=Ernesta= _e_ =Eugenia=.
EUG. (_Amareggiata, irritata, passeggiando_). Hai veduto, Ernesta mia?
Hai sentita la mia signora figliuola? (_Osserva Ernesta che sembra
sofferente_), Ernesta!... Ernesta!... Ti senti male?
ERN. (_Ripigliandosi_). No, cara! Una cosa da nulla! Mi passa!
EUG. Ma che cosa è stato?
ERN. Nulla, ti dico! — Un’impressione, una fantasticheria! — Non ci
badare! — Nervi, dice il Dottore!
EUG. (_Sedendole accanto_). Insomma io voglio che tu mi apra tutto
l’animo tuo! — Mi credi forse indegna delle tue confidenze? Mi credi
forse incapace di comprendere i misteri del cuore di una donna? — Ah
Ernesta! Non ho che da guardare dentro al mio cuore per comprenderli!
ERN. (_Con grande e penosa sorpresa_). Tu?! Tu, Eugenia!?
EUG. Ah ah! Ti stupisci?! Vuoi che ti parli di me? Che ti sveli il mio
animo, per incoraggiarti a svelarmi il tuo?
ERN. E che cosa puoi tu avere da svelarmi?!
EUG. Ma di’! Mi pigli forse per una qualche monachella impastata
coll’acqua santa?
ERN. Ti credo onesta!
EUG. E lo sono!... Ma non per virtù, sai! Lo sono per orgoglio!
ERN. Ah Eugenia!... Sii e rimani sempre onesta!
EUG. Sì, sì! — Ma questo non vuol dire che io non abbia sentito dentro
di me svanire, dileguarsi ad una ad una tutte le attrattive, tutte le
gioie, tutte le speranze di cui una volta mi era tanto caro abbellire,
idealizzare la virtù! La virtù, che trova la sua forza e il suo premio
negli affetti puri e dolci di sposa, di madre, di famiglia; ah Dio! che
paradiso! e come è facile allora e piacevole essere virtuosi!
ERN. (_Con strano accento, guardando fissa in terra_). Ah Eugenia! Come
hai ragione!
EUG. Ma io!? (_Con amaro sorriso_). Mio marito!... Scrive quasi tutti
i giorni alla sua.... istitutrice!! Mia figlia?... Hai veduto come
quella donna le abbia soffocato ogni sentimento figliale! Clelia, che
una volta aveva per me una vera adorazione, adesso non sa mica più che
cosa voglia dire avere una madre! Essa si crede quasi figlia di colei!
E colei mi usurpa, mi ruba la tenerezza dovuta a me! Io sono ormai
un’estranea per mia figlia! E dev’essere così! Diamine! Sì, io le ho
portato due cappellini — essa mi ha dato due baci — il conto è saldato!
— Ma non sono più io che l’aiuto a farsi bella! — È quell’altra! Non
sono più io che divido con suo padre la cura del suo collocamento! È
quell’altra! Tutto, sempre quell’altra!... Io? Io sono una separata!
Che vuol dire una moglie senza marito, una madre senza la sua creatura;
una donna giovine senza diritto alla sua gioventù! — Parlate di virtù
a questa separata?! Quale virtù? Quella che le brave persone, le
signore per bene sanno calpestare senza farsi scorgere e godendosela
infinitamente? — No, no! Dio voglia che io conservi il mio orgoglio!
Ecco la mia virtù! l’orgoglio di resistere da me, nell’abbandono,
nel silenzio, nella solitudine di una casa vuota, al mio vertiginoso
tumulto di ricordi, di sentimenti, di desideri, di privazioni, di
disperazioni! — Perchè l’anima, cara mia, dicono che è pensiero,
ma l’anima di una donna è amore! E quando non si può amare di amore
legittimo, si ama.... di un altro amore! (_Si alza vivamente_).
ERN. (_Affettuosamente spaventata_). Ah mio Dio! Eugenia! Tu fai delle
confessioni così arrischiate!....
EUG. (_Ripigliandosi_). Ti faccio queste confessioni per darti
l’esempio della piena confidenza!
ERN. .... Ma ho io inteso bene?! Tu ami?!
EUG. Amo un uomo che non ha mai avuto da me neppure una parola! un
uomo, che forse mi ama, ma che è troppo onesto per non rispettarmi!
ERN. (_Con profonda amarezza_). Onesto! Onesto! Ma sei poi bene sicura
che sia onesto?
EUG. Tuo fratello! (_Con forza_).
ERN. (_Con gran sorpresa_). Rodolfo?! Tu ami Rodolfo?!
EUG. Tu vedi che ti ho dato l’esempio della franchezza, della fiducia!
— Voglio il ricambio! Su, considerami come una vera sorella! Confidenza
per confidenza! Su, da brava!
ERN. (_Dopo una breve esitazione_).... Sia come vuoi! Cara Eugenia, se
tu ami, io ho amato! Ho amato un uomo che avevo amato da giovinetta,
prima che mi maritassero a quel vecchio!
EUG. E.... continuasti ad amarlo... anche dopo?!
ERN. Credevo d’averlo dimenticato, ma alcuni anni dopo lo rividi....
EUG. E l’ami ancora!?
ERN. Ah no! — L’odio, lo detesto in proporzione dei dolori, delle
angoscie, dei rimorsi, — sì, Eugenia, — dei rimorsi che egli mi ha
procurato!
EUG. (_Come sbigottita_). Rimorsi!?
ERN. Oh Eugenia! Quell’orgoglio che è la tua virtù per me fu perduto!
Quella gioia immensa.... che io avevo sperata, aspettata ansiosamente
dal nodo benedetto da Dio... per me non fu che il frutto della
colpa!... fu la condanna alle ipocrisie impostemi dalla necessità
di nascondere, a costo di queste mie sofferenze insanabili, la mia
vergogna!... (_Una pausa_).
EUG. .... E.... adesso?...
ERN. (_Sommessamente con dolore_). Povero piccino.... È ammalato!
EUG. E dov’è?
ERN. È a due soli chilometri di qui; presso la nutrice a cui lo
consegnai due anni fa!
EUG. Due anni fa? — Non andasti a passare l’estate in Germania?
ERN. Lo lasciai credere!
EUG. .... E adesso è ammalato?
ERN. (_Con dolore_). E io non mi posso muovere! E non posso averne
notizie! — Scrissi a un vecchio cameriere di mio padre, l’unico
confidente.... mi ha veduta nascere.... mi vuol bene come fossi sua
figlia!... Sta a Biella.... Io gli scrissi che andasse a vedere.... che
mi scrivesse.... e sono quattro giorni.... e non ho risposta!...
EUG. (_Risoluta_). Il luogo preciso?
ERN. Lo chiamano “_la Cascina bianca_”.
EUG. Ci vado io!
ERN. No, no! — Tu?! No, Eugenia!
EUG. Come no!? Due chilometri, son subito fatti. — Il nome della donna?
ERN. Ma, Eugenia!...
EUG. (_Risoluta_). Il nome, il nome!
ERN. Oh! mio Dio! La chiamano la _bionda_ perchè è biondissima di
capelli.
EUG. Benissimo! (_S’avvia verso il fondo di fretta, poi torna e va
all’uscio di destra_). Ah! ti chiamo la cameriera. (_Sull’uscio sempre
in fretta_). Angela! Qui, dalla Signora. (_Uscendo sempre in fretta_).
Vado e torno! (_Via dal fondo_).