La Tentazione.
Essendomi recato un giorno nello studio d'un giovine pittore mio amico,
lo trovai a disegnare una testa di moribondo, tenendo a modello un
accattone, tanto rifinito dagli stenti della povertà, che davvero il
suo volto pareva quello di un uomo in agonia.
Poichè il pittore uscì fuori a procacciarsi non so che, ed io rimasi in
compagnia dell'accattone, egli stesso rammaricandosi meco dello stato
deplorabile in cui si trovava mi diede animo a domandargli per qual
trafila di disgrazie e di errori si fosse ridotto a così mal partito.
«Ah!» risposemi egli sospirando, «la sarebbe troppo lunga la storia
delle mie disgrazie; ma vi racconterò solamente che cosa m'intravvenne
da ragazzo, perchè se forse non avessi dato retta allora ad una certa
tentazione, chi sa? non mi ritroverei da tanto tempo a questi ferri.
«Mio padre, buon'anima, ch'era il fiore dei galantuomini, lavorava
un podere alle due miglia fuori di città. Mi tirava su con gli altri
figliuoli maggiori di me per aiutarlo nelle faccende; mi dava sempre
dei buoni avvertimenti, e mi voleva un bene dell'anima, perchè, non
fo questo per dire, ma i' ero sottomesso e obbediente, e il lavoro mi
garbava. Un giorno, agli ultimi di aprile, viene da me tutto allegro,
e mi dà un panieretto di fichi primaticci che a forza d'industria gli
era riuscito di far maturare sul pedale dopo gli stridori d'una rigida
invernata. — Va', e portagli subito al palazzo — mi dice, — il padrone
non se l'aspetta davvero unguanno questa delizia. S'i' non andassi
zoppo (s'era ferito un piede col pennato), glieli vorrei consegnare
da me. — Ed io piglio il paniere, e vo via. Arrivato alla porta, ecco
subito addosso i gabellini; scopro il paniere, e quelli restano a
bocca aperta a vedere i be' fichi quando nessuno se li sognava; poi
vengono gli stradieri, le ambulanze, i soldati, le spie; mi domandano
che e come, e quanto n'avrei fatto pagar la voglia a chi avesse avuto
l'estro di comperarli; e chi me ne leva di sotto uno, chi due....
Alla fine liberandomi a mala pena da quel parapiglia: — Non li vendo,
li porto al padrone, risposi. — Dagli retta! — gridò allora un di
costoro — e' vuol far altro che portarli al padrone; gli avrebbe del
grullo. Anderà in mercato, lui! e buscherà quanto vuole. — Io non ne
potevo più dalla stizza; ravviai i fichi rimasti e le foglie che li
coprivano, e volevo rizzar su baracca; ma come si fa con tanti e tutti
d'accordo? Mi chetai, e mi feci una ragione, che di quelle scenate
ne avevo viste più volte. Intanto dalla porta al palazzo c'era un
bel tratto, e delle triste parole del tentatore non ne avevo lasciata
cascar una: un po' me l'ebbi a male, un po' ci risi sopra; ma sempre mi
ribollivano; rallentai il glasso, stetti un pezzo in tra due ruminando
la tentazione, e quasi senza volere, mi trovai fuor di strada nella
dirittura del mercato. Vidi un fruttaiolo di quei più grossi, e allora
feci come la volpe al pollaio; entrai quatto quatto in bottega, e
mostrai i fichi; in quattr'e quattr'otto fu concluso il negozio. —
Me li pagò un testone[34]. Povero me! non avessi mai ingannato mio
padre in quel modo! Non l'avessi mai presa quella moneta! Avrò avuto
quattordici anni; ma era la prima volta che io mi trovavo in tasca
tanti quattrini: mio padre non era uomo da lasciarmi mancar nulla,
ma danari non me ne dava; e che cosa avrei dovuto farmene dei danari?
Quella moneta mi parve un tizzo di fuoco; mi pentii, ma troppo tardi.
