XIV.

La Tentazione.

Essendomi recato un giorno nello studio d'un giovine pittore mio amico,

lo trovai a disegnare una testa di moribondo, tenendo a modello un

accattone, tanto rifinito dagli stenti della povertà, che davvero il

suo volto pareva quello di un uomo in agonia.

Poichè il pittore uscì fuori a procacciarsi non so che, ed io rimasi in

compagnia dell'accattone, egli stesso rammaricandosi meco dello stato

deplorabile in cui si trovava mi diede animo a domandargli per qual

trafila di disgrazie e di errori si fosse ridotto a così mal partito.

«Ah!» risposemi egli sospirando, «la sarebbe troppo lunga la storia

delle mie disgrazie; ma vi racconterò solamente che cosa m'intravvenne

da ragazzo, perchè se forse non avessi dato retta allora ad una certa

tentazione, chi sa? non mi ritroverei da tanto tempo a questi ferri.

«Mio padre, buon'anima, ch'era il fiore dei galantuomini, lavorava

un podere alle due miglia fuori di città. Mi tirava su con gli altri

figliuoli maggiori di me per aiutarlo nelle faccende; mi dava sempre

dei buoni avvertimenti, e mi voleva un bene dell'anima, perchè, non

fo questo per dire, ma i' ero sottomesso e obbediente, e il lavoro mi

garbava. Un giorno, agli ultimi di aprile, viene da me tutto allegro,

e mi dà un panieretto di fichi primaticci che a forza d'industria gli

era riuscito di far maturare sul pedale dopo gli stridori d'una rigida

invernata. — Va', e portagli subito al palazzo — mi dice, — il padrone

non se l'aspetta davvero unguanno questa delizia. S'i' non andassi

zoppo (s'era ferito un piede col pennato), glieli vorrei consegnare

da me. — Ed io piglio il paniere, e vo via. Arrivato alla porta, ecco

subito addosso i gabellini; scopro il paniere, e quelli restano a

bocca aperta a vedere i be' fichi quando nessuno se li sognava; poi

vengono gli stradieri, le ambulanze, i soldati, le spie; mi domandano

che e come, e quanto n'avrei fatto pagar la voglia a chi avesse avuto

l'estro di comperarli; e chi me ne leva di sotto uno, chi due....

Alla fine liberandomi a mala pena da quel parapiglia: — Non li vendo,

li porto al padrone, risposi. — Dagli retta! — gridò allora un di

costoro — e' vuol far altro che portarli al padrone; gli avrebbe del

grullo. Anderà in mercato, lui! e buscherà quanto vuole. — Io non ne

potevo più dalla stizza; ravviai i fichi rimasti e le foglie che li

coprivano, e volevo rizzar su baracca; ma come si fa con tanti e tutti

d'accordo? Mi chetai, e mi feci una ragione, che di quelle scenate

ne avevo viste più volte. Intanto dalla porta al palazzo c'era un

bel tratto, e delle triste parole del tentatore non ne avevo lasciata

cascar una: un po' me l'ebbi a male, un po' ci risi sopra; ma sempre mi

ribollivano; rallentai il glasso, stetti un pezzo in tra due ruminando

la tentazione, e quasi senza volere, mi trovai fuor di strada nella

dirittura del mercato. Vidi un fruttaiolo di quei più grossi, e allora

feci come la volpe al pollaio; entrai quatto quatto in bottega, e

mostrai i fichi; in quattr'e quattr'otto fu concluso il negozio. —

Me li pagò un testone[34]. Povero me! non avessi mai ingannato mio

padre in quel modo! Non l'avessi mai presa quella moneta! Avrò avuto

quattordici anni; ma era la prima volta che io mi trovavo in tasca

tanti quattrini: mio padre non era uomo da lasciarmi mancar nulla,

ma danari non me ne dava; e che cosa avrei dovuto farmene dei danari?