(100) Non è che nel secolo XII. che il dogma della Confessione

auriculare fu introdotta fra i settatori papisti da Innocenzo III. nel

Concilio Lateranese IV. l'anno 1213. Ma ciò che dee sembrare oltremodo

straordinario alle menti illuminate si è, l'osservare con quale accanito

fervore è essa ovunque praticata laddove il Clero perviene ad acquistare

un ascendente quasi assoluto sullo spirito abbacinato degli uomini, come

appunto succedere miriamo in Ispagna, in Portogallo, ed in Italia,

malgrado che i primi padri del Cristianesimo combattessero apertamente

l'uso di siffatta confessione, e non ostante che _Ambrogio_,

_Crisostomo_, e _Basilio_ fra quelli ne fossero d'accordo sì avversi,

esortando i penitenti a confessare le loro colpe al solo Dio che può

correggerle, ed annientarle, e non già di palesarle agli uomini, i quali

altro non sanno che stordirli con minaccie, o puerili timori senza

recare loro fintanto alcuna specie di antidoto nè di conforto (_Ved

homil. 31 in Hebr. homil. de Pœnit. T. V homil. de Laz. T. V. p. 81._)

E se Agostino interroghiamo, lo udiremo ripetere: _Quid mihi est enim

cum hominibus ut audiant Confessiones meas, quasi ipsi Sanaturi sint

omnes languores meos?_ _Confes. Lib. 10. Cap. 3._ e lo stesso Agostino,

in altro luogo, (_Serm. II. sopra il Salmo 31._) aggiugne: _Pronuntiabo

adversum me injustitias meas domino_ (si osservi che non dice già agli

uomini) _& tu remisisti impietatem cordis mei_.

Servissero almeno queste confessioni ad allontanare il delitto, a

reprimere i vizi, a rendere più saggi coloro che stupidamente vi si

confidano, il nocumento ch'esse recano non sarebbe senza un compenso; ma

esse travviano lo spirito, corrompono i costumi, alimentano

l'ingiustizia, e le azioni criminose, e colla facilità delle assoluzioni

che si fanno, senza ostacolo, risultarne, anche il più deciso malfattore

con una simulata resipiscenza non solo ritrova un pronto mezzo con che

giustificare agevolmente i suoi misfatti, ma persuaso di potere in tale

maniera giugnere per sino e cancellarli, esso diviene sovente recidivo

senza ribrezzo. Se i Peruviani, secondo il P. Accosta, il Pau, ed il

Raynal praticavano essi pure la confessione molto avanti che la

conoscessero i Cristiani, soggetti non erano però a simili delirj.

(101) volendo Maometto prevenire ed allontanare gli eccessi che

cagionano regolarmente l'ebrezza, e il giuoco per colui che vi si

abbandona, esso ha interdetto assolutamente l'uso del vino, e de'

giuochi d'azzardo, ed affine di dare a questa legge tutta quella forza

che gli era necessaria, esso ebbe ricorso alla sua pratica usuale, quale

fu quella di inventare alcuni esempi ovvj a giustificare la sua condotta

a tale riguardo, uno di questi fu quello de' due angeli _Arut_, e

_Marut_ inviati da Dio sopra le terra per amministrare le giustizia in

Babilonia, che divenuti ebri in un banchetto dove furono invitati,

commisero molte vituperose incontinenze (ved. _Alkodai Pocok. Specim.

Ist. Arab. p. 175. Alcor. Cap. V._) Tale è infatti il vero motivo del

divieto del vino presso i Musulmani.

In quanto poi ad ammettere per uno de' dogmi di religione l'ignoranza

universale delle scienze, siccome era esse una delle qualità che

distinguevano il fondatore dell'Islamismo, giacchè l'inscizia di

Maometto, per quanto asseriscono i suoi medesimi fautori, andava fino

alle barbarie, non sapendo nè leggere, nè scrivere, difetto, peraltro,

che gli era comune con tutta la sua tribù (ved. _luog. cit._) ciò che lo

rendeva incapace non solo di risolvere le obbiezioni che gli avversari

della sua setta nascente gli opponevano di tratto in tratto, ma lo

esponeva sovente agli scherni, ed a' motteggi che le sue ambigue

risposte davano sufficiente motivo di dovere fare. Quindi riconoscendo

che i suoi settatori non avrebbero potuto meglio riuscirci in simile

caso, egli si appigliò al partito di proibire loro qualunque specie di

questione Teologica, di scienza, e di coltura, comandando eglino, in

vece di passare a fil di spada tutti coloro che inveissero contro la sua

dottrina. (Ved. _Alcor. Cap. 4 Cantacuz. Orat. 1. Sect 12._)

(102) Niente di più ridicolo della Mesra, ovvero il preteso viaggio che

Maometto fece nel Cielo durante il corso di una notte; e niente di più

insensata dell'invenzione dell'Alborak, o del prodigioso animale

quadrupede che ve lo condusse.

