(1853).
Il Ghetto e gli ebrei di Roma.
(1853).
Ammassato in un cupo e triste angolo dell'Urbe, rimpetto al Trastevere,
abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il
popolo degli ebrei di Roma. Di essi tratteranno queste pagine, che
l'autore ha ricavato parte da scritti antichi e moderni, parte dalla
bocca degli stessi ebrei. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto
romano, e la sua popolazione, unica antica rovina vivente fra le rovine
della città, gli è sembrata degna di attento studio.
L'arco di Tito al Foro rappresenta il trionfo del distruttore di
Gerusalemme. Nel fregio di quest'arco il sacro fiume Giordano è
rappresentato da un vecchio portato su di una lettiga; e sotto la volta
dell'arco, sotto il quale non passerà mai un ebreo,[25] il vincitore ha
fatto scolpire gli oggetti tolti al Tempio di Gerusalemme, il candelabro
a sette braccia, la tavola d'oro, l'arca dell'alleanza, e le trombe
d'argento per l'anno del giubileo. Sono trascorsi quasi 1800 anni da che
l'arco fu eretto, e di quella Roma che dominava il mondo intero non
restano che rovine, polvere, simboli morti del culto antico. Ma se ci si
dirige dall'Arco di Tito verso il Tevere e si percorre il Ghetto, si
vede qua e là, su qualche casa, il candelabro a sette braccia scolpito
nel muro. E' la stessa imagine che si è veduta sull'arco di trionfo; ma
essa sta qui come testimonianza vivente della religione d'Israele,
poichè ancor oggi abitano qui i discendenti di quegli ebrei che Tito
portò seco a Roma. Entrando nella Sinagoga ebraica si scorgono sulle
mura le stesse sculture, le tavole della legge, la tavola d'oro del
Tempio, le trombe del giubileo. Il popolo ebreo tuttora esistente, e non
distrutto, innalza oggi le sue preghiere all'antico Jehova, dinanzi alle
stesse imagini che un giorno Tito portò a Roma. Jehova dura ancora, dopo
scomparso Giove Capitolino.
Ivi è il portico di Ottavia. Rovinati e cadenti, i suoi grandi archi, i
suoi pilastri si drizzano sempre a lato del Ghetto. E' di là che
Vespasiano e Tito partirono col corteo trionfale per celebrare la loro
vittoria su Israele. Fra gli spettatori eravi pure un ebreo, Giuseppe
Flavio, il famoso storico, che non ebbe vergogna di assistere al trionfo
del vincitore della sua gente e di scriverne una particolareggiata
relazione.
Dobbiamo a questo vile cortigiano ebreo la descrizione del trionfo.
«Dopochè--egli narra--l'esercito verso sera fu entrato in città, venne
ordinato sotto il comando de' suoi capi dinanzi al tempio d'Iside; ivi
passarono la notte i due capitani Tito e Vespasiano, che sul fare del
giorno ne uscirono, coronati di alloro e vestiti di porpora, per recarsi
al portico di Ottavia, dove attesero i senatori, i primi magistrati
della città e i cavalieri più nobili. Di fronte al portico era stato
innalzato un palco, su cui stavano sedili d'avorio; i due imperatori vi
presero posto e allora le truppe proruppero in evviva e presero a
vantare le loro geste. I soldati erano senz'armi, vestiti di seta e
coronati di alloro. Vespasiano dopo avere ascoltato gli applausi, fece
fare silenzio, e, sorto in piedi, si velò il capo e pronunziò una
preghiera di ringraziamento. Tito fece lo stesso. Dopo la preghiera
Vespasiano rivolse alcune parole ai convenuti, e congedò i soldati,
perchè si assidessero ad un banchetto, che, secondo l'uso, era stato
preparato dagli imperatori. Quindi l'imperatore tornò alla porta detta
del Trionfo, perchè vi si passava sempre in queste occasioni; quivi
mangiarono, vestirono gli abiti trionfali, offrirono un sacrifizio agli
altari eretti presso la porta; dopo di che ebbe luogo la marcia
trionfale, che attraversò il teatro, affinchè il popolo la potesse
meglio godere».
Augusto aveva fatto costruire in onore di sua sorella Ottavia quel
magnifico portico a due file di colonne. Una parte della facciata esiste
ancora ed è addossata al mercato del pesce, che confina col Ghetto,
presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, ch'è un'antica basilica, la
cui storia si riconnette con quella degli ebrei, perchè nel medio evo
erano costretti ad ascoltarvi le prediche. E' veramente un caso senza
esempio nella storia che presso quei portici di Ottavia, là dove
Vespasiano e Tito passarono in trionfo, reduci dall'avere sconfitto gli
ebrei e distrutta Gerusalemme, i discendenti d'Israele ponessero la loro
sede in Roma. Intorno a quel portico, una volta magnifico ed ora sepolto
sotto le immondizie, il popolo degli ebrei fa i suoi affari.
Sulle lastre di marmo delle sue sale e de' suoi templi, i figli dei
prigionieri di Gerusalemme vendono oggi il pesce, senza che nessuno di
essi pensi neppur lontanamente all'importanza che ebbe un giorno questo
luogo nella storia d'Israele.
Il Ghetto romano è fra tutte le comunità israelitiche d'Europa la più
importante, per i rapporti storici del popolo d'Israele con l'Urbe.
Altre, soprattutto quelle della Spagna e del Portogallo, e la Sinagoga
di Amsterdam, offrono un più vivo interesse, ma tutto teologico, a causa
delle loro scuole talmudiche; nessuna però è tanto antica e tanto
importante quanto la Sinagoga romana: questa rappresenta la più vetusta
radice del cristianesimo nella capitale stessa del mondo cristiano.
Se si pensa che qui, in questa stessa Roma, il popolo ebraico si
mantiene da oltre 1800 anni, non si può fare a meno di rimanere stupiti
dinanzi alla sua forza di resistenza. Sembra quasi incredibile che una
razza così maltrattata, benchè rinnovata per l'aggiunta di nuove
famiglie, tuttavia quasi sempre della medesima stirpe decadente, abbia
potuto sopravvivere, attraverso i secoli, in quegli stretti vicoli, in
mezzo a quell'atmosfera appestata, conservandosi per secoli sempre la
stessa, quasi vivendo una vita tutta propria.
Fin dal tempo di Pompeo gli ebrei si stabilirono in Roma. Cacciati
parecchie volte dalla città sotto i primi imperatori, vi fecero sempre
ritorno, ed ai tempi di Tito si stabilirono dove sono tuttora, nel luogo
per essi il più pericoloso del mondo, sotto gli occhi dei loro nemici,
prima, di quei Romani che avevano distrutta Gerusalemme, poi, sotto
quelli dei Papi, rappresentanti di quel Cristo che essi avevano posto in
croce. Fin dai tempi di Pompeo furono fatti segno al disprezzo, e
finalmente, radunati in un ghetto come una corrotta tribù di paria, si
tennero uniti strettamente rimanendo sempre gli stessi, per secoli e
secoli e sopportando la terribile uniformità del loro stato.
Essi vissero senza speranza, ma pure sperando, secondo il carattere del
popolo d'Israele, cui i profeti promisero il Messia. Impotenti a lottare
apertamente con i loro nemici, si trincerarono nel triste e possente
appoggio della miseria, della consuetudine e della tenacità di propositi
tutta propria della razza ebraica. La loro forza nel soffrire appare
tanto più meravigliosa in quanto che essi non si confortavano, come i
martiri, nel pensiero di una ricompensa in un'altra vita.
La natura stessa sembra che abbia dotato questa fra le più infelici
classi umane dei più forti istinti di vita. Forse qualunque altra
stirpe in tali condizioni sarebbe scomparsa, incapace di sopportare un
disprezzo così profondo; ma gli ebrei ne furono capaci, e si
conservarono, indistruttibili, nel centro stesso del cattolicismo.
Segregati dal consorzio civile, gli ebrei non tentarono mai di
mescolarsi fra le altre razze; anche i loro tardi nipoti sono oggi
stranieri ai cristiani della città, nè più nè meno di quello che lo
furono i padri loro ai tempi di Pompeo. Allora e sotto gl'imperatori,
sebbene tenuti in grande disprezzo, erano trattati al pari delle altre
sètte orientali, al pari dei siriaci, degli egiziani, dei persiani, e
non vivevano appartati come oggi. Tra le molte sètte religiose
dell'antica Roma gli ebrei costituiscono la sola che si sia conservata,
e conservata senza variare.
La storia degli ebrei di Roma è, nei primi tempi almeno, difficile a
ricostruirsi, scarse essendo le testimonianze degli scrittori romani.
I rapporti fra Roma e Gerusalemme datano dal giorno in cui Pompeo entrò
in questa città, e, spintovi dalla curiosità, sordo alle preghiere dei
giudei, osò penetrare nel sacro tempio. Pare sia stato Pompeo a portare
per il primo schiavi ebrei a Roma; certo a quel tempo erano già in
questa città liberti ebrei ed altri loro concittadini, trattivi
probabilmente dal desiderio di lucro. Essi vivevano liberamente,
praticavano pubblicamente i loro riti religiosi, ed i principi e le
principesse ebraiche, onorati allo stesso modo degli altri principi
dell'Asia, poterono qualche volta presentarsi in Senato ed al palazzo
imperiale; allora vi erano ancora principi ebrei.
Il felice Erode venne più volte a Roma ed entrò nell'intimità dei Cesari
con tutti i titoli della sua regale dignità; fu accolto ai loro
banchetti, e prese posto nel loro palco a teatro. Così pure si videro
nel Palatino Archelao e la principessa Salome, Antipa e Antipatro;
parecchi principi ebrei furono pure educati alla corte imperiale di
Roma, fra cui Agrippa, nipote di Erode, l'avventuriero che fu compagno
di studi di Druso e amico intimo di Caligola. Il giovane ebreo libertino
era appena uscito dalla prigione, dove era stato rinchiuso per debiti,
che Tiberio lo gettò di nuovo in carcere e ve lo lasciò a languire sei
mesi, finchè la morte dell'imperatore lo venne a liberare e Caligola lo
nominò re degli ebrei.
E' nota la parte brillante che ebbe in Roma Berenice, sorella e amante
di suo fratello Agrippa il giovane, ultimo re degli ebrei. Dopo la
distruzione di Gerusalemme, ebbe stanza nel palazzo di Tito, ma
nonostante i suoi intrighi, non riuscì a salire sul seggio imperiale.
Dopo Erode Agrippa, nessun altro ebreo occupò più una posizione
importante in Roma, fino al pontificato di Gregorio XVI, che, per
ragioni facili a capirsi, fece la più lusinghiera accoglienza, nello
stesso Vaticano, al barone Rothschild.
Mentre i principi della Giudea si succedevano a Roma, molti dei loro
correligionari si erano già stabiliti nella città. Cesare fu loro
favorevole, come lo provano i lamenti che essi levarono in suo onore,
allorchè cadde sotto il pugnale degli assassini. Augusto pure lasciò
loro completa libertà di dimorare in Roma e di attendere ai loro affari;
dicesi che alla sua morte abbiano pianto una settimana. A quell'epoca
non si era peranco assegnato loro uno speciale quartiere della città,
sebbene Filone narri che Augusto aveva donato agli ebrei una parte del
Trastevere. Abitavano un po' dappertutto; la maggior parte però
nell'attuale Trastevere, dove sorgeva la loro più antica Sinagoga.
Secondo la tradizione romana, fu là che abitò l'apostolo Pietro, presso
la chiesa di Santa Cecilia, dove dimoravano pure molti ebrei. Un'altra
tradizione vuole che egli abbia dimorato anche sull'Aventino, nella casa
dei santi Aquila e Prisca, due sposi ebrei convertiti al cristianesimo.
Nella curiosissima opera di Filone, intitolata «L'ambasciata a Caio», si
può vedere sino a qual punto Augusto fosse clemente con gli ebrei. Il
dotto alessandrino afferma che Augusto trattò sempre con dolcezza gli
ebrei, conferma che essi abitavano nel grande quartiere del Trastevere,
erano per lo più schiavi liberati e non furono costretti a mutare le
consuetudini dei loro padri. La liberazione di quegli ebrei è tuttora
ricordata da un bellissimo sepolcro sulla via Appia, che porta i nomi di
due ebrei, Zabda e Akiba. Augusto sapeva, continua Filone, che gli ebrei
possedevano delle sinagoghe, nelle quali si radunavano ogni settimana
per essere ammaestrati nella sapienza dei loro padri. Tollerava pure che
essi, alla nascita di un primo figlio, inviassero a Gerusalemme denaro,
perchè si facessero sacrifici in favore del fanciullo. Eppure egli non
li cacciò mai da Roma, nè li privò del diritto di cittadinanza romana:
non mutò nulla nelle loro sinagoghe e nelle loro adunanze. Arrivò sino
ad ornare il Tempio di Gerusalemme di doni preziosi e offrirvi delle
vittime; e rispettò il sabato a tal segno che ordinò che non si facesse
agli ebrei la distribuzione del grano in quel giorno, ma bensì nel
giorno seguente, non potendo essi il sabato dare nè ricevere denaro, nè
altro.
