=Carenzi= _e_ =Corvini=.
CAREN. (_Fra sè_). (Sentiamo adesso quest’altra campana!) S’accomodi,
avvocato.
CORV. Grazie; ma io non voglio disturbarla che per pochi minuti.
CAREN. Come vuole. Dunque lei è l’avvocato della signora contessa
Portanzio?
CORV. Sissignore.
CAREN. Ed è anche suo cugino?
CORV. Nossignore.
CAREN. (_Sorpreso_). Come? Non è cugino della contessa Eugenia?
CORV. Sono cugino del conte Leonardo: cugino germano; siamo figli di
fratelli.
CAREN. Sia pure; ma però, scusi, cugino germano del marito e avvocato
della moglie!
CORV. La cosa è stata combinata di comune accordo.
CAREN. (_Sorpreso_). Di comune accordo? Anche di suo cugino?
CORV. Anzi fu mio cugino che ne fece la proposta.
CAREN. (_Più sorpreso ancora_). Diamine! Non capisco.
CORV. Volendo salvare tutti i riguardi necessari ad evitare le
sfavorevoli supposizioni, mio cugino e sua moglie combinarono la cosa:
fecero venire da Milano l’avvocato Gambardi vecchio e intimo amico
di casa e già tutore di mio cugino e lo pregarono di patrocinarlo e
pregarono me di patrocinare la contessa; così il mondo vedrebbe che
tutto si faceva all’amichevole e proprio in famiglia.
CAREN. (_Sempre sorpreso_)... All’amichevole.... in famiglia! Va bene;
ma dopo tutto due coniugi non si separano senza un serio motivo!
CORV. Le dirò: mio cugino, come deputato, deve stare molto tempo a
Roma, dove ha preso un appartamento nel palazzo di mia sorella Ernesta
— la vedova del marchese Rama. Egli si è fatto socio al Club della
Caccia, fa vita coi signori dell’aristocrazia, giovani eleganti.... e
ci sono state delle anime pietose che hanno scritto a sua moglie che
mio cugino fa vita galante, che dissipa, che giuoca. Ciò dispiacque
alla contessa; ma non volendo scene lasciò correre.
CAREN. Non voleva scene; ma poi le fece vivacissime dopo la gita del
conte a Novara! Lei sa della gita del conte a Novara?
CORV. (_Sorridendo un poco_). Perfettamente.
CAREN. Sa dei denari chiesti dal conte?
CORV. Di questo non so.
CAREN. Saprà però che al ritorno del conte la contessa provocò una
scena?...
CORV. Questo lo so.
CAREN. Ma che diamine era avvenuto in quelle 36 ore che suo cugino era
stato a Novara?
CORV. (_Sorridendo un poco e abbassando la voce_). Era avvenuto che mio
cugino non era stato a Novara!
CAREN. (_Sorpreso e a bassa voce_). Diamine! E dove era stato?
CORV. Era rimasto a Torino in incognito!
CAREN. E la contessa lo seppe?!
CORV. Peggio ancora! Lo vide!
CAREN. E dove lo vide?
CORV. Su un balcone dell’Hotel d’Europa.
CAREN. Solo?
CORV. In compagnia!
CAREN. Diamine, diamine!
CORV. Fu la ragazzina, la figlia della contessa che lo scoperse!
CAREN. Oh diamine!
CORV. Disgrazia volle che la contessa e la ragazzina, invece di
passare sotto i portici, traversassero la piazza da via Po a via Roma;
arrivando sotto il grande albergo d’Europa, la ragazzina a un tratto
gridò: Mamma, guarda lassù il babbo con quella bella signora! Fumano
tutti e due!
CAREN. Oh i ragazzi! — E la contessa?
CORV. Dissimulò e disse alla figlia: Ma che! tu sbagli! Somiglia al
babbo! Ma non è lui! Il babbo è a Novara!
CAREN. E così?
CORV. La mattina dopo la contessa mi fa chiamare: mi confida la
faccenda; io cerco di persuaderla di non fare scandali, pensi che ha
una figliola! Faccia un sacrificio per lei, eccetera e me ne vado.
CAREN. E suo cugino?
CORV. Entrò in casa, a colezione contò su tutte le brighe, le noie, gli
affari che aveva avuto a Novara!
CAREN. (_Un po’ sorridendo_). A proposito!
CORV. Fu allora che la contessa, frenandosi a stento, gli disse: Penso
che d’or in poi potrete dormire sempre nel vostro appartamento!
CAREN. Cospetto, cospetto! Per cui il tentativo di riconciliazione, che
io sono obbligato per legge di fare...?
CORV. Lo temo infruttuoso. Un altro tentativo ella potrebbe fare e sono
venuto per interessarla a questo.
CAREN. Mi dica.
CORV. Veda di persuadere mio cugino a lasciare la figlia alla madre. La
contessa l’adora e ne è adorata!
CAREN. Farò prima l’uno, poi l’altro tentativo. (_Suona_).
CORV. E con ciò, signor Presidente.... (_Congedandosi_).
CAREN. A rivederlo, caro avvocato!
PORT. (_Entra_).
CAREN. Chi c’è di là?
PORT. C’è il signor conte Portanzio.
CAREN. Fatelo entrare!
PORT. Debbo avvertirla che è arrivata anche la signora contessa.
CAREN. Il conte è arrivato prima; entri lui.
PORT. (_Va all’uscio_). Onorevole signor conte Portanzio.
(_Entrano Eugenia e Leonardo_)
PORT. Scusino. — Solamente il signor conte!
LEON. (_Con certa alterigia_). Non mi seccare.... Caro signor
Presidente!
EUG. Signor Presidente!
CAREN. Riverisco la signora contessa e il signor conte!
LEON. (_A Corvini_). Oh cugino amatissimo!
CORV. Buon giorno. (_Scambia saluto con Eugenia_).
CAREN. (_Con sorriso agro-dolce_). Perdonino; ma non posso permettere
questa doppia infrazione alla legge.
LEON. Doppia infrazione?!
CAREN. (_Sorridendo c. s._). Un legislatore, un deputato dovrebbe
conoscere la legge! La legge vieta, in simili casi, la presenza dei
procuratori e dei consulenti. — Quindi scusi l’avvocato Corvini, ma lo
metto alla porta! (_Con modo scherzoso_).
CORV. Ed io ci vado subito. (_Saluta ed esce_).
CAREN. Di più la legge m’impone di sentire separatamente l’uno e
l’altro coniuge: separatamente! Quindi bisogna che preghi la signora
Contessa, venuta dopo, di ritirarsi per pochi minuti — poi di tornare
perchè io parli anche a lei — separatamente! — poi pregherò il signor
Conte di tornare perchè, secondo la legge, debbo parlare a tutti e due.
LEON. (_Sorridendo con certa superiorità_). Non le paiono formalità
inutili?
CAREN. (_Austero_). Saranno formalità inutili, ma io debbo dire nel
processo verbale di averle compiute! Posso ridurle ai minimi termini,
ma bisogna che le compia. (_Al Portiere_). Accompagnate la signora
Contessa. (_Ad Eugenia con modi amabilissimi, dandole la mano e
accompagnandola_). Pochissimi minuti, sa! (_Eugenia esce seguita dal
Portiere_).