ATTRAVERSO L'UMBRIA E LA SABINA.

(1861).

Attraverso l'Umbria e la Sabina.

(1861).

Una gita da Roma nella Tuscia romana, nella Sabina e nell'Umbria è oggi

tanto più attraente, in quanto che chi viaggia in queste province, or'

ora annesse al regno d'Italia, ha campo di fare molte e nuove

osservazioni importanti. Invece di viaggiare con la diligenza, è assai

meglio prendere un _vetturino_ fino a Perugia. L'istituzione italiana

dei vetturini sarà fra pochi anni soppiantata dalle ferrovie, e vi sarà

certo chi li rimpiangerà, perchè, se non sempre comodo, questo mezzo di

viaggiare ha pure i suoi vantaggi, primo fra tutti quello di far

conoscere la regione che si attraversa, cosa in ferrovia quasi

impossibile. Il mio vetturino trottava allegramente sull'antica via

Flaminia, di buon mattino, sotto uno splendido cielo di settembre.

Meraviglioso è un viaggio attraverso questa campagna; il Soratte e i

monti Sabini, dalle linee vigorose, offrono a destra le più gradevoli

vedute. Di paesi se ne incontrano pochi in questo deserto; dopo il terzo

miglio si trova Prima Porta, _Saxa Rubra_ degli antichi, così detta per

i grossi massi di tufo rosso che vi si trovano. Questa pietra vulcanica

è particolare della regione tosco-romana; essa forma pittoresche

colline, scoscendimenti, mura naturali e contrafforti. Chi conosce Veio

e Civita Castellana, si ricorderà di questa caratteristica che tanto si

discosta da quella del Lazio.

Il Tevere scorre attraverso il paese in belle volute, piacevolmente

incorniciato da lontane catene di monti. Lo si perde di vista, quando si

piega a sinistra, verso Castelnuovo, per raggiungere Rignano. Lungo la

strada incontrai un plotone di cavalleria pontificia, che in mezzo alla

polvere trottava rapidamente; compresi subito quale scopo aveva

quest'ultima commedia militare nel territorio papale.

Si sa bene che la Tuscia romana, separata per mezzo del Tevere dalla

Campagna romana o Lazio, è chiamata Patrimonio di S. Pietro. A torto si

fa datare questo possesso dalla donazione della contessa Matilde, la

famosa paladina della gerarchia romana, che non aveva veramente dei

dominî in quei luoghi, ma possedeva invece qua e là nel Lazio molti

castelli. Ciò che si chiama Patrimonio di S. Pietro fu essenzialmente la

parte fondamentale e più antica degli Stati della Chiesa; qui sono gli

inizî del possesso, e il primo dominio temporale della Santa Sede fu

Sutri, sul lago di Bracciano, dono del re longobardo Luitprando.

Nell'epoca carolingia il vescovo romano signoreggiava su tutte le

attuali città della Tuscia romana, la quale era amministrata da suoi

delegati col nome di _Duces, Comites, Rectores_. Ma a poco a poco questo

possesso si perdè, e dopo la caduta del regno carolingio alcuni conti

ereditarî se ne impadronirono. Ai tempi della contessa Matilde il

pontefice non aveva più possessi, sia temporalmente che politicamente,

nè in Tuscia, nè in Sabina; cento piccoli conti e baroni v'imperavano,

in barba alle donazioni di Pipino e di Carlo. Ci vollero molte guerre e

molti secoli per rimettere la Santa Sede in possesso dell'antico

patrimonio.

Ci fermammo sei ore a Rignano, paese appartenente alla Comarca di Roma;

al di là comincia la delegazione di Viterbo. È piccolo e di poco

interesse, per quanto fosse ducato, come molti altri paesetti romani. Il

primogenito di casa Massimo porta il titolo di duca di Rignano.

Nell'albergo del paese trovai un colonnello pontificio che era partito

in congedo pel suo paese, Macerata, ma che era stato rimandato indietro

a Narni dai piemontesi, perchè sul suo passaporto mancava il visto del

console italiano. Egli mi parlò della severità delle guardie italiane di

confine.

Mi disse che tutto ciò che veniva da Roma era sospetto di mene

reazionarie. Correvano, anche per Rignano e gli altri luoghi vicini,

voci sull'irruzione di 200 napoletani, e di una banda reazionaria che,

movendo da Corneto, si preparava a passare il fiume.

Qualcuno assicurava anche di aver visto la truppa, e si temevano

eccessi, come nel napoletano. Anche il mio vetturino si impensierì e

decise di accorciare la tappa giornaliera, fermandosi a Civita

Castellana. Era dunque il movimento di questa truppa di zuavi, o altro

che fosse, che aveva determinato l'avanzata della cavalleria papalina

lungo la corrente del fiume. Senza saper più nulla di positivo su questa

cavalleria, nel pomeriggio continuammo la nostra magnifica gita

attraverso la Campagna.

La campagna si faceva sempre più bella, di mano in mano che si avanzava

verso Civita Castellana. Si passò sulla via Flaminia proprio ai piedi

del Soratte, ed io potei osservare per un bel pezzo di strada il paese,

la torre medioevale e la chiesa sorgenti sulla sua sommità. Quel monte,

a cui Orazio e Virgilio han consacrato celebri versi, è in terra

etrusca, ed è visibile anche da Roma.

Si leva isolato, in una massa rossastra, acuta e bella di pietra

calcarea, di fianco al Tevere. Il suo aspetto d'isola, i suoi colori, e

la gradevole forma, mi ricordarono il monte Cairo nelle vicinanze di S.

Germano. La sua altezza supera i 2000 piedi.

L'archeologo lo conosce per il culto primitivo che avevano per lui gli

abitanti, e lo storico per doverlo spesso ricordare nel medioevo.

Quel papa Silvestro che si lasciò regalare dall'imperatore

Costantino--quando, secondo la leggenda, lo battezzò nel palazzo

Laterano--Roma e tutta l'Italia, anzi tutto l'Occidente (e per quanto

tempo non si è creduto a questa ridicola donazione?), quel papa

fortunato visse nelle solitudini del Soratte, finchè durò l'ultima

persecuzione dei cristiani. In suo onore fu eretto nel medio evo il

chiostro di S. Silvestro, sulla cima del monte, e, si dice, sulle rovine

di un tempio di Apollo. Per molto tempo questo chiostro fu celebre e

visitato, come uno dei più antichi nella regione romana. Carlomanno, il

primogenito del grande eroe franco Carlo Martello, vi vestì l'abito nel

746, ma cambiò poi l'eremitaggio con quello più bello di Montecassino,

per sottrarsi alle moleste visite che non cessavano di fargli i nobili

franchi, quando si recavano a Roma.

Anche altri chiostri sorsero in questo luogo: ai piedi del monte era

quello di S. Andrea, ora distrutto, dove nel secolo x il monaco

Benedetto scrisse una cronaca ricca di notizie storiche. Pertz la trovò

a Roma nella biblioteca Chigiana e la fece stampare nei _Monumenta

Germaniae_. Questi luoghi si possono veramente considerare, qui sui

confini dell'antica Sabina, come la culla dei benedettini. Di là dal

Tevere, poco lungi dal Soratte, giace anche oggi il chiostro primitivo

di Farfa, oggi abbandonato, famosa costruzione longobarda, abbazia

imperiale e ghibellina che diede spesso alloggio agli imperatori

tedeschi che scesero nella valle del Tevere. I ricercatori di notizie

del medio evo romano devono alla diligenza e sagacia dei suoi monaci il

prezioso codice dei _Regesti_ di Farfa, che la Vaticana conserva. Questa

importantissima raccolta di monumenti, appendice importantissima ai

_Regesti_ di Pietro Diacono di Montecassino, è oggi una delle principali

fonti d'investigazione storica. E davvero con non lieve interesse

osserveremo la grandiosa campagna intorno al Soratte, se ricorderemo

che più d'uno dei nostri imperatori tedeschi di qui scese verso Roma, al

tempo delle lotte col papato gregoriano.

Ai piedi del monte esiste ancora il guado del Tevere che gl'imperatori

solevano passare, presso l'antico _Flaianum_, oggi Fiano.

Molto mi dispiacque di non poter visitare il paese di Sant'Oreste,

appollaiato graziosamente in cima al monte. Gli archeologi pretendono

che il famoso tempio di Feronia sorgesse un giorno lassù, e che la

città, costruita in quel luogo, si chiamasse Sant'Edistio, corrotto poi

in San Resto e Sant'Oreste; ma è più verosimile che il nome venisse alla

città da quello stesso del monte Soratte, che durante le oscurità

medioevali si sarebbe poi mutato nel nome di un santo ignoto o apocrifo.

Alle sei giungemmo a Civita Castellana. Il panorama di questo luogo

meraviglioso è insuperabile, più bello ancora di quello di Veio. Il

paese si leva su erte rocce rossastre, coperte da piante rampicanti,

simili a mura naturali; ai suoi piedi scorre il fiume Treia. È ben

fabbricato, ha molti ponti, uno dei quali somiglia al nuovo ponte

dell'Ariccia, pur non essendo così grandioso. La valle, stretta e

bellissima, formata dalle rupi che il Treia attraversa, è ricca di

singolari vedute, tali da formare certo l'ammirazione di ogni pittore.

La posizione di questa città etrusca è stata scelta con rara fortuna ed

acume.

Qui certo fu la primitiva Faleria. Nel medio evo, quando i saraceni

resero malsicuri questi dintorni (essi distrussero una volta anche

l'abbazia di Farfa), l'antichissima Faleria, abbandonata fin allora, fu

ripopolata, perchè fortemente situata su una piattaforma di rupi; così

si formò Civita Castellana, sede di conti per molto tempo, e spesso

nominata nella storia dei papi. Il terribile avversario di Gregorio VII,

Guiberto di Ravenna, antipapa col nome di Clemente III, passò qui i suoi

ultimi anni, e quivi morì. Anche Alessandro III vi finì i suoi giorni.

Oggi questa ospitale e spaziosa città (di soli 2400 abitanti) offre

poche cose degne di nota. Da tempo antico è vescovado, come quasi ogni

altro luogo un po' importante del Patrimonio di San Pietro. La

cattedrale di Santa Maria è degna di esser visitata, col suo portale

romanico e il vestibolo, notevole monumento del XIII secolo. Ha archi e

finestre in stile gotico-romanico; colonne e un architrave a mosaico.

Nel vestibolo si conservano antiche iscrizioni, la più vetusta delle

quali ricorda una donazione di beni fatta alla Chiesa nel IX secolo.

La città, del resto, non ha reliquie municipali interessanti; del

periodo feudale non resta che l'antico castello, costruzione della fine

del secolo XV, con le armi dei Borgia; Alessandro VI lo fece costruire

da Antonio Sangallo. Servì negli ultimi tempi come prigione di Stato, e

molti visitatori ricordano di avervi veduto il famigerato brigante

Gasparone, parente del cardinale Antonelli.[14] Io dimenticai di

domandare se viveva ancora. Mi ricordo che a Roma qualcuno narrava di

averlo visitato, per curiosità, e di avergli chiesto quanti omicidî

avesse commesso, al che aveva egli risposto: «Non molti, forse appena

una ventina».

Oggi la bandiera francese sventola sulla torre pittoresca e nera di

Civita Castellana, poichè questo è il punto estremo del _Patrimonium

Petri_ verso la Sabina, e l'occupa una guarnigione di truppe

napoleoniche. Alcuni soldati francesi mi dipinsero come molto triste e

noioso il loro soggiorno in quel luogo solitario e remoto; ed avevano

veramente ragione di lamentarsi, perchè ivi è impossibile ripararsi

contro l'inclemenza del sole, che dardeggia senza pietà.

Dopo una notte di riposo, passata nel discreto albergo della Posta, che

trovandosi nel punto dove convergono le strade dalla Sabina, da Nepi,

Amelia e Viterbo, è abbastanza frequentato, mi accinsi a passare i

confini pontifici e ad entrare negli Stati piemontesi. Il segno del

confine era il Tevere, che col suo corso divide le terre del

_Patrimonium Petri_ dall'Umbria e dalla Sabina.

Partito la mattina alle cinque da Civita Castellana, giunsi in poche ore

a Borghetto, pittoresco castello sul fiume, oggi l'ultimo villaggio

pontificio, sotto il quale il Tevere scorre in una larga e bella valle;

gli sono vicini i monti della Sabina, e con essi molte località, ora

(1861) piene di piemontesi e di lombardi.

Qui il fiume, già abbastanza largo, è traversato dal ponte Felice, bel

monumento costruito da Sisto V (Felice Peretti) nel 1589.[15] Fino a

questa località il Tevere può essere risalito da battelli, anzi da

qualche anno, da Ripetta a Roma, è stato stabilito un traffico per mezzo

di battelli a vapore, e così la capitale è collegata alla Sabina. La

siccità estiva aveva molto assottigliata la corrente, e fra tutto io non

vidi che due o tre barconi di carbone, legati alla sponda. In mezzo al

ponte, sopra l'iscrizione di Sisto V, sventolava la bandiera francese.

Di là da questo confine comincia il nuovo Stato, che la rivoluzione

italiana nel 1859 creò _per fas et per nefas_. All'estremità del ponte

erano due tricolori italiani, ancora incoronati di alloro appassito.

Sembravano gettare sguardi sospettosi sullo stendardo di Francia, mentre

i robusti granatieri piemontesi stavano in sentinella dinanzi ad una

vicina capanna. Essi avevano un aspetto grave e sospettoso, quando mi

chiesero il passaporto nel loro sgradevole dialetto. Mentre lo

esaminavano, volli utilizzare quel tempo di attesa, ritornando in mezzo

al ponte per copiare le iscrizioni di Sisto V e di Urbano VIII.

Ma--strano a dirsi--un granatiere me lo impedì: egli mi venne dietro, e

mi dichiarò abbastanza vivacemente che non poteva permettermi di

ripassare il ponte, e che egli stesso non poteva varcare di un sol passo

la bandiera francese. Così dovetti convincermi dell'efficacia di quel

simbolo. Ogni rimostranza fu inutile, il bravo soldato non volle udir

ragioni, ed io dovetti tornar indietro. Del resto, tanto egli che

l'impiegato della dogana furono con me perfettamente corretti. Il

panorama della Sabina che si gode dal ponte è bello e vasto. Di contro è

l'antico e cupo Magliano, sede di un vescovo che qualche mese fa fu

incarcerato; più oltre Poggio Mirteto, ora una delle stazioni più

importanti dell'esercito piemontese di confine, mentre il governatore

civile di tutta la Sabina risiede in Rieti, città più grande, fino a

poco fa residenza del delegato pontificio.

M'internai nella bella regione montuosa, piena di colli ridenti, ricchi

di vino, olio e castagne, abitata da gente forte, onesta e patriarcale,

ma ignorante e primitiva. Il carattere di questa regione non ha nulla di

comune con quello del Lazio, pieno di sole e di luce; somiglia piuttosto

a quello dell'Appennino centrale. La straordinaria siccità dell'estate

aveva anche là bruciato i campi; il granturco presentava un aspetto

deplorevole; anche l'olivo era poco rigoglioso; solo le viti

promettevano un abbondante raccolto.

La prima città che si trova su quella strada è l'antichissima, ora assai

piccola, città di Otricoli, nella quale si rinvennero molte antichità

celebri, fra le quali la testa di Giove del Vaticano. Notiamo anche che

ivi fu arrestato dai cavalieri del Barbarossa il famoso Arnaldo da

Brescia, che fu consegnato ai cardinali e giustiziato poi a Roma. Egli

aveva già ai suoi tempi insegnato ciò che ora l'Italia chiede ai papi.

Per dimostrare l'annessione all'Italia, quasi non bastassero le

bandiere, che già in gran copia avevo vedute, si aggiungevano ora le

armi di Savoia, dipinte di fresco sui muri. Vidi sempre in maggior

numero granatieri, lancieri, bersaglieri coi cappelli piumati e le

mantelline turchine, simili a comparse teatrali; più là trovai la

guardia nazionale, dalle poco brillanti uniformi.

Otricoli fa parte dell'Umbria, ma il confine fra le due provincie è

difficilmente rintracciabile e sempre variabile. Oggi questa città

appartiene alla delegazione di Spoleto, e da essa si entra nel

territorio dell'antico e una volta così potente ducato.

Sotto Otricoli si apre la stretta e selvaggia valle della Nera,

impetuoso fiume montano che si dirige verso il Tevere, e che una volta

segnava il confine geografico fra l'Umbria e la Sabina. Viene quindi

Narni, una delle più antiche città umbre, col suo bel castello e i

campanili delle sue chiese. Il luogo è assai ameno; la Nera, uscendo

dalla sua strada incassata fra le rupi, entra in una valle grandiosa e

scorre fra armoniose colline. Un antico ponte romano riunisce ancora le

due rive. In fondo si scorgono i verdi monti dell'Umbria, amenissimi e

ricchi d'incantevoli luoghi, fra cui ricorderò Amelia. A cinque miglia

di distanza giace l'antica _Interamna_, oggi Terni, in mezzo a verdi

colline, la patria di Tacito. Nulla, credo, possa essere più attraente

di una gita per questi luoghi in primavera o in autunno.

Oltre il suo bel castello, Narni possiede notevoli chiese e conventi,

come la cattedrale, consacrata al primo vescovo della città, San

Giovenale; però il tesoro maggiore è rappresentato da un dipinto famoso

dello Spagna, l'_Incoronazione della Madonna_, nel convento degli

Zoccolanti.[16] Dello stesso artista si trovano quadri in molti paesi

dell'Umbria; alcuni gli sono però stati erroneamente attribuiti.

Di mura ciclopiche non si hanno qui che pochi avanzi, e degli antichi

monumenti romani di questa città, dove nacque Nerva, non rimane che il

ponte di Augusto sulla Nera. Quest'opera, un dì grandiosa, appare anche

oggi ammirabile, sebbene dei tre o quattro archi che la componevano, ne

resti uno soltanto. Le imponenti rovine, i flutti vorticosi della Nera,

un vicino convento, la città colla sua solenne architettura, tutto

contribuisce a dare a questo paesaggio un carattere d'incomparabile

bellezza.

Marziale gli ha dedicato i mirabili versi:

Narnia sulphureo quam gurgite candidus amnis

Circuit, ancipiti vix adeunda jugo;

Quid tam saepe meum nobis abducere

Quintum Te juvat, et lenta detinuisse mora?

Quid Nomentani causam mihi perdis agelli

Propter vicinum qui pretiosus erat?

Sed jam parce mihi nec abutere, Narnia, Quinto;

Perpetuo liceat sic tibi ponte frui.

Verso la metà del secolo XII il ponte crollò. Al tempo degli Hohenstaufen

non doveva esistere già più, perchè Parsifal Doria, generale di

Manfredi, si annegò, mentre voleva guadare in quel punto la corrente a

nuoto, col suo cavallo, ambedue coperti di ferro. Si costruì allora il

nuovo ponte, più comodo per la sua posizione, essendo troppo grande la

spesa necessaria per restaurare l'antico.

La menzione fatta del valoroso Parsifal mi rammenta un'altra grande

figura di guerriero, che forma ancora uno dei vanti dei Narnesi: in

Padova di fronte alla cattedrale sorge il monumento equestre in bronzo

del Gattamelata, opera di Donatello, la prima di questo genere compiuta

in Italia durante il Rinascimento. Fu fatta per incarico della

Repubblica di Venezia, che così volle onorare la memoria di uno de' suoi

più fedeli condottieri, che fino al 1441 aveva servito la bandiera di S.

Marco. Erasmo Gattamelata nacque a Narni.

Un altro Narnese diede lustro alla città nel secolo XV: il cardinale

Bernardino Eroli, morto nel 1479, di cui la tomba è visibile nelle

grotte di S. Pietro a Roma.

La famiglia di lui, che esiste ancora a Narni ed è una delle prime del

patriziato, abita un antico palazzo. Uno de' suoi membri è il marchese

Giovanni, distinto antiquario, ricercatore di documenti; egli è

veramente la cronaca vivente della sua città, della quale ha descritto a

fondo e riunito nella sua _Miscellanea Narnese_ le cose più notevoli. Mi

trattenni alquanto in questa città, e visitai questo degno signore. La

vita di un patrizio in un piccolo centro campagnolo deve essere tanto

più limitata e monotona quanto più esso possiede istruzione e talento.

Il marchese, lieto di ricevere un viaggiatore, tanto più poi che veniva

da Roma e che si occupava di storia, mi accolse con grande cortesia, e

soddisfece pienamente alle mie domande circa l'archivio municipale di

Narni, come sopra gli archivi delle altre città umbre, e mi invitò ad

accompagnarlo nel suo studio. Non era uno studio di disegno o di

pittura, ma di fotografia. Quando vi entrai credetti di esser penetrato

in un tepidario, perchè il calore era così intenso da potersi appena

tollerare. Egli mi mostrò i suoi lavori, che erano invero così poco

riusciti da non allettare gran che i visitatori.

