Nel teatro di piazza Navona tutto contribuiva a rendere lo spettacolo
ridicolo: il dialetto adoperato dagli attori, ed il loro modo già per sè
stesso deficiente di recitare, particolarmente della Francesca.
Recitando seriamente le parti loro in quel dialetto ridicolo,
convertivano, per così dire, il coturno in pantofola e rassomigliavano
ai personaggi di Piramo e Tisbe.[50] Il vecchio Guido da Polenta si era
fatto una gobba, e recitava come un folletto con brache di velluto e in
maniche di camicia. L'infelice Francesca aveva un aspetto esuberante di
salute, da fare invidia a qualunque serva o campagnola. Lanciotto e
Paolo sembravano due volgari attaccabrighe. Tutti però declamavano con
grande serietà, seguendo l'originale passo passo, i pensieri elevati
della tragedia non erano soltanto voltati in dialetto, ma trasformati
nel senso non meno che nella forma. Era sempre la stessa tragedia, ma
ridotta, in forza del diritto del carnevale, a una farsa. Anche
Melpomene si era in certo modo mascherata, facendosi i baffi col
carbone.
Lo straniero che non capisce la differenza fra la lingua italiana ed il
dialetto trasteverino, non ride che per la parodia dei modi tragici; ma
il romano ride pure pel dialetto. E' un divertimento di carattere tutto
locale. Quando il vecchio sire di Ravenna disse, per esempio a
Francesca: «_Statte mosca_» l'ilarità fu generale e rumorosa. Domandai
ad un giovanetto seduto presso di me, che era convulso dal gran ridere,
la ragione di tutta quella ilarità: «_Mosca_» mi rispose, vuol dire
«zitto» in trasteverino.[51] Invece di niente i trasteverini dicono
_nientaccio_, ed anzi le terminazioni in _accio_ ed in _uccio_ sono
caratteristiche del loro dialetto, e non mancano mai di eccitare le
risa. Questo dialetto, come buona parte dei dialetti italiani, aggiunge
volentieri in fine la particella _ne_ ed ama raddolcire le finali in
_are_ ed _ire_, dicendo _andane_, _partine_, in vece di _andare_,
_partire_. Sostituisce parimenti volentieri la _r_ alla _l_, dicendo, ad
esempio, _der teatro_ invece di _del teatro_.[52] Del resto, anche
l'espressioni erano ridotte a forma volgare. Lanciotto, per esempio,
dice una volta a Paolo: «Bada; ti voglio triturare come un salame». La
tragedia di Silvio Pellico termina coi versi:
«basta, onde tra poco
Inorridisca al suo ritorno il sole».
che in dialetto diventano: «venga al suo ritorno la tremarella al sole».
Il passo di Dante, in cui Paolo e Francesca narrano che leggevano la
storia di Lancillotto e di Ginevra, fu tradotto «noi leggevamo un giorno
la bella storia di Chiarina e di Tamante» che è una canzone côrsa,
diffusa per tutta Italia, e che si vende, stampata su foglio volante, su
tutti i muriccioli. «Che cosa direbbero mai Dante e Silvio Pellico,
domandai a un mio vicino, se potessero vedere la loro favola ridotta a
questo modo, su queste scene?». Il vicino mi fissò meravigliato e quando
parve avesse capito il mio pensiero: «Eh, rispose, si vuol ridere!» E
invero, ho vedute poche cose più ridicole della scena, in cui Lanciotto
uccide Paolo e Francesca; nella quale mentre sono entrambi già stesi a
terra, Paolo dice all'amante «Checca! Perdono!.. Ohimè, essa è crepata,
ora devo crepare anch'io!» e il sire di Ravenna gobbo, in maniche di
camicia e brache di velluto, avvicinandosi ai cadaveri esclama: «Non più
sangue, perchè non venga la tremarella al sole!». Cala la tela.
Si può assistere al teatro Emiliani anche alla _Medea_ in dialetto
romanesco, od a _Didone abbandonata_, in cui Enea, come fondatore
favoloso di Roma, lusinga il popolo coi ricordi eroici. Di ciò basti, ma
perchè il lettore possa farsi un'idea del dialetto trasteverino, do qui
il principio del cartellone del teatro: