Pausa.
L'Orchestra in sordina
tace.
Gli Archi elettrici di colpo
sono spenti.
Ammantellato,
nel buio perfetto,
entra
il Cavaliere dello Spirito Santo.
Ave
ai giorni della vita che sono morti,
ai giorni della morte che son per nascere,
a voi presenti
da me _invisibile_
ave.
Dico male di tutti e di me stesso, non tanto per amor del bene
quanto per ludibrio della verità. Ho parlato e parlo nella voce di
tutti quelli che vanno dal confessore, sia questi prete o laico,
assolva condanni o rida. Ma confessarsi è una sciocchezza; più grande
sciocchezza è credere che ognuno porti un confessore in sè. Noi solo
portiamo il nostro Pagliaccio e lo portiamo con serietà; quel giudice
interiore nostro che si chiama coscienza è un altro Pagliaccio: lo
portiamo con spavento.
Più che nemico degli altri, sono terribilmente il mio; gli altri mi
fanno pena, laddove di me stesso mi sdegno. Quando avrete imparato
a guardare, imparato a pensare, imparato a leggere nel libro della
vita non solo i frontespizi ma i sottintesi, non le sole declamazioni
retoriche ma quei nodi ambigui di parole dove si chiude il senso della
parodia lugubre e del grottesco universale, quando avrete insomma
capito che si può far a meno degli altri e perfino di sè stessi, quel
giorno mi darete ragione.
Il rivolo del bene, il torrente del male confluiscono insieme dentro un
lago morto che ha nome: Sarcasmo. Badate ch'io non predico la parola
del Budda, e nemmeno, traverso i lirismi del divin folle Federico, la
parola di Zoroastro. Il Nirvâhna del Parco delle Gazzelle mi sembra
impossibile come il Paradiso delle Vigne di Galilea.
Non predico nulla perchè odio sopratutto i predicatori, nè voglio
agitare scintille davanti agli uomini, ai quali è necessario, per
vivere, vivere di cecità.
Non vogliate peraltro ch'io mi nomini Cavaliere del Buio! Nell'ombra
sto, perchè nell'ombra nascono i pensieri. Ma ho bisogno di spezzar
lance contro il mio mulino; ho bisogno d'udire il fischio de' miei
staffili, se anche, dopo aver battuto, rimbalzino contro di me. Poichè
nulla è voluttuoso come percuotere, quando si sappia che all'infuori
d'ogni calcolo e d'ogni prudenza la percossa è giusta!
Col dir «giusta» voglio esprimere sopratutto un atto genuino, semplice,
istintivo dell'uomo; poichè non crediate che ami, con i criterii del
pretore urbano, la giustizia. Essa è, come tante altre parole, un
brillante chimico, fabbricato nei crogiuoli degli alchimisti millenarii
che frodano l'umanità. Son riusciti a faccettarlo così bene, a dargli
tanto fuoco, a illimpidirlo di tanta luce, che alle volte inganna
perfino me. Solamente «io so guardare», e quando l'ho nel palmo,
per quanto bello sia lo riconosco. Il brillante vero non si chiama
giustizia; o miopi, si chiama: Ideale.
Non lo troverete mai nel mondo, mai, mai! Quindi sappiate accendere
un falò e ballare intorno alla vampa dove bruciano i vostri sogni;
sappiate gettare via voi stessi come un sacco vuoto nell'ora e nel
momento preciso in cui siete vicini a sentirvi dii! Questa non è
disperazione, è logica.
Io mi sono affacciato a tutte le finestre della vita, e da tutte le
finestre ho veduto bruciare falò. Popoli e creature, secoli ed istanti
rosseggiarono di questa fiamma; la cenere cala sui cimiteri, soffia
su le cune, come piace al vento. Questo non impedisce che si viva, che
si operi, che si distingua dal bene il male, dal bello il brutto, con
entusiasmo e con assurdo; anzi rende più lieve l'anima l'aver intuito
quanto grande sia nelle metafisiche dell'uomo il regno dell'assurdità.
Io non son perfido, come voi mi chiamerete. Ho due giardini a casa
mia, che non d'uguali piante coltivo; nell'uno cresco vincigli sterpi
gramigne ortiche, spalliere irte d'aculei, piante gonfie di veleni;
l'altro, poichè amo le rose, non è che un giardino di fragranti rosai.
Quel primo è lo sterpaio dal quale non può districarsi il mio pensiero;
l'altro è dove lascio con oblìo che mi si avvolga di profumo il cuore.
Presso la casa d'ogni uomo «che volle comprendere» crescono questi due
giardini, e se mi volete confesso, vi dirò che sono mortalmente triste
quand'è la stagione che non fioriscono i rosai.
Io non sono indifferente, come voi mi chiamerete. Se vi occorre
sorridere con una dolcezza che per voi sarà nuova, o guarirvi d'alcun
male che i vostri curatori v'abbiano inflitto, venite nella casa
provvisoria dove abito: questo barbaro vi medicherà.
Ma se volete, ma se volete infine giungere alla mia stessa pace, allora
io conosco un fiume dov'è mestieri che prendiate il battesimo, e poi,
dalla foce fragorosa verso gli oceani, meco risaliate per i suoi gorghi
selvaggi verso la calma inaccessibile sorgente. Questo fiume porta
un nome assai temuto fra gli uomini, poichè si chiama l'Amore; ma i
naviganti che lo scoversero in antico tramandarono sopra di lui molte
false leggende. Non è il basso amore degli Indi, non è il terribile
amore dei Semiti, non è l'amore dionisiaco e lezioso dell'Ellade, ma
neanche l'amore cristiano. È qualcosa di comprensivo e di voluttuoso
che non potrò narrarvi se non quando mi conoscerete, anzi, o Personaggi
della Commedia, è la totale bellezza che regna nella vita, è il nuovo
Spirito Santo per il quale mi battesimo Cavaliere.
Io non sono dunque un paradossale, come voi mi chiamerete.
Ci fu nella mia prima giovinezza un'epoca nella quale mi parve che
l'eroe del mio spirito fosse Don Chisciotte; gli rubai di fatti la sua
lancia e mi piacquero così fortemente i suoi mulini, che dappertutto
ne vedevo; dove non c'erano, li fabbricavo. Più tardi m'avvidi che
Don Chisciotte aveva precisamente il torto di portare una lancia e di
prendersela coi mulini.
A quel tempo Don Giovanni poteva molto su di me; commisi la
ridicolaggine di sceglierlo ad eroe della vita, ma finalmente m'accorsi
che Don Giovanni doveva la sua bellezza non a sè stesso nè a quel che
sapeva esprimere dalle vigne della terra, ma solamente ai novellatori
di molto ingegno che scrissero le sue biografie. Don Giovanni era
una luminosa figura letteraria, ma tra gli uomini diventava sciatto,
pedestre, goffo, ruffianesco, risibile, oltraggioso. Diventava un luogo
comune: lo ricollocai ne' libri e mi riapparve un eroe della vita nella
sua grande mirabilità.
Mi son provato a camminare con i battezzatori usciti fuor dalle
tebaidi a spargere il seme della parola d'un dio; con i maestri della
violenza che insegnarono come si muove, alzando bandiere nei giorni di
ribellione, al saccheggio delle città; mi sono provato a camminare con
gli umili, in silenzio, guardando la polvere; coi lirici che irradiano
su tutto la voluttuosa demenza d'Orfeo; coi negatori che sovvertono
e coi socrati elargitori d'anime, che forse berranno altra volta,
nella coppa davvero mortifera, il veleno ateniese... ma vidi che tutti
costoro non seppero mai districarsi dalle lettere dell'alfabeto per
donare ai popoli della terra qualcosa di meglio nè di più.
Un uomo dissemi un giorno che v'era nell'ironia «più vita».
Un uomo dissemi un giorno che v'era nella rinunzia «più vita».
Un uomo dissemi un giorno che v'era nella sensualità «più vita».
E poi molti mi parlarono del sacrificio, molti mi lodarono
l'evangelismo di questa o di quella fra le passioni che possono
allettare lo spirito umano; molti mi dipinsero come sommo bene
l'ignoranza e la semplicità.
Io li ascoltai tutti ma non potei credere ad alcuno.
Allora supposi che nei libri vi fosse la vita, e trascorsi ad un
incirca tutti que' libri per dove il pensiero dell'uomo fece strada
innanzi di giungere sino a me.
Ho trovato che il primo, qualunque fosse, fu il migliore. Aveva se non
altro il dono di pensare, falsamente come gli altri, ma con una falsità
semplice. Da quando si credeva che il cielo fosse un tendone azzurro
curvo sopra la terra e che nel suo ragnare il buono spirito notturno
v'appendesse le luminarie delle stelle, da quel tempo, dico, infino
ad oggi, se il pensiero ha strappato la tenda non ha rinunziato al
notturno spirito nè ad alcun'altra leggenda, e non fece che mutare i
termini od ampliare le distanze.
Sicchè mi scelsi un poeta per cercare la verità nel lirismo e per
credere almeno, se il falso è inevitabile, in una falsità musicale.
Omero mi parve un po' greco; Virgilio mi venne a tedio per opera
di Dante; l'Allighieri, trovai che da cinque secoli troppa gente lo
deificava, il Petrarca mi parve una meravigliosa canzonetta napoletana.
Baudelaire, l'avevano sciupato già tutti coloro che di professione
fanno il decadente; Shelley, che avrei potuto amare se fossi stato un
inglese, in Italia patì l'oltraggio d'una soverchia voga.
Non mi rimaneva che abbracciar Heine; l'abbracciai. Sorpresi nel suo
spirito fustigante qualche segno terribile della potenza d'un uomo;
trovai bellissimo questo cavaliere solitario che crociava contro tutti.
Ma un giorno venni a sapere che il Tedesco flagellatore della Germania
viveva con la pensione pagatagli da un ministro Francese.
Per me non aveva più scritto l'«Idillio di Montagna»; non era più
crociato libero il poeta di Atta Troll! Non pensai che avesse peccato,
il povero e grande Heine, poichè «il perdono verso tutti» è la prima
rosa che mi sboccia ne' rosai; ma non era più il Don Chisciotte senza
Ideale, quegli che ride per ridere o che ferisce per ferire!
Ancor qui debbo dirvi che «il perdono verso tutti» non è punto il
fior soave delle parabole galilee, ma il perdono forte, il perdono che
ride, il perdono che si avventa fin su l'orlo della vendetta... poi la
regala!
E nuovamente nomade, con il mio spirito e co' miei passi, fra i dedali
di questa bella terra ove soltanto per nascere nascono primavere,
vado in cerca dell'uomo che sappia essere quel che Heine non fu: — il
Cavaliere dello Spirito Santo.
Poichè ad ognuno piace parlare per la bocca degli altri nonchè darsi un
bel nome, in voi parlo dietro la maschera, o Personaggi della Commedia,
e con voi ride su la storia d'un giorno
il Cavaliere dello Spirito Santo!
=Vale nec parce, spectator!=