Da Narni m'internai con vera gioia nell'Umbria, in questo giardino

dell'Italia centrale, irrigato da vivaci corsi d'acqua, cosparso di

olivi e di verdeggianti colline. Tutto vi è sereno e aggraziato; persino

il dialetto degli abitanti è pieno di melodia. Non è davvero strano che

la pittura umbra, così gradevolmente viva e ideale, abbia avuto nella

natura la sua fonte precipua. L'Umbria fa veramente intendere che cosa

sia la Toscana, ancora più bella e gradevole.

Dopo una breve corsa attraverso la campagna fertile e ricca, giunsi a

Terni, patria di Tacito, famosa per le cascate del Velino, città

attivissima di 9000 abitanti. Non vidi le cascate, ma girai per la

città, che si presenta come un borgo abbastanza pulito, nel quale il

periodo del Rinascimento e lo stile baronale pomposo hanno soffocato il

medio evo caratteristico. Molti notevoli palazzi indicano che vi risiede

una ricca nobiltà. Anche la vita politica ha qui uno speciale movimento.

Essendo una città di qualche importanza, più grande di Narni e, per

numero di abitanti, venendo subito dopo Spoleto, Terni aspira ad avere

un significato politico. L'italianizzazione vi fu accolta con

entusiasmo; su molte insegne di botteghe operaie vidi già i colori

bianco, rosso e verde da poco dipinti; anche sulla mia tavola

all'albergo stava il tricolore. E non faremmo altrettanto noi in

Germania, in analoghe circostanze?

Cresce in Italia una specie di zucca, detta cocomero, che al di fuori è

verde, e, tagliato, mostra una polpa purpurea, e intorno una zona

bianca: i colori italiani. A questo proposito ricordo di aver veduto

questo spettacolo: un cocomeraro aveva inalberato sul suo banco un

grande tricolore, sopra il quale era dipinta la dea dei cocomeri nei

suoi tre colori naturali; con la scritta in trasparenza: _Natura mi diè

questi colori_. Lo spiritoso cocomeraro faceva un degno richiamo! Anche

nei dominî pontificî la coccarda del governo è di solito rappresentata

da un uovo sodo tagliato in mezzo. Su questi due simboli corrono fra la

popolazione dei saporiti motti di spirito.

La rivoluzione italiana ha portato con sè, come mi ha insegnato

l'esperienza, una vera rivoluzione nei nomi delle strade e dei caffè,

tanto che chi tornasse dopo una assenza di qualche anno nella sua città,

difficilmente riuscirebbe a raccapezzarcisi. Le piccole piazze coi nomi

di S. Maria, S. Paolo, ed altri, ora prendon nome da Vittorio Emanuele,

e tutti gli altri santi e patroni sono ovunque sostituiti da Garibaldi,

Cavour, Ricasoli, ed altri uomini della spada o del parlamento. Sarebbe

interessante contare i caffè che oggi in Italia hanno il nome di

Garibaldi!

Terni è ora il quartier generale del comandante Brignone e di molta

fanteria di linea. Io vi trovai i muri delle strade coperti di proclami

per la chiamata delle classi sotto le armi. Mi fu detto che nell'Umbria

la popolazione si sottopone più volontieri che non nelle altre province

dell'ex-Stato pontificio all'obbligo della leva. Anche qui però vi sono

molti disertori che vanno ad alimentare la reazione nel napoletano,

tanto più che la sorveglianza dei confini da quella parte è assai

difficile. Ci vorrà molto tempo perchè gl'italiani si abituino al

servizio militare obbligatorio. L'esenzione dal servizio militare è

stata veramente un prezioso beneficio del regime papale, beneficio

inestimabile per il contadino.

Grande è il numero degli emigrati romani a Terni, come del resto in

tutta l'Umbria ed in tutta la Sabina. L'emigrazione sparsa nei diversi

luoghi mi fu detto essere superiore a 5000 individui, ma forse questa

cifra è inferiore alla realtà.

Una gran parte dei forusciti viveva finora in Rieti, ma una discordia

scoppiata fra i romani ed i cittadini di quella città li ha costretti ad

abbandonare il luogo ed a spargersi per l'Umbria. La loro esistenza è

abbastanza difficile e penosa, perchè i comitati creati allo scopo di

soccorrerli hanno mezzi insufficienti. Cospirano attivamente così

vicino a Roma, dove il comitato nazionale è in relazione diretta con

essi. Secondo ogni verosimiglianza sono essi che redigono i giornali

umbro-sabini, come l'_Italia e Roma_ di Perugia. Questi fogli sono letti

avidamente, e molti esemplari penetrano anche nella Città dei Cesari.

Da Terni partii per Spoleto; percorsi per molte ore una regione

montuosa, fresca, ricca di quercie. Si valica l'Appennino sopra Terni,

o, per meglio dire, attraverso il monte Somma. La strada, assai buona,

giunge fino alla sommità lungo la gola detta _Strettura_, salendo

gradatamente. I due versanti del monte da ambo i lati sono boscosi; non

si vedono paesi; solo qua e là qualche casale. De' bei buoi bianchi

erano stati, per rinforzo, attaccati alla vettura, e mentre essi

lentamente salivano l'erta, potei permettermi una breve camminata su

quella ripida strada. L'aria era fresca e leggera: si sarebbe potuto

camminare ore intere senza stancarsi. Dei briganti non c'era da temere,

poichè tutta l'Umbria ne è immune. Avendo lasciato un po' indietro la

carrozza, vidi d'un tratto un uomo accoccolato, nascosto in un

cespuglio, che appena mi vide si mise a farmi energicamente dei segni, e

precisamente quelli che soglion fare gli italiani per chiamare a sè. Io

mi fermai in mezzo alla strada; l'uomo mi accennò di proseguire il mio

cammino. Voleva dirmi di essere cauto? Finalmente scese egli stesso

dalle rupi nella strada, e lo riconobbi per un giovane e simpatico

milite della guardia nazionale.--Sembra che diffidiate di me--disse--ma

io vi ho fatto cenno soltanto per dirvi che potete continuare la vostra

strada e non guastare così il mio giuoco. Io debbo star qui a

sorvegliare un giovane e una ragazza che stanno laggiù nella valle, e

veder quello che fanno.--Il soldato mi disse queste parole un po'

eccitato. Terribile cosa la gelosia! Anche quella solitudine che

sembrava creata solo per pensieri e fatti patriarcali, nascondeva nel

suo seno il terribile mostro! E non fu inutile la posta del giovane:

dopo poco la coppia sbucò fuori da un cespuglio; la fanciulla si

allontanò dall'amante e seguì la riva del torrente, mentre questi

scompariva. Difficilmente sarà sfuggito ad una _coltellata_!

Presto raggiungemmo la cima del Somma, dove i buoi furono staccati. Di

qui si scese per la strada che costeggia una gola simile a quella

percorsa all'insù, e che corre per sei miglia attraverso splendidi

monti; dopo poco ci si presentò meravigliosamente la vecchia Spoleto e

sotto a noi la valle del Clitunno, e la pianura ove scorre il Tevere.

Uscendo di mezzo ai monti, Spoleto appare bella come nessun'altra città,

e sopratutto pittoresca, con la sua nera rocca, le molte torri massicce

che la coronano, e le mura merlate. La luce dorata del sole la

illuminava morendo, e contribuiva a dare al quadro magnifico un perfetto

e grandioso carattere storico. Influisce molto vedere da un punto,

piuttosto che da un altro, per la prima volta una città vetusta; la

prima impressione è quella che rimane. Io non conoscevo ancora Spoleto,

che racchiude in sè una storia tanto ricca, che va da Faroaldo, duca

longobardo, fino all'infelice generale Lamoricière, che nel 1860 stabilì

qui il suo quartier generale per la difesa degli Stati della Chiesa

contro gli usurpatori.

Quando entrai in Spoleto si cancellò dalla mia mente l'imagine di ogni

antico ricordo; sulla bella spianata una folla di gente elegante si

pigiava; le strade erano simpatiche e linde, le case moderne, ed un'aria

di sereno benessere dava l'impressione più gradevole di una vita gaia e

tranquilla.

Il ducato longobardo di Spoleto fu fondato nel 570, subito dopo che

Alboino discese in Italia col suo popolo. I suoi due primi duchi furono

Faroaldo e Ariulfo; questi, provincia a provincia, tolsero ai greci una

gran parte dell'Italia centrale, e cioè tutta l'Umbria, la Sabina, la

Marsica (oggi Abbruzzo), e le Marche di Fermo e di Camerino. I papi

soffrirono spesso molestie da parte del ducato di Spoleto, fondato alla

fine del VI secolo. Anche quando Carlomagno pose fine al regno

longobardo, rimase tuttavia abbastanza grande la potenza dei duchi di

Spoleto, divenuti vassalli franchi. La Francia stessa assicurava la loro

dignità; dopo la caduta dei Carolingi, Guido di Spoleto potè porsi sul

capo la corona imperiale. Egli la passò quindi al figlio di Lamberto, un

nobile giovane, che morì improvvisamente nell'898 per una caduta da

cavallo. Guido e Lamberto ottennero la corona imperiale e furono i due

imperatori nazionali eletti dal popolo italiano in opposizione ai

candidati di nazione tedesca, sebbene fossero di razza franca.

Quando più tardi l'impero cadde con gli Ottoni e passò alla nazione

tedesca, gl'imperatori si impadronirono del ducato, e non vi fu più a

Spoleto dinastia ereditaria. In seguito Spoleto fu annesso alle terre

della contessa Matilde, come anche Ancona, finchè i papi con lusinghe ed

astuzie riuscirono ad impossessarsi di quel ducato, sul quale già da

Carlomagno accampavano diritti. Innocenzo III, e specialmente Gregorio

IX, aggiunsero alla Chiesa le Marche di Ancona, Camerino e Fermo. Così

la vera presa di possesso di quei luoghi da parte della Chiesa data dal

principio del sec. XIII; ma dipoi essa perdette di nuovo molte di queste

terre, col volgere degli anni, e, dopo varie vicende, in pochi giorni

nel settembre 1860 le perdette tutte e per sempre.

Lamoricière aveva scelto Spoleto come suo quartier generale, perchè la

posizione era buona, e potevano di là mandarsi truppe in tre direzioni.

Il generale Schmidt aveva il quartiere a Foligno; Pimodan stava a Terni

con la seconda brigata, e De Courten a Macerata. Lamoricière si

aspettava di dover ripiegare verso il sud contro Garibaldi, che era nel

Napoletano, ma quando seppe del generale Fanti, capì che i piemontesi

avrebbero investito l'Umbria e le Marche. Il giorno 8 settembre i

volontari di Masi irruppero da Città della Pieve nello Stato pontificio

e marciarono su Orvieto. Il 10 settembre Lamoricière riunì le sue

milizie, e il 12 si gettò sulle Marche, seguito da Pimodan. Nella

cittadella di Spoleto aveva lasciato 300 irlandesi del maggiore

O'Reilly, con due cannoni. Questa piccola fortezza fu presa dai

piemontesi del generale Brignone il 17 settembre; secondo le istruzioni

del Lamoricière, gli irlandesi la difesero valorosamente, respinsero un

assalto e si arresero solo dopo 12 ore di combattimento. I piemontesi

ebbero, a detta del Lamoricière, 100 morti e 300 feriti; i papalini 3

morti e 6 feriti. È abbastanza curioso che nell'ultimo fatto d'armi di

questa fortezza abbiano preso parte degli irlandesi.

Si vedono ancora le tracce di quella lotta. Ora non vi è più

guarnigione, ma invece un bagno penale.

Del resto il ricordo di questi fatti si è assai indebolito nella città;

la delegazione si è mutata in una sottoprefettura, dipendente da

Perugia, sede del commissario generale dell'Umbria. Così Spoleto ha

perduto del tutto il carattere di città capoluogo di provincia; la sede

dei delegati poteva essere paragonata ad una piccola corte, e questi

governi provinciali dei cardinali legati godevano d'una certa

indipendenza; tutto questo ora è passato; i prefetti e i sindaci

entreranno al posto delle provincie politiche d'un tempo, le quali

rimarranno solo un ricordo storico.

Le strade salgono il monte con lieve pendio, e graziose piazze le

interrompono qua e là. Molti luoghi sono assai pittoreschi e veramente

italiani, ma spesso sporchi e mal tenuti. Si vede ancora che questa

città dominò in altri tempi una ricca regione e fu centro d'una

monarchia, benchè conti ora solo 9000 abitanti. Anche qui

nell'architettura il Rinascimento prevale. L'alto medio evo è stato

soffocato dalle epoche successive; dell'antichità romana si vedono

alcuni avanzi, ed una vetusta porta presso il palazzo Gavotti ricorda

Annibale che, dopo la famosa battaglia sul Trasimeno, fu respinto da

Spoleto. Essa si chiama ancora Porta di Annibale o della Fuga.[17]

Invano si ricercherebbero in Spoleto antichità longobarde. La mia prima

domanda fu questa: dov'è il palazzo degli antichi duchi? Nessuno seppe

darmi una risposta, ed anche lo storico del ducato di Spoleto, Gian

Colombino Gatteschi, mi dichiarò d'ignorarlo. Così l'oblio sommerge la

residenza di principi un giorno così grandi e potenti; non ne rimane una

traccia, non una pietra. Solo una dubbia tradizione dice che il palazzo

Arroni, sulla piazza del Duomo, occupi il luogo dove, fin dal primo duca

Faroaldo (539), risiederono Ariolfo Toto, Trasmondo, Angebrando,

Ildebrando, Gisulfo, Lamberto e Guido, finchè coll'ultimo della loro

lunga serie, lo svevo Corrado, il ducato ebbe termine nel 1198.

Ora il duomo, uno dei più antichi monumenti di Spoleto, sorge su una

bella piazza, con lo sfondo pittoresco delle vette montane. Fu edificato

nel 617 dal terzo duca Teodelapio, poi più volte restaurato. È una bella

ed armonica chiesa, con una torre sulla facciata in stile

romanico-gotico del secolo XIII. L'atrio è moderno: è opera del

Bramante. Un grande mosaico, opera del Solsterno, orna la facciata:

porta la data del 1267. Si osserva in esso con stupore il primo sviluppo

libero dell'arte umbra. In questa chiesa Fra Filippo Lippi, uno dei più

simpatici pittori della seconda metà del secolo XV, si è eternato coi

suoi affreschi nel coro, dove egli stesso giace. L'interno è quasi tutto

restaurato di fresco; delle iscrizioni medioevali non ne rimane alcuna,

nemmeno nell'atrio. Il duomo è oggi il più notevole monumento,

l'ornamento maggiore di Spoleto, insieme con San Pietro, una chiesa di

stile lombardo, degna di molta considerazione. La sua facciata è coperta

di sculture, in alcune delle quali è rappresentata, in modo assai

primitivo, la favola del «_Roman du Renard_».

Questa comunità conserva un pregevole, anzi meraviglioso affresco dello

Spagna, la Madonna con i santi, ed una iscrizione su marmo, che ricorda

la distruzione della città, compiuta dal Barbarossa. Trascrivo

fedelmente questa iscrizione:

HOC EST SPOLETVM

CENSV PPLQE REPLETVM

QVOD DEBELLAVIT

FRIDERIGVS ET IGNE CREMAVIT

SI QVERIS QVANDO

POST PARTV VIRGINIS A[=N]O

MCLV

TRES NOVIES SOLES IVLIVS

TVNC MENSIS HABEBAT

Molto probabilmente in questo incendio la residenza dei duchi di Spoleto

andò perduta.

In special modo pittoresco è l'acquedotto gigantesco[18] che congiunge

la città al monte Luco. Questo monte è diviso dal colle, su cui sorge la

fortezza, da un abisso di 260 piedi; al disopra di esso è un enorme

ponte di dieci archi. L'edificò il duca longobardo Teodelapio nel 604, e

fu poi più volte restaurato. Se si prende la piccola strada del ponte

per andare a monte Luco, si gode la vista dell'abisso vertiginoso e

profondo, su cui spesso soffia un vento terribile. Questo mi costrinse

anzi a rinunziare di attraversarlo. Monte Luco è il Monserrato

dell'Umbria.

Dopochè nel VI secolo un santo siriaco, Isacco, ebbe fondato lassù un

eremitaggio, vi sorse nel X secolo il chiostro di S. Giuliano ed una

serie di eremitaggi. Di questi ne restano ancora alcuni, ma gli eremiti

son da lungo tempo scomparsi. Di parecchie delle loro cappelle i

cittadini di Spoleto si sono fatte delle graziose villette. Una

passeggiata nei boschi di quercie del monte è un vero godimento, l'erba

balsamica esala il suo aroma, le brezze agitano le millennarie cime

delle quercie: appena si ode di tanto in tanto un suono, un fremito di

campana: vi regna un silenzio divino. Di lassù si può rintracciare,

nella sottostante campagna, la striscia bianca della via Flaminia, che

sale fino alle porte della città e in lontananza si perde nella pianura.

Ma più maestosa di ogni altra cosa appare la rocca che domina la città e

la pianura, e che si stacca sui monti solenni: un dado turrito, dalle

linee nobili e armoniche, uno dei più bei monumenti del medio evo. Il

famoso cardinale d'Albornoz, contemporaneo del tribuno Cola di Rienzo,

aveva nel 1356 riedificato questo già antichissimo edificio, che fu poi

terminato da Nicolò V. La memoria degli antichi duchi e dei potestà che

risiedettero in questo castello è del tutto scomparsa, ma dalle finestre

del fosco edificio sembra al viaggiatore di scorgere ancora la figura

di una donna famosa, che fu signora di Spoleto, quella cioè di Lucrezia

Borgia, figlia di Alessandro VI, la Cleopatra del secolo XV. Suo padre

la nominò nel 1499 reggente della città e del distretto di Spoleto,

fatto nuovo questo nella storia della Santa Sede. La bella duchessa

abbandonò Roma a cavallo, con grande seguito, l'8 agosto. Dinanzi a

Spoleto la ricevettero con grande onore i priori della città, e

l'accompagnarono al castello, dove pose la sua residenza. Ella presentò

allora ai suoi dipendenti la sua nomina, ed un Breve di suo padre così

concepito:

«Amati figli, a voi salute ed apostolica benedizione. Abbiamo conceduto

il possesso del castello e il reggimento delle nostre città di Spoleto e

Fuligno, della loro contea e distretto, alla nostra diletta figlia in

Cristo, donna Lucrezia di Borgia, duchessa di Bisceglie, per il maggior

bene di questi luoghi. Fidando nella particolare intelligenza, fedeltà e

rettitudine della sullodata duchessa, come in altri Brevi abbiamo

dichiarato, ed anche facendo appello alla vostra abituale obbedienza a

Noi ed alla Santa Sede, speriamo che riceviate la vostra nuova duchessa

reggente con gli onori e la riverenza che vi impone la vostra deferenza

verso di Noi. Desideriamo dunque che degnissimamente la riceviate, e

che, per conservare il nostro favore e per evitare la nostra disgrazia,

voi ubbidiate alla duchessa reggente Lucrezia Borgia, in generale e in

particolare, per tutti quei diritti e quelle consuetudini concernenti il

suo governo, e per tutti quei comandi che ad essa piacerà di darvi, come

alla nostra medesima persona, con tutto lo zelo e la diligenza, per

darci novella prova della vostra fedeltà ed obbedienza. A Roma, in S.

Pietro, segnato coll'anello del Pescatore, 8 agosto 1499--Adriano

(Secretario)».[19]

La vita di Spoleto a Lucrezia Borgia, improvvisamente chiamata a

succedere agli antichi duchi longobardi, dovè certo sembrare noiosa e

intollerabile. Non rimane nulla del suo governo, se non la

riconciliazione avvenuta fra le due comunità di Spoleto e di Terni.

Nell'archivio municipale di Trevi esiste ancora un documento

sottoscritto di sua mano con questa formula: «_Placet ut supra Lucrezia

de Borgia_». Questa donna rimase a Spoleto breve tempo. Il 21 settembre

visitò a Nepi suo padre, e nel mese di ottobre tornò a Roma. Pochi mesi

dopo, nel luglio 1500, le morì lo sposo Alfonso di Aragona, duca di

Bisceglie, che Cesare Borgia fece prima pugnalare sulla scala vaticana,

poi strangolare nel suo palazzo.

A Spoleto rimasero alcuni suoi impiegati: Antonio degli Umioli di

Gualdo, dottore in diritto, e il suo segretario Cristoforo Piccinino. Il

10 agosto 1500 Alessandro VI affidava il governo della città a Ludovico

Borgia arcivescovo di Valenza.

Per recarsi da Spoleto a Foligno, bisogna attraversare la famosa valle

del Clitunno, dov'è il piccolo e grazioso tempio di questo dio fluviale,

tempio che non ha però più nulla a che vedere con quello descritto da

Plinio; sorge vicino alla stazione postale detta _Le Vene_, presso la

sorgente di una fonte più pura del cristallo.

Intorno la campagna è ridente, con lo sfondo incantevole delle montagne

umbre. Percorrendo, come ho fatto, questi dominî che appartennero ai

papi, bisogna convenire che era il loro un ben prezioso Stato, di cui la

corona nessun re avrebbe sdegnato. Se si sono viste con i propri occhi

queste campagne e queste antiche città, si capisce che sarebbe stato

necessario un sovrumano disinteresse per rinunciare a questo antico

possesso ereditario. Ma nulla può contrastare ed opporsi alla forza del

tempo.

Foligno ha il doppio degli abitanti di Spoleto, ed è città assai

industriale: vi sono fabbriche di carta, di candele di cera e di

confetti; i migliori d'Italia, almeno così dicono. Giace in una pianura

che è il punto d'incrocio ed il centro delle ferrovie umbre e romane, il

che non è senza importanza per l'avvenire della città.

In essa tutto è più o meno moderno; vi ho però trovato alcuni palazzi

dello stile del Bramante. La cattedrale può dirsi moderna in seguito ai

molti restauri; solo la facciata conserva il suo stile gotico, ed ha un

antico portale. Altre chiese sono notevoli per i loro quadri; così San

Nicolò, possiede un capolavoro della scuola di Foligno, un quadro di

Nicolò Alunno, maestro del Perugino.

Da Foligno si va in breve tempo a Trevi ed a Spello, che è situata sopra

un'altura. Queste città sono caratteristiche e medioevali; le loro nere

mura turrite e le antiche porte conservano i segni di un lontano

passato. Presso Spello si vedono ancora molte case in rovina, come

furono ridotte dallo spaventevole terremoto del 1831. Ciò non è per vero

una prova dell'attività di questa popolazione. Così ci si avvicina alla

valle del Tevere, che scorre qui fra i colli di Perugia e di Assisi.

Sotto Bastia lo si passa, ancora piccolo ed esiguo. Intorno la campagna

appare fertile e ben coltivata, specialmente a granturco e a viti.

Passai dinanzi ad Assisi senza entrarvi, perchè pensavo di recarmivi

comodamente da Perugia. La patria di San Francesco sorge solennemente su

un'altura a terrazze, con le molte antichissime torri e le massiccie

mura della chiesa del santo. Due miglia circa al di sotto si vede la

grande chiesa di Santa Maria degli Angeli. Fu costruita nel secolo XVI

sulla cappella di San Francesco, e abbattuta poi dal terremoto. Gregorio

XVI la fece riedificare dall'architetto Poletti.[20] È una copia del San

Pietro di Roma, in proporzioni gigantesche. Quale strano contrasto fra

la città medioevale e questo edificio moderno che non porta più nemmeno

traccia di slancio religioso e mistico! Visitandolo, la prima cosa a cui

vien fatto di pensare è il prezzo che questo tempio deve essere costato.

Si può dire soltanto a sua lode che è assai ben situato. Nel centro

esiste intatto il santuario di San Francesco: una piccola cappella

gotica, che stona vivamente con ciò che la circonda. Fu edificata in

questo luogo in memoria dell'apparizione delle rose che avrebbe

suggerito al santo, mentre pregava devotamente, di fondare il famoso

ordine. Tavole votive e doni sono appesi nell'oscuro oratorio,

costellato qua e là di ceri, alla luce scialba dei quali si scorgono

fedeli che pregano inginocchiati. Questa cappella è il santuario

dell'Umbria. I due lati esterni sono ornati di affreschi: uno è opera di

Overbeck, e, a quel che si dice, è la migliore sua composizione;

l'altro, molto restaurato, è un bel quadro della scuola del Perugino,

forse dello Spagna. I due quadri sono fra loro nello stesso rapporto in

cui una chiesa nuova sta con una chiesa antica, o come un santo moderno

sta ad uno antico, o almeno come un pittore di santi moderno ad uno

antico. Ogni tempo ha la sua fisonomia, e i fiori artificiali non hanno

nè profumo, nè anima. Il pittore più felice, anzi più grande, non

potrebbe oggi comporre un'opera che esercitasse su di noi il fascino che

esercita un Perugino, uno Spagna, un Pinturicchio.

Nel convento di Santa Maria vivono 90 francescani. La rivoluzione, come

mi assicurò un monaco, non ha toccato nessuno dei chiostri di Assisi.

Nondimeno questi mi apparve triste e depresso. Quanto si è detto sulle

soppressioni dei monasteri dell'Umbria è inesatto. Dovunque io mi sono

fermato, ho veduto monaci. L'Italia non se ne libererà mai, mai potrà

bandirli del tutto dalle sue terre. Essi appartengono alla terra come i

suoi fiori e i suoi animali. I cappuccini, gli zoccolanti, i

benedettini, gli scolopî ed i varî altri ordini, non sono stati affatto

soppressi, benchè monasteri di altri ordini siano stati chiusi per la

legge Siccardi. I possedimenti della Chiesa, estesissimi nell'Umbria,

sono stati sequestrati e non venduti. È però indiscutibile che qua e là

si è proceduto in modo un po' troppo sommario.

Alta, su i suoi molti colli, che si levano dal fiume sottostante, di

aspetto vetusto e analogo a quello di Palestrina, Perugia si mostra allo

sguardo del visitatore. Appena entrati in questa città, si sente la sua

imponenza, come città essenzialmente medioevale, ricca di caratteristici

ricordi municipali. Città principale della regione, prospera, lieta,

museo dell'arte umbra, vecchio centro di scienze e lettere, essa fu la

gemma più bella del diadema pontificio, e perciò fu trattata con

indulgenza e considerazione. Fin dall'epoca bizantina Perugia fu, almeno

di nome, possesso della Chiesa, eppure per secoli interi si sottrasse,

come altre città, al dominio di quella, e primeggiò fra le repubbliche

vicine. Governata a volta a volta dai popolari (Raspanti) e dai nobili

(Beccarini), ondeggiante fra guelfi e ghibellini, divenne, per queste

lotte e fazioni, residenza di molti papi, mentre davano opera alla

propria istallazione sulla sede di San Pietro. Il famoso papa Innocenzo

III vi morì nel 1216 e vi fu seppellito sotto la stessa volta che

accolse Martino IV, il quale morì per aver mangiato a cena, un sabato

santo, troppe anguille del lago Trasimeno. Anche Innocenzo IV risiedette

in Perugia. Vi morì pure l'infelice Benedetto XI, l'ultimo dei papi che

regnarono prima dell'esilio di Avignone.

Durante il secolo XIV questa repubblica municipale fiorì

straordinariamente; tutta l'Umbria le fu soggetta; nel 1370 però dovette

sottomettersi nuovamente al papa. Cinque anni dopo i cittadini si

ribellarono e demolirono la fortezza papale, ma alla fine di quel secolo

furono ancora una volta assoggettati; non per questo cessarono le lotte

intestine. Le famiglie degli Oddi e dei Baglioni, specialmente

quest'ultima, ebbero una parte importante in questi rivolgimenti. Il

noto Braccio Fortebraccio, che nel 1416 si fece signore della città,

nacque a Perugia. Finalmente: Giulio II sottomise Paolo Baglioni, che fu

poi giustiziato da Leone X in Castel Sant'Angelo a Roma. Paolo III

annientò l'ultimo resto dell'indipendenza di Perugia, e d'allora in poi

la repubblica fu retta da cardinali legati, che risiedevano nel nobile

e antico palazzo del Comune.

Perugia ha, più di molte altre città italiane, mantenuto il suo

carattere medioevale; non si trova qui quella frivolezza moderna che ha

ormai invaso le città; ma v'è comune quella cortesia di modi, seria e

solida, che data dal tempo dei conflitti cittadini fra la nobiltà e la

borghesia. Oggi i nomi dei Braccio e dei Baglioni, dei capi-partito e

dei tiranni, sono eclissati da quelli degli artisti e degli artefici. Il

Perugino è lo splendore, il vanto più bello della città. A Perugia è

stato completamente compreso il valore e la grandezza di quell'ingegno,

che servì di base al genio di Raffaello. Ma non voglio portare nottole

ad Atene, dilungandomi sull'opera di questi grandi artisti.

Perugia si divide in città alta e città bassa, collegate da strade,

scale e da ponti in mattoni, dai quali si gode la mirabile vista della

città e della campagna. La città alta è la vera ed antica Perugia, ed è

anche la parte più bella: il pittoresco Corso, coi suoi palazzi del

secolo XV ed anche del XVI, è un vero monumento della grandezza

repubblicana. Le loro facciate, romanico-gotiche, si completano l'una

l'altra in modo sorprendente, e sono documenti storici; si potrebbe anzi

dire che ci presentano proprio i lineamenti della città, il suo volto

medesimo. V'è anche il grandioso palazzo comunale, che rimonta al 1281,

cupo e severo, vasto ed oscuro, di architettura moresca alle finestre e

ai portali, decorato degli stemmi dei principi e delle città alleate. Ai

piedi del grifone, emblema di Perugia, sono appese le catene della porta

di Siena, rapite dai Perugini.

La piazza del Duomo, verso la quale è volto un lato del palazzo

comunale, è ornata anche dalla grande fontana di Giovanni Pisano, e

dalla statua in bronzo di Giulio III. Non dico nulla del Duomo, nè di

molte altre chiese, come S. Domenico, nella quale è la tomba di

Benedetto XI, Sant'Agostino e San Francesco, perchè di esse si è parlato

infinite volte; e infinite volte son stati descritti i tesori conservati

nei grandi palazzi privati: Conestabili, Donini, Baglioni, Bracceschi e

Baldeschi, Monaldi, Penna e Cenci.

Non lungi dal Corso sorgeva la fortezza pontificia, opera di Paolo III

Farnese e del suo terribile nipote Pier Luigi che straziò infamemente la

città. Questo sinistro edificio fu costruito sul luogo dove sorgeva un

tempo il grande palazzo Baglioni. Nel 1848 fu smantellato a furia di

popolo, ed ora non resta più, per ricordarlo, che un mucchio di pietre;

quel luogo fu anche teatro delle ultime lotte contro Schmidt,

comandante degli svizzeri pontifici.

Le rovine di questo castello hanno un aspetto melanconico; io vi trovai

una folla di persone, specialmente di giovanotti, che vi passeggiavano

con evidente soddisfazione, e contemplavano con interesse i resti della

loro piccola Bastiglia, mentre si intrattenevano con le narrazioni

dell'ultimo assalto subíto da essa e della capitolazione alle milizie

del generale Fanti.

La vecchia fortezza non ebbe mai, del resto, un importanza strategica.