Tornando indietro mi pareva di vagellare come un briaco, e d'aver
perso inclusive il lume degli occhi. Mi venne anche l'ispirazione di
confessare ogni cosa a mio padre, ma poi non mi diede l'animo di farlo.
In quella vece studiai le scuse, una peggio dell'altra, e mi preparai
a spiattellare una bugia, l'andasse come l'andasse. Mio padre, pover
uomo, che mi teneva per un _santificetur_, quando gli ebbi detto che i
fichi gli aveva avuti il cuoco del padrone, non mi domandò altro e non
badò che mi fossero salite le fiamme del rossore fin sopra gli occhi.
Venne la domenica; dopo vespro mi accompagnai con tre o quattro dei
più bighelloni del popolo. Se non avessi avuto il testone non l'avrei
fatto, perchè sapevo che con loro non si faceva di noccioli: o il
giuoco o la bettola. Ma disgraziatamente m'era subito entrata addosso
una certa smania di provare che gusto ci fosse a bazzicar l'osteria.
Detto fatto: sull'imbrunire, un passo chiama l'altro, c'entrammo.
Nel popolo accosto a noi v'era stata una gran festa, e l'osteria era
piena. Pareva la casa del diavolo: chi ha bociato vuol bere: e il
vino li faceva bociare dell'altro, ma non più salmi o litanie: erano
discorsacci da sfrontati, risa smascellate, mormorazioni, bestemmie da
farmi raccapriccire. Se fossi stato solo, me ne sarei andato nell'atto;
ma i compagni mi tirarono dietro in un orticello, e fecero venire il
fiasco; uno si levò di tasca le carte, e cominciarono a succhiellare.
Io che non avevo giocato mai, stetti prima a vedere. Un poco dopo
mi venne a noia, ed avevo addosso la tremerella che mio padre non mi
cercasse. I' avevo proprio fatto conto d'andarmene alla chetichella,
tutto pentito della scappata, quand'uno dei giuocatori ebbe che dire
con gli altri: si presero a parole; dalle parole vennero subito ai
fatti, e si fecero del male; accorse l'oste, accorsero i famigli, ed io
che volevo scappare fui arrestato il primo sull'uscio. Per farla più
spicciativa, mi toccò a comparire al tribunale, e andare in carcere
e alla seduta. Mi ritrovai con gente che aveva fatto d'ogni erba
un fascio; e vidi e seppi cose che mi messero una malizia da farmi
divenire malvagio. Un delitto addosso me lo sentivo pur troppo, e la
coscienza mi rimordeva, ma fui punito per l'appunto di quello che
non avevo commesso. Pensate il dolore di mio padre! Peggiorò della
ferita nel piede, gli fece cancrena, e morì. Il padrone che aveva
saputo ogni cosa, fece dire a' miei fratelli che mi mettessero fuori
di casa pigliando invece un garzone, o che lasciassero addirittura il
podere, perchè non voleva più aver che fare con gente poco fidata nè
con discoli. Detto fatto; e mi toccò andare a gironi, perchè non ebbi
faccia di accostarmi ai poderi del vicinato. Imbattei male, e alla fine
de' conti mi ridussi per disperazione a ingaggiarmi fra' coloniali[35].
Allora sì che non ebbi carestia di cattivi esempi! e attaccandomi
sempre al peggio diventai proprio uno scellerato. Finito il tempo del
servizio mi ritrovai senza salute e senza voglia di lavorare.... Ho
toccato la carcere dell'altre volte.... Ora lo vedete da voi com'i'
son ridotto. Piango sempre i miei peccati, ma troppo tardi; e quando
mi ricordo di quelle triste parole del tentatore.... Basta.... Io non
dovevo dar retta alla prima tentazione. Tocca a Dio a giudicare di
queste cose.» E chinando la testa sul petto, con un fremito misto d'ira
e d'affanno, ghermì il lembo della sua logora gabbanella per asciugarsi
le lacrime e per nascondersi la faccia.