Filone fu inviato, nell'anno 40 dell'èra cristiana, dagli ebrei di
Alessandria, alla testa di un'ambasceria, all'imperatore Caligola, per
protestare contro le crudeli persecuzioni che essi soffrivano da parte
degli abitanti di quel grande centro commerciale. Egli narra come
Caligola ricevesse questa deputazione nelle sua villa di campagna:
l'imperatore correva come un pazzo da una camera all'altra, dando ora
ordini di nuove costruzioni, ora per far disporre e collocare antiche
imagini, mentre gli ebrei lo seguivano attraverso la casa, fra le risa
dei presenti. L'imperatore poi domandò loro con scherno perchè non
mangiassero carne suina. «I gridi ed i fischi di quelli che ci
beffavano--dice Filone--erano così forti, che pareva di essere in un
teatro». Abbiamo, dunque, fin dall'antichità, un esempio di quelle scene
che si ripeterono in Roma in ogni tempo, nel medio evo ed anche in
epoche più recenti, per esempio, allorquando gli ebrei, schierati a
Monte Giordano o davanti all'arco di Tito per prestare omaggio al nuovo
papa, rimanevano esposti ai fischi dei monelli ed agli schiamazzi del
popolaccio.
Caligola aveva una ragione tutta sua di essere irritato contro gli
ebrei. Gli era venuta la fantasia di far erigere una sua statua di
colossale grandezza, nella quale era rappresentato come un Dio, nel
santuario di Gerusalemme; avendo saputo che il popolo ebraico, solo al
mondo, s'era rifiutato di rendergli gli onori divini, ordinò dunque, a
Petronio, governatore della Fenicia, di compiere il suo desiderio.
Allora, se si deve prestar fede a Giuseppe ed a Filone, tutta quanta la
Giudea, vecchi, giovani, donne, fanciulli, si riversò in massa sulla
Fenicia; simili a una nuvola coprirono il paese; ed erano tanti e tali i
loro lamenti e i loro pianti, che quando tacevano, l'eco li ripeteva
ancora a lungo nell'aria. Si gettarono ai piedi di Petronio e lo
supplicarono di ucciderli tutti quanti, dicendo che non avrebbero mai
permesso un simile sfregio al tempio del loro Dio. Questa scena fu una
delle più grandi tragedie di un popolo, delle quali si abbia memoria, e
questa resistenza morale contro Caligola è una delle più belle pagine
della storia ebraica, più luminosa delle geste di Davide e di Salomone.
Petronio rimase commosso e scrisse all'imperatore per distoglierlo dalla
sua idea. L'amico d'infanzia di Caligola, il re Agrippa, si recò egli
stesso a Roma ad intercedere in favore del suo popolo. Narra Filone che
il suo terrore per la minacciata profanazione del tempio, fu tanto, che
fu portato via svenuto, e poi cadde in una pericolosa malattia. Infine
scrisse a Caligola una splendida lettera, in seguito alla quale il pazzo
tiranno, cui il mondo intero elevava templi, altari, statue, abbandonò
l'idea di far innalzare la sua effige nel santuario di Gerusalemme.
La morte repentina di Caligola preservò gli ebrei di Roma dalla sua
vendetta. Disgraziatamente Filone non ci dice nulla delle loro
condizioni in quell'epoca. Essi occupavano già il Trastevere e vi
avevano formato una sinagoga di liberti, della quale è fatta menzione
sotto questo nome negli Atti degli Apostoli (I, 9).
Dacchè i misteri cristiani penetrarono in Roma, gli ebrei e i cristiani
furono confusi in una stessa setta comune, errore facile a spiegarsi,
perchè questi ultimi erano per la massima parte ebrei convertiti. Così
subirono anche le stesse persecuzioni. Nell'anno 51 furono gli uni e gli
altri da Claudio scacciati dalla città. Già prima, Tiberio, dietro
consiglio di Seiano, li aveva fatti una volta deportare in Sardegna,
sotto l'accusa di usura sfrenata. Ma essi seppero ritornare e mantenersi
in Roma; il loro numero aumentò a tal segno, che sotto i primi
imperatori salì a oltre 8000, cifra che, se esatta, supererebbe del
doppio il numero degli ebrei che abitano attualmente la città.
Quando Tito ebbe finito di distruggere Gerusalemme, fece condurre a Roma
una turba di ebrei prigionieri, parte dei quali fu condannata a morte ed
il resto vi si stabilì.
Stimo opportuno continuare la descrizione del trionfo di Tito,
affinchè il lettore, a cui sia ignoto Giuseppe Flavio, possa avere
un'idea di quello stupendo spettacolo. «È cosa difficile--dice
Giuseppe[26]--descrivere la varietà di questo spettacolo, la sua
magnificenza sotto ogni riguardo, sia per splendore d'oggetti, sia per
la loro ricchezza e rarità. Tutto ciò che vi può essere di più prezioso
e di più peregrino, comparve in quel giorno a provare la grandezza
dell'impero romano. Si videro oggetti ornati d'oro, d'argento e di
avorio, e non già in piccol numero, ma in tanta copia da sembrare il
corso di un fiume. Si videro abiti tinti della più fine porpora, o
ricamati mirabilmente in Babilonia, pietre scintillanti incastonate in
corone d'oro ed in altri gioielli, ed in tanta abbondanza, da non
crederle vere. Seguivano le imagini degli Dei, di proporzioni
gigantesche e lavorate divinamente; e poi stoffe rare di tutte le
specie, animali rarissimi, ecc. Coloro che prendevano parte al corteo
indossavano abiti purpurei ricamati in oro, ed in special modo erano
ornati i soldati chiamati a partecipare agli onori del trionfo. Anche la
schiera dei prigionieri attirava la generale attenzione: i loro
abbigliamenti, di svariatissimi colori, distraevano gli spettatori dal
triste aspetto delle loro stanche fisonomie. Il massimo stupore
l'eccitarono poi i magnifici baldacchini: si temeva che gli uomini
destinati a portarli non avessero la forza di sorreggerli. Taluni erano
a tre e quattro piani, disposti in modo sorprendente ed artistico.
Parecchi erano ricoperti di tappeti ricamati in oro, e sopra tutti
scintillavano lavori artistici in oro e avorio. La guerra era
rappresentata sotto tutte le sue forme ed in ogni suo aspetto; vi si
scorgevano contrade devastate; intere file di nemici morti o posti in
fuga; prigionieri; immense e alte mura che rovinavano all'urto delle
macchine; ricche città distrutte; torrenti di sangue; disarmati che
imploravano pietà; templi e case in fiamme, precipitanti sui loro
abitatori; e finalmente, in mezzo a tutta quella desolazione, un fiume
che volgeva le sue onde, non già per irrigare i campi e dissetare gli
uomini e gli armenti, ma per spegnere quel generale incendio.
«Tutto ciò confermavano gli ebrei di aver sofferto durante la guerra.
L'accurata rappresentazione dava un'idea di tutto quanto era avvenuto.
Presso ogni baldacchino stavano i condottieri dell'esercito nemico,
fatti prigionieri. Seguivano numerosissime barche. Il bottino di guerra
era immenso, ma tutto scompariva al cospetto degli arredi del Tempio di
Gerusalemme, che comprendevano la tavola d'oro massiccio, un candelabro
pure d'oro, con le sette lampade, simbolo presso i Giudei della santità
dei sette giorni, e infine, ultima preda, la legge di Dio. Venivano poi
gli uomini recanti statue della vittoria, d'oro e d'avorio, e quindi
Vespasiano e Tito, entrambi a cavallo, ed a fianco di quest'ultimo
Domiziano, riccamente vestito, a cavallo di un magnifico destriero. Meta
del trionfo era il tempio di Giove Capitolino. Giunto davanti a questo,
il corteo si arrestò, giacchè l'araldo, secondo un antico costume,
doveva ivi dare l'annunzio della morte del condottiero generale
dell'esercito nemico. Era questi Simone di Giora, che seguiva esso pure
la marcia trionfale. Venne tratto con una corda al collo, sulla rupe che
sorge di fianco al Foro, e ivi fu percosso con le verghe. In quella
località, secondo le leggi romane, si eseguivano le condanne a morte.
Quando dunque fu annunciato che Simone era morto, si levò un grido
solenne, generale di gioia, ed ebbe principio il sacrificio. Dopo le
preghiere e la solita distribuzione di denaro al popolo, gl'imperatori
fecero ritorno al loro palazzo, dove ebbe luogo un grande banchetto.
Tutta Roma festeggiò questo dì, quale giorno di solenne letizia, per
l'esito felice della guerra, per la fine della discordia civile, per la
speranza di splendido avvenire».
* * * * *
Vespasiano innalzò un magnifico tempio alla Pace e vi collocò tutti gli
arredi del santuario di Gerusalemme; le tavole della Legge però furono
conservate nel palazzo dei Cesari. L'arco, nell'interno del quale sono
con tanta maestria rappresentati gli arredi del tempio e la marcia
trionfale, non venne terminato che dopo la morte di Tito. Nel medio evo
fu chiamato «Arco delle sette lampade», o, come si legge nel libro
Mirabilia Urbis Romae «_Arcus septem lucernarum, Titi et Vespasiani, ubi
est candelabrum Moysi cum arca_». I Frangipani, che eran padroni del
Foro e del Colosseo, se ne servirono come porta del loro castello, la
_Turris Cartularia_ al Palatino. Solo sotto Pio VII, nel 1821, l'arco fu
restaurato e ridotto come è oggi. Presentemente è uno dei più bei
monumenti della città, per quanto restaurato alla moderna.[27]
Tito, dopo il suo trionfo, rifiutò di prendere il titolo di _Judaicus_,
prova questa del disprezzo che gl'ispiravano gli ebrei. Però, come
Vespasiano, tollerò la loro presenza in Roma. Le loro colonie si erano
d'altronde accresciute grandemente per la venuta degli schiavi e dei
liberti. Vespasiano aveva loro concesso il libero esercizio delle loro
pratiche religiose, a condizione che pagassero a Giove Capitolino il
mezzo sesterzio a testa che sino allora avevano versato nel tesoro del
Tempio. Ancora oggi gli ebrei pagano questo tributo alla _Camera
Capitolina_.
Sotto Domiziano, narra Svetonio, il _fiscus judaicus_ veniva riscosso
con grande rigore. Gli ebrei, che sino ad allora avevano abitato
liberamente il Trastevere, furono da questo imperatore cacciati dalla
città, e fu loro assegnata come residenza la valle della Ninfa Egeria,
dietro un pagamento in denaro. Di ciò fa menzione Giovenale nella satira
terza:
Hic ubi nocturnae Numa constituebat amicae:
Nunc sacri fontis nemus, et delubra locantur
Judaeis, quorum cophinus foenumque suppellex:
Omnis enim populo mercedem pendere iussa est
Arbor, et ejectis mendicat silva Camoenis.
In vallem Egeriae descendimus, et speluncas
Dissimiles veris. Quanto praestantius esset
Numen aquae, viridi si margine clauderet undas,
Herba, nec ingenuum, violarent marmora tophum!
Quando Giovenale si recava per la porta Capena nella valle Egeria,
vedeva, a quanto pare, gli ebrei mendicanti andare qua e là come
zingari, con fasci di fieno e ceste sulle spalle. I fasci di fieno
servivano loro di letto, e nelle loro paniere recavano i cenci, di cui
facevano commercio, e il proprio cibo. Secondo quello che hanno lasciato
scritto i Romani, le loro occupazioni e i loro mestieri non differivano
da quelli di oggi.
Il disprezzo dei Romani per quegli infelici era così grande che si
considerava come un'onta metter piede nelle loro sinagoghe, mentre
partecipare al culto d'Iside, di Mira e di Priapo non era ritenuto
affatto un disonore. Ed è strano che quel culto di Dio che in Roma
rimase in ogni tempo libero da feticismo e idolatria, sia stato trattato
sempre con tanto disprezzo.
Nella quattordicesima satira Giovenale si lagna della superstizione che
spingeva i Romani ad accostarsi al giudaismo:
Quidam sortiti metuentem sabbata patrem,
Nil praeter nubes et coeli numen adorant,
Nec distare putant humana carne suillam
Qua pater abstinuit; mox et praeputia ponunt:
Romanos autem soliti contemnere leges,
Judaicum ediscunt, et servant ac metuunt ius,
Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.
A quel tempo gli ebrei solevano già predire la buona ventura, vendere
filtri d'amore e sortilegi. Giovenale infatti ne parla nella satira
sesta.
Quum dedit ille locum, cophino foenoque relicto,
Arcanam Judaea tremens medicat in aurem,
Interpres legum Solymarum, et magna sacerdos
Arboris, ac summi fida internuntia coeli,
Implet et illa manum, sed parcius. Aere minuto
Qualiacumque voles Judaei somnia vendunt.
In questi versi Giovenale descrive così vivacemente gli ebrei, che ci
sembra di aver dinanzi veramente un tipo di vecchia strega. Ai tempi di
Domiziano le ebree uscivano spesso, durante la notte dalla valle
d'Egeria per introdursi nella casa di qualche voluttuosa dama romana, e
ciò si è ripetuto sino ai nostri giorni. Numerose donne del Ghetto
vagavano per la città dicendo la buona ventura, spiegando alle nobili
signore i sogni della notte, o vendendo loro filtri d'amore. Appunto a
queste pratiche si riferisce una bolla di Pio V, con la data del 1569,
che comincia con le parole: _Hebraeorum gens sola quondam a Domino
electa_. Questo decreto che bandiva gli ebrei da tutte le città degli
Stati della Chiesa, eccettuate Roma ed Ancona, è un importante documento
storico; ne riporto alcuni passi che corrispondono ai versi di
Giovenale; «Privato de' suoi sacerdoti e dell'autorità della sua legge,
scacciato dal paese dove Dio nella sua misericordia l'aveva
primitivamente stabilito, dal paese in cui scorreva il latte e il miele,
da più secoli il popolo della Giudea erra per il mondo, odiato, coperto
di disprezzo, rivolto a mestieri vergognosi e infami, pronto sempre a
discendere sino alla più abbietta schiavitù per guadagnare di che
vivere». Poi la bolla papale parla dei loro mestieri. «Senza fermarsi a
parlare dell'usura, con cui spogliano di ogni loro avere i cristiani,
noi li denunziamo a tutti come ricettatori, autori o complici di furti,
come soliti a nascondere, a trasformare gli oggetti rubati, sia profani
che sacri, per renderli irriconoscibili. Molti di essi s'introducono,
con la scusa del commercio, nelle case di donne oneste, provocandole ad
ogni sorta d'impudicizia, e peggio ancora, dannandone l'anima con
artifizi diabolici, con vane profezie, con stregonerie, con arti magiche
e sortilegi, facendo credere che son capaci di predire il futuro,
squarciare i veli, trovare tesori, scoprire oggetti celati e rivelare
tante e tante altre cose ancora che non è dato ai semplici mortali di
conoscere».
L'origine del disprezzo in cui furon costantemente tenuti in ogni tempo
gli ebrei in Roma dipende certo dagli ebrei stessi; essi provocarono
sempre il riso de Romani quasi fossero delle caricature. E'
indiscutibile--senza con ciò voler recare offesa a molti bravi e degni
ebrei e tanto meno all'intero popolo di Israele--che agli occhi di un
europeo il tipo prettamente ebreo presenta un non so che di bizzarro che
lo rende ridicolo, come ridicola doveva essere la grottesca danza di
Davide dinanzi all'arca, cotanto ingrata anche agli occhi di Micol. Si
aggiunga a questo l'idea di esser la nazione prediletta da Dio,
l'opinione generalmente radicata in essi che la storia abbia dato loro
ragione in questa pretesa; finalmente il disprezzo verso tutte le altre
credenze, il ribrezzo di avere un contatto con ogni altra razza umana,
tutto ciò fece scontare a questo popolo la pena del suo amor proprio
nazionale, della sua ripugnanza ad avere rapporti con gli altri uomini,
infino a tanto che furono dai cristiani confinati in un ghetto.
Poco si sa sulle condizioni degli ebrei a Roma sotto i successivi
imperatori. Quando Adriano ebbe di nuovo distrutto Gerusalemme e
migliaia di ebrei furono venduti per suo ordine sui mercati della Siria,
la colonia di Roma aumentò considerevolmente per le immigrazioni. Essa
continuò ad abitare nel Trastevere. Il suo cimitero era situato dinanzi
alla porta Portese, presso il Gianicolo; lo si scoprì nel XVII secolo.
Gli ebrei ne possedevano un altro davanti alla porta Appia. Si può
vederlo oggi presso S. Sebastiano, nella vigna Rondanini, dove è stato
rimesso alla luce nel 1857. Si compone di catacombe che sembrano del III
secolo e assomigliano in tutto nella loro disposizione a quelle
cristiane di Roma. I sarcofaghi ebraici sono talvolta decorati
d'imagini, vi si vede spesso scolpito il candelabro dai sette bracci.
Gli epitaffi degni di nota non sono mai in ebraico, ma in latino od in
greco, ciò che prova che gli ebrei di Roma in quell'epoca si erano
appropriati la lingua che si parlava intorno a loro. Anche i morti di
quelle catacombe devono avere appartenuto alle due sinagoghe di Roma, di
cui la più antica fu fondata al tempo di Pompeo e la più recente era
essenzialmente alessandrina. Disgraziatamente la storia degli ebrei a
Roma in quel periodo è sepolta nell'oscurità.
Quando il cristianesimo diventò religione di Stato la posizione degli
ebrei divenne ancor peggiore, perchè al disprezzo che essi ispiravano
nei Romani si unì l'odio dei cristiani. Costantino per il primo vietò
loro di tenere al proprio servizio cristiani, e da allora ciò fu come un
precetto di separazione fra le due comunità. Il codice teodosiano
prescrisse poi leggi ancora più severe per impedire la fusione degli
ebrei e dei cristiani; proibì che si celebrasse in tutto l'impero la
festa di Haman, in cui i giudei avevano l'abitudine di rappresentare il
loro nemico sotto i tratti del crocifisso per poi bruciarlo in mezzo ad
alte grida.
Al tempo del sacco di Roma per opera di Alarico, gli ebrei del
Trastevere soffrirono crudelmente. Fra i tesori rubati dal re visigoto
vi furono anche i vasi del tempio di Salomone che egli aveva presi a
Roma come preda; alcuni però gli sfuggirono, perchè più tardi Genserico
ne trovò ancora quando giunse a Roma. Trasportati a Cartagine, caddero
nelle mani di Belisario e furon da questi riportati a Bisanzio. Gli
ebrei allora, come afferma Procopio, li reclamarono all'imperatore
Giustiniano, che li fece portare in una chiesa di Gerusalemme. Strana
storia, invero, quella di questi tesori del Tempio, portati altra volta
a Roma da Tito! Ancora nel medio evo, al tempo in cui furon redatte le
«_Mirabilia Urbis Romae_» circolava su ciò una leggenda, si credeva cioè
che l'arca dell'alleanza, il tabernacolo, il candelabro dai sette bracci
e gli abiti di Aronne fossero conservati come reliquie nel Laterano.
Al tempo dei Goti è menzionata una volta la Sinagoga di Roma; il popolo
la saccheggiò e il nobile Teodorico fece una legge a protezione degli
ebrei.
Poco si sa sulle condizioni degli ebrei durante i secoli seguenti.
Sappiamo solo che continuarono ad esistere come comunità e che più volte
resero omaggio agli imperatori tedeschi, quando venivano incoronati,
cantando in lingua ebraica le laudi tradizionali. Sempre dimorarono in
Trastevere ed esercitarono il loro commercio vicino ai ponti del fiume e
sui ponti stessi. Infatti il ponte dei Quattro Capi, vicino al Ghetto
attuale, si chiamava «_Pons Iudaeorum_» e anche quello degli Angeli era
designato nello stesso modo: probabilmente dei banchi di ebrei erano
situati su questi ponti.
Ad eccezione di qualche lampo di odio popolare, gli ebrei del resto non
subirono a Roma quelle feroci persecuzioni che soffrirono in altre città
d'Europa. Roma non è mai stato terreno propizio al fanatismo religioso;
l'antica tradizione di tolleranza verso tutti i popoli vi si è sempre
conservata. Perfino le crociate che provocarono in tutta l'Europa
spaventevoli esplosioni di odio contro gli ebrei, non ebbero le stesse
conseguenze in Roma. Una sola volta, nel 1020, noi troviamo nella
storia notizia di una persecuzione propriamente detta contro gli ebrei,
ed ebbe origine da un terremoto.
I papi riconobbero sempre la Sinagoga come una legale comunità
dell'urbe; essa era pareggiata alle altre comunità straniere dei greci e
dei germani. L'inquisizione, introdotta ai primi del secolo XIII, ebbe
per essa, al principio, gli stessi riguardi. Così, a un dipresso, gli
ebrei acquistarono in Roma una certa importanza come cambiavalute e come
medici. Il commercio del denaro e la scienza medica essendo passati
quasi interamente nelle loro mani, essi non tardarono in queste qualità
a rendersi necessari al Vaticano.
Il viaggiatore Beniamino di Tudela, ai tempi di Alessandro III
(1159-1185) contò in Roma 200 ebrei ricchi, liberi, tenuti in grande
considerazione, tra i quali il papa aveva scelto dei servitori.
«Qui--egli dice--si trovano persone sapientissime, fra cui il primo è il
grande rabbino Daniele, un altro rabbino Daniele, un giovane bello e
intelligente frequenta la corte di Alessandro in qualità di ministro del
papa», cioè come banchiere.
Il curioso è che Pier Leone, l'antipapa Anacleto II (morto nel 1138),
era nipote di un ebreo convertito. La sua famiglia fu annoverata fra le
più grandi famiglie patrizio e per più secoli. Questa razza, largamente
dotata dalla natura e dalla lotta che acuisce l'intelligenza, seppe
dunque infiltrarsi, come di contrabbando, sino nell'intimità dei papi.
Mentre le donne ebree andavano a predire la buona ventura nelle nobili
famiglie, gli ebrei erano ammessi liberamente, in qualità di banchieri o
di medici, presso i papi che si trovavano in ristrettezze finanziarie o
ammalati.
Si trova il nome di tutti i medici ebrei dei papi nell'opera di
Mandosio, _Degli archiatri pontificj_, completata dal Marini (Roma,
1784). Il primo di questi fu Giosuè Halorki, medico dell'antipapa
Benedetto XIII (1394), il quale sembra aver avuto una speciale
predilezione per gli ebrei. Halorki si fece più tardi battezzare e prese
il nome di Gerolamo di Santa Fede; e sotto questo nome scrisse un libro
contro gli ebrei: «_Hieronimi de Sancta Fede ex Iudaeo Christiani contra
Iudaeorum perfidiam et Talmud tractatus, sive libri duo ad mandatum D.
PP. Benedicti XIII_».
Egli fu maledetto dalla Sinagoga.
Innocenzo VII, del quale fu antipapa Benedetto, nel 1406 accordò il
diritto di cittadinanza a certi ebrei di Trastevere, fra cui a Elia di
Sabbato, a Mosè di Lisbona, a Mosè di Tivoli, i quali erano medici e
portavano il titolo di «maestri». Godevano costoro grandi privilegi ed
erano dispensati dal portare il segno obbrobrioso di Giuda.[28] Medico
particolare di Martino V fu Elia, appartenente al Ghetto romano. Così
fino al XVI secolo, nonostante le bolle di scomunica promulgate da più
papi, si trovano medici ebrei in Vaticano. Come orientali, come
imparentati con gli Arabi, gli ebrei furon tenuti ovunque, anche presso
i principi e gl'imperatori, in grande considerazione per la loro
sapienza medica. Samuele Sarfadi, rabbino spagnuolo, uomo dotto ed
eloquente, fu il medico di Leone X.
Naturalmente qualche cosa del favore che godevano i medici ebrei si
rifletteva sulla comunità di Trastevere; ma a causa della natura stessa
del reggimento della Chiesa, reggimento tutto personale, la sorte degli
ebrei di Roma dipendeva unicamente dal carattere del papa che regnava; e
questa incertezza del domani teneva gli ebrei in continuo timore, e li
esponeva spesso a uno stato senza legge.
Già parecchi Concilii avevano da molto tempo prescritto la separazione
dei cristiani dagli ebrei, e imposto a questi un marchio distintivo in
segno di disprezzo. Innocenzo III, il promotore dell'inquisizione,
rinnovò queste prescrizioni nel 1215, ed altri papi dopo di lui ne
seguirono l'esempio. Senonchè gli ebrei non le osservavano, riuscivano
ad eluderle, o si riscattavano col denaro. Talora poi un papa più
clemente revocava gli editti che il suo predecessore aveva emanati.
Giovanni XXII perseguitò gli ebrei e fece pubblicamente bruciare il loro
Talmud; Innocenzo VII invece fu loro favorevole. Fu il romano Martino V
che mostrò ad essi la maggiore benevolenza; rese loro la facoltà di
esercitare medicina e decretò poi che tutti gli ebrei degli stati della
Chiesa, e non più solo quelli di Roma, avrebbero da allora in poi
contribuito alla tassa del carnevale. Ma il suo successore Eugenio IV,
un veneziano nemico della razza trafficante d'Israele, ristrinse di
nuovo i loro diritti; proibì loro di commerciare coi cristiani, di
abitare nelle loro case, di prestare loro assistenza come medici, di
girare per tutta la città, di costruire nuove sinagoghe, e di occupare
alcuna carica pubblica. Decretò inoltre che la testimonianza di un ebreo
contro un cristiano non avesse alcun valore, e infine li obbligò a
pagare annualmente alla Camera capitolina 1130 fiorini ed a contribuire
con altre imposte ai sollazzi del carnevale.
Era invalso a poco a poco l'uso di valersi in modo indegno degli ebrei
per questi divertimenti carnascialeschi, che avevano luogo in piazza
Navona, sul colle Testaccio e pel Corso. Non solo gl'infelici dovevano
fornire una squadra di vecchi che, vestiti in foggia grottesca, dovevano
precedere la cavalcata dei senatori all'apertura del corso, ma dovevano
anche esporsi all'onta di correre essi stessi. Il veneziano Paolo II fu
il primo che, volendo festeggiare il 1468, anno di pace, offrì ai Romani
lo spettacolo delle corse dei cavalli e della corsa degli ebrei.
Ancora oggi sopravvive nelle città d'Italia l'uso di solennizzare certi
giorni di festa con le corse dei _Palii_, così dette perchè il premio
consiste in stoffe di seta date al vincitore. Allorchè Paolo II offrì
questo sollazzo al popolo, fece correre negli otto giorni di carnevale
cavalli, asini, bufali, vecchi, giovanotti e ragazzi ebrei. Prima di
lanciare quest'ultimi nella pista, venivano riempiti ben bene di cibo,
per render loro più penosa la corsa e provocare il riso del popolo. Essi
dovevano correre dall'Arco di Domiziano sino alla chiesa di S. Marco, in
mezzo agli urli e agli schiamazzi dei Romani, mentre il Santo Padre
assisteva allo spettacolo da un balcone riccamente addobbato, e rideva
di cuore. Si potrebbe credere che la parte che a queste corse
prendevano gli stessi Romani, togliesse a quella degli ebrei il suo
carattere di umiliante; ma bisogna avvertire che per questi era un
divertimento, a cui essi si offrivano spontaneamente, mentre gli ebrei
vi erano costretti con la forza. Coloro che ai dì nostri hanno assistito
alle corse di cavalli nel Corso, che sostituirono più tardi quelle degli
ebrei, e che hanno visto il popolo quasi folle eccitare gli animali con
grida furiose e con fischi, possono immaginare quello che nei barbari
tempi del medio evo dovessero soffrire gli ebrei correndo lungo il Corso
fra gl'insulti e in mezzo a quel tumulto.
Per lungo tempo il popolo volle questo spettacolo; io ho trovato, nella
_Roma nova_ di Sprenger del 1667, che gli ebrei dovevano correre nudi,
con una sola fascia intorno ai fianchi, e l'autore dice che i primi a
correre erano gli asini, poi gli ebrei, poi i bufali ed infine i
«barberi».
Durante due secoli gl'israeliti di Roma soffrirono questo volgare
insulto, sino al giorno in cui Clemente IX, Rospigliosi, nel 1668,
cedendo alle loro suppliche, li esentò dalla corsa a patto che pagassero
un tributo annuo di 300 scudi, e concesse loro che, invece di precedere
la cavalcata del Senatore, prestassero omaggio ai reggitori della città
nella sala del trono, e fornissero i premi per le feste del carnevale.
Solevano i notabili ebrei, quali rappresentanti della comunità
israelitica, presentarsi ai reggitori della città in Campidoglio nel
primo sabato di carnevale. Giunti nella sala dove quelli sedevano, gli
ebrei si gettavano ai loro piedi e offrivano un mazzo di fiori e 20
scudi, perchè fossero impiegati ad addobbare il balcone, su cui il
Senato soleva, in piazza del Popolo, prendere posto. Si recavano quindi
dal Senatore e, secondo l'antico uso, lo supplicavano di conceder loro
di abitare ancora in Roma.
Il Senatore metteva ad essi il piede sulla fronte, poi ordinava loro di
alzarsi e diceva, secondo la consueta formola, che gli ebrei non erano
già ammessi in Roma, ma soltanto tollerati per misericordia. Anche
questa umiliazione è ora scomparsa; ma ancor oggi gli ebrei il primo
sabato delle feste di carnevale vanno al Campidoglio e prestano il loro
omaggio, offrendo il tributo per i palii, che essi devono procurare per
i cavalli che ora divertono il popolo in luogo degli ebrei.
Non mancavano nel medio evo altre cerimonie, a cui dovevano prender
parte. Nella festa per la presa di possesso del Laterano, fatta dal
nuovo papa, essi dovevano mandare a lui una deputazione, come già un
tempo avevano dovuto prestare omaggio agli imperatori romani. Quando
l'imperatore saliva al trono, gli ebrei facevano per lui in Gerusalemme
offerte e sacrifici; dice già Filone nella sua «Ambasciata a Caio» che
essi tre volte offrirono sacrifici per Caligola, la prima, quando salì
al trono, la seconda, quando cadde gravemente ammalato, e la terza,
quando ritornò vittorioso dalla Germania. Che anche gli ebrei in Roma
facessero lo stesso, è indubitato; essi si presentavano nelle feste di
omaggio innanzi all'imperatore come imploranti protezione, per chiedere
a lui quella tolleranza che era stata loro concessa da Augusto.
E quando agl'imperatori sottentrarono i papi, mutarono le forme, ma
l'essenza delle cerimonie restò qual'era. Ad ogni omaggio a un nuovo
papa, sulla via che doveva percorrere il corteo, compariva una
delegazione di ebrei col Pentateuco sulle spalle. Secondo una frase di
S. Girolamo, essi eran considerati quasi come i bibliotecari della
religione cristiana, perchè avevano conservato nella loro arca
dell'alleanza l'Antico Testamento. E mentre si accostavano al nuovo papa
per implorare la sua protezione, dicevano di far ciò prima, perchè i
padri loro avevano fatto altrettanto con gl'imperatori, e poi perchè,
attendendo essi il Messia che li doveva liberare dalla schiavitù, ogni
nuovo papa poteva essere appunto quello destinato a rompere il loro
giogo.
A cominciare da Calisto II, che nel 1119 ricevette dagli ebrei tale
omaggio, esistono documenti che narrano queste cerimonie. In tutte gli
ebrei portavano il Pentateuco sulle spalle, andando incontro ad Eugenio
III, ad Alessandro III, a Gregorio IX. Il Cancellieri, nella sua opera
_Storia dei possessi_, ne dà una minuta descrizione, tolta dai diari dei
maestri di cerimonie della Corte Pontificia.
Il luogo dove gli ebrei si presentavano al papa non fu sempre lo stesso.
Ai primi del medio evo era nel rione detto «Parione» che gli ebrei
attendevano il pontefice che si recava al Laterano. Il vecchio poema
latino del cardinale Giacomo Stefaneschi, ci descrive l'omaggio degli
israeliti reso a Bonifacio VIII nel 1295:
«Ecce, super Tiberim positum de marmore pontem
Transierat, provectus equo, turrique relicta
De campo Iudaea canens, quae caecula corde est,
Occurrit vesana duci Parione sub ipso,
Quae Christo gravidam legem plenamque sub umbra
Exhibuit Moysi, Veneratus et ille figuram.
Hanc post terga dedit, cauto sermone locutus.
Ignotus Iudaea deus, sibi cognitus olim.
Qui quondam populus, nunc hostis; qui deus et rex
Obnubi patitur, praesentem temnere mavis,
Quem fragilem reputas hominem, sperasque futurum,
Et latet ipse deus».
Di qui si scorge che fino da allora la cerimonia dell'omaggio aveva
luogo con quelle forme che furon conservate anche in seguito; gli ebrei
attendevano al suo ritorno il nuovo papa, cantandone le lodi;
presentavano al pontefice il libro della Legge; questi lo prendeva,
faceva le viste di leggerne qualche parola, poi lo restituiva agli ebrei
dicendo: «Confermiamo la Legge, ma condanniamo il popolo ebreo e la sua
interpretazione». Quindi procedeva oltre e gli ebrei facevano ritorno
alle loro dimore, amareggiati dal dolore o confortati dalla speranza,
secondo quello che avevano creduto leggere negli occhi del nuovo papa.
Spesso si collocavano anche al di là del Ponte di Adriano e talvolta a
Monte Giordano. Sebbene questa collinetta formata di rovine e di
rottami, dovesse il suo nome a Giordano Orsini, membro dell'antica
famiglia patrizia che vi aveva costruito il suo palazzo, forse fu scelta
dagli ebrei per la fortuita coincidenza del nome con quello del biblico
fiume della Giudea. Ivi stavano i discendenti d'Israele, portando un
Pentateuco riccamente legato in oro e ricoperto di un velo, circondati
dal popolo che li insultava e li derideva, finchè non appariva il papa;
allora s'inginocchiavano e gli presentavano il volume della Legge.
Le ingiurie e i cattivi trattamenti, a cui in queste circostanze gli
ebrei venivano sottoposti crebbero tanto col tempo, che Innocenzo VIII,
nel 1484, cedendo alle loro vive preghiere, consentì che si
presentassero a lui nel cortile di Castel Sant'Angelo. Il maestro delle
cerimonie, Burcardo, così descrive la cerimonia: «Allorchè il papa fu
giunto, dinanzi a Castel Sant'Angiolo si arrestò, e gli ebrei che si
erano fermati presso le fortificazioni inferiori, comparvero col libro
della Legge, che porsero al Santo Padre, rivolgendogli delle frasi in
ebraico che ad un dipresso significavano questo:--Noi, uomini ebrei, in
nome della nostra Sinagoga, preghiamo Vostra Santità di volervi degnare
di accogliere e sanzionare la legge mosaica, che l'onnipotente Dio diede
a Mosè, nostro sacerdote, sul monte Sinai, nella stessa guisa che si
degnarono accettarla e confermarla i venerati pontefici predecessori di
Vostra Santità.--Il papa rispose:--Noi confermiamo la Legge, ma
condanniamo la vostra credenza e la vostra dottrina, imperocchè colui
che voi dite dover venire in terra, già venne e fu nostro Signore Gesù
Cristo, come la Chiesa insegna.--Terminata la cerimonia, gli ebrei si
ritirarono».
E quando si pensi che questo Castel S. Angelo non era altro che il
mausoleo di Adriano, il quale aveva distrutta da cima a fondo
Gerusalemme per ben due volte, e condotti gli ebrei in schiavitù, sarà
facile comprendere come anche questa stessa località dovesse riuscire
invisa agli ebrei, che non odiavano meno la memoria di Adriano di quella
di Tito.
Per una eccezione Pio III, nel 1503, trovandosi infermo, ricevette gli
ebrei in una delle sale del Vaticano stesso. Giulio II li ricevette di
bel nuovo alla Mole Adriana, dove gli diressero un lungo sermone, e dove
specialmente parlò con singolare eloquenza il rabbino spagnolo Samuele,
medico del papa. Questi rispose _prout in libello_, vale a dire secondo
la forma stabilita dal libro dei cerimoniali.
Anche Leone X, Medici, in occasione della elezione del quale, nel 1513,
si fecero le feste più splendide che abbiano mai avuto luogo per un
papa, ricevette gli ebrei in Castel S. Angelo. La scena è stata
descritta dal maestro di cerimonie Paride de' Grassi. Gli ebrei stavano
alla porta del Castello, sopra un palco di legno ricoperto di ricchi
tappeti e di broccati lavorati in oro, e dove ardevano otto grandi
torcie in cera, ed ivi tenevano le tavole della Legge. Allorquando fu
giunto il papa che cavalcava una chinea bianca, gli ebrei lo pregarono,
secondo il solito, di confermare la legge. Il papa prese il libro
aperto dalle loro mani, lesse alcune parole e disse:
«Noi confermiamo ma non approviamo» dopo di che lasciò cadere a terra il
libro, e proseguì la sua strada.
Fu questa l'ultima volta che la cerimonia ebbe luogo; da allora in poi
venne soppressa, o perchè progredito lo spirito dei tempi, o per altre
ragioni a noi ignote.
Fu imposto per contro l'obbligo agli ebrei di addobbare con stoffe
preziose parte delle strade per le quali dovevano passare il nuovo papa
e il suo corteo. Allorquando prese possesso Gregorio XIV, nel 1590, gli
ebrei dovettero parare con tappeti la salita del Campidoglio e l'arco di
Settimio Severo. In seguito venne stabilito che dovessero ornare l'arco
di Tito, e la via che porta al Colosseo. Fu loro pertanto forza
assoggettarsi all'onta di dover adornare l'arco trionfale eretto in
onore del distruttore di Gerusalemme.
E ciò ebbe luogo alla elezione di tutti i papi che vennero di poi. Gli
ebrei dovettero ogni volta addobbare l'arco di Tito, ed aggiungere ai
tappeti emblemi che si riferissero al papa, contraddistinti da sentenze
latine tolte dall'Antico Testamento. Gli emblemi, ordinariamente in
numero di venticinque, erano per lo più molto significativi, e colle
loro sentenze in linguaggio simbolico prettamente orientali. Vi era
rappresentato, per esempio, l'albero della mirra, che offre spontaneo il
suo balsamo senza che abbisogni d'incisione ed aggiuntovi il detto:
«Benedetto il principe che è generoso». Altrove il pellicano, che nutre
i figli col suo sangue colla scritta: «Si privò di tutto dandolo ai
poverelli» (Salmo 112, 1, 9). Una palma irradiata dal sole e sopra:
«Fiorirai al pari di una palma»; e al di sotto: «Benedetta sia la tua
venuta». Il rinoceronte che immerge il suo corno in una sorgente,--una
conchiglia di mare aperta,--la fenice e l'arcobaleno--un cigno che
mangia spighe mature,--uno sciame d'api,--un gelso,--un'arpa
inghirlandata di fiori,--il mare con sirene che cantano, e sopra il
cielo, verso il quale drizzano il volo molti usignuoli ed al di sotto il
versetto d'Isaia: «Cantano tutti insieme».
Questo linguaggio figurato ricorda le solennità di ugual natura, colle
quali gli Arabi di Sicilia accoglievano i re normanni loro signori. Gli
ebrei accudivano con lagrime e con lamenti ad ornare il monumento della
loro onta, e quando dall'arco di Tito facevano ritorno al loro sudicio
Ghetto, certamente si purificavano, con lamentazioni geremiache e con
preghiere, della profanazione che avevano dovuto commettere umiliandosi
innanzi al vicario di Cristo.
Si deve però fare un'osservazione singolare: col rinascimento la
mitologia pagana trovò mezzo di cacciarsi perfino negli usi e negli atti
degli ebrei, particolarmente nei secoli decimosettimo e decimottavo, nei
quali dopo Leone X e Raffaello, rinati gli studi delle antichità, gli
Dei dell'Olimpo tornarono in fiore. Ed è propriamente divertente e piena
di contraddizione la tendenza in questo senso, che si può osservare
negli ebrei di Roma, particolarmente nel secolo XVIII che fu l'età aurea
del Parnaso barocco. In questo, anche gli emblemi degli ebrei divennero
mitologici; le loro poesie di omaggio parlavano di Apollo e delle muse,
facendo una strana miscela di antichità pagana e di Vecchio Testamento,
che pare ed è tanto più singolare, quando si ponga mente che questi
emblemi, queste poesie venivano dal popolo d'Israello, dedicate ad un
papa. I maggiori emblemi mitologici si rinvengono in quelli dedicati a
Pio VI ed a Pio VII. Si vedeva Ercole, dalla cui bocca uscivano le
catene d'oro destinate a trarre a sè i popoli, e sotto il versetto
biblico: «Le labbra dell'uomo pio sono ripiene di dolcezza» (Prov. 10,
32). Vi si scorgeva il monte Parnaso fiancheggiato da due terrazzi
ricoperti di tappeti, su cui stavano cavalli e muli, che mangiavano del
grano, e sotto il versetto di Giobbe: «Esso ci ammaestra per mezzo degli
animali da tiro», miscuglio più barocco che immaginare si potesse,
Parnaso, muli, e Giobbe tutto confuso. Vi si scorgevano Giunone con un
giglio, Atlante che regge il mondo, Minerva coll'olivo, un tempio dove
stava Mercurio colle tre Grazie, e sotto vi si leggeva: «Non torrà gli
averi a coloro che camminano nella diritta via» (Salmi 84, 12).
