La più antica abbazia dei Benedettini dell'Occidente.
(1858).
A ventiquattro miglia da Roma, in una delle più belle vallate della
Campagna romana, irrigata dal gelido Aniene, giace la famosa abbazia dei
Benedettini di Subiaco. Gli Appennini distaccano qui una catena di
monti, le alture Simbruine, che dividono lo Stato della Chiesa dal Regno
di Napoli, la terra di confine del quale è l'antica regione dei Marsi,
oggi Marsica, provincia appartenente agli Abbruzzi. L'Aniene scaturisce
su questo confine, sopra Filettino, e, precipitando impetuoso, forma una
lunga ed in parte angusta valle, che fino a Tivoli è limitata da monti
ricoperti di boschi di castagni e di olivi. Sulla sommità di questi
monti si ergono, lungo il corso della corrente, dei cupi castelli
medioevali, Filettino, Trevi, Jenne, Subiaco, Agosta, Cervara, Marano,
Anticoli, Roviano, Cantalupo, Saracinesco, Vicovaro, San Polo, Castel
Madama e Tivoli. Questo è anche per la maggior parte il territorio di
quell'antica abbazia benedettina, luogo memorabile dell'ancor poco
conosciuto medio evo del Lazio romano, culla del monachismo
dell'Occidente.
Da questa selvaggia solitudine, fra i monti brulli ebbero origine tutti
i monasteri che, sotto forma di colonie della Chiesa romana, si sparsero
per tutta l'Italia, la Sicilia, la Germania, la Francia ed anche per la
lontana Britannia. I monaci mantennero stretti i rapporti fra queste
regioni e Roma, e, in mezzo alle barbarie di secoli oscuri, essi posero
i germi della civiltà (meriti che possiamo ancora riconoscer loro) e
tennero viva la coltura classica, copiando, scrivendo, e studiando i
codici, alla fioca luce della lampada, nelle loro buie celle, mentre
tramandavano gli avvenimenti del loro tempo in cronache e notizie di
inestimabile valore. Così è: uomini che si erano allontanati per
principio dal rumore del mondo, divennero i padri degli scritti storici,
fatto questo che cessa di parere strano, quando si pensi che i chiostri
in quei secoli avevano stretti e continui rapporti con la vita politica.
Voglio in queste pagine fare la storia, per sommi capi, di una delle più
notevoli abbazie. Dal punto di vista storico e scientifico, Subiaco è
certamente superata da Montecassino, e di molto: questo chiostro è il
più antico antenato di quello che sorge presso il Liri; per tutto il
medio evo anzi fu il faro solitario della scienza, come lo attestano
oggi i suoi preziosi archivi e la dottrina diligente de' suoi monaci. Ma
anche la storia di Subiaco è interessantissima per la cronaca degli
avvenimenti del medio evo negli stati romani, ed è anche un quadro,
ricco d'insegnamenti, del feudalismo ecclesiastico. Mentre intorno a
questo chiostro si andava a poco a poco formando uno Stato feudale da
lui dipendente, esso entrava come possente principato nella
giurisdizione territoriale romana, il cui re era l'abate, ed i potenti
baroni erano i monaci, ai quali per lungo tempo rimasero devote ed
ubbidienti le città, i cavalieri ed il popolo della campagna.
La fondazione dell'abbazia risale al tempo in cui l'eroica stirpe dei
Goti dominava, con Teodorico, Roma e l'Italia, e ritardava con savie
leggi, ancora per un mezzo secolo, il tramonto definitivo della civiltà
romana; ma il crollo dell'impero era già completamente avvenuto. Allora,
mentre si andava disgregando l'antico ordinamento del mondo, e si
spezzavano i legami di stato e di città, si manifestò nel popolo il
bisogno di fuggire dalla società e di rifugiarsi in una vita di
solitudine e di pace, come già era avvenuto al principio del secolo
quarto. Benedetto fondò il monacato occidentale, e fu, col suo più
giovane contemporaneo, Gregorio Magno, uno dei creatori della gerarchia
romana. Quanto questa gli dovesse, anche quel pontefice lo riconobbe;
egli stesso, nel secondo libro de' suoi dialoghi, parlò dell'opera del
suo fratello d'armi di Subiaco, che aveva liberato l'Occidente dalla
signoria dei bizantini, aveva istituito una regola nazionale romana, e
aveva inviato per tutte le regioni i suoi seguaci, onde collegarle a
Roma.
Benedetto nacque a Nursia nella Valeria[1] nell'anno 480, ed all'età di
quattordici anni venne a Roma, per iniziarsi agli studî di umanità. Ma
presto, assalito dalla brama della solitudine, cominciò ad errare per i
deserti monti Simbruini, e qui visse, in una caverna, assorto in
estatiche meditazioni. Il luogo si chiamava _Sublacus_, ed era noto
anche a Plinio per una bella villa di Nerone, il quale aveva fatto,
sbarrando con una arginatura l'Aniene, costruire quivi tre laghetti
artificiali, per pescarvi le trote con reti d'oro. Queste trote sono
ancora famose come al tempo di Nerone, ma i laghetti durante il medio
evo scomparvero. Al tempo in cui il giovane romito viveva lassù, non
esisteva ancora la città di Subiaco;[2] però sulle rovine della villa di
Nerone era sorto un chiostro dedicato a S. Clemente, ed uno de' suoi
monaci, di nome Romano, soleva ogni giorno portare del cibo alla grotta
del giovane Benedetto. Questi, persuaso da sua sorella Scolastica, uscì
finalmente dalla caverna, come Maometto; la fama della sua santità si
era già diffusa, e siccome molti romani si erano uniti all'ispirato
anacoreta, egli gettò le regole fondamentali dell'Ordine e divise i
fratelli in dodici piccoli chiostri. Questi si trovavano tutti nella
medesima valle, nella selvaggia solitudine dei monti. Nel contemplare
quel solenne cerchio di monti, che ora rudi e ripidi si slanciano
nell'azzurro, ora invece gaiamente coperti di verdeggianti boschetti,
nei quali risuona la dolce canzone dell'usignuolo, non si può fare a
meno di apprezzare il sentimento della natura, che albergava nell'animo
del giovane ispirato. Non una di quelle incantevoli vedute, cui solo
l'orizzonte è limite, delle quali è ricca la Campagna romana, alletta e
trattiene qui l'occhio, ebro di sole e di vita; no: l'orizzonte è qui
chiuso e costretto da rupi selvagge.
Verso settentrione si innalzano, simili a giganteschi promontorî, due
grandi monti, fra i quali precipita l'Aniene, che si apre violentemente
la via fra enormi blocchi di rocce, attraverso ombrosi scoscendimenti,
e, col suo eterno e melanconico strepito, immerge nel sogno l'anima del
solitario viandante.
Qui, sulle nude pareti rocciose, in dodici chiostri, abitavano i santi
di Roma, simili a corvi montani, e la valle di Subiaco poteva
paragonarsi ad una di quelle deserte valli d'Egitto, dove Atanasio ed
Antonio riunirono intorno a loro innumerevoli schiere di anacoreti.
Ma l'invidia di un prete delle vicinanze di Vicovaro (Varia), scacciò il
patriarca da Subiaco; Pelagio[3] tentò un giorno di mandare all'aria
quei chiostri col lascivo allettamento di belle ragazze, che ebbe
l'impudenza di mandare nelle celle dei monaci; allora Benedetto
abbandonò il luogo profanato, dove aveva per molti anni meditato e
studiato colla compagnia di tre giovani corvi da lui allevati, e si
diresse a Montecassino, dove l'anno 529 fondò il famosissimo chiostro.
Ma in Subiaco qualche cosa di lui era rimasto; egli stesso vi aveva
lasciato Onorato come suo successore, in qualità di abate. La storia dei
dodici chiostri è poco conosciuta: sembra che la tremenda guerra di
distruzione dei Goti abbia impedito loro di prosperare. Onorato
costrusse il chiostro principale, consacrato ai santi Cosma e Damiano; è
questo il solo rimasto dei dodici, e porta il nome di S. Scolastica. I
Longobardi distrussero gli altri nel 601;[4] i Benedettini scacciati si
rifugiarono in Roma, dove il papa aprì[5] loro il chiostro di S. Erasmo,
sul monte Celio. Gregorio Magno ci si presenta come il vero fondatore
della potenza mondiale dell'abbazia di Subiaco; a lui è attribuito un
atto con cui nel 599 avrebbe concesso a quell'abbazia una quantità di
beneficî e di privilegi, e questa pergamena apocrifa è diventata poi la
base sulla quale i Benedettini si sono arrogati infiniti diritti.
L'originale è contenuto solo in un rescritto, detto autentico, del 1654.
Ci sono anche altri documenti di questo genere, donazioni di Gregorio IV
e di Nicolò I, e dei re Ugo e Lotario, dell'anno 941, che nessuno
studioso di coscienza può ritenere genuini. Le falsificazioni si
diffusero tanto nel chiostro, che Leone IX nel 1051 bruciò di sua mano
molti documenti.
L'abbazia di Benedetto rimase abbandonata per 104 anni, finchè Giovanni
VII,[6] nel 705, la popolò nuovamente. Ma i Saraceni la distrussero
nell'840, finchè sotto l'abate Pietro I, alla metà di quel secolo, fu
nuovamente riedificata. Abbattuta per l'ultima volta dagli Ungheresi,
nel 938, fu finalmente ricostruita da Benedetto VII, nell'anno 981;
questo pontefice consacrò, il 4 decembre, la chiesa del chiostro sotto
il patronato di S. Benedetto e di S. Scolastica. Da quel tempo l'abbazia
non ha sofferto più danni per mano di nemici, ed ha cominciato a
fiorire, arricchita da donazioni valide e non contestate.
I cronisti narrano che la potenza feudale di Subiaco cominciò nel secolo
XI, nel tempo in cui il feudalismo si andava estendendo in tutte le
regioni. La considerazione del chiostro era divenuta così grande, che
potenti baroni della Campagna romana donavano a S. Benedetto castelli e
possessi; così il conte della Marsica, Rainaldo, concesse ai monaci
Arsoli, Anticoli, Roviano e molti castelli con essi passarono all'eterno
feudo dell'abbazia. Gli abati in questo tempo divennero i veri baroni.
Ma è assai strano che Subiaco stessa, che si era accresciuta e, prima,
formata sotto la protezione dell'abbazia, non cadesse in potere degli
abati. Nel cortile del chiostro di Santa Scolastica si vede, nella
parete presso la porta della chiesa, una pietra murata: essa contiene
un'iscrizione del 1052, del quarto anno cioè del pontificato di Leone
IX, la quale dice che il venerando abate Uberto edificò la torre del
chiostro in onore di Cristo, del suo rappresentante Benedetto e della
sorella di lui Scolastica; enumera quindi tutti i possessi del chiostro,
la grotta di Benedetto, i due laghetti che ancora esistevano, il fiume
Aniene, con l'uso del mulino e il diritto di pesca, e ventiquattro
castelli nel territorio dell'Aniene.
La città di Subiaco però non vi è nominata.[7] Molto probabilmente
divenne soggetta al chiostro dopo che l'abate Giovanni V, nell'anno
1068, ebbe costruito sul luogo la _rocca_, o fortezza, come afferma un
cronista dell'abbazia. Questa fortezza si erge ancora presso il palazzo
municipale, sebbene assai cambiata di aspetto, sul monte piramidale, sui
fianchi del quale è fabbricata la città.
Giovanni V, cardinale diacono di S. Maria in Dominica a Roma, abate
possente e guerriero, sembra sia stato il vero fondatore della potenza
temporale di Subiaco. Per 59 anni egli vi regnò come principe; condusse
guerre fortunate contro i baroni delle vicinanze, e dopo aver riempito
di ricchezze il chiostro, ed edificata una chiesa sopra la grotta di
Benedetto (_sacrum specus_) per perpetuarne la memoria, morì assai
vecchio nel 1121. Da quel tempo gli abati benedettini furono annoverati
fra i principi guerrieri e temuti della Campagna romana, come gli Orsini
e i Colonna, coi quali osarono gareggiare. I loro vassalli, i contadini
e gli abitanti dei castelli che loro appartenevano, gemevano sotto un
dispotismo feudale, tanto più terribile, in quanto che era esercitato da
uomini le cui passioni non potevano essere attenuate o limitate da
nessun riguardo politico. Essi stessi erano i ministri del dispotismo
del chiostro e del potere dell'abate sovrano, da loro eletto; ma,
d'altro canto, si rifacevano sui vassalli, come incaricati di riscuotere
le imposte, come segretari e giudici, senza appello, di vita e di morte.
L'abate mandava in ogni castello un monaco che vi esercitava da signore
una giustizia barbarica, e per primo, nell'anno 1232, Gregorio IX
dispose, per alleviare la sorte dei vassalli, che ogniqualvolta i
castellani avessero da rendere giustizia, dovessero unirsi una specie di
procuratore legale scelto nella cittadinanza. In principio si chiamò,
secondo l'uso del tempo, _buon uomo_, poi _castellano_. Finalmente il
diritto di rendere giustizia fu tolto ai monaci, che restarono però
amministratori ed esattori delle imposte, col diritto di sorvegliare le
moltitudini; il preposto al castello, nominato dall'abate, esercitava la
giustizia indipendentemente da lui, ma in suo nome.
I sudditi dell'abbazia si dividevano in tre classi: i liberi, che non
erano obbligati a servire come soldati del chiostro, perchè non
portavano rendite al feudo; i _milites_, che, nella loro qualità di
vassalli del chiostro, dovevano servirlo con le armi, e finalmente i
contadini o servi della gleba, tutti dipendenti da un connestabile. Così
l'abate imperava su un piccolo esercito di vassalli obbligati al
servizio militare; più tardi egli assoldò anche delle bande, nè più, nè
meno degli altri baroni, e, se era di spirito bellicoso, guidò in
persona a cavallo le sue truppe alla battaglia, con lo scudo e la
spada.
Le ostilità con i vicini vescovi di Preneste, Tivoli, Anagni, o con i
baroni dei dintorni, diedero spesso occasione a fatti d'arme; anche
entro le tombe si poneva la spada al fianco dell'abate.
Essi appartenevano alle più note famiglie nobili della Campagna romana,
come, fra gli altri, ricorderò il bellicoso Lando, nipote di Innocenzo
III, dell'illustre prosapia dei Conti di Segni; morì questi nel 1244. Ma
nè la ferrea potestà che esercitavano, nè la severa disciplina
preservarono talora il chiostro dai più funesti scompigli. Le condizioni
e gli eventi del papato in Roma si riflettevano in piccolo sull'abbazia
di Subiaco.
I monaci erano animati da un vivacissimo spirito di parte, e l'audace
ambizione di alcuni di essi si faceva beffe di tutte le leggi di
Benedetto. Dopo la morte dell'abate, nell'anno 1276, il monaco Pelagio,
raccolti armati per costituirsi signore temporale del luogo, assalì il
chiostro, scacciò i monaci, e dopo aver saccheggiato il tesoro, ritornò
a Cervara, luogo selvaggio, rupestre, sopra Subiaco, dove si tenne
armato per quattro anni, aspettando che l'abbazia rimanesse indifesa e
senza capo.
Il papa scelse un nuovo abate e lo mandò contro di lui con molte truppe,
che solo dopo un difficile assedio riuscirono a sopraffare i ribelli.
Questo stato di cose peggiorò durante l'esilio avignonese, e per molti
anni l'abbazia rimase senza capo; quando poi un papa vi mandò un abate
di Avignone, che col suo reggimento tirannico mise la disperazione così
nei monaci come nei vassalli. Bartolomeo da Montecassino, consacrato
abate nel 1318, vi condusse la più scandalosa esistenza; sulla fortezza
stabilì un _harem_ di belle ragazze ed i monaci seguirono il suo
esempio.
Il chiostro minacciava di dissolversi: se così non accadde, fu per la
severità del francese Ademaro. Questo tirannello divenne abate nell'anno
1353. Ci possiamo immaginare facilmente l'ambiente, quando si sappia che
Ademaro non esitò a far un bel giorno appiccare per le gambe sette
monaci suoi nemici, che furono bruciati a fuoco lento. Era ghibellino
convinto; battè una volta sull'Aniene, presso la porta di Subiaco, le
truppe del vescovo di Tivoli, partigiano del papa. Ancora oggi gli
abitanti mostrano allo straniero il ponte ad un arco, munito di torre,
che conduce a Subiaco, attraverso l'Aniene, quello stesso che Ademaro
aveva fatto edificare col bottino dai prigionieri di Tivoli.
Il disordine era giunto al colmo; uno dopo l'altro gli abati erano
costretti ad abbandonare la dignità. Vedendo infruttuose le riforme più
volte tentate con decreti ed ordinanze della Curia romana, Urbano VI
risolvette di por fine con un'azione repressiva e vigorosa a
quell'anarchia. Con la bolla dell'anno 1386 egli tolse ai monaci il loro
antico e prezioso diritto di eleggere l'abate. Dalla fondazione del
chiostro essi avevano eletto 57 abati, ed erano fieri del privilegio del
loro piccolo principato elettivo, che sorpassava per venerabile età i
regni della terra; a malincuore dunque dovettero piegarsi all'ordine
pontificio, e da quel tempo cominciò a declinare lo splendore di questa
abbazia benedettina.
Furono i pontefici che scelsero d'allora in poi gli abati, e questi
nuovi capi del chiostro si dissero _manuales_, perchè ricevevano
l'investitura dalle mani del papa. Il primo di questi fu Tommaso da
Celano, ardente seguace di Urbano, uomo di qualità e doti superiori.
Tale ordine di cose durò fino all'anno 1455, nel quale gli abati, sino
allora arbitri della forza e giurisdizione feudale, e di essa
terribilmente armati, perdettero anche questo diritto.
Si narra che la continua tirannide che esercitavano sui loro sottoposti
sia stata la causa di tale perdita. Finchè il loro governo come una
maledizione posò sui poveri sudditi, che riempivano le carceri, e spesso
erano anche precipitati nei pozzi sotterranei della fortezza, i lamenti
del popolo si alzarono alti e strazianti. Un caso segnò il momento della
liberazione. Nel novembre 1454 quindici giovanetti schernirono per via
due monaci e aizzarono contro loro dei cani: i fratelli del chiostro se
ne lagnarono presso l'abate e la notte seguente questi mandò i suoi
birri alle case ove abitavano i giovani, appartenenti alle più note
famiglie del luogo, e al cader del sole la popolazione vide i quindici
infelici impiccati alla forca, in un punto che anche oggi si chiama
_Colle delle Forche_. Allora la popolazione si sollevò, assalì il
chiostro, uccise i monaci, li precipitò dalle finestre nell'abisso, e
devastò l'abbazia. In seguito a questo fatto, Callisto III, il 16
gennaio 1455, ridusse Subiaco in commenda e dispose che un cardinale ne
godesse i ricchi beneficî, sotto il titolo di abate; ed il primo fu il
dotto spagnolo Juan Torquemada, cardinale di Santa Maria in Trastevere,
cui comandò di riformare l'ordinamento di Subiaco e di tutti i castelli
dipendenti. Fu allora stabilito un nuovo statuto, secondo il quale ogni
abate era obbligato al giuramento di governare rettamente innanzi ai
membri della comunità di Subiaco, mentre da parte sua la popolazione
doveva giurare a lui fedeltà. Al primo cardinale abate Torquemada ed a
questo chiostro spetta la bella fama di avere dato alla luce la prima
opera stampata fuori di Germania.[8] Ne furono editori Corrado
Schweinheym e Arnoldo Pannartz che, prima di stabilire la stamperia
romana al palazzo Massimi, trovarono ospitali accoglienze a Subiaco. Qui
anzi essi terminarono il 30 ottobre 1465 di stampare le _Istituzioni_ di
Lattanzio, e pubblicarono nel 1467 l'opera di S. Agostino: _De civitate
Dei_. Questi magnifici ricordi della signoria monacale a Subiaco sono
insieme degni monumenti della nostra patria tedesca; ancor oggi li
conserva la biblioteca del chiostro di S. Scolastica.
Torquemada morì in Roma nel 1467 e gli successe un altro spagnolo,
Rodrigo Borgia, divenuto poi Alessandro VI.
In Subiaco le preziose opere di stampa non ricordano il suo nome, ma lo
ricorda la rocca del palazzo, a cui nel 1476 aggiunse un'ala sormontata
dalla torre quadrata. Si vede ancora il toro del suo stemma sul muro
esterno, dove un'iscrizione dice che il cardinale Rodrigo munì la rocca
per la difesa dei monaci e dell'abbazia e per la sicurezza dei confini
della Chiesa Romana. Sedici anni dopo fu inalzato al seggio pontificio;
egli pagò anche il voto datogli nel conclave dal cardinale Giovanni
Colonna, avendogli promessa l'abbazia di cui sino ad allora aveva goduto
i beneficî. Ma l'amicizia fra Alessandro VI e i Colonna ebbe breve
durata: la più potente famiglia romana cominciò ad attraversare i
disegni dei Borgia, che miravano a formare un grande dominio temporale,
per mezzo della forza e dell'astuzia, a danno dei grandi baroni. Il
cardinale Colonna dovette far vela per la Sicilia ed abbandonare la
commenda, che per tutta la durata del pontificato di Alessandro, fu
occupata dal palermitano Luigi de Aspris.
Era quel terribile papa appena morto, che Colonna fu reintegrato nella
commenda dal suo successore, Giulio II. Nel 1508 la passò egli stesso al
famoso suo nipote Pompeo: questo lascivo cardinale dicesi conducesse a
Subiaco la bella Marsilia, figlia di Attilio Corsi. Un giorno il padre
brandendo un pugnale riuscì a penetrare nella camera del seduttore, ma
fu afferrato dai servi e gettato in un sotterraneo segreto. Pompeo si
era già guastato con Giulio II, che aveva riunito l'abbazia di Subiaco
con quella di Farfa, terzo degli antichi conventi benedettini, fondato
nel VI secolo nel territorio sabino, ed allargato ed esteso dai duchi
longobardi di Spoleto, nei dominî dei quali il monastero si trovava. I
rapporti fra le due abbazie diedero d'allora in poi occasione a continue
lotte: un partito voleva riunirsi ai monaci di Montecassino, ciò che
ebbe luogo nel 1514; l'altro, il partito tedesco, stava invece per la
fusione con l'abbazia di Farfa. Farfa aveva il titolo di abbazia
imperiale e contava molti tedeschi fra i suoi monaci: essi ricorsero più
volte all'imperatore e, più volte scacciati da Montecassino, i
benedettini vi furono reintegrati dai papi.
Pompeo Colonna, scomunicato da Giulio II, ma riammesso in grembo alla
madre Chiesa da Leone X, passò la commenda al nipote Scipione. I Colonna
erano potenti nella Campagna romana, dove si erano formati un piccolo
regno delle città degli Ernici e dei Volsci; essi pensavano perciò
d'incorporare anche Subiaco nei loro possessi, e siccome i cardinali di
questa famiglia ottenevano dai papi che fosse assegnata la commenda ai
loro nipoti, viventi ancor essi, così fu loro possibile di essere
padroni di Subiaco per ben 116 anni. Per tutto questo periodo il paese
rimase ai Colonna, nonostante le continue lotte coi papi. Clemente VII
subì per questo una tremenda sconfitta. Le sue truppe distrussero nel
1527 la rocca di Subiaco, ma il 28 giugno dell'anno successivo furono
completamente battute, sotto il comando di Napoleone Orsini. La
bandiera tolta in quella giornata alle truppe pontificie, si conserva,
come trofeo, nella chiesa di S. Scolastica, e ogni anno, nello
anniversario, si festeggia a Subiaco, con una processione, questa
vittoria ottenuta su di un pontefice.
Questi ricordi storici sono ancora vivi in tutta la regione.
Il dominio dei Colonna fu un governo baronale, fatto di arbitrio, senza
legge, simile al dominio lombardo-spagnolo dipinto dal Manzoni nel suo
romanzo. Questi cardinali non vedevano nella porpora che indossavano che
il manto della sovranità; dei banditi assoldati, già noti allora sotto
il nome di _bravi_, obbedivano fedelmente ai loro minimi cenni, e nè la
proprietà, nè l'onore delle famiglie erano sacri a quelle masnade
accampate nel cortile della rocca. Mentre duravano ancora le contese tra
Farfa e Montecassino, una notte, Scacciadiavolo, il temuto bravo di
Pompeo, con 44 armati piombò sul chiostro di S. Scolastica, lo
saccheggiò e ne scacciò tutti i monaci. Si dice che vi avesse avuto mano
anche il cardinale; fatto si è che egli fu destituito dal papa, ma per
esser subito dopo rimesso al suo posto. La storia di quel tempo è piena
di simili violenze, e molti luoghi di Subiaco ne tramandano la cupa
memoria: si mostra ancora la piazza, per esempio, in cui parecchi
cittadini furono sepolti vivi. Subiaco vide, fra le altre atrocità,
anche lo spaventoso matricidio che impedì la grazia della famiglia
Cenci. Un membro della casa Santa Croce di Roma avendo nel 1599
strangolato la sua propria madre a Subiaco, il papa, appena saputolo,
firmò la condanna a morte di Beatrice Cenci, della matrigna e del
fratello.
Intanto la potestà di Subiaco passava dall'uno all'altro Colonna, la
storia dei quali è legata a quella del chiostro; così Marcantonio
Colonna, così Camillo e finalmente Ascanio, che fu della famiglia
Colonna l'ultimo cardinale-abate di Subiaco. Abitava questi nella rocca,
spudoratamente, con la sua amante Artemisia, che aveva elevato a sua
sostituta nella direzione dell'abbazia, ogniqualvolta egli doveva
assentarsi; la cosa sollevò tanto scandalo che la commenda fu tolta ai
Colonna. Dopo la morte di Ascanio, nel 1608, il papa l'assegnò a suo
nipote Scipione Caffarelli Borghese, che la tenne fino al 1633.
I Colonna non hanno lasciato in Subiaco nessun bel ricordo; si vedono
soltanto nella fortezza, che essi fecero costruire ed abbellire, delle
stanze ornate dei loro stemmi.
Mentre fino al secolo xvi gli Orsini e i Colonna furono i padroni veri e
propri della Campagna romana, dopo il XVI secolo subentrarono in questo
dominio le più recenti famiglie, i Borghese e i Barberini, portate su da
papi nepotisti. Essi acquistarono le più belle proprietà del Lazio, e le
posseggono ancora (1858). Le città di questa regione mostrano sempre i
loro palazzi massicci e spaziosi, dalle cui pareti pendono i polverosi
ritratti dei baroni di quel tempo. Se ne trovano molti; ed anche nella
cittaduzza montana degli Ernici, dove scrivo queste righe, mi trovo in
mezzo a quadri famigliari di antichi cardinali e di maestose dame del
secolo XVII; fra i cardinali ho notato il volto roseo di Scipione
Borghese. Era il tempo dell'assolutismo galante e sensuale, in parrucca
incipriata e calze di seta, il cui carattere era imbelle, intrigante e
scandaloso, non meno che prosaico. I baroni in corazza e maglia del
medio evo si eran mutati in principi molli che, sdraiati sui divani
delle loro camere, gustavano i frutti che il vassallo tremante portava
loro al castello. Ogni volta che i cardinali facevano il loro ingresso
in Subiaco per prendere possesso dei beneficî, arrivavano alla testa di
un piccolo esercito mercenario, e, accompagnati da un nugolo di servi,
ricevevano sulla porta dalle mani del magistrato le chiavi della città.
I Borghese furono presto cacciati da Subiaco dai Barberini. Urbano
VIII, capostipite di questa ricca casa, assegnò la commenda al nepote
Antonio, nel 1633; da questo tempo i Barberini seppero molto bene
seguire l'esempio dei Colonna, poichè per 105 anni l'abbazia rimase
nelle loro mani; Antonio accrebbe anche la potenza del cardinale-abate;
aggiunse al diritto di giurisdizione baronale anche quello vescovile,
che fino ad allora avevano esercitato i vescovi confinanti di Tivoli,
Anagni e Palestrina, sui diversi castelli. Così il commendatore di
Subiaco fu insieme barone e vescovo, con terrore del povero popolo. Le
leggi erano così inumane che solo per aver preso una quaglia o un
fagiano si era puniti con dieci anni di galera. Tuttavia il governo dei
Barberini portò un po' di bene: Subiaco, per la sua posizione naturale,
su di una ricchissima corrente di acqua, era specialmente adatta
all'industria, e deve al primo Barberini le fabbriche di carta, di
cotone e di stoffe colorate, che occupano e nutrono anche oggi alcune
centinaia di operai; nulla però si è potuto fare per sviluppare queste
industrie, poichè esse son rimaste un monopolio della commenda
cardinalizia.
Intanto i monaci non avevano dimenticato che essi un tempo erano stati i
signori feudali dell'abbazia; colsero dunque l'occasione della morte di
Francesco Barberini, nel 1738, per far valere i loro antichi diritti.
Nominarono vicario quegli che era stato abate, Bernardo si lasciò
condurre nella chiesa della città, ricevette là dal gonfaloniere del
popolo il giuramento dei sudditi, giurò egli stesso gli statuti, e dopo
una completa cerimonia di presa di possesso, fu portato in processione
per Subiaco, imitando in tal modo l'insediamento di un nuovo papa. Così,
come se fosse stato un abate del xiii secolo, promulgò editti, insediò
suoi agenti nei castelli, fece grazie, richiamò esiliati e tenne un
linguaggio da principe. L'editto inaugurale del suo governo comincia con
queste pompose parole: «Noi, Don Bernardo Cretoni, dell'ordine di S.
Benedetto, monaco e professo del sacro imperiale chiostro di S. Maria
della Farfa, e per grazia di Dio abate regolare del sacro chiostro di S.
Scolastica, e, per grazia della Santa Sede Apostolica, Vicario della
medesima Santa Sede apostolica, vicereggente temporale e spirituale». Ma
lo sfrontato abate trovò la più ostinata resistenza nel popolo, cui non
sorrideva punto l'idea di tornare sotto il dispotismo della cocolla, ed
un'eguale resistenza nella gelosia della parte religiosa secolare della
città. Gli uni e gli altri ricorsero al Pontefice, e questi diede la
commenda al cardinale Spinoza, che come plenipotenziario prese
finalmente possesso di Subiaco.
Verso la metà del secolo XVIII era divenuto acerbissimo l'odio contro
tutte le istituzioni feudali e il monacato, venuto in contrasto con gli
stati laici, doveva risentirne gli effetti. A Subiaco si formò una
congiura contro i benedettini; si cantavano canzoni di scherno contro i
monaci e nelle strade, dei declamatori raccontavano la storia del
chiostro, eccitando la popolazione con la narrazione dei soprusi e delle
violenze patite. I monaci, che non avevano potuto reprimere una
sollevazione avvenuta il 13 maggio 1752, invocarono l'aiuto delle truppe
romane: una compagnia di côrsi entrò in Subiaco, e con essa un
commissario pontificio per farvi un'inchiesta. Avendo la commissione
riconosciuto quale era la radice del male, papa Benedetto XIV risolvè di
abolire i diritti feudali dei benedettini. Un papa che aveva il nome di
Benedetto ebbe il coraggio di rinnegarlo, e, mentre egli annientava uno
dei più antichi principati ecclesiastici del mondo, si metteva su quella
via di riforme nella quale poi doveva seguirlo l'infelice suo
successore. Egli abolì per sempre, il 7 novembre 1753, la giurisdizione
temporale del cardinale-abate di Subiaco, e gli lasciò soltanto alcuni
titoli e rendite di natura feudale, che sussistono ancora in gran parte
e sono abbastanza gravosi. Il principato temporale passò allo Stato e fu
esercitato da un governatore e da un giudice, che venivano nominati
dalla _Sacra Consulta_. La commenda cardinalizia rimase un beneficio
semplicemente spirituale; il suo primo titolare, in questa nuova
condizione, fu Giovanni Battista Banchieri.
Questa fu la fine dell'ordinamento medioevale della famosa abbazia, e da
quel tempo la sua storia perdè ogni interesse. Però fra i suoi
cardinali-commendatori ve n'è uno notevole per avere efficacemente
favorito, secondo le esigenze dei nuovi tempi, la civilizzazione di
quella regione, ed è Pio VI, Braschi, che, nominato cardinale-abate nel
1773, rimase tale anche quando fu fatto papa, e colmò Subiaco di
beneficî. Oltre alla costruzione di vari edifici, come la cattedrale, un
grande seminario, il restauro del palazzo, ed altro, suo titolo
principale alla riconoscenza di quella popolazione è la bella strada
che, lungo l'Aniene, conduce a Tivoli: per mezzo di questa strada egli
collegò l'abbazia alla capitale della regione. I cittadini di Subiaco
gli innalzarono perciò un arco di trionfo, sul modello dell'arco di
Tito; è un ornamento di quel luogo che il medesimo pontefice aveva fatto
diventare città. Pio VI entrò a Subiaco nel maggio 1789 passando per
questa porta d'onore.
Ma ben presto la Repubblica franco-romana abbattè quello che rimaneva;
due volte essa soppresse il chiostro, finchè Pio VII lo ristabilì nel
1814. Gli ordinamenti dell'abbazia sono da quel tempo rimasti come erano
stati fissati nel 1753; il cardinale-abate possiede uno dei più ricchi
beneficî della chiesa; i monaci, non più signori di castelli e di
vassalli, hanno ancora molti beni e coloni; i loro possessi, coltivati a
olivi ed a viti, giungono sino ai piedi dei monti Volsci. L'ammontare
della rendita annuale che appartiene anche oggi al chiostro, è valutata
da 8 a 10,000 scudi.
L'abbazia stessa conta presentemente nel suo territorio 21,000 e più
abitanti, ripartiti in sedici villaggi e castelli: Subiaco, Trevi,
Jenne, Cervara, Camerata, Marano, Agosta, Rocca Canterano, Canterano,
Rocca di Mezzo, Cerreto, Rocca Santo Stefano, Civitella, Rojate, Affile
e Ponza. Fra questi Trevi e Affile sono antiche colonie romane. Meglio
che da qualunque altro luogo, la vista di questa regione, ch'è il
territorio superiore dell'Aniene, si gode da una delle alture del
Serrone, che separa la valle dell'Aniene da quella del Sacco. I castelli
dell'abbazia sono situati, eccetto Subiaco, sulle sommità rupestri dei
monti, e sono grigi come le pietre calcaree che li circondano. Il
bizzarro modo di edificare, la selvaggia solitudine, le vesti, l'idioma,
i costumi, rendono la regione degna di grande attenzione. Ma spaventosa
è la miseria di quei montanari: il loro nutrimento, che si limita spesso
a cattivo granturco, è meno sicuro di quello degli animali della
campagna, per i quali la natura ha in qualche modo provveduto. In nessun
luogo d'Italia ho visto una miseria più spaventosa quanto in alcuni di
quei luoghi. Bisogna entrare nelle stamberghe di quei coloni dei monti,
o vederli vangare la terra, al melanconico canto dei loro ritornelli, e
lavorare più accanitamente dei muli, per compiangerli quanto essi
meritano. Meglio che nelle cronache del tempo, nei loro cenci e nei
volti emaciati e pallidi per la febbre si legge la storia delle violenze
della potestà feudale dei baroni e dei monaci.
Più viva e interessante della storia politica del chiostro sarà pel
lettore la descrizione di quelle particolarità che allontanano l'occhio
dell'osservatore dalla miseria della popolazione, e lo volgono altrove.
Mentre il vassallo serviva e soffriva la fame, il monaco ben nutrito
risedeva nel suo chiostro, e lo abbelliva con quadri artistici e con
memorie di altri tempi; della qual cosa noi dobbiamo essergli grati.
Esistono due chiostri a Subiaco, che stanno sotto un solo abate e
formano una sola corporazione: di S. Scolastica il primo, il secondo di
S. Benedetto, chiamato anche _Sacrum specus_. Giacciono ambedue fuori
della città, sulla riva destra dell'Aniene, nella solitudine dei monti.
Il primo è il più antico: è una bizzarra e pittoresca massa di edifici,
fra i quali si erge una torre quadrata, innalzata dall'abate Umberto,
nel 1053. Il miscuglio di stile romano e gotico delle finestre e delle
nicchie rivela la traccia di diverse epoche, ma nel complesso mostra
ancora soltanto alcuni resti dell'epoca più vetusta, specialmente nei
cortili. Il chiostro fu più volte restaurato e la sua chiesa attuale è
una costruzione del secolo scorso. A questo secolo noi dobbiamo anche
attribuire la facciata del convento, mentre la corte seconda, o interna,
rimonta, come si rileva dall'arco romano e dai pilastri, al secolo XVII.
Pitture moderne sulle pareti e sui pilastri, in condizioni miserevoli,
ricordano la storia dell'abbazia; vi sono rappresentate in grandezza
naturale le figure dei papi e dei principi che visitarono il chiostro,
fra gli altri l'imperatore Ottone III e l'imperatrice Agnese. Alcune
iscrizioni recano la lista completa dei luoghi posseduti un tempo
dall'abbazia.
Di qui si passa in un cortile intermedio, situato dinanzi all'entrata
della chiesa: è notevole per alcuni resti di architettura gotica,
specialmente per un grande arco di pietra, scannellato, ornato di
figurine e di spirali. Qui si trova anche il più antico monumento
posseduto da S. Scolastica, cioè un rozzo bassorilievo in marmo del 981,
del tempo degli Ottoni tedeschi e della più profonda barbarie romana. È
un quadrato di alcuni piedi di larghezza e di eguale altezza, che porta
scolpite quà e là immagini medioevali. Su di un fusto ornato di foglie
si erge un vaso: due bestie orecchiute si arrampicano con le quattro
zampe sul fusto, sollevandosi per bere il contenuto del vaso. Il loro
aspetto è così enigmatico, che non mi credo nel caso di poter decidere
se siano lupi o cervi, volpi o cani, od altri animali. Sul dorso di una
sta un uccello in atto di beccare. Tutt'intorno corrono fregi e ornati
in pietra. Il corpo di una delle bestie contiene una iscrizione che
ricorda come Benedetto VII consacrasse la chiesa del chiostro il 4
dicembre 981.
EDIFICATIO UIUS ECCLE [=SC]E SCOLASTICE TEMPORE
DOMNI BENEDICTI VII [=PP]. AB. IPSO [=PPA] DEDICATA
Q. D. [=S]. [=AN]. AB INCARNATIONE DNI CCCCCCCCCLXXXI
M. DE[=CB]. D. III. INDICTIONE VIII.
Sul bassorilievo si trova un'altra iscrizione rovinata, della quale mi è
stato impossibile decifrare il principio. Di fronte a questa, accanto
alla porta della chiesa, si legge l'iscrizione del tempo di Leone IX, di
cui ho già parlato.
La chiesa stessa, della quale la primitiva fabbrica era stata consacrata
da Benedetto VII, non ha più nulla di antico. Ma se si entra nel vero e
proprio cortile del chiostro, a destra, si trova uno spazio quadrato
intorno ad un pozzo ornato di quelle piccole colonne ed archi rotondi
come se ne vedono a Roma in molti chiostri: è del principio del secolo
XIII, memoria del potente abate Lando e della famosa famiglia artistica
romana dei _Cosmati_. Gli esametri sull'entrata principale dicono:
COSMUS ET FILII LUCAS ET JACOBUS ALTER
ROMANI CIVES IN MARMORIS ARTE PERITI
HOC OPUS EXPLERUNT ABBATIS TEMPORE LANDI.
Questi degni maestri furono più felici nei loro monumenti funerari e
tabernacoli che in questa costruzione, che non può in nessun modo
sostenere il confronto col chiostro dei benedettini di S. Paolo in Roma.
Le colonne (ogni due ve n'è una doppia e contorta) sono semplici e
rozze; i capitelli sono brutti e a forma di trave; nè mosaici, nè
intagli ornano l'arco e il cornicione. L'arte sembra qui essersi
adattata alla rozzezza della campagna.
Questi sono essenzialmente gli unici o i più notevoli resti di un
passato così ricco e così lungo, che ha subìto tante devastazioni. Gli
edifici del chiostro, spaziosi nell'interno, con molti corridoi, celle,
camere, e sale per usi diversi, sono in gran parte recenti. Sono entrato
con piacere e curiosità solo nelle biblioteche e nell'archivio dei
benedettini; i ben catalogati scaffali contengono materiali preziosi per
la conoscenza del Lazio nel medio evo. Alcuni scaffali sono consultabili
e visibili a tutti, altri inaccessibili, e la bacchetta magica del
Muratori stesso non riuscì a farne aprire i ripostigli. Di gran pregio è
il _Regestum insigne veterum monumentorum Monasteri Scholastici_, in
pergamena, raccolta di documenti dal nono secolo in poi.[9] Mancano
documenti anteriori. Nessuna delle cronache di Subiaco è stata data alle
stampe, eccettuata una anonima che giunge sino al 1390 ed è edita dal
Muratori. A questo fu interdetta la stampa di una cronaca più
particolareggiata, scritta da un tedesco di Treviri nel 1629: _Chronicon
Sublacense P. D. Cherubini Mirtii Trevirensis anno Dni_ 1629.[10] I
monaci permettono di vederla: è assai più completa dell'altra, neppure
quella stampata, di Guglielmo Capisacchi di Narni (1573); non può dirsi
un lavoro notevole, ma solo una compilazione, senza corredo di
documenti. La storia dell'abbazia giace ancora sepolta in questi
archivi; l'ha scritta di nuovo il canonico Janucelli, ma anche l'opera
sua non è scientifica. Ho avuto fra mano un manoscritto del 1833, che
contiene una storia abbastanza esatta dell'abbazia; n'è autore Silvio
Mariani, di Subiaco, morto testè in Grecia. Egli si è servito dei
cronisti sopra nominati, ed anche di alcuni documenti, ma la sua opera
non è, essa pure, che manoscritta. È dettata con spirito liberale e
consta di 492 pagine: debbo ad essa molte delle notizie che qui sopra ho
riportato.
La biblioteca è piccola ma notevole per quegli antichissimi incunabuli
tedeschi di cui ho già dato notizia. Ho preso in mano con gioia i
preziosi, belli e ben stampati volumi _in-folio_ che mi porgeva un
giovane benedettino tedesco. In fondo all'opera di Lattanzio ho trovato
scritto: «_Lactantii Firmiani de divinis institutionibus adversus gentes
libri septem, nec non ejusdem ad Donatum de ira Dei liber unus, una_
_cum libro de opificio hoîs ad Demetrianum finiunt. Sub anno Dni
MCCCCLXV pontificatus Pauli papae. Anno ejus secundo. Indictione XIII
die vero antipenultima mensis Octobris. In venerabili monasterio
Sublacensi. Deo gratias_».
Spontaneo grido di gioia, questo, di quei bravi stampatori che, per
modestia, nemmeno hanno manifestato il loro nome. Ciò mi ricorda il
motto che i greci e i latini del medio evo ponevano in fondo al
manoscritto copiato, per coronare le proprie fatiche:
hôsper xenoi kairousi patrida blepein
houtôs kai hoi graphousi telos bibliou.[11]
S. Scolastica conta ancor oggi circa settanta fratelli, fra cui parecchi
tedeschi, e l'attuale abate, Don Pietro Casaretto, ha severamente
riformato la disciplina dell'ordine. Ora, a quanto mi si è detto, i
monaci sono stati messi a magro regime; ma visitando la bella cucina,
dalla volta profonda, un odore gradevole di grasso, degno di Omero, mi
ha colpito le narici e non mi è parso esattamente secondo la regola
pitagorica di S. Benedetto, proibente l'uso della carne.
Passiamo ora al vero santuario dei Benedettini, a quel piccolo secondo
chiostro che alla metà del secolo XI fu edificato sulla grotta di
Benedetto, e per questo chiamato _sacro speco_. I monaci di Montecassino
nel 1688 aprirono una strada per salirvi, via ripida, che conduce,
traverso le rupi, alla grotta, offrendo magnifici panorami. Mentre il
viaggiatore ha sotto i piedi la corrente spumeggiante, vede la bella
valle di Subiaco e il burrone dell'Aniene. In lontananza, dove la valle
sembra chiudersi, si scorge l'alpestre paese di Jenne, patria di
Alessandro IV e dell'abate Lando dei conti di Segni. Immediatamente
prima della grotta si trova un ombroso e oscuro boschetto di quercie,
che forse già attrasse il solitario Benedetto, e che anche oggi, come un
bosco sacro degli antichi, annuncia la vicinanza di un mistero.
I piccoli fabbricati, fondati l'uno di seguito all'altro sulla grotta,
sono appoggiati alla parete scoscesa della rupe, e presentano
all'aspetto un miscuglio originale di stili e sono ornati fin
dall'esterno di pitture. Si passa sopra un ponte murato, che deve essere
stato nel medio evo un ponte levatoio, e si penetra in una lunga
galleria che conduce nell'interno ed è ornata d'imagini non antiche
degli evangelisti. Su di una parete si leggono questi buoni distici:
Lumina si quaeris Benedicte quid eligis antra?
Quaesiti servant luminis antra nihil.
Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem,
Nonnisi ab obscura sidera nocte micant.
E sotto:
D. O. M. ordinis S. Benedicti Occidentalium Monachorum Patriarchae
cunabula.
In verità mi son creduto d'un tratto piombato nella misteriosa atmosfera
di quei tempi straordinari, allorchè, passato dalla galleria nella prima
chiesa, improvvisamente mi sono trovato in un piccolo duomo di splendida
architettura gotica, nel soffitto e nelle pareti del quale si andavano
già attenuando, per l'annerirsi graduale degli affreschi, il barbaglìo
di luci multicolori. Invisibili monaci cantavano in coro il vespro; le
loro voci possenti di basso risuonavano solenni e ritmiche attraverso
l'ombra crepuscolare della chiesa, e nelle pause delle loro litanie si
udiva il rauco gracchiare dei corvi. Tre corvi novelli sono infatti
nutriti nel chiostro in memoria di S. Benedetto, e sembra che il numero
tradizionale di questi simboli viventi dell'ordine non venga mai
oltrepassato.
Sarebbe difficile una descrizione minuta del chiostro, tanto famoso per
i suoi dipinti. Molti sono i tempietti e le cappelle, di costruzione
laberintica, siccome si conviene ad un edificio fabbricato tra le rupi.
Quei tempietti e quelle cappelle in parte sono fondati sulle grotte
stesse, delle quali talora è visibile la nuda roccia; in parte sono
appoggiati sulla parete della rupe. Si scende da una chiesa all'altra
mediante scalini, e si crederebbe di essere dentro a catacombe montane,
cariche di colori, scintillanti di ceri sugli altari. In queste cripte
non si trovano soffitti o pareti che non siano ornati di affreschi,
rappresentanti la vita di Benedetto, scene della storia del chiostro e
della vita dei santi, o rappresentazioni allegoriche. La storia del
monacato raggiunge con la vita di S. Benedetto il suo punto culminante
epico-eroico, parallelamente ai canti cavallereschi delle lingue
neo-latine. Non terribile come le leggende dei martiri del
cristianesimo, che sostenevano la loro disperata lotta per la vita, ma
penetrato di una mite dolcezza fantastica, esso spiega una ricchezza
sorprendente di gradevoli motivi artistici. Mi sembra anche che i
miracoli di Benedetto abbiano in sè più poesia di quelli degli altri
santi, pochi eccettuati. L'amore fraterno tempera in essi l'egoismo di
una esistenza d'eremita, separata del tutto dal mondo, e nobili ci
sembrano in essa le avventure di Benedetto e di Scolastica, la loro
solitudine, il lungo peregrinare sui monti, la distruzione dei templi
pagani, l'erezione di nuovi chiostri. Al maestro si uniscono nobili
giovani; fra gli altri Placido, l'apostolo di Sicilia, e Mauro,
l'apostolo di Francia; essi guidano la fantasia dalla limitata
solitudine dell'eremita ad un orizzonte pieno di storia e di destino. La
vita di Benedetto si prestava ad essere soggetto di pittura; e perciò
questo grandioso ciclo del monacato, che ha avuto la sua influenza anche
sui poemi del Graal e di Titurello, ha trovato in Subiaco la sua
rappresentazione classica.
L'intero Lazio non ha nulla di simile a questi quadri, se non forse, in
un certo senso, le pitture della cripta del duomo di Anagni. Il loro
studio è utile per la storia dell'arte, appartenendo questi affreschi a
stili diversi: a quello bizantino, a quello di Cimabue e di Giotto, fino
ai secoli xv e xvi. Ne parlerò brevemente.
La prima chiesuola, edificata, secondo un'iscrizione, dall'abate
Giovanni V, nel 1116, fu ornata con affreschi nel 1220 da Giovanni VI.
Questi affreschi ricoprono letteralmente le pareti, e, benchè rozzi ed
imperfetti nel disegno, mostrano tuttavia una rara freschezza di vita ed
una potenza epica naturale, straordinaria nello stile delle cronache
trasportato nella pittura, se ci è lecito usare questa espressione. A
destra e a sinistra sono rappresentate molte scene della vita di
Cristo, il suo ingresso in Gerusalemme, quadro ricco di figure, la sua
passione e gli avvenimenti dopo la sua morte. In oggi gran parte sono
anneriti; pure, per fortuna, essendo stati fatti dei restauri, appaiono
meno danneggiati dei quadri che trattano la vita di S. Benedetto. In uno
di questi il santo è rappresentato mentre si rotola tra le spine per
allontanare l'apparizione di una splendida donna, ed in un altro lo si
vede intento a scrivere, nella sua grotta, le regole dell'ordine; e
sotto v'è questo antico tetrastico leonino:
Hic mons est pinguis, multis claruit signis,
A Domino missus sanctus fuit Benedictus,
Mansit in cripta, fuit hic nova Regula scripta.
Quisquis amas Christum talem sortire Magistrum.
Una piccola tribuna, scavata nella volta nuda della roccia, chiude
questa chiesuola; dinanzi ad essa stanno, all'estremità della navata,
tre archi acuti su eleganti colonne, a foggia di arco trionfale, le cui
lunette sono ornate dai ritratti dei genitori di Benedetto, Probo e
Abbondanza.[12] Dietro vi è un piccolo altare-tabernacolo, l'unico
lavoro così detto alessandrino che io abbia trovato nel chiostro, nel
quale altare il mosaico, contrariamente all'uso del tempo, è stato
surrogato da un affresco.
Una serie di piccolissime cappelle conduce nell'interno e forma un corto
e angusto passaggio che si può paragonare alla navata traversale d'una
chiesa. Anche qui tutte le pareti sono coperte di quadri, che sono
stati, però, di recente restaurati in modo vergognoso, con colori
stridenti ed eccessivi. Sono quadrucci isolati, o piccole composizioni:
vi si vede, Benedetto che cena con la sorella, la morte di due santi e
quella di Placido e di Mauro. Si trova anche lassù un antico sarcofago
di bambino, circondato da graziosi bassorilievi che raffigurano degli
uccelli ed è innalzato sopra una piccola colonna per servire da
vaschetta. Una scala conduce nella chiesa inferiore o media,
particolarmente memorabile; anche qui tutte le pareti erano coperte di
pitture, ed alcune iscrizioni ci hanno conservato il tempo e il nome
dell'artista. Vi si legge in caratteri gotici: «_Magister Conxolus
pinxit hoc opus_»; altrove: «_Stamatico Greco pictor perfecit A. D.
MCCCCLXXXX_». Consolo fu pittore della fine del xiii secolo, prima
dunque di Cimabue, e prima che la pittura italiana si liberasse dai
caratteri tipici dello stile bizantino. Forse egli è lo stesso artista
che ornò di pitture murali il vestibolo di S. Lorenzo fuori le mura a
Roma, sotto Onorio III, ambedue questi lavori essendo di quel tempo e
della stessa scuola. I dipinti di Consolo--e di lui sono la maggior
parte degli affreschi del chiostro--conservano ancora la maniera greca,
ma certo non in tutta la sua violenta e cruda magrezza. Si trovano fra
di essi sorprendenti figure di nobili forme, e con una semplicità di
panneggiamento, che rammenta l'arte antica. Ad ogni modo questo antico
maestro, il cui nome (da kompsos?) sembra rivelare il greco, è molto
efficace e forse egli dipingeva, come scolpivano i Cosmati, greci essi
pure (kosmêtês) e suoi contemporanei, a Roma, a Subiaco e nella cripta
del duomo di Anagni.
Vi sono in questa chiesa sotterranea pitture di soggetti disparatissimi;
la maggior parte riferentisi alla storia del chiostro. Sotto la scala si
vede Innocenzo III consegnare un diploma all'abate Giovanni VI, e
Gregorio I dare all'abate Onorato l'atto di donazione. Parecchi trattano
la vita di S. Benedetto; uno, che lo rappresenta con la nutrice, è
notevolissimo per la gradevole figura della donna e l'ottimo
panneggiamento; un altro rappresenta, in modo originale, la sua morte:
il santo con la tonaca nera sta su di un giaciglio; dalla sua bocca un
raggio di luce conduce alla piccola nuda figura della sua anima, che un
angelo alato già reca fra le sue mani. L'angelo ha una bella
espressione, un pronunciato profilo greco e gli occhi a mandorla. La
dolce inclinazione della testa, già prima di Giotto espressione
caratteristica del grazioso, ricorda vivamente le migliori imagini delle
catacombe. Questa mirabile figura di un tono medio bruno non è stata,
fortunatamente, ritoccata. Vi sono molti altri quadri con figure di
bambini, di cui è inutile parlare: non tutte sono del medesimo artista,
e talune senza dubbio appartengono già al secolo XI, poichè strettamente
fedeli alle peggiori forme bizantine. Tali sono i colossali quadri del
soffitto, rappresentanti apostoli e santi che contrastano aspramente con
gli affreschi delle pareti, e che sono stati barbaramente restaurati.
Nella parte centrale della chiesa si trova anche la grotta di Benedetto,
che mi ha ricordato assai vivamente la grotta famosa di S. Rosalia a
Palermo, sul monte Pellegrino. Sotto un ricchissimo altare sta una
marmorea figura del giovane santo in preghiera innanzi la croce; è
un'opera non cattiva della scuola del Bernini;[13] e forse l'effetto
che produce è accresciuto dalla penombra in cui si trova. Qui tutto ha
un carattere di giocondità; la graziosa piccolezza di queste chiesuole,
cappelle e grotte, splendenti e multicolori, sembra un giuoco di
fantasia, come non ho visto mai in altre rappresentazioni religiose. Si
potrebbe dire un libro illustrato di poetiche leggende, prive di dolore
e di sangue, ma ricche di fantastico colorito, come la vita dei pii
anacoreti nel deserto.
La religione vi è presentata sotto forma di favola, e produce un effetto
corrispondente a questa. Il carattere del chiostro è appunto questo, ed
è forse unico nel suo genere. Ivi lo spirito non è mai portato a gravi
pensieri; in questa sacra grotta nemmeno il più fervente dei cattolici
potrebbe sentirsi penetrato di venerazione: gli stessi artisti, che
avrebbero voluto suscitare il senso della pietà con quadri melanconici,
sono stati dalla scherzosa giocondità dell'insieme eccitati
invincibilmente ad intonarsi all'ambiente. Questo ho sentito in due
affreschi, che stanno di fronte, sulle strette pareti, presso una scala
che dalla grotta mena nella sottostante cappella. Rappresentano il
«Trionfo della Morte», secondo la nota canzone del Petrarca: la Morte,
funebre cavaliere, dopo aver saltato a cavallo su dei cadaveri,
colpisce con la spada un giovane che s'intrattiene con un compagno a
parlare. Di fronte stanno tre tombe aperte: nella prima giace una
giovane donna, morta da poco tempo; nell'altra si scorge il suo corpo
già nauseabondo e decomposto; nella terza finalmente il suo scheletro.
Un vecchio pare spieghi queste varie fasi del nulla; egli ammaestra tre
bei giovanetti, in eleganti abiti, coi falchetti sul pugno, che
gravemente lo ascoltano. L'autore di questo memorabile quadro, che
disgraziatamente ha molto sofferto, non è conosciuto; sembra sia
dell'epoca del Ghirlandaio. Di lui forse è pure la Strage degl'Innocenti
a Betlemme. Questo soggetto è trattato artisticamente e semplicemente:
un gruppo di madri, con i bimbi lattanti fra le braccia, con ansia
affettuosa li stringono al seno; verso di esse si avanzano dei guerrieri
con la spada sguainata. Io non ho mai visto trattato con tanto
sentimento drammatico ed estetico questa scena piena di orrore, soggetto
preferito della pittura di tutte le epoche; e tanto più si deve lodare
l'ingegno dell'artista, se si ricorda il ributtante carnaio
rappresentato negli arazzi del Vaticano! L'artista di Subiaco ha capito
che egli avrebbe potuto commuovere anche facendo solo indovinare o
temere l'inumano. Il quadro è di proporzioni assai piccole.
Ho trovato anche altre rappresentazioni artistiche originali;
specialmente due figure di S. Stefano e di S. Lorenzo. Il primo santo è
lapidato; il pittore o il restauratore ha voluto con strano pensiero
inserire nel quadro delle vere pietre, e nel suo zelo ha rappresentato
materialmente l'aureola, rompendola coi sassi. S. Lorenzo è una graziosa
figura giovanile, vestita di un ricco panneggiamento; tiene nella destra
la palma, nella sinistra il libro e sta eretto sulla graticola.
Aggiungo ancora che dalla cappella descritta si scende in un'ultima
grotta, assai piccola; si dice che qui Benedetto abbia ammaestrato nelle
sacre scrittura i suoi scolari.
Le pareti sono coperte di stucchi e mostrano resti di antichissima
pittura. Tali sono le principali curiosità del chiostro; ma non vogliamo
dimenticare la parte superiore, da dove si gode una vista superba della
rupe gigantesca sulla quale questi santuarî sono costruiti. Essa cade a
piombo, e sembra volersi precipitare sul chiostro; ma fortunatamente si
trova là effigiato il santo che con la mano stesa, come per trattenerla,
sembra esclamare: Fermati, o rupe; non danneggiare i figli miei! Quando
sono entrato nel cortile ho trovato appollaiati ai piedi della figura
del santo tre corvi, che raucamente gracchiavano. Questi sinistri
uccelli con le loro voci lugubri e le tonache nere da benedettini mi
sono sembrati attributi propri del santo, come nell'antica mitologia
altri uccelli sono sacri ad altri Dei.
I corvi hanno una parte di qualche importanza nella storia di Benedetto,
dissi già che lo accompagnarono nel suo viaggio da Subiaco a
Montecassino, e aggiungo ora che gli salvarono la vita. Infatti, avendo
un nemico mandato a Benedetto del cibo avvelenato, essi lo portarono
via, lontano, sulle rupi. Il corvo dei monti mi è sembrato un vero
uccello da monaci; in ogni modo è un simbolo migliore di quello dei
domenicani, consistente in un cane con la face in bocca.
Anche in un altro luogo mi sono ricordato dell'antichità, anzi di un
nome celebre. Vi è nel chiostro anche un giardino di rose, sulla sommità
della rupe. Un tempo erano rovi, precisamente quelli nei quali Benedetto
si era avvoltolato a corpo nudo. Quando nel 1223 il famoso fondatore
dell'ordine francescano visitò Subiaco, innestò alle spine delle rose,
le cui discendenti stanno ancora in fiore. Col tempo si sono scoperte
meravigliose virtù in queste rose. Un monaco mi disse seriamente che
esse, ridotte in polvere e inghiottite, guariscono qualunque malattia o
incantesimo. Il monaco non mi disse però se esse possiedono anche la
preziosa virtù delle rose di Apuleio; in ogni modo non avrei potuto
verificarla.