Rapportasi dunque dall'Alkorano, ch'essendo Maometto coricato una notte

con _Ayessa_, una delle sue mogli, udì battere alla porta della sua

camera, ed essendosi alzato per aprirla esso vi osservò l'Angelo

Gabriello ornato di 70. paja d'ale spiegate da entrambi i suoi lati;

esso era seguitato dall'_Alborak_, bestia che partecipava della natura

dell'asino, e del mulo, di una bianchezza che eccedeva quella della

neve, e di un agilità sì sorprendente, che il lampo non passa con

maggiore celerità di ciò ch'esso metteva nel tragittare dall'uno

all'altro sito, ed è appunto a cagione di sì fatta straordinaria

destrezza (secondo gli scrittori Musulmani) che gli si fece meritare

l'attributo di alborak, che nell'arabo idioma significa un baleno.

Tosto che lo sguardo di Maometto restò colpito dall'intuito del

Messaggere celeste, questi lo abbracciò affettuosamente, e salutandolo

dalla parte di Dio, gl'impose in di lui nome il trasferirsi nel Cielo,

dove avea esso determinato d'iniziarlo in certi urgenti misteri, che non

permise di rivelare giammai ad alcuno de' mortali che lo avevano

preceduto, ed era per ciò col disegno di rendere più agevole il suo

viaggio ch'esso gl'inviava espressamente l'Alborak. Maometto non esitò

ad eseguire quanto gli venne imposto, ed appena ch'esso l'ebbe montato,

si trovò in un istante dalla Mecca in Gerusalemme; da colà sempre

accompagnato dalla sua guida celeste, proseguì il suo cammino fino a

tanto che ritrovata una scala di luce preparata per essi vi ascesero,

lasciando l'Alborack legato in una rupe, fino al loro ritorno, e

prodigiosamente pervennero quindi al primo Cielo, e da questo agli altri

sei, tutto nel breve intervallo di una notte. (Ved. _Zamnias. et Didav.

in Alcor. ad Cap. 17 et 33._)

Si può egli immaginare assurdità più enormi, e iperboli più insensate di

quelle che si osservano racchiuse in sì fatto itinerario celeste?

(103) Da quando Maometto cominciò ad accreditare in faccia de' suoi

creduli settatori il di lui preteso apostolato, la prima idea ch'esso

ebbe fu quella di lusingare la loro speranza, e alimentare la

dissolutezza a cui gli riconosceva sì eccessivamente proclivi, quindi è

ch'esso inventò un paradiso secondo il gusto degli Arabi, ed a misura

de' piaceri sensuali che gli penetravano con maggiore intensità.

D'altronde conoscendo per isperienza quanto l'idea del loro soggiorno in

un clima ardente, unito a' costumi lascivi dai quali erano essi

predominati, avrebbe loro fatto amare tutto ciò che avea efficacia di

condurli alla sensualità, Maometto promise a' suoi Settarj nella vita

futura, giardini, riviere, profumi, letti di riposo, del pari sontuosi

che comodi, preparati da uno stuolo immenso di femmine di un'avvenenza

incomparabile, e che offrono loro tutto ciò che l'amore ha di più vago,

e di più seducente (Ved. _Alcor. Cap. 4. 78. 90_ _Hotting. Hist. Orieni.

Lib. 2. c. 4_). Tale è l'immagine stravagante del paradiso che Maometto

fece concepire a' suoi seguaci; quella poi ch'esso volle delineare

dell'inferno in punizione delle colpe, n'è precisamente il contrapposto

e quasi uniforme a quello che tutte le altre sette lo descrivono.