E' molto probabile che fra tutte quelle figure mitologiche, quella di
Mercurio, il patrono dei negozianti e dei banchieri, il Rothschild
dell'Olimpo, dovesse essere quella che tornava più accetta, più
intelligibile agli abitanti del Ghetto. Del resto tutti gli emblemi di
quel povero popolo si riferivano sempre più o meno ad un'idea sola;
danaro, sempre danaro; e difatti vi si scorgevano immancabilmente i
corni dell'abbondanza, dai quali sgorgavano monete d'oro, vino e pane.
Gli ebrei presentarono a Pio VII, Chiaramonti, tutti i loro emblemi e
motti raccolti in un volume splendidamente legato, e maestrevolmente
miniato, e glielo porse in Venezia il rabbino Leone di Leone di Ebron,
vestito alla foggia orientale, con turbante, _haftan_, e lunga barba. Un
poema latino in distici elegiaci lo accompagnava e la dedica in lingua
latina era la seguente:
PIO SEPTIMO P. O. M.
QUA DIE IMPERII GUBERNACULO SOLEMNITER SUSCEPIT
QUOD BONUM FELIX FAUSTUMQUE SIT
FESTIVISSIMA HEBRAEORUM UNIVERSITAS D. D. D.
Come si vede, gli ebrei di Roma non avevano abitato senza profitto
presso il classico portico di Ottavia. Il poema poi seguitava dopo aver
cominciato con esclamazioni lagrimose prettamente giudaiche, e prima di
arrivare al papa chiamava in scena Apollo.
O si me Cythara plectroque juvaret Apollo,
Concinerem summi maxima regna Pii.
Meque peregrinis audiret versibus uti,
Quidquid habet tellus, quidquid ex axis habet.
Principis astra super ferrem clarissima facta,
Queis comes it recti non temerandus amor;
Quippe suis, velut illa, polo fulgoribus umbras
Dimovet, e vulta quos radiante jacit.
Ast pro me Pindi veniant et culmina Musae
Quas cecinit vatum fabula graeca deas.
Hae resona fundant solemnia carmina voce,
Tympana pulsantes, sistra lyrasque manu,
Hae Temidis celebrent servantem jura decorae,
Qua duce subjectis imperat agminibus:
Candoremque sinus dantis cum pace salutem,
Viribus ingenii, pondere consilii.
Magnanimis nitit ille notis, prudentibus aeque.
Ne summum videat gloria tanta diem!
Culmina Gregorium nutu qui celsa creavit,
Sospitet, omnigenis condecoretque bonis,
Edat, ut arbor aquae prope rivos consita, fructus,
Et diadema suum vinciat usque caput.
Hic niteat solusque, ferax sit dactilus ipse:
Adspiciat laetos ire, redire dies.
Gaudeat urbs, precibus nunquam non acribus instet,
Ut sibi sint Pacis numera juncta Piae.
Per Gregorio XVI gli ebrei fecero dipingere dal pittore Pietro Paoletti
di Belluno, concittadino del nuovo papa, un libro che conteneva tutti
gli emblemi e tutte le poesie, e fattolo riccamente legare lo
presentarono al pontefice, che volle mandarlo in dono al Capitolo della
sua città natia. Anche a Pio IX, attualmente regnante, venne presentato
un libro simile, nel quale il rabbino di Roma, versatissimo nella
letteratura ebraica, e abilissimo calligrafo, a quanto mi assicurarono i
suoi correligionari, raccolse preziosi emblemi, e sentenze bibliche,
scelte con molto criterio ed il libro era tanto riccamente legato ed
ornato, che costò circa cinquecento scudi.
Tali erano le cerimonie che, secondo gli usi e le costumanze di Roma, si
compivano dagli ebrei nell'occasione della elezione dei papi. Se non
che, anche in altre località avevano luogo funzioni analoghe. Troviamo
nel dizionario del Moroni la minuta descrizione delle solennità, colle
quali gli ebrei di Corfù festeggiarono la nomina di un nuovo
arcivescovo. Quando nel 1780 Francesco Maria Fenzi fece il suo solenne
ingresso in quella città, gli ebrei gli prepararono uno spettacolo
veramente originale. Apriva la marcia un ebreo vestito all'italiana col
bastone del comando, e lo seguivano altri tre, con lunghi bastoni,
questi rappresentano i patriarchi; venivano quindi dodici giovanetti,
vestiti all'italiana, i quali raffiguravano le dodici tribù, ed avevano
tutti in mano un pomo d'argento, e quindi altri dieci giovani, con
mantello sulle spalle, che rappresentavano i dieci rabbini savi,
conservatori della legge mosaica ai tempi dei Cesari. Seguivano ancora
altri undici giovanetti, che portavano mazzi di fiori, i fratelli di
Giuseppe, accompagnati da quattro servitori, come se stessero per
presentarsi al re Faraone; subito dopo otto uomini, portanti vasi e
palme, gli otto conservatori del precetto della circoncisione; quindi
ventiquattro ebrei, il doppio del numero delle tribù, con vassoi e
vasellami d'argento, coi guanti alle mani che raffiguravano il fiore
d'Israello. Seguivano ancora quattro ebrei, con voluminose parrucche e
bastoni; un gruppo di quarantotto ebrei con berrettone di pelo, fra i
quali sei cantori che cantavano salmi; indi una quindicina di
giovanetti, che portavano sul petto l'_urim_ ed il _thummim_; poscia un
nuovo gruppo con frutti e palme, finalmente di nuovo altri cantori.
Venivano dopo i quattro grandi sacerdoti Mosè, Aronne, David e Salomone,
a cui tenevano dietro i leviti. Poscia i tre giovanetti della fornace
ardente. Chiudeva la marcia un gran rabbino decrepito, che pareva la
quaresima ambulante; vestito tutto di bianco, e a fianco del quale
stavano due altri vecchi, con in mano ciascuno un vassoio pieno di
foglie di fiori. Il Pentateuco tutto adorno di campanelli, di frutti, di
corone di argento, era posto sotto un baldacchino bianco, portato da
quattro fra gli ebrei più ragguardevoli. Il libro della legge venne
aperto in sei diversi punti della città, e ricoperto di foglie di fiori
tolte dai bacili, e sempre colle più vive manifestazioni di gioia degli
ebrei. Le foglie, che cadevano a terra, erano raccolte dalle donne
ebree, che se le riponevano, quasi sacre reliquie, in seno. La
processione era divisa in quattro sezioni, in memoria delle quattro
schiavitù d'Egitto, di Babilonia, di Roma, e della presente.
L'arcivescovo finalmente venne ricevuto da sedici ebrei, sopra un palco
eretto in vicinanza del Duomo, e riccamente parato; egli portava la
mitria, e teneva in mano il pastorale; un ebreo postosi il cappello in
capo, e gettato via il mantello, pronunciò un breve discorso di
complimento, cui monsignore fece cortese risposta.
Come appare chiaro, una simile processione, avente tutta l'impronta
nazionale ebraica, poteva farsi bensì a Corfù, ma non avrebbe potuto
mai aver luogo a Roma. In quest'ultima città, dove il culto cristiano
sfoggia appunto in processioni pubbliche, una processione nazionale
ebraica, avrebbe fatto conoscere con troppa evidenza al popolo che la
pompa cattolica in gran parte non è di origine antica propriamente
cristiana, ma piuttosto una specie di riproduzione delle antiche
processioni degli ebrei. Non era però questa la vera ragione, per la
quale gli ebrei in Roma non comparivano in forma cotanto solenne;
sarebbe superfluo accennarlo. I monelli di Roma avrebbero preso a
sassate una esposizione pubblica dei riti mosaici, e Dio sa di quanti
lazzi, di quanti frizzi quella sarebbe stata oggetto. Inoltre si
sarebbero guardati bene gli ebrei di fare sfoggio di oro e di argento, e
quando comparivano davanti ai papi lo facevano coll'aspetto della
miseria, timidi, tremanti, in apparenza propriamente servile.
Ma torniamo alle sorti degli ebrei sotto i successori di quel Paolo II
che primo li fece correre nel carnevale. Ora oppressi, ora trattati con
una certa indulgenza, come da Paolo III della famiglia Farnese, la loro
sorte peggiorò sotto il pontificato di Paolo IV. Questo, fanatico
napoletano, della famiglia dei Caraffa, introduttore della tortura e
della censura a Roma, zelante inquisitore, appena salito sulla cattedra
di S. Pietro, pubblicò, nel 1555, la bolla _Cum nimis absurdum_, che
regolava la condizione della corporazione israelitica di Roma. Revocò
tutti i privilegi concessi antecedentemente agli ebrei; vietò ai loro
medici di curare i cristiani, proibì loro di esercitare le arti, il
commercio, le industrie, di possedere beni immobili; accrebbe loro i
tributi e le imposte. Vietò loro perfino di assumere il titolo di _don_
col quale, secondo l'usanza di Spagna e di Portogallo, si onoravano gli
ebrei più distinti. Allo scopo di separarli e di distinguerli totalmente
dai cristiani, prescrisse non potessero uscire dal Ghetto se non col
cappello e con un velo, entrambi di colore giallo, il cappello per gli
uomini, il velo per le donne. «Imperocchè, dice la bolla, è cosa
assolutamente assurda e sconveniente che gli ebrei i quali per propria
colpa sono caduti in ischiavitù, abusando insolentemente della
misericordia loro dimostrata dai cristiani, abbiano l'impudenza di
abitare promiscuamente con questi, di non portare verun distintivo, di
tenere i cristiani al loro servizio e perfino di acquistare case».
Finalmente Paolo IV stabilì il Ghetto, quartiere per l'abitazione
obbligatoria degli ebrei. Fino ai suoi tempi avevano questi goduto,
tuttochè non fosse loro espressamente garentita, della libertà di
abitare dove più loro piacesse in Roma. Come era naturale, raramente
risiedevano nel centro della città, nè fra i cristiani che li odiavano,
e si erano stabiliti per lo più nel Trastevere, e sulle sponde del
fiume, fino al ponte di Adriano. Ora il papa assegnò loro un angusto e
separato quartiere, come era stato fatto a Venezia, che comprendeva
poche strette e malsane strade presso il Tevere, e che stendevasi dal
ponte Quattro Capi fino alla Regola. Il quartiere era chiuso da mura con
porte. Ebbe dapprima il nome di _vicus judaeorum_ e più tardi quello di
_Ghetto_: questo deriva probabilmente dalla parola talmudica _ghet_ che
significa «separazione». Fu nel giorno 26 luglio 1556 che gli ebrei
presero possesso del loro ghetto, piangendo e sospirando come i padri
loro quando venivano tratti in schiavitù.
Paolo IV fu per gli ebrei di Roma il crudele Faraone che li espose a
tutti i mali derivanti dalla mancanza di spazio, e da una località bassa
e umida, per la vicinanza del fiume, il che dava origine ad un intero
esercito di piaghe d'Egitto. Allorquando morto il cupo Caraffa nel 1559,
il popolo romano, per sfogare contro di lui la sua rabbia, si sollevò,
saccheggiando il palazzo dell'inquisizione e la Minerva, sede dei
domenicani, si videro gli ebrei, uomini per natura timidi, che non
avevano preso mai parte alle rivoluzioni, neppure ai tempi di Cola di
Rienzo, sbucare dal loro quartiere, per imprecare essi pure alla memoria
del papa defunto. Un ebreo ebbe perfino l'ardire di mettere sulla statua
di papa Paolo in Campidoglio il suo vergognoso cappello giallo; il
popolo rise, atterrò la statua, la fece a pezzi e la testa del papa con
la tiara fu fatta rotolare nel fango. È facile immaginarsi quale sorte
fosse riserbata agli ebrei, dopo stabilito il nuovo tribunale
dell'Inquisizione. Parecchi ebrei furono bruciati sulla piazza della
Minerva, a Campo de' Fiori, dove solevano avere luogo gli Autos-da-fè.
In quell'epoca venne bruciato anche Giordano Bruno.
Rinchiusi nel Ghetto, gli ebrei non ne erano punto proprietari, poichè
le case appartenevano ai Romani, e vi avevano stanza pure famiglie
distinte, come i Boccapaduli. Erano quelli proprietari; gli ebrei
soltanto inquilini. Perchè potessero rimanere perpetuamente rinchiusi in
quelle strade, era mestieri assicurare loro un modo durevole di starvi,
poichè senza di questo gli ebrei si sarebbero trovati esposti a due
pericoli: mancanza di tetto, qualora i proprietari non avessero voluto
averli più per inquilini; impossibilità di pagare, o aggravio
incompatibile, quando i proprietari avessero voluto aumentare le
pigioni. Si promulgò pertanto una legge,[29] che ordinava dovessero i
romani restare padroni delle case affittate agli ebrei, ma averne questi
il possesso a titolo enfiteutico; non potessero i proprietari
espellerli, sempre che avessero pagata regolarmente la pigione, nè si
potesse aumentare questa; fosse lecito agli ebrei praticare nelle case
quegli ampliamenti od innovazioni che ritenessero di loro convenienza.
Il diritto derivante da quella legge ebbe il nome che porta tuttora di
_jus Gazagà_. In forza di questo l'ebreo rimaneva proprietario assoluto
del suo contratto di locazione, poteva lasciarlo in retaggio ai
congiunti o ad altri, lo poteva alienare, e ancor oggi è ritenuta cosa
vantaggiosa possedere per _diritto di Gazagà_ un contratto di locazione
trasmissibile per eredità, ed è molto ricercata quella giovane ebrea,
che può recare in dote al suo sposo un tale documento. In forza di
questa legge benefica fu assicurato agli ebrei un tetto.
Pio V, Ghislieri, nel 1566, confermò la bolla di Paolo IV, promulgò
ordini severi per impedire agli ebrei di vagare per la città e perchè
venissero di notte rinchiusi nel Ghetto. All'Ave Maria le porte di
questo venivano irremissibilmente chiuse, e gli ebrei còlti fuori
andavano soggetti a punizione, sempre quando non riuscissero con danaro
a corrompere i guardiani. Nel 1569 lo stesso papa proibì agli ebrei di
abitare altre città degli Stati della Chiesa, eccetto Roma ed Ancona,
poichè prima erano stati tollerati pure a Benevento e in Avignone.
Questo editto era stato promulgato appena, che Sisto V lo revocò,
facendo brillare tra le miserie del Ghetto un raggio di umanità. Questo
grande papa, rinnovatore di Roma, dove pressochè ogni strada, ogni
edificio ricorda il suo nome, sentì compassione del popolo d'Israele;
pubblicò nel 1586 la bolla _Christiana pietas, infelicem Hebraeorum
statum commiserans_, con la quale rese gli antichi privilegi agli ebrei.
Permise loro di abitare nello Stato romano, cioè in tutti i luoghi
murati, città e castella dell'agro romano. Loro concesse facoltà di
esercitare qualunque commercio o negozio, ad eccezione di quelli del
vino, grano e carne; permise loro di trafficare liberamente con i
cristiani, di valersi parimenti dell'opera di questi, vietando loro
unicamente di tenere al servizio persone cristiane. Si prese pensiero di
migliorare le loro abitazioni; lasciò ad essi facoltà di aprire scuole o
sinagoghe quante volessero; parimenti permise loro di fondare
biblioteche ebraiche; prescrisse non si potessero chiamare gli ebrei in
giudizio nei giorni delle loro feste; abolì l'obbligo di portare il
segno di Giuda; vietò che si battezzassero a forza i bambini degli
ebrei; e che si aggravassero di tasse straordinarie gli ebrei in
viaggio; diminuì le imposte loro assegnate, riducendole ad un modico
testatico, e al pagamento di una somma fissa per l'acquisto dei palii
del carnevale. Diede per tal guisa Sisto V l'esempio al mondo di un papa
propriamente cristiano, la cui memoria sarà benedetta in ogni tempo; e
tornerà sempre a lode del suo nome, quanto, per impulso d'animo
generoso, operò a vantaggio degli ebrei.
Finalmente questa volta nella lotteria era toccato un buon numero agli
ebrei, ma appunto, perchè era una lotteria, poteva tutto ad un tratto
venirne fuori uno cattivo. Infatti pochi anni dopo la morte di Sisto V,
Clemente VIII, Aldobrandini, revocò tutte queste liberali disposizioni e
rinnovò l'editto Caraffa, ripiombando gli ebrei nella desolazione.
Nè solo rimasero in questa misera condizione per tutto il secolo XVII,
ma la loro miseria nel secolo XVIII aumentò per gli editti di Clemente
XI e di Innocenzo XIII. Questi vietò agli ebrei qualunque commercio, ad
eccezione della vendita dei cenci, panni usati e ferri vecchi, o come
dicevasi volgarmente _stracci-ferracci_, e soltanto Benedetto XIV nel
1740 permise loro di aggiungervi la vendita di panni nuovi, alla quale
attendono tuttora assiduamente e con profitto. Si videro pertanto fino
da quel tempo gli ebrei aggirarsi per le case con le loro vecchie
mercanzie e si è udito fin da allora per le strade risuonare il grido
«_aeo!_» col quale annunciavano il loro meschino commercio.
Ancor oggi si sente spesso in tutte le strade di Roma il malinconico
grido del povero ebreo, che con un sacco sulle spalle lancia il suo
«Ròbbi vè!»
Il secolo XVII, nel quale i Medici accordarono tante agevolazioni agli
ebrei in Toscana, fu forse l'epoca più infelice per il Ghetto di Roma.
Trovo in un libro romano del 1677 (_Stato vero degli ebrei in Roma_;
Stamperia del Varese) la notizia che a quell'epoca il numero degli ebrei
era di 4500, fra i quali si contavano 200 famiglie agiate. L'autore
dice che nel secolo XVI il Ghetto pagava 4861 scudi annui di tributi, e
che nel secolo XVII non ne pagava più che 3207. Sebbene quello scrittore
sia grandemente ostile agli ebrei, non avrei argomento per tacciarlo di
non esser veritiero. L'autore asserisce che ad onta delle incessanti
lagnanze che gli ebrei andavano movendo di continuo, il Ghetto era
ricco; e che, pagati tutti i tributi, risparmiava ogni quinquennio
19,470 scudi, e che possedeva un capitale di un milione di scudi. Non
c'è dubbio che vi erano in quell'epoca ebrei ricchi a Roma, e che in
mezzo ai manutengoli dei ladri, e ai negromanti del Ghetto, v'erano
degli usurai che accumulavano interessi sopra interessi. Nessun papa
riuscì mai a impedire questa piaga dell'usura nel Ghetto; i nobili
indebitati proteggevano gli ebrei, e mentre il Ghetto era oggetto di
disprezzo generale, il patrizio romano, il cardinale e talora il papa,
accoglievano con complimenti nel loro palazzo, l'usuraio dal giallo
berrettone. L'autore di quello scritto dice che gli ebrei avevano
estorto coll'usura ai cristiani 235,000 scudi, e che non passava sera,
in cui non entrassero per le porte del Ghetto nelle case degli ebrei
almeno 800 scudi usciti dalle tasche dei cristiani. Quel popolo astuto
sapeva far danari con qualsiasi mezzo; e l'usura degli ebrei dava
alimento all'odio dei cristiani per essi. Giovanni di Capistrano aveva
una volta fatto offerta di una flotta ad Eugenio IV per trasportare gli
ebrei di Roma di là dal mare. «Ora che egli è morto, dice il nostro
autore, sarebbe a desiderare potesse mandare dal cielo una flotta a papa
Clemente IX per purgare Roma di tutti quei ribaldi». I Rothschild del
Ghetto romano in quell'epoca esigevano d'ordinario il diciotto per
cento. Oggi ancora il danaro degli ebrei fa le loro vendette sui
cristiani; ancor oggi nel Ghetto s'impresta ad usura. Tutti colà si
agitano, si muovono per guadagnare, per fare danaro, e come potrebbe
essere altrimenti? Un giorno che passavo in una strada del Ghetto, una
povera donna che cuciva dei cenci, mi chiamò dicendomi: «Signore, che
cosa comandate?» Volendo provare la sua presenza di spirito, risposi
subito: «cinque milioni!» E la donna di rimando: «Sta bene! quattro per
me, e uno per voi!»
Nel XVIII secolo si esigeva con rigore che gli ebrei assistessero in
certi giorni determinati ad una predica, destinata a convertirli. Già
Gregorio XIII nel 1572 aveva prescritto dovessero ascoltare la predica
una volta per settimana. Un ebreo, convertito, come ben si può
immaginare, era stato il promotore di questa usanza, certo Andrea, che
con tutto il servilismo di un convertito, aveva insistito vivamente
presso papa Gregorio per la promulgazione di quell'editto. Si vedevano
pertanto al sabato comparire nel Ghetto gli sbirri che spingevano a
furia di frustate in chiesa gli ebrei, uomini, donne e fanciulli, al di
sopra dei dodici anni. Dovevano assistere alla predica, per lo meno
cento uomini e cinquanta donne, e più tardi il numero fu portato a
trecento. Alla porta della chiesa una guardia contava questi uditori
forzati, e nell'interno della chiesa stessa la polizia li sorvegliava, e
se un qualche ebreo sembrava distratto, o sonnecchiava, era destato da
un colpo di frusta. La predica era fatta da un frate domenicano, dopo
che si era tolto dall'altare il Santissimo Sacramento; e il sermone
versava sul testo dell'Antico Testamento che gli ebrei avevano in quello
stesso giorno udito leggere e spiegare nella loro sinagoga, e che veniva
commentato nel senso del dogma cattolico, allo scopo di far conoscere
agli ebrei la verità cristiana. Queste prediche da principio venivano
fatte in S. Benedetto alla Regola, ma più tardi ebbero luogo in quella
chiesa di S. Angelo in Pescheria, dove Cola di Rienzo aveva tenuto i
suoi primi discorsi infuocati ai Romani.
Queste prediche vennero ridotte a poco a poco a cinque sole per anno, e
stavano per andare addirittura in disuso, allorquando Leone XII, il
gretto Genga (1823-1829), volle rinnovarne l'obbligo. Oggi però, anche
questa barbarie è scomparsa; venne tolta di mezzo, a quanto mi si disse,
nel primo anno dal pontificato liberale di Pio IX.[30]
L'ebreo convertito, acquistava come di diritto la cittadinanza romana,
con tutti i vantaggi che sono a questa inerenti. Non era raro che ebrei
appartenenti al Ghetto si facessero battezzare, e questi, come suole
avvenire di tutti coloro che abbracciano una nuova religione, erano i
più fanatici nel volere ottenere conversioni che non quelli stessi che
li avevano convertiti. Si possono leggere ancor oggi sul frontone di una
chiesa che sorge rimpetto al Ghetto, presso il ponte Quattro Capi e dove
sta dipinta una crocifissione, scritte in ebraico ed in latino le parole
del secondo versetto del capitolo sessantesimo quinto d'Isaia: «Io
stendo tutto il giorno le mie mani verso un popolo disobbediente, il
quale batte una via che non è la retta». E questa esortazione fu fatta
incidere da un ebreo convertito.
Secondo l'uso del medio evo, gli ebrei che si battezzavano in Roma,
assumevano il nome dei loro padrini; e siccome per lo più si ricercavano
questi fra le famiglie più distinte della città, ne avveniva che gli
ebrei in certo qual modo si infiltrassero nel patriziato romano più
antico. Vi furono dei Colonna, dei Massimi, degli Orsini, ebrei ed anzi,
si pretende ora a Roma che parecchie famiglie patrizie, le quali vanno
superbe del loro titolo principesco, dopo essersi spente, siano state
continuate dagli ebrei di Trastevere.
Anche al giorno d'oggi, in cui sono scomparsi gli antichi maltrattamenti
contro gli ebrei, si osservano per il battesimo solenne di uno di
questi, o di un turco, le solennità che furono anticamente in uso. Hanno
luogo ogni anno, nel sabato santo, nel battistero di S. Giovanni in
Laterano, e siccome questa cerimonia sembra sia considerata come
obbligatoria e deve aver luogo ad ogni costo, quando manca un catecumeno
da battezzare, fa venire un turco od un ebreo da fuori. E' perfino
accaduto che giudei o turchi si sian fatti battezzare più volte per
lucro. Nel 1853 assistei al battesimo di un'ebrea. Essa stava presso la
fonte battesimale avvolta in bianchi veli, con un cero acceso in mano,
simbolo della luce che l'aveva rischiarata, e dopo essere stata unta
sulla fronte e sulla nuca degli olii santi, ricevette il battesimo in
quella vasca di Costantino, dove Cola da Rienzo si era tuffato un giorno
nell'acqua di rose; e quindi fu ricondotta processionalmente al
Laterano. Il cardinale che l'aveva battezzata, la cresimò davanti
all'altare, quindi espresse al popolo la sua gioia per il grande
miracolo compiutosi sotto i suoi occhi, in forza del quale, una creatura
umana, in preda poco prima ai demoni e condannata all'inferno, tutto ad
un tratto si era rivestita della innocenza di un bambino, ed immersa
nella pura luce celeste.
Anticamente si parlava con maggiore energia; infatti il gesuita Stefano
Menochio, nel suo libro _Stuore_, stampato in Venezia nel 1662;
asserisce che gli ebrei puzzavano nella stessa carne, e che quel cattivo
odore spariva immediatamente in seguito al battesimo. Narra, con tutta
ingenuità, che perfino l'imperatore Marco Aurelio si lagnò del cattivo
odore degli ebrei, e che questo fatto è incontestabile, e che appunto
gli Agareni si fecero battezzare per non puzzare come cani.
Leone XII, accordò agli ebrei il diritto di acquistare case, purchè ne
possedessero di già l'_Jus Gazagà_. Ampliò pure la periferia del Ghetto,
includendovi la via Reginella ed una parte della pescheria, in guisa
che venne ad avere otto porte, che erano chiuse e guardate la notte.
Durante la dominazione francese in Roma, fu tolto il sequestro degli
ebrei nel Ghetto, essi ebbero facoltà di stabilirsi in qualsiasi parte
della città e di esercitarvi ogni commercio. Ma Pio VII, nel 1814[31]
chiuse di nuovo il Ghetto, e le cose tornarono come prima fino al papa
oggi regnante.
Torna ad onore di Pio IX l'avere atterrato le mura del Ghetto, la qual
cosa avvenne, come mi accertarono gli ebrei stessi, prima della
rivoluzione di Roma; in guisa che il merito di questa disposizione si
deve attribuire per intiero al pontefice, e non fu una concessione fatta
allo spirito dei tempi. Caddero le mura e le porte del Ghetto, ed in
seguito, in conseguenza delle nuove idee, fu data facoltà agli ebrei di
abitare dove meglio loro piacesse in Roma, e di esercitare liberamente
ogni mestiere e negozio. Il Ghetto pertanto, ha cessato di esistere
quale prigione; ma dura tuttora quale quartiere, il più malinconico di
Roma, ed è raro che un ebreo si prevalga del diritto che gli spetta di
abitare altrove, poichè l'antico e radicato pregiudizio gli rende
malagevole, se non addirittura impossibile, quanto gli è dalla legge
permesso.