Fu soltanto destinata a tenere in freno i cittadini.[21] Le truppe

piemontesi poterono avvicinarvisi da ogni lato e impadronirsene senza

ostacoli, nè resistenza da parte della sua guarnigione. Non si sa bene

che cosa si erigerà su queste rovine; un grande edificio vi farebbe

certo bella figura.[22] La posizione è ottima; la vista incantevole,

scorgendosi la valle del Tevere e la fila dei verdi colli. La piazza

dinanzi agli avanzi della fortezza è già stata chiamata Vittorio

Emanuele, in memoria, come dice una lapide, del 14 marzo, giorno in cui

il Parlamento nazionale lo proclamò re d'Italia.

Una strada conduce dal castello alla parte inferiore della città. Già

da lungo tempo gli spalti sono stati adibiti come luogo di passeggio. Ma

questo genere di passeggio è spesso malagevole, perchè troppo ripido.

Vidi con piacere i viali di castagni tedeschi, che la siccità aveva del

tutto spogliati di foglie; solo qua e là presentavano alcuni ciuffi di

fiori secchi sui rami. La vegetazione è a Perugia più tarda che nella

valle sottostante; prima della venuta dell'inverno questa città si

ammanta di neve.

E' sempre consigliabile per un forestiero visitare il passeggio di una

città che ancora non conosce. Talora nei giorni di festa ci si trova la

parte migliore della cittadinanza. Ma sotto questo rispetto io non posso

dire molto bene di Perugia. Anche nei più bei pomeriggi la sua

passeggiata mi apparve poco frequentata; le signore uscite a spasso coi

mariti erano poche; in grande quantità invece le _cocottes_, che si

aggiravano fra i viali, sfacciatamente, con un velo in testa. E'

deplorevole che la rivoluzione del 1859 abbia fatto perdere a molte

città italiane il decoro che le distingueva prima di quell'epoca; almeno

così sembra: le città dell'antico Stato pontificio sono ora in preda

alla più sfrenata licenza. Io non ricordo di aver veduto mai in altro

luogo una così sfrontata mostra di ragazze quale vidi in Perugia, dove,

di pieno giorno, nella strada principale, nel Corso, dei giovani non si

peritavano d'intrattenersi liberamente con queste femmine. E'

incredibile lo strabocchevole numero di fotografie oscene che è sparso

per l'Italia, e che proviene dall'industria francese. E' altamente

encomiabile la proibizione fatta in Roma per mezzo di un editto, della

vendita di simili imagini. Si dovrebbe fare in ogni città la stessa

cosa. Nulla corrompe tanto la pubblica moralità quanto questa licenza.

Tutto sommato, Perugia è una città priva quasi di vita. Di truppe

regolari ne vidi ben poche; la guardia nazionale ha occupato tutti i

posti. Le truppe volontarie, da poco arrivate, saranno, mi si è detto,

incorporate nell'esercito regolare. Il loro capo, Masi, ora colonnello,

fu in origine segretario di un principe Bonaparte, passò molti anni in

America, dove tentò invano molte speculazioni. Nel '59 passò i confini

della Toscana come capo di bande volontarie e si distinse a

Montefiascone. In lui si è veramente conservato il carattere dei

condottieri del medio evo.

Gl'italiani odiano il servizio militare regolare, per lo spirito

indipendente del loro carattere, insofferente di ogni giogo. Vidi

l'esercito di Francesco II di Napoli nel 1859, mentre si dirigeva su

Aquila: appariva bene armato e ben organizzato; ma dinanzi ai volontari

di Garibaldi si disperse. Ora quelle truppe disciolte si sono raccolte

qua e là, sotto il comando di briganti e di avventurieri, come Chiavone,

Crocco, Ninco-Nanco e Cipriani, per battersi valorosamente come briganti

e come tali farsi ammazzare. Un metodo di lotta così romantico è

conforme all'indole meridionale. Alle bande di Masi (composte anche di

cavalleria) si uniscono sempre molti volontari, anche di Roma, fuggiti

spesso ancora adolescenti dalle loro case, per servire a Perugia o a

Spoleto. Nei caffè si vedono giovani ufficiali in gruppi vivaci, pieni

d'entusiasmo e di patriottismo. In generale ognuno sembrava qui, come

del resto in tutta l'Umbria, pieno di speranza, quantunque non si

dissimulasse le difficoltà della situazione. Un nucleo di reazionari è

rimasto nella regione, composto specialmente di antichi impiegati,[23] i

quali sono stati lasciati quanto più era possibile nei loro uffici. La

nobiltà umbra, specialmente la perugina e quella che appartiene

all'antico patriziato, è rimasta in gran parte fedele all'antico regime,

temendo di venir soverchiata dalla democrazia, ed anche perchè tutti i

suoi interessi son legati alla Santa Sede. Essa si tiene appartata nei

suoi possessi o nei suoi palazzi cittadini. La nobiltà inferiore al

contrario si è unita volentieri al movimento, e così pure il basso

clero.

Perugia non possiede meno di 36 fra monasteri e conventi, alcuni dei

quali, quelli dei domenicani per esempio, sono chiusi; i monaci si sono

prudentemente e astutamente ritirati nel territorio romano. I preti

dell'alto clero sono contrari al movimento, ma si comportano con

prudenza. Tutto l'episcopato umbro sta, come un sol uomo, col pontefice,

e questa fermezza del clero in tutta l'Italia, salvo poche eccezioni, ha

qualche cosa d'imponente e di bello. I vescovi, con le loro lettere

pastorali, si sono opposti alle disposizioni del commissario

dell'Umbria, in quanto quelle disposizioni concernevano i conventi, i

possessi della Chiesa, l'abolizione del Foro ecclesiastico e della

sorveglianza del clero sulle scuole. Questo commissario, di nome

Gualterio, non ha dato nessuna importanza alle proteste, e continua

imperturbabilmente l'opera sua. La stampa è libera. Nella papale Perugia

ora si vende liberamente la Bibbia del Diodati, come a Firenze, e presso

i librai si trovano esposte al pubblico vivacissime invettive contro il

papato. La _Gazzetta dell'Umbria_ e l'ebdomadaria _Roma e l'Italia_,

ambedue di Perugia, contengono di continuo articoli roventi contro i

preti della regione e contro i cardinali di Roma. Così l'antico regime,

costretto a limitarsi ad una opposizione del tutto passiva, è

soverchiato dalla potenza del nuovo.

L'università, un tempo sotto la protezione dei papi, segnalatasi sempre

per valenti insegnanti, è teatro degli stessi antagonismi. Molti

professori, membri della nobiltà umbra, son reazionarî; la parte

giovanile invece si è gettata a capo fitto nella rivoluzione. Il

ristagno negli studi è sensibilissimo, e la gioventù sempre più diserta

le lezioni per prendere le armi. Naturalmente di questi perturbamenti ne

risente soprattutto il mondo letterario, a cui la pace e la

concentrazione sono necessarie. Niente accenna che questo stato di cose

debba cessare. Perugia, come è stato detto ridendo, dovrebbe divenire la

capitale d'Italia: così almeno proporrebbero seriamente alcuni

cittadini, fondando i loro desiderî sul fatto che la città è il punto

più centrale della penisola e per molti rispetti meritevole di tale

onore.

Lo scopo del mio soggiorno in Perugia era un'accurata indagine negli

archivi della città e specialmente nell'archivio dei Decemviri, al

palazzo pubblico, che doveva servirmi per la storia medioevale di Roma.

Ora tutti gli archivi dei conventi soppressi sono riuniti in quello

municipale. Ne sono stati soppressi 22, ad eccezione di quelli dei frati

questuanti e dei benedettini di San Pietro. Gli stessi conventi furono

già una volta soppressi nel 1810, e molti documenti andarono perduti in

quel tempo. Un professore dell'università, Adamo Rossi, mi condusse nel

chiostro dei Serviti di Santa Maria Nuova, dove in più stanze sono stati

raccolti gli archivi della città. Qui vidi mucchi di pergamene

sovrapposte o sparse sul pavimento, alla rinfusa, spettacolo

melanconico, come di un tesoro troppo grande e troppo pesante per poter

essere sollevato e riordinato. Noi vi penetrammo infatti come veri

ricercatori di tesori, e sollevammo nubi di polvere nel rovistarli, ma

non scoprimmo un sol documento di qualche interesse: tutti avevano

un'importanza strettamente locale.

L'abbandono di questo convento è incredibile; ne' suoi cortili solitari

cresce l'erba; i ragni tessono le loro tele nelle sale e nei lunghi

corridoi; talora un monaco muto e spettrale si aggira in quella

solitudine come un fantasma del passato. Vi si sente l'odore di un'epoca

tramontata per sempre.

Nel famoso e vetusto convento di San Pietro, dove vivono ancora otto

monaci, abitò per due anni Gregorio IX, il grande avversario di

Federico II. Conta 900 anni di vita; la sua chiesa, una bella basilica,

con antiche colonne di granito, è ritenuta come la gemma più preziosa

della città, ed è un vero museo della pittura umbra. Contiene splendidi

quadri del Perugino, di Orazio Alfani, del Doni, dello Spagna e di altri

maestri, e preziosissime copie delle opere del Perugino e di Raffaello,

eseguite dal Sassoferrato. I benedettini di questo convento non si

lagnavano della loro sorte; essi sembravano anzi rassegnati. Il degno

abate si mostrava favorevole all'unità d'Italia, solo sperava che Roma

fosse conservata al papa. Io mi accorsi che avrebbe voluto dire qualche

altra cosa che non disse. A quest'abbazia è stato concesso il privilegio

di rimanere intatta, come quella metropolitana di Montecassino, fino

alla morte dell'ultimo monaco. Questi frati hanno ora istituito una

scuola di agricoltura per cinquanta alunni.

Un giovane benedettino mi condusse nell'archivio del convento, che

conserva diplomi imperiali di Enrico III, di Corrado III e di

Barbarossa, e molte Bolle papali. Formava il suo vanto principale il più

antico documento che Perugia possegga; il privilegio di Benedetto VII,

del 978, fondatore e primo abate del convento. Quando gli svizzeri

pontificî, sotto il comando dello Schmidt, nel 1859 assaltarono Perugia,

fecero un'irruzione nell'abbazia e la devastarono. Gettarono all'aria i

diplomi (così mi fu detto) lacerarono i sigilli delle Bolle e

distrussero anche alcuni preziosi documenti. Di quello di Benedetto VII

ne fu salvato un frammento, che fu poi messo sotto un cristallo alla

parete dell'archivio. Un monaco ha composto sul fatto un epigramma

latino, che tramanda ai posteri i misfatti del _Furor Helveticus_.

Io continuai il mio viaggio attraverso l'Umbria con lo scopo di far

sempre nuove indagini negli archivi delle varie città, dove fui sempre

ricevuto assai cortesemente, grazie alle lettere che mi aveva dato il

ministro dell'istruzione, Michele Amari. Nessun altro luogo del mio

viaggio mi ha lasciato un'impressione gradevole quanto la città di Todi.

Questa antichissima città umbra, in origine _Tuder_ o _Tudertum_, sorge

sopra un colle ridente, presso la valle del Tevere, fra vigne e olivi.

Lontana dalle grandi vie di comunicazione, appare come assopita nei

sogni del suo passato, in una placida tranquillità che però non è morte.

Era già notte quando, giunto con la diligenza ai piedi della collina di

Todi, mi feci condurre alle porte della città per cercare una locanda.

Il mio ingresso fu assai triste e melanconico; le strade strette ed

oscure e la solitaria locanda alla quale fui condotto, non mi presagivan

nulla di buono. Ma dovetti ricredermi la mattina seguente, quando il

sole dissipò la tristezza del luogo.

In pieno giorno Todi mi apparve come una simpatica cittadina,

incantevolmente situata, conservante quel carattere nettamente

medioevale che ora così poche città possono vantare. Circondata di

vetuste mura, in parte ancora di costruzione etrusca, questa città copre

il colle su cui giace in modo da conservare alle piazze una livellazione

sorprendente, a dispetto della ripidità del monte. Vecchi palazzi, brune

torri medioevali, pittoreschi edifici gotici, chiese e conventi, sono

sormontati dal grandioso duomo.

Sulla piazza principale sorgono gli edifici pubblici, i monumenti del

tempo in cui Todi era una repubblica libera, arbitra di guerre e di

alleanze, come Terni, Spoleto, ed altre città. Nel secolo XIII, il suo

periodo aureo, essa era in grado di mettere in campo mille cavalieri

armati; e mentre ora non conta che 4000 abitanti, ne contava allora

30,000. La sua costituzione guelfa era profondamente democratica; il

governo era nelle mani delle corporazioni artigiane, che avevano una

rappresentanza al Consiglio. Un potestà e un capitano del popolo, i

quali stavano in carica un solo anno e dovevano essere stranieri,

governavano questo Stato libero e rendevano giustizia. Si trovano nella

loro lista molti nomi romani, delle maggiori famiglie del XIII secolo:

Colonna, Orsini, Frangipani, Annibaldi, Cenci, Caetani, Savelli,

Malabranca, e altri.

I monumenti più notevoli di questa storica repubblica sono oggi il

palazzo comunale e il palazzo del governatore, ambedue sulla piazza

principale. Il primo è un grande edificio in stile gotico-romanico, di

belle proporzioni, con una splendida scala esterna in pietra. L'altro ha

un'alta torre, ed è coronato su tutta la fronte da merli, ugualmente di

architettura pseudogotica, con una potente torre. In faccia a questi è

la cattedrale pure di architettura pseudo-gotica con un'alta torre,

l'interno ha tre navate, la principale delle quali mostra ancora la

volta gotica primitiva dell'XI e XII secolo; una quarta navata minore è

stata aggiunta in tempi posteriori. Dopo il duomo, la chiesa più

notevole di Todi è San Fortunato, grandioso edificio gotico del secolo

XIII. San Fortunato è il patrono della città, e la sua chiesa è

pittoresca, severa e solenne.

Durante il mio soggiorno in Todi passai gran tempo a San Fortunato, dove

si trovano gli archivi della città. Ottenuto dal sindaco il permesso di

frequentare l'archivio, l'archivista, Angelo Angelini, mi condusse in

una stanza posta sotto la chiesa, presso la sacrestia. Rimosso un

vecchio inginocchiatoio, ci apparve la porta che metteva direttamente

nell'archivio. In esso, ammonticchiate contro la parete, stavano

innumerevoli pergamene, quasi tutte in uno stato compassionevole, e in

mezzo alla stanza, sopra una tavola, altre pergamene, gettate alla

rinfusa, coperte di un denso strato di polvere, le quali facevano parte

un tempo della biblioteca del cardinal vescovo di Albano, Bentivegna

d'Acqua Sparta. Di quest'uomo fa menzione una volta Dante nel suo poema.

Morì nel 1289.

La biblioteca si riduce a questo solo archivio; io vi lavorai per molte

ore. Dapprima ero sorvegliato da un valletto del Comune; poi, avendo io

voluto vedere in ciò un segno di sfiducia, me ne fu affidata senz'altro

la chiave, con facoltà di andare e venire a mio piacere.

Allora si sparse per Todi la voce che uno straniero faceva grandi

ricerche nell'archivio della città; in seguito a questa voce, mi vidi

comparire dinanzi il presidente della corporazione dei sarti, con un

fascio di fogli sotto il braccio, con gli statuti cioè della sua

corporazione. Era un giovane correttamente vestito, dall'aspetto

intelligente. «Io vengo--mi disse--a chiedere il vostro parere,

trovandosi la corporazione in un grande frangente».

A queste parole repressi a stento un sorriso, pensando che cosa avessi

fatto di grande nel mondo, perchè a me, uno straniero della Prussia

orientale, si venisse a chiedere un parere per una corporazione di sarti

dell'Umbria! Assunsi però un atteggiamento grave e solenne, come un

savio greco.

Egli proseguì, lamentandosi del governo italiano che aveva osato porre

la mano su tutti i beni delle opere pie e su certe rendite della loro

corporazione. Evidentemente il governo aveva considerato l'_ars

sartorum_ della città come una confraternita o associazione a scopo

religioso. Essa possedeva _ab antiquo_ l'ospedale di San Giacomo.

Le rendite di questo, 360 scudi all'anno, erano state reclamate e

sequestrate dal governo, contro un derisorio compenso. Il presidente

della corporazione con grande facilità mi disse che la rivoluzione del

60 era stata fatta principalmente dagli operai, e che egli stesso aveva

in quell'epoca preso le armi ed aveva con le truppe marciato contro

Orvieto. E questa era la ricompensa!

Il governo stesso aveva raccolto quelle rendite, ed aveva con esse

impinguato la cassa ecclesiastica! Il giovane presidente aveva mandato

alla prefettura di Perugia i documenti atti a comprovare i loro diritti,

ma questi documenti non erano stati presi in considerazione. Ora,

siccome queste pergamene erano indecifrabili e in Todi nessuno aveva

potuto ricavarne nulla, mi pregava di esaminarle e di dirgli poi se da

esse si potevano o no rilevare i diritti della corporazione così

bistrattata.

Io gli dissi di tornare il giorno seguente. Egli venne e si lasciò

persuadere che quei documenti non erano che strumenti notarili e che non

avevano per la corporazione che un valore di antichità: mi confessò di

averlo già sospettato.

Del resto, questa corporazione dei sarti di Todi è una florida e bella

istituzione medioevale, che conta già più secoli di esistenza.

Essa ha ancora un capo, _console_, e dodici consiglieri, _fratelli_. I

suoi statuti sono chiaramente esposti in un volume in pergamena di

sessanta fogli: datano dal 1308, ma nel 1492 furono tradotti

dall'originale latino in italiano.

Trascrivo il principio di questo documento:

«_El prohemio della matricola de sartori: capitolo I._

«Nel nome del Nro signor Iesu Xto et della beatissima sempre vergine

Maria sua madre: et del beato sancto Michele Arcangelo, et del b. sancto

Ioanni Baptista et Ioanni Evangelista, et de beati apostoli S. Pietro et

S. Paolo: et de beati confessori sancto Fortunato, sancto Calisto et S.

Cassiano; et de tutti i sancti et sancte della corte celestiale. Questi

sono i ordinamenti et statuti iscritti dell'arte de sarturi et cinaturi

della città et contado de Todi: facte et ordinate per glomini della

decta arte; nel tempo dello officio de consoli, cioè delli sapienti

homini Iacobuccio Dondreelle; del rione de sancta presedia, et de

Cechole de Manello; del rione della valle; iscripti per me ser Francesco

de maestro Iacomo publico notario della detta arte; nel tempo et negl

anni del signore nell mille trecento otto: nella indictione sexta: nel

tempo del pontificato del nro signore Benedecto papa duodecimo: et addì

venti dua de novembre».

In Todi conobbi molte gentili persone che in ogni modo mi favorirono,

fra cui Alessandro Natali, già libraio in Roma e cittadino di quella

città, ora editore della «Storia di Todi» del Leoni, e della «Vita di

Bartolomeo d'Alviano», famoso capitano nato a Todi al principio del

secolo XVI. Questo Natali è rettore economo di Monte Cristo già

monastero, ora ospizio dei trovatelli. Mi condusse in questo ospizio,

che ricovera 98 fanciulli. Anche là visitai l'archivio, dove vidi molte

pergamene, che riguardavano il luogo stesso, destinato una volta come

ricovero pei lebbrosi.

Mi mostrò anche il convento dei Cappuccini a Monte Santo, posto su una

collina, presso la città. La sua piccola chiesa possiede sull'altare

maggiore un pregevole quadro dello Spagna,[24] dello stesso soggetto del

quadro di Narni: l'incoronazione, cioè, della Vergine. Ambedue queste

tele sono autentiche e originali. Il priore ci offrì del caffè, e mi

chiese di Witte, la cui fama di dantista è giunta fino in questa

solitaria cittadina. Mi fu anche mostrato un manoscritto di Fra

Jacopone, di questo profondo mistico dell'ordine di Celestino, nemico

animoso di Bonifacio VIII. Morì a Colazzone nel 1304, ma è sepolto a S.

Fortunato. Si attribuiscono a lui le parole dello _Stabat Mater_, e

forse non a torto. A Monte Santo trovai un monaco intento a copiare un

codice che fra le altre poesie di Fra Jacopone, conteneva anche lo

_Stabat Mater_. Però vi sono manoscritti più antichi delle poesie di

questo francescano, a Venezia e a Firenze; quelli di Todi non possono

rimontare oltre il XV secolo.

Tutti coloro coi quali feci relazione in Todi, mi parvero soddisfatti

della loro tranquilla ed angusta residenza; al lume di luna, la sera, le

signore si recano alla passeggiata sotto l'antica rocca, ora caduta in

rovina. Da questa si arriva alla chiesa della Consolazione, edificata su

disegni del Bramante. Non v'è in Todi una grande nobiltà feudale: le

antiche famiglie son quasi tutte scomparse. Fra queste nel medio evo

erano considerevoli gli Acti o Atti, gli Oddi, i Fredi, i Bentivenga, i

Caracci, i Pontani, i Landi, i Corradi, gli Astancalli.

Molti palazzi ricordano ancora queste famiglie, ma sono abitati da altre

o da discendenti impoveriti. Oggi che tutto è fatto per servire ai

bisogni del momento, noi dovremmo sentire vergogna dinanzi a questi

palazzi edificati per sfidare i secoli, palazzi che troviamo fin nelle

minori città! Questo dicevo ad un tal Pierozzi di Todi, dottore in

diritto e autore di commedie in versi. Oh quanti autori drammatici

invidierebbero questo solitario cittadino di Todi che, nel palazzo

ereditato dai padri, gode una serena e vera felicità!

A Roma mi avevano consigliato di spingermi fino ad Aspra, sui monti

della Sabina, dove è un importante archivio municipale ed una superba

selva. Quando fui di ritorno a Terni, risolsi di andarvi, tanto più che

una buona strada da Terni conduce nelle vicinanze di quel castello.

V'era però un inconveniente di qualche importanza: in Aspra non vi sono

alberghi. Un abitante di Terni si occupò di trovarmi un alloggio,

scrivendo in precedenza una lettera ad un suo conoscente. Noleggiai una

carrozza e partii da Terni alle 4 del mattino del primo agosto. Si

attraversa una regione montuosa da settentrione a mezzogiorno, su una

buona strada, cosparsa di poche e piccole abitazioni e ricca invece di

bei boschi di quercie. Le montagne si aprono e si allontanano a Torri,

antico castello che nel secolo X appartenne alla famiglia romana dei

Crescenzi, potentissima nella Sabina. Nera e pittoresca, sorge su di un

colle, da dove si gode la vista del monte Soratte, della Campagna

romana, dei monti della Sabina, degli Appennini, e a sinistra di un

profondo scoscendimento, dominato da una rupe, sulla quale si leva un

oscuro gruppo di case, circondato da mura nere e coronato di torri.

Questa è Aspra, la _Casperia_ dei Romani, vero nido di aquile,

inaccessibile ed inattaccabile.

Era mezzodì, ma l'aria era lassù ancora fresca e leggiera. Dopo i molti

e lenti giri che la strada fa nella valle profonda, cominciammo alfine a

salire la montagna faticosamente, e giungemmo dinanzi alle mura. Qui il

cocchiere si arrestò, e mi spiegò che il paese non aveva strade

praticabili. Scesi allora e mi avviai verso la porta. Qual luogo

spaventosamente solitario e selvaggio! Strettissime e oscure vie fra

case ammonticchiate e soffocantesi a vicenda, o piuttosto che vie, letti

di torrenti montani: ecco Aspra.

Era domenica. Il popolo di Aspra, vestito di giacchette grigio-azzurre,

secondo il costume sabino, giocava a palla dinanzi alle case. Tutti mi

guardarono con grande stupore. Mi feci condurre al Municipio, dove

giunsi dopo un faticoso saliscendi. Il sindaco di Aspra, vestito con la

giacchetta da operaio, mi disse che aveva ricevuto lettere che mi

concernevano da Terni e da Perugia, ma che io non potevo quel giorno

visitare l'archivio, essendo festa, ed essendo il segretario occupato

altrove. Aggiunse che avrei trovato alloggio dal calzolaio, che teneva

una specie di locanda.

Fui condotto da questo signore in una casa d'aspetto miserabile, e mi fu

mostrato un buco che veniva chiamato anche camera. Aveva una finestra

rotta, che sbatacchiava alla brezza vivace, ma che lasciava però vedere

un panorama d'indescrivibile e sublime solennità. Io mi gettai stanco su

di uno sporco letto in un angolo della stanza, ma dovetti presto

rialzarmi per le punture delle zanzare e di altre bestioline maligne. Il

mio ospite mi pose presto dinanzi un pranzo, che io non toccai, e,

disperato, dichiarai che non potevo rimanere in quel luogo. Mi affrettai

a tornare dal sindaco, che mi accompagnò dal suo segretario. Uniti tutti

e tre sotto un arco che congiungeva due strade, tenemmo consiglio.

Finalmente quei nobili signori risolsero di aprirmi l'archivio, e di

andare in cerca di un alloggio possibile in qualche buona famiglia;

della prima cosa s'incaricò il segretario; della seconda il sindaco. Il

segretario mi condusse dunque al Comune, un fabbricato massiccio ma non

molto antico, e mi fece entrare in una stanzetta, nella quale si

trovavano due armadii con le preziose memorie del Comune. Vi trovai

molti documenti che concernevano il Senato romano medioevale, poichè

Aspra formava in quel tempo una comunità indipendente, come altri paesi

sabini dei dintorni, ma sotto la giurisdizione del Campidoglio, che vi

mandava i suoi rettori, o podestà. Vi erano anche--strano a dirsi--dei

documenti apocrifi del secolo X.

Al cader della notte il segretario tornò per dirmi che una delle

migliori case del paese era pronta ad accogliermi. Mi condusse, infatti,

in una casa d'aspetto decoroso. Una signora, giovane ed alta, mi

ricevette, e mi disse che la sua casa si onorava di ospitare uno

straniero. I suoi modi erano distinti e civili, come il suo abito. Mi

accompagnò nella mia camera, facendomi traversare un deserto e tetro

salone, dove poche settimane prima era caduto un fulmine; le finestre e

il camino avevano sofferto, come la parete esterna che si era spaccata,

e lasciava scorgere il cielo azzurro. Nulla era stato fatto per riparare

in qualche modo a quello sconcio. Antiche armi familiari mostravano che

la casa era stata un giorno fra le maggiori del paese.

L'aspetto poco confortante del salone mi rese curioso di vedere la

camera. La signora ne aprì la porta: era abitabile ed aveva un buon

letto romano. Comparve il fratello della signora, un bell'uomo,

cacciatore accanito dei boschi sabini; indossava la divisa di capitano

della guardia nazionale. Fui invitato in modo assai cortese a fare

quello che più mi piaceva, in piena confidenza; ed io accettai le loro

offerte, alla condizione che mi permettessero di fare i miei pasti

presso l'ospite primitivo, al quale ero stato indirizzato da Terni, al

che essi gentilmente acconsentirono. Passai in Aspra due piacevoli

giornate, nonostante l'orribile impressione ricevuta sulle prime.

Lavorai nel piccolo archivio dal mattino alle cinque della sera, ciò che

suscitò in tutti una straordinaria meraviglia. Andavano e venivano

intorno a me dei curiosi; mi salutavano amichevolmente, ma con stupore,

non avendo visto da molti anni un forestiero. Io mostrai al segretario

una preziosa pergamena del tribuno Cola di Rienzo, diretta alla comunità

di Aspra. Mi pregò di fargliene una traduzione italiana, che gli dettai,

e che fu posta come memoria nell'archivio. Nel pomeriggio mi recai con

questo signore e col maestro del paese, un laico, al convento dei

Cappuccini, dove si festeggiava una ricorrenza. Il convento è bello e

solenne, sopra un monte coperto di quercie. Alcune donne stavano

inginocchiate nella piccola chiesa, tutta avvolta nell'ombra. Sul

portale erano altre persone, fra cui le donne del mio compagno, e alcune

fanciulle, delle quali una di straordinaria bellezza, una creatura di

sedici anni appena, nel fiore della sua primavera, ma grave e pensosa.

Felice l'abitante di Aspra, che potrà accogliere quell'essere

incantevole nella sua casa fumosa, battuta dalla folgore! Mi

presentarono a quelle signore, fra le quali divisi dei fiori artificiali

che avevo preso al monastero, e che furono assai graditi. Dove vidi mai

io un panorama così superbamente bello, quale potei godere dall'alto del

monte dei Cappuccini? Dinanzi a me il Soratte grandioso, e la valle del

Tevere, i colli umbri, la Sabina, il Lazio, la Campagna romana: tutta

questa regione immersa nella porpora del tramonto, pareva un'apparizione

fantastica. Sui monti vicini regnava una maestosa solitudine, rotta da

cupi castelli e da città. Verso occidente, lontano molte miglia, si

scopriva una piccola altura, presso la quale un'altra ne sorgeva a forma

di cupola: monte Mario e la cupola di S. Pietro. La sera di Pasqua anche

il popolo di Aspra gode dell'illuminazione di questo monumento

meraviglioso; esso lo scorge, all'estremo orizzonte, come una sfera di

fuoco. Dal tetto del convento contammo ben 28 paesi, più o meno vicini,

dei quali nominerò alcuni pochi, perchè si possa intendere la

straordinaria ampiezza di quella veduta: il Soratte, Civita Castellana,

Ronciglione, Caprarola, Collevecchio, Montasola, Stimigliano, Magliano,

Roccantica, Poggio Sabino, La Fara, Poggio Mirteto, Montopoli, Torrita

sul Tevere, che sembrava una striscia d'argento, Filacciano, Cantalupo,

monte Gennaro, Tivoli, Palestrina, i monti Albani.

Quando tornammo ad Aspra, il sindaco stava sulla porta della sua casa, e

ci invitò ad entrare. Il bravo uomo si chiamava Asprone; poteva perciò

vantarsi di incarnare perfettamente la comunità, di cui si trovava a

capo. Conobbi anche sua moglie, un'opulenta matrona. Dovetti, solo,

sedermi sul canapè, mentre la moglie del sindaco mi serviva un piatto di

ciambelle sabine. Quindi il sindaco, accesa una candela, discese in

cantina, e tornò poco dopo recando un grosso bocale di terracotta colmo

di vino. Bevemmo abbondantemente, ed io brindai alla prosperità di Aspra

e del suo magistrato, la qual cosa commosse molto i miei ospiti.

Parlarono con meraviglia della mia strana velleità di andare in un luogo

così remoto e perduto fra i monti, per ricercare e leggere antiche

pergamene. Mi pregarono di tornare presto, ma per molte settimane, per

tutto l'autunno.

Quando lasciai il sindaco, il segretario mi pregò di fare anche a lui

l'onore di una visita: evidentemente non voleva cederla in gentilezza al

suo superiore. La sua giovane moglie mi ricevette nella sua modesta

abitazione, con un bambino al petto, del tutto scoperto, e così rimase a

sedere vicino a me per tutta la visita. Altro vino e altre ciambelle mi

furono offerte. Più tardi presi congedo dai proprietari della casa che

così ospitalmente mi aveva accolto; anche da loro ricevetti calorosi

inviti di ritornare, ed una lettera per dei loro parenti romani. Quando

la mattina dopo mi alzai, un lume ardeva ad una finestra della casa, ma

nessuno si mostrò. Un asinello mi aspettava alla porta, ed io partii da

Aspra lieto e soddisfatto di aver trovato nei cuori di quella

popolazione l'incanto stesso della natura meravigliosa che li

circondava. Attraversata una bella regione montuosa, giunsi a Passo

Corese, dove presi la posta e feci ritorno a Roma.

Passeggiate per l'Italia, vol. 2 · 第 7 / 29 题