(104) Le sagge ammirabili prescrizioni instituite da Mosè al popolo

ebreo sono amplificate oggi a tal eccesso dai settatori talmudisti, come

lo rimarcammo a sufficienza nei capitoli precedenti, che ora più non è

possibile distinguere quale fosse propriamente il genuino senso

primitivo delle medesime; ogni minimo Rabbì, ogni devota femminuccia ne

accresce sempre a suo capriccio qualche bizzarra nuova pratica, e de'

nuovi riti stravaganti, quali dal rabbinico dialetto sono chiamati גדרים

(ghedarim), cioè _ripari_, per non giugnere al grado com'essi

erroneamente opinano di trasgredire ciò che attacca in massima

l'essenziale de' veri precetti comandati da' Mosè; ed egli è insomma

così che questi glosatori co' loro ghedarim non solo resero le solennità

prescritte al Popolo ebreo come giorni di delizia, e di ricreazione, un

giogo aggravante, e insopportabile per la massa enorme de' riti, doveri,

e cerimonie di tante specie differenti, aggiunte alla quantità immensa

de' precetti già imposti da Mosè ne' tempi andati, ma tutto il

Pentateuco altresì, un edifizio informe soggetto a crollare, e a

subissarsi al benchè minimo urto.

(105) I sistemi filosofici di Socrate, e di Platone suo scolare sono

quasi uniformi; essi ammettevano d'accordo tre principj, Dio l'idea, e

la materia, facendo l'ultima subordinata alle seconda; ma queste due

dovevano, a senno loro, prestare omaggio, ed obbedienza al Dio supremo,

come loro opifice, loro padre, loro creatore. Dio dunque è

l'intendimento universale. Essi concepivano per idea una certa essenza

incorporea, capace di abbracciare tutte le cose, e la materia il primo

soggetto sottoposto alla generazione, e corruzione (Ved _Plut., op.

filos. Cap. 3._)

Tuttochè oscuro, e impercettibile oltremodo sia stato in ogni tempo

riconosciuto per se stesso questo sistema, per qualunque sforzo che

molti filosofi abbiano fatto sempre affine di rischiararlo intieramente

non sieno mai riusciti di vedere sortire felicemente il loro intento,

pure non lascia quello di fare pressochè ad evidenza travedere quanto

sane fossero le massime, e i principj che nutrivano Socrate e Platone

relativamente alla Divinità, ed al Culto puro, e inalterabile che

rendere gli si dee. I primi Dottori della Chiesa romana hanno adottati

quasi tutti i sentimenti non meno Psicologici, che Ontologici di

entrambi questi filosofi, considerandogli per sino, come ortodossi (Ved.

la seg. annot. 108.) sebbene che il celebre _Bayle_ (_Pens. sur la Com.

T. I. p. 346._) seguitato da vari altri filosofi seriosamente oppongasi

a questi, non meno che a' principj filosofici di Confucio, de' quali

sarà da noi quanto basta ragionato altrove (Ved. la seg. annot. 109.)

(106) È a tutti noto di quali sforzi usasse Socrate affine d'indurre gli

Ateniesi ad illuminarsi sul culto del vero Dio, e ad oggetto di ridurli

ad abdicare la loro superstiziosa idolatria, ed i loro malefici

prestigi; ma quanto inutilmente egli vi si adoperasse lo dimostrano pur

troppo, l'esito fatale de' suoi benemeriti disegni, e la triste

ricompensa che la sua patria sconoscente gli ha ferocemente preparata;

nè le saggie sue premure per istruirla e per illuminarla nella scienza

la più urgente per l'uomo, qual è la sana morale ebbero un successo più

propizio, furono sprecate meno vanamente: quale solido vantaggio

risultare mai ne porrebbe di potere asserire con _Cicerone_ essere stato

Socrate il primo a fare discendere la filosofia dal Cielo, ad introdurla

fra gli uomini, a volgarizzarla persino nel centro delle stesse

famiglie, se cotanto poco la sua ingrata patria curava le di lui

ammirabili salutari lezioni? _Socrates autem primus Philosophiam

devocavit e Cœlo et in urbibus collocavit, et in domos etiam introduxit,

et coegit de vita, et moribus, rebusque bonis, et malis quaerere._

_Tuscul. Quaest. Lib. V._

Ma il popolo di Atene sempre sordo, ed insensibile agli ammaestramenti

di sì eccelso filosofo, meditò da proditore la sua perdita estrema,

privando così la società del più saggio, e del più necessario de' suoi

membri.

(107) _De Deo scripta in Timæo aliisquis Platonis Commentariis, non ab

hominis profanis studus inutrito, sed ab Æbreo, aut Christiano profecta

videatur._ _Lact. Instit. X._

Se tutto ciò non fosse quanto è d'uopo sufficiente a farci completamente

rilevare i sentimenti di Platone per rapporto all'Essere Supremo, non

abbiamo che dedicarci di proposito ad applicare il _Cratilo_, ed il

_Fedone_ di questo medesimo filosofo per restarne maggiormente convinti.

Oltre a ciò non solo i primi ebrei Talmudisti, ma quasi tutti i primi

Cristiani furono a tal segno Settatori di Platone, che quelli

appoggiavano tutte le loro più importanti decisioni sulla di lui

autorità, e si persuadevano con intima convinzione di travedere negli

scritti del filosofo di Atene una gran parte de' più essenziali misteri

della loro Religione (Ved. _Aug. Confess. Lib. VIII. Cap. II._), e la

loro persuasione ora ad un grado tale radicata a questo riguardo, che

nell'ottavo secolo della Chiesa, i Cristiani giunsero ad accordargli

generalmente finanche lo spirito di Profetica istituzione; ma se

aggiugnere si volesse a tuttociò la prodigiosa favola del sepolcro

ritrovata nel tempo di Costantino VI. e d'Irene sua madre,

coll'iscrizione osservata sopra una lama di oro, di cui era cinto il

collo del cadavere che eravi racchiuso, noi finiamo in ultimo col dovere

credere Platone anticipatamente Cattolico apostolico romano (Ved.

_Zonar. Ist. Greca T. 3. pag. 87._ _Paolo Diacr. Lib. 23._ _Genebr. Lib.

3._ _Canisius De Beat. Virg. Lib. 2._)

(108) Benchè i missionarj tutti vantino asseverantemente di avere con

ogni diligenza consultati gli archivi de' Chinesi, frattanto tutto ciò

che quelli ci assicurano per rapporto alla Religione di questo popolo,

non è in massima che contradittoria, e inverosimile; gli uni col _P. Le

Comte_ la fanno Ortodossa; gli altri pretendono che l'Ateismo ha

dominato nella China fino da' giorni di Confucio, e che questo esimio

filosofo ancora siane rimasto così pure infetto (_Lett. de Mr. Maigros

p. 15._); ma con quale fondamento potrebbe mai accordarsi quest'ultima

opinione cogli ammirabili precetti trasmessi dallo stesso Confucio al

popolo Chinese, tendenti ad illuminarle sulla morale la più tersa, ed a

renderlo saggio, colto, e urbano; precetti che attualmente pure non

lasciano i Chinesi di mantenere, e seguitare coll'interesse il più

costante, e il più deciso? (Ved. _nom. mem de la Chine T. 2. pag.

108._). La seguente giudiziosa opinione tresmessaci da un dotto Inglese

appunto sulla religione di Confucio fa tacere tutte quelle che tentarono

futilmente di oscurarla. _The religion of Confucius professed by the

Literati, and persons of rank in China, and Tonquin, consists in a deep

inward veneration for the God, or King of Heaven, and in the practise of

every moral virtue. They have neither temples, nor priests, nor any

settled form of external worship; every one adores the supreme being in

the manner he himself thinks best. This is indeed the most refined

System of Religion that ever took place among men, but it is not fitted

for the human race; an excellent religion it would be for angels; but is

far too refined ever for sages, and Philosophes_ (_Sket. of Hist. of man

Vol. IV. Sket. III. p. 287._)

Per altro, in qualunque siasi aspetto che si contemplino i principj

metafisici di Confucio, essi dovranno sempre mai essere considerati da

noi come superiormente utili per ogni associazione umana, degni di

essere adottati da qualunque siasi popolo illuminato, e ad un tempo

medesimo come perfettamente identici, e uniformi a quelli che

l'antichità, non meno sacra che profana, ci fa comprendere conosciuti,

professati da tutti i primi padri del genere umano.

CAPITOLO XIII.

Del Caraismo, o Deismo Israelitico; dei considerabili vantaggi che ne

recherebbe il fondato stabilimento fra gli ebrei, ridotto alla sua

primitiva purità; dimostrasi che i tre Patriarchi, Mosè, ed i Profeti

che gli successero furono tutti Caraiti, o Ebrei Deisti.

Non vi fu giammai sopra la terra, verun popolo civilizzato senza

religione; ed il grande inconcusso principio di qualunque sistema

religioso è l'idea di un Essere Supremo: _Potius conspiciendam sine sole

urbem, quam sine Deo, ac Religione_, ci lasciò scritto _Plutarco_.

L'assioma non può essere, in vero, ne più giusto, nè più sublime, nè più

utile alla specie umana.

Per altro, siccome quest'idea si è per tante volte presentata alla mente

dell'uomo sotto innumerabili aspetti differenti, e forse ancora opposti

e contraddittorj (109), molti scrittori sensati si fecero costantemente

ad opinare che dessa non potea essere in tale stato giammai l'opera di

un Dio (nella guisa che ogni settario lo pretende con asseveranza in

favore di quella religione ch'egli professa); ma l'edifizio mostruoso

altresì aereamente costruito da certuni che ripongono le loro più

fondate risorse sulla fede cieca, e macchinale di quegl'inesperti

popoli, che seducono, e che tentarono in ogni tempo, e ovunque di

assoggettare tenacemente alle loro torpide follìe.

Oltre che tutto ciò è pur troppo dimostrato in ogni senso, e da noi

evidentemente comprovato, que' tali autori che in sì fatta guisa

ragionano avrebbero dovuto parimente riflettere ancora, che la diversità

de' climi, de' governi, de' costumi, degli usi, e de' temperamenti de'

popoli medesimi possono avere così pure molto contribuito a quelle

modificazioni amplificate che sembrano distruggersi a vicenda, che

partono frattanto da uno stesso identico principio, o dal pregiudizio

stesso, e di cui chi in maggiore, e chi in minore dose ogni popolo

risente intimamente i perniciosi effetti. Io mi limito soltanto alle

ricerche le più agevoli a conoscersi, e a discutersi, non osando

avanzare se non se ciò, che l'istoria, ed il mio cuore mi appresero di

più semplice, di più ragionato e di più chiaro (110).

È cosa renduta omai troppo evidente che quasi tutte le opinioni alle

quali noi ci attacchiamo il più fortemente, tengono sempre a qualche

sentimento confuso, di cui noi ignoriamo per l'ordinario il vero fonte

dal quale derivano, o il germe positivo donde ripetono la loro natìa

produzione. Lo spirito nostro per lo più, non si arresta giammai che

sulle idee le quali hanno molto sovente un rapporto analogo, e costante

colla nostra maniera di sentire, di discernere, di ragionare; se ciò è

vero, come tutto concorre a persuadercene di qualunque nazione,

generalmente parlando, a più forti ragioni dee esserlo per il popolo

ebreo che mille cause fatali gli hanno contrastato sempre, e ovunque

l'abitudine di coltivarsi, di riflettere, di ragionare (siccome verrà da

noi dimostrativamente comprovato nel secondo volume di quest'opera) le

sue più estese cognizioni non oltrepassavano la superficie di ciò che

scaltramente pretendevasi fargli credere come giusto, inconcusso, e

salutare; occupato unicamente dei mistici suoi fantasmi tradizionali,

solo interessato de' propri suoi bisogni, e de' mezzi i più pronti, e i

più sicuri di soddisfarli, esso vegetava per così dire, senza accorgersi

di esistere; come dunque in tale stato deplorabile di cose avrebb'esso

mai potuto uscire dalla sfera immensa de' suoi proprj acquisiti

smarrimenti dalla quale voleasi a tutta forza circoscritto; come

disporsi risolutamente a spezzare que' ceppi terribili che teneanlo

avvinto? Non vi volea meno certamente di una subitanea rivoluzione

straordinaria nel suo sistema religioso che potesse richiamarlo a se

stesso, scuoterlo dal suo torpido letargo antico, impegnarlo a

considerare il di lui stato attuale, compararne l'avvenire col passato,

e questo colle circostanze degli odierni momenti. Tale rivoluzione

oltremodo necessaria e salutare al suo degenerato sistema religioso, si

offre opportunamente adesso; ma ben lungi dal sostenerla, seguitarne le

traccie, ed animarne i progressi, in vece di versarsi a ponderarne

l'utilità illimitata a distinguerne i vantaggi perenni che per tanti

rapporti essa ci porge, ei la condannò ferocemente senza esame, come

degna dell'Israelitica esecrazione, iniqua, eterodossa (111). Tale fu

appunto il carattere odibile che da tutti i partigiani Talmudisti

ciecamente si fece del Caraismo, appena che i primi raggi sfavillanti

diramati si videro sopra la terra, e tosto che i solidi principj su

quali reggeasi, cominciarono a rendersi più noti, ed a propalarsi fra

gli uomini: Istituzione che ridotta alla sua purità primitiva è, senza

contrasto, la più sublime, e la migliore di quante altre mai la mente

dell'uomo fosse stata in alcun tempo capace d'introdurre sopra la terra.

Ma avanti d'internarci nell'esatta dimostrazione di questa verità, ci è

d'uopo quì arrestarci un solo istante ad indagare assiduamente il fonte

primitivo, da cui un tale nome ritrae la sua originaria derivazione;

indi nella migliore forma che ci sarà possibile discenderemo

gradatamente ad esaminarne l'origine, i progressi, le pratiche, e gli

errori, onde giugnere in seguito più agevolmente al nostro grande scopo,

qual è quello di sopprimere, e annientare tutto quanto può racchiudersi

in siffatto sistema d'assurdo, d'inutile, o di strano, e ad un tempo

medesimo semplificarlo, e di ridurlo a quel grado di esattezza di cui le

umane instituzioni possono essere suscettibili.

I cinque libri che compongono interamente il Codice di Mosè (che noi

distinguiamo col vocabolo greco _Pentateuco_ che significa cinque)

furono chiamati dagli ebrei al ritorno della loro cattività di Babilonia

מקרא (_mikrà_), cioè _Lettura_; essi non dettero per tanto da principio

questo nome che a' soli accennati cinque libri (come apparisce da Neemia

Cap. 8.) dove il semplice testo della Legge è così pure distinto col

Vocabolo _mikrà_. I Rabbini cominciarono allora a nominare col termine

medesimo anche le loro glose, o interpretazioni del Pentateuco di Mosè;

e siccome il Popolo ebreo di que' tempi non era intelligente a

sufficienza dell'Ebraico dialetto, rendevasi necessario assolutamente

che il detto Codice che gli si imponeva come un dovere pressante, di

osservare minutamente, fosse al medesimo spiegato nel Caldeo linguaggio,

tale essendo la sua lingua materna, per vieppiù metterlo in istato di

conoscerlo, e d'intenderlo. Quindi nella successione de' tempi si chiamò

parimenti _Mikrà_ tutto il resto della Bibbia; e lo stesso Talmud si

serve qualche volta di questo vocabolo paragonando il testo della

Scrittura colle parafrasi rabbiniche sulle quali la tradizione del

popolo d'Israel è onninamente fondata.

E così dunque da ciò, che la setta de' _Caraiti_ fra gli ebrei prese il

suo nome primitivo, perchè dessa si attacca, principalmente al semplice

testo della scrittura, non volendo in conto alcuno conoscere le

tradizioni degli altri ebrei per principio fondamentale di quella

religione ch'essi prefiggonsi di ammettere, e di osservare, nella guisa

medesima, che si è veduto ne' secoli a noi più vicini i protestanti

denominarsi _Evangelici_, a cagione ch'essi pretendevano di non doversi

appoggiare, che sul mero evangelo, rigettando completamente qualunque

siasi tradizione, e tuttociò che vi ha, o lontano, o prossimo rapporto.

קראי (Karai) dunque, secondo ancora l'osservazione di _Abenesdra_, e di

_Elia Levita_, significa: un'uomo colto, esercitato profondamente nello

studio della scrittura, e della più purgata maniera d'intenderla, e di

spiegarla (112).

Ma questo nome che in origine era sì generalmente onorevole fra gli

ebrei, è divenuto loro esecrabile all'eccesso, dopo che alcuni fra

questi i quali concepirono un disprezzo positivo per le tradizioni

Rabbiniche, si separarono dal corpo totale degli ebrei distinguendosi

collo specioso attributo di _Caraim_. I proseliti di questa nuova setta

pretesero di dimostrare con ciò ch'essi aveano sulla religione dei

sentimenti molto più integerrimi, ed assai più filosofici degli altri,

ch'essi accusavano di avere in qualche modo abbandonata la parola di Dio

per seguire ciecamente le ampollose Decisioni rabbiniche delle quali le

loro opere sono piene. Da un altra parte gli ebrei Talmudisti gli

rimproveravano di essere _Saducei_, perchè infatti essi gl'imitavano in

quanto a ciò solo che non volevano ammettere le tradizioni de' loro

antecessori (113).

Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I · 第 14 / 23 段