Un giorno, era di sabato, stavo presso la fontana di piazza Navona,
quando parecchie ebree vestite a festa vennero, e si fermarono a
contemplare le sculture della fontana. Una romana le guardò con
disprezzo e rivolgendosi a me disse: «Guardate, guardate, ora sono nè
più nè meno di noi cristiani».
Le riforme politiche del 1847 posero fine pertanto a quella schiavitù
degli ebrei di Roma, che aveva durato tanti secoli; speriamo almeno che
la potenza della pubblica opinione saprà dimostrarsi superiore ai
pregiudizi qualora mai potesse risorgere, e che le scarse libertà ora
concesse agli ebrei di Roma, si estenderanno tanto da permettere loro di
prendere parte a tutti i vantaggi della coltura e della civiltà. La
prospettiva è tuttora lontana, ma finalmente vi ci siamo avvicinati. La
popolazione del Ghetto sale attualmente a circa 3800 persone, numero
enorme se si confronta al ristretto spazio del Ghetto stesso, che non
equivale in estensione alla quinta parte di parecchie piccole città di
tremila abitanti. Tutta «l'università degli ebrei» è sottoposta alla
Congregazione superiore della Inquisizione, e il loro tribunale è quello
del Cardinale Vicario. Nelle materie di semplice polizia è competente
il presidente della regione di S. Angelo a Campitelli. L'Università
Israelitica poi ha il diritto di regolare la sua amministrazione
interna, per mezzo di tre così detti _fattori del Ghetto_, che durano in
carica sei mesi. Questi sorvegliano l'ordine delle strade, provvedono al
reparto delle imposte, tassando ognuno secondo le proprie facoltà; e
provvedono all'assistenza degli ammalati, e dei poveri. Il Ghetto paga
in complesso allo Stato, ed a parecchie corporazioni religiose, circa
tredicimila franchi annui.
Abbiamo finito la storia degli ebrei di Roma. Ora vogliamo dare un'idea
del Ghetto nel suo stato attuale.[32]
Allorquando lo visitai per la prima volta, il Tevere era straripato, e
le sue acque gialle scorrevano per la strada più bassa chiamata
_Fiumara_, le case della quale hanno in parte le loro fondamenta
nell'acqua. Le acque erano salite fino al portico di Ottavia, e
coprivano i piani inferiori delle case circostanti. Qual malinconico
spettacolo presentava il povero quartiere degli ebrei, inondato dalle
acque torbide del Tevere! Ogni anno il popolo d'Israello va soggetto a
questo diluvio; il Ghetto galleggia sulle acque, nè più nè meno che
l'arca di Noè con i suoi uomini e i suoi animali. Ed il male diventa
maggiore allorquando il mare grosso, per il vento di ponente, contrasta
lo sbocco alle acque del fiume ingrossato dalle pioggie; allora chi
abita in basso si rifugia nei piani superiori. Mi si fece osservare il
segno dell'altezza raggiunta dalle acque del fiume nell'inondazione del
1846; allora le acque invasero per intiero tutti i piani inferiori.
Nello scorso autunno e nella primavera di quest'anno l'inondazione fu di
corta durata, abbastanza sensibile però, perchè io potessi formarmi
un'idea precisa dei gravi mali che porta seco. Tuttavia si dice che la
mortalità nel Ghetto non sia maggiore che in altri quartieri della
città; non fu forte nemmeno durante il colera del 1837. La mortalità, se
si giudica dal numero delle lapidi mortuarie degli ebrei, sembra molto
ristretta. Queste lapidi bianche con le loro iscrizioni stanno, miseri
monumenti di reietti, in una località classica di Roma, in un angolo del
Circo Massimo, fra le erbe selvatiche e la cicuta. E là nella più antica
arena di Roma, costrutta fin dai tempi di Tarquinio Prisco, che si trova
oggi il cimitero israelitico, denominato volgarmente _Orto degli
ebrei_.[33] Strano giuoco del destino!
Vi è come una relazione segreta possente e simbolica tra la fisonomia
dei luoghi e quella degli uomini e delle cose. Ho avuto troppe volte
occasione di far questa osservazione, per non doverla ricordare qui. Ed
anche l'aspetto dei dintorni di questo Ghetto di Roma mi parve tale da
ispirare una profonda malinconia. Non parlo soltanto di quel portico di
Ottavia occupato ora dagli ebrei, che sorge cadente in rovina, aprendo i
neri suoi archi sulla vicina pescheria, fetido ed oscuro mercato, dove i
pesci stanno in mostra sopra banchi di pietra. Se leggiamo poi il nome
della piazza più vicina alla Sinagoga troveremo che porta quello di
_Piazza del__Pianto_, dalla chiesa di S. Maria detta del Pianto, e se
mai vi fu nome che si attagliasse al popolo di Geremia, si è questo;
poichè non vi fu certamente popolo che abbia versato tante lacrime,
quanto quello degli ebrei di Roma. Sulla piazza del Pianto un antico
palazzo sorge fra due chiese. Sopra una di queste si legge la dedica
alla Vergine Maria del Pianto, sull'altra il nome di chi la fece
costruire e cioè Francesco Cenci. Questo nome fa venire i brividi
ricordando la terribile tragedia di Beatrice Cenci, figliuola infelice
di Francesco. Il palazzo della famiglia Cenci si trova proprio di fronte
alla Sinagoga, e nei giorni di festa vi si possono sentire i canti
lamentevoli.
V'è di più. In questo palazzo oggi abita il pittore Overbeck. Non mi fu
possibile trattenere un sorriso per la strana coincidenza, quando entrai
nello studio, dove le anime pie entrano come in un santuario, e dove un
uomo pallido con lunghi capelli, amabile e dolce, pronuncia a voce
bassissima, appena intelligibile, poche parole, per dare spiegazioni
intorno alle imagini sante che stanno sui cavalletti. Ed anche queste
sono tranquille e quasi atone; un S. Giuseppe morto tra le braccia del
Salvatore; una Madonna addolorata, che ha l'aspetto di un'ombra; un
Cristo che sfugge ai suoi persecutori scomparendo tra le nuvole; teste
di angeli, colle ali e senza corpo; figure ed arte senza vita, discorsi
senza parole, imagini senza colorito; sulle mura la Madonna addolorata;
la passione di Cristo; fuori la storia tragica della Cenci; là il Ghetto
inondato, qui S. Maria del Pianto, e nel mezzo il beato Angelico della
pittura moderna.
Prima del 1847 un alto muro divideva la piazza dei Cenci da quella detta
Giudia, che ha pure nome di _Piazza delle Scuole_. Aprivasi su questa la
porta principale del Ghetto; mura e porta sono state demolite, ed i
materiali giacciono tuttora in parte al suolo.
Entriamo ora in una delle strade del Ghetto stesso; colà troveremo
Israello intento ad un incessante lavoro. Le donne ebree stanno sedute
sulla porta delle loro abitazioni, o nella strada stessa, poichè le loro
stanze basse ed oscure mancano di luce, ed ivi stanno assiduamente
occupate nello scernere cenci, nel cucire o fare rammendi. E'
incredibile il caos, e la quantità di stracci e di cenci che si trovano
colà. Si direbbe che gli ebrei vi abbiano radunato quelli del mondo
intero. Stanno ammucchiati davanti alle porte, di ogni foggia, di ogni
colore, antiche stoffe ricamate, broccati, velluti, cenci di colore
rosso, turchino, arancio, bianco, nero, tutti vecchi, laceri, consunti,
in mille e mille pezzi. Io non ne ho veduti mai di simili, nè in tanta
quantità. Gli ebrei potrebbero rivestirne tutto il creato, e mascherare
tutti gli abitanti di Roma da arlecchini. Gli ebrei si immergono in quel
mare di cenci, quasi vi volessero cercare i tesori, o almeno un pezzetto
smarrito di broccato in oro; essi infatti sono ricercatori appassionati
di antichità, nè più nè meno di quegli altri che scavano e smuovono
macerie e rottami, colla speranza di scoprire un pezzo del fusto di una
colonna, un frammento di scultura, una moneta o qualche altra reliquia
del passato. Quei Winckelmann del Ghetto pongono tanto orgoglio
nell'esporre i loro cenci, quanto i mercanti di antichità nell'offrire
dei marmi. Questi magnifica il pregio di un pezzo di giallo antico,
l'ebreo quello di un pezzo di seta gialla; quegli vi vanta il porfido,
il verde antico; l'ebreo uno straccio di damasco di colore verde o di
velluto. Non v'è nè pietra dura, nè alabastro, nè marmo bianco o nero,
nè breccia cui l'antiquario del Ghetto non abbia la sua merce da
contrapporre. Vi si può trovare un saggio di ogni moda, dai tempi di
Erode il grande, fino a quelli dell'inventore del _paletot_ e tutte le
vicende subite dalle fogge di vestire del mondo civile sono abbandonate
alle ipotesi della critica, e chi sa non si possano rinvenire reliquie
storiche di Romolo, di Scipione l'Africano, di Annibale, di Cornelia, di
Augusto, di Carlomagno, di Pericle, di Cleopatra, di Barbarossa, di
Gregorio VII o di Cristoforo Colombo, e chi sa di quanti altri ancora?
Le figlie di Sion seggono ora sopra tutti que' cenci; cuciono,
rammendano tutto quanto si può ancora rammendare. Sono somme nell'arte
del cucire, del ricamare, del rappezzare, del rammendare; non c'è alcuno
strappo, in una drapperia, in una stoffa, per quanto grande esso sia,
che queste Aracni non riescano a fare scomparire, senza che più ne
rimanga traccia.[34] Tutto questo commercio si pratica per lo più nella
strada inferiore, vicina al Tevere, denominata Fiumara, ed in quelle
laterali, di cui una porta il nome delle Azzimelle, dal pane senza
lievito. Ho spesso guardato con stringimento di cuore quelle povere
creature pallide, deboli, curve sui loro aghi, perpetuamente in moto,
uomini, donne, fanciulli e ragazzi. La miseria traspare da quelle
capigliature incolte, da quei visi di color bruno gialliccio, che non
ricordano in alcun modo la bellezza di Rachele, di Miriam o di Lia. Solo
di quando in quando ti sorprende il lampo dello sguardo di un occhio
nerissimo e profondo che si solleva dall'ago e dal cencio, quasi a dire:
«Ogni ornamento è scomparso dalle figliuole di Sion. Quella che era
principessa fra i pagani, che portò la corona nella sua patria, è ora
condannata a servire e piange tutta la notte per modo che le lagrime le
rigano le gote; non v'è chi si muova a pietà di essa; tutti la
disprezzano, e sono diventati suoi nemici. Il popolo di Giuda è nel
servaggio, condannato alla miseria, ai più duri servigi; abita fra
gl'infedeli, tutti lo maltrattano, non ha nè quiete nè riposo. La
collera di Dio si è tremendamente aggravata sopra la figlia di Sion!»
Non è però oggetto di queste pagine descrivere le miserie del Ghetto,
del resto miserie eguali, se non maggiori si trovano in tutte le grandi
città del mondo, anche fra le nazioni più civili. Nè si deve credere che
per quanto riguarda le strade e le abitazioni, il Ghetto di Roma sia di
effetto più ripugnante dei quartieri più poveri di Parigi, Londra o
Berlino. Aggiungo volentieri che a Roma gli ebrei sono caritatevolissimi
gli uni verso gli altri; che l'agiato soccorre largamente il povero;
che lo spirito di famiglia, dote caratteristica e costante del popolo
d'Israello, vi si mantiene più vivo che forse in qualunque altra
comunità di ebrei, e come parimenti sia un fatto, che questi uomini
sobri e laboriosi sono raramente processati per delitti. Ciò che
colpisce maggiormente chi si aggira nel Ghetto, è l'angustia, la
sporcizia di quel laberinto di strade, di vicoli fiancheggiati tutti da
case altissime. I poveri ebrei sono quasi come sovrapposti e ammucchiati
in un colombario e tanta angustia di abitazione fa più impressione che
altrove in Roma, città che siede in una vasta pianura, caratteristica
propriamente per gli ampî spazî vuoti, per le dimensioni in ogni cosa
grandiose della sua architettura, per i suoi palazzi colossali e pei
suoi conventi in gran parte deserti.
Sono meno infelici quegli ebrei che abitano la parte superiore del
Ghetto, e particolarmente la via Rua. Questa strada, più ampia delle
altre, con case abitabili, si potrebbe in certo modo considerare come il
Corso del Ghetto, perchè anche sotto una stessa legge, anche nella
servitù l'uomo fa valere i diritti della disuguaglianza. Nella via Rua
abitano gli ebrei che hanno in tasca il migliore titolo di _Gazagà_;
taluni vi posseggono case, e sono addirittura agiati. Qui stanno le più
belle botteghe dei negozianti in pannine a principiare dalle più ruvide
e grossolane fino alle stoffe più preziose. Gli ebrei che riescono a
diventar ricchi, si portano volontieri, a quanto mi si assicurò, ad
abitare in Toscana.[35] È poi cosa singolare che sulle insegne nel
Ghetto si leggano pochi nomi prettamente ebraici. Gl'israeliti di Roma
hanno preso in gran parte nomi di città italiane, come Asdrubale
Volterra, Samuele Fiano, Pontecorvo, Gonzaga. Parlano pure in generale
l'italiano,[36] e non mi è mai accaduto di sentirli conversare fra loro
in lingua ebraica; anche nel modo di vestire non si distinguono dal
resto della popolazione e neppure alle loro feste mi venne fatto di
notare costumi orientali.
La parola di festa, accoppiata a quella del Ghetto, suona quasi ironia,
se si pon mente alla storia ed alla condizione attuale degli ebrei; per
questa stessa ragione però un tale spettacolo non può a meno di riuscire
attraente anche in questa Roma, dove le feste sono così numerose. Nei
giorni in cui le strade di Roma sono animate da tutte queste feste, in
cui tutti godono, ammirano, in cui il denaro circola largamente, mentre
tutte le strade, tutte le piazze sono adorne di arazzi, di fiori, mentre
da ogni casa i lumi splendono, e le carrozze succedono alle carrozze, i
pedoni ai pedoni, il popolo d'Israello seduto innanzi la sua porta nel
suo Ghetto, riman tetro e solitario, continua ad affaticarsi nel suo
lavoro, col sudore della sua fronte, senza toglier gli occhi dai mucchi
dei suoi cenci.
Ma arrivano anche le sue feste. Allora il povero rigattiere lascia in
disparte i suoi stracci, indossa i suoi abiti migliori e raddrizza la
sua incurvata persona. Ed in ciò credo debba consistere la poesia delle
feste, da cui sprigiona il loro più vero significato, esse non compiono
appieno la loro vera missione se non quando strappano l'uomo dal lavoro
quotidiano, sciogliendolo in certo modo dai vincoli della servitù,
trasformandolo in un altro uomo ideale, non più soggetto alla miseria,
alla preoccupazione continua dei mezzi di campare la vita. Questo popolo
singolare, quando si raduna nei giorni delle sue feste, dovunque si sia,
in qualsiasi parte più remota o più inospitale del mondo, si considera
quale l'antico popolo d'Israello, quale il discendente diretto di Abramo
e d'Isacco, il fiore dell'uman genere, che Iddio di sua propria mano
volle porre sulla terra. Ho assistito nel Ghetto alla festa di Pasqua;
seppi per caso che era prossima, passeggiando pel Ghetto, e scorgendo
davanti a tutte le porte i rami di cucina rilucenti di pulizia, e tutte
le fonti occupate da gente che lavava, puliva arredi e masserizie
domestiche. Mi si disse che ciò si faceva a motivo della festa di
Pasqua, che era imminente.
Dopo le grandi solennità cristiane della settimana santa e della Pasqua,
in S. Pietro e nella Cappella Sistina, che in presenza di tanti
capolavori dell'arte si possono ritenere per le funzioni più imponenti
del culto cristiano, riesce attraente lo assistere in quello angusto ed
oscuro quartiere del Ghetto, ad una festa di Pasqua, e di rinvenire le
antiche basi, appena mutate, del culto cattolico di Roma. Sono
propriamente quelle le radici di questo culto, e quanto più l'albero
crebbe e si è sviluppato ed esteso con magnificenza, tanto più le radici
si sono sepolte nella notte.
La sinagoga romana comprende cinque scuole in uno stesso fabbricato, la
scuola del Tempio, la Catalana, la Castigliana, la Siciliana, e la
Scuola nuova. Il Ghetto di Roma trovasi dunque diviso in cinque sezioni,
ognuna delle quali rappresenta le nazionalità diverse degli ebrei di
Roma, i cui padri o risi devano fin dall'antichità a Roma, o son venuti
dalla Spagna o dalla Sicilia. Mi si disse che la scuola del Tempio sola
discenda direttamente da quelli portati a Roma da Tito. Ogni sinagoga ha
la sua scuola, nella quale i ragazzi imparano soltanto a leggere,
scrivere e contare; non vi si insegnano però le scienze; ciascuna ha il
suo santo dei santi, dove si conserva il Pentateuco.
All'esterno la sinagoga si distingue non solo per le sue iscrizioni, ma
anche per la sua architettura. Gli ebrei hanno ornato il loro tempio
quasi di nascosto e di notte tempo. Pare abbiano tolto qua e là, tra la
prodigiosa quantità di marmi, di cui abbonda la città eterna, un paio di
tronchi di colonne, di capitelli, ed alcuni frammenti di marmo per
adornare il loro tempio. Nel mezzo alcune colonne corintie sorreggono un
frontone; nel fregio sono raffigurati in istucco il candelabro a sette
braccia, un'arpa ed una cetra.
Un rabbino mi aveva invitato ad andare la sera nella sinagoga, dove, mi
aveva detto, si sarebbero cantati i vespri, assicurandomi che avrei
potuto sentire un oratorio ben eseguito. Venuta la sera, gli ebrei si
accalcavano alla porta della sinagoga. Vidi tra la folla parecchi
romani, fra i quali alcuni sacerdoti. Ci fecero aspettare forse una
buona mezz'ora, e non mi dispiacque l'attesa, ed il veder aspettare gli
altri, poichè questo era un segno di giustificata indipendenza, dato
almeno una volta da una razza oppressa e disprezzata. Finalmente le
porte si aprirono, e salito per una stretta scala, arrivai nell'interno
del tempio.
Avevo veduto la sinagoga di Livorno forse la più ricca del mondo, ma mi
era sembrata assai meno degna di osservazione di questa del Ghetto
romano. L'edificio di Livorno è ampio e sobrio; le sale del tempio di
Roma sono piccole, pittoresche, bizzarramente decorate e di aspetto
esotico. Nella occasione della festa di Pasqua le mura erano state
ricoperte di tappeti di stoffa rossa ricamata in oro, sui quali si
leggevano dei versetti dell'Antico Testamento. Nello stesso modo per le
feste cattoliche si ornano le chiese in Roma con tappeti e stoffe
dorate; è un uso orientale, preso in prestito dal tempio di Salomone. La
gran sala della sinagoga aveva un aspetto imponente e maestoso. Il
soffitto è a cassettoni come quello delle basiliche romane, ma essi sono
soltanto delle imitazioni dipinte. Intorno al fregio si trovano bassi
rilievi di stucco, che rappresentano i varî oggetti riferentisi al culto
israelitico. Vi si scorgono il tempio di Salomone, rappresentato con
tutte le sue porte, le sue sale e i suoi altari, il Mar Rosso, l'arca
santa, coi cherubini, gli abiti e la tiara sacerdotali, da cui traggono
origine i costumi primitivi dei vescovi e dei papi; vasi, piatti, pale,
cucchiai, bacili, padelle e sedili, finalmente tutti gli strumenti
musicali, timballi, tamburi, arpe, cetre, flauti, le trombe del
giubileo, cornamuse, cembali, finanche il sistro d'Iside egiziaca, che
si osserva così di frequente nelle statue del Vaticano. L'immaginazione
degli ebrei, come si vede, volle circondarsi qui di tutti i ricordi del
tempio di Gerusalemme.
Nella parete a settentrione si apre una finestra di forma circolare,
divisa in dodici campi distinti per varietà di colori, simboleggianti le
dodici tribù d'Israello; e la forma riproduce quella dell'_Urim_ e
_Thummim_, ornamento formato da pietre preziose, che d'ordinario soleva
portare sul petto il gran sacerdote. A ponente sta il coro, di forma
semicircolare, con una tribuna in legno per il primo cantore e per i
cantori. Stanno su questa il candelabro d'argento e altri vasi pure
d'argento, di figura strana, che servono a ornare il Pentateuco. Di
fronte, nella parete a levante trovasi il Santo dei Santi, un tempietto
a colonne corinzie con bastoni sporgenti, che ricordano quelli usati per
portare l'Arca dell'alleanza. Il tutto è ricoperto da una tenda
ricamata; in cima ad ogni cosa campeggia il candelabro a sette braccia.
Il Pentateuco, rotolo voluminoso in pergamena, sta rinchiuso nel Santo
dei Santi. Lo si porta in giro processionalmente per la sala, e dal
pulpito lo si presenta ai quattro punti cardinali, mentre gli ebrei
alzano tutti le braccia, e prorompono in grida. Questo è in certo modo
l'equivalente dell'elevazione per gli israeliti. E' il Dio più possente
della terra, che ancor oggi signoreggia il mondo, non col Verbo ma con
la Lettera, non coll'amore ma con la Legge. Il giudaismo è la più
positiva fra tutte le religioni, e per questo motivo dura oggidì
tuttora. Di fronte alle forme infinitamente varie, riccamente
fantastiche della chiesa cattolica, che ha introdotto nel mondo una
nuova mitologia, si rimane colpiti del carattere così differente di
questo culto di Jehovah, rigido, senza imagini, senza fantasia
ammirabile nella sua assoluta semplicità.
Gli ebrei seggono nel loro tempio, davanti al loro Dio col capo coperto
dal cappello o da una berretta, quasi fossero pari d'Inghilterra, o si
trovassero alla borsa. Regna la più perfetta disinvoltura nel canto e
nella preghiera; ognuno canta quando vuole, o chiacchiera col suo
vicino. Il primo cantore sta davanti al coro. Mi fece senso la fretta,
colla quale si cantavano, o meglio si mormoravano tutte le preghiere.
Le donne stanno in una galleria superiore, protette da una graticciata e
sono invisibili.
In un'altra sala si cantavano i vespri. Anche questa era addobbata, e
scintillante di lampade. Il soffitto di essa non era piatto come quello
dell'altra, ma bensì a piani sovrapposti e terminava in una cupola di
forma bizzarra. I cantori sedevano nel coro, dietro al rabbino o primo
cantore. Questi era vestito di un lungo abito nero, e portava in capo
una berretta sacerdotale nera, molto alta, dalla quale scendevano ai due
lati i lembi di un velo bianco. La semplicità di questo costume mi stupì
e mi fece pensare all'antico costume sacerdotale degl'israeliti, la cui
magnificenza rifulge ancora nel costume attuale del papa. Ogni qualvolta
il gran sacerdote nel tempio di Gerusalemme si accostava al tabernacolo,
vestiva una tunica bianca di lino, con una sopravveste a frange, di
colore turchino. Campanelli di oro e palline di granate stavano appese
alle frange. La tunica era fermata da una fascia a cinque striscie, di
oro, porpora, giacinto, scarlatto e bisso. Gli ricopriva le spalle una
specie di manto degli stessi colori, riccamente ornato d'oro, fissato
sul petto da fibbie d'oro, a foggia di scudo, ornate di sardoniche, sul
petto portano l'_Urim_ e il _Thummim_ formato di dodici pietre preziose.
Aveva in capo la tiara di bisso intessuto di giacinto, attorno alla
quale correva una fascia d'oro, su cui stava scritto «_Jehovah_». In tal
guisa è descritto da Giuseppe il costume del gran sacerdote, e si
capisce che il suo aspetto dovesse essere imponente.
I cantori eseguirono assai bene il vespro, mentre il rabbino pronunciava
di tanto in tanto qualche preghiera coprendosi il volto con il velo, per
palesare la sua afflizione. I canti erano armoniosi, però non di stile
antico, e piuttosto nel gusto di un oratorio moderno. Vi erano belle
voci di giovanetti, bassi stupendi, talchè anche in questo vespro del
Ghetto si poteva riconoscere l'influenza di Roma. Anche il popolo
d'Israele può menar vanto del suo _miserere_. Quella povera gente andava
superba, ed era felice di saper fare essa pure una produzione artistica
nel suo povero quartiere sperduto. Le lodi che loro si manifestavano
erano accolte con vero compiacimento. Avendo espresso il mio elogio
sentii il mio vicino, un giovinetto ebreo, ripetere con premura ai più
lontani l'elogio. «Che cosa ha detto?» «Bene, bene, stupendamente
eseguito. Avete proprio una cappella Sistina».
Ma è tempo di finire. Valessero se non altro queste pagine ad invogliare
qualcuno a scrivere la storia completa degli ebrei di Roma. Sarebbe
argomento assai più interessante e meritevole di studio, che non le
sterili dissertazioni sopra punti insignificanti di archeologia. Uno
studio sul Ghetto romano potrebbe servire moltissimo a chiarire lo
sviluppo successivo del cristianesimo in Roma, e varrebbe non poco a
completare nel modo più utile la nostra conoscenza della storia della
civiltà.[37]
L'autore di questo scritto non ebbe per iscopo di trattare soltanto la
questione civile degli ebrei di Roma, ma piuttosto di rappresentare la
vivacità del contrasto fra il cristianesimo storico e il giudaismo
storico nella città eterna. Il carattere di questa metropoli, quale
attualmente si presenta ad un osservatore attento, porta l'impronta dei
tre grandi periodi della civiltà del genere umano: il paganesimo, il
giudaismo e il cristianesimo. A malapena si possono distinguere,
talmente sono connessi, e talmente il culto cristiano ha riuniti in sè
l'elemento giudaico e quello pagano. Per non far parola di questo
ultimo, percorrendo Roma, visitando le sue magnificenze, ad ogni passo
traspare lo spirito, la forma del giudaismo, perfino nei capolavori
dell'arte cristiana. Parlando della scultura, qual'è la più sublime
creazione in marmo del genio cristiano? Il Mosè di Michelangelo, sulla
tomba di papa Giulio II. Parlando della pittura, le stanze e logge di
Raffaello, la cappella Sistina, innumerevoli chiese e musei sono pieni
di rappresentazioni e di scene dell'Antico Testamento. Parlando della
musica, quali sono i pezzi più sublimi, che si eseguiscono durante la
settimana santa nella Cappella Sistina? Le _Lamentazioni di Geremia_ ed
il _Miserere_, canti degli antichi ebrei. E di questo popolo, cui la
sorte affidava i documenti stessi della umanità, e al quale il
cristianesimo ha tolta una parte del suo patrimonio, continua a vivere
in quest'angolo del Ghetto, a due passi da San Pietro, una reliquia
delle più antiche e storicamente notevoli.
Ma anche questo popolo disprezzato ha voluto vendicarsi a modo suo del
mondo cristiano, poichè a tutti gli altri simboli della sua religione
che ha trasmesso al mondo moderno, uno potentissimo ne ha aggiunto che
resta il più potente di tutti ed è il vitello d'oro, attorno al quale
danza il mondo intiero, come è profetato, scritto e rappresentato nei
libri di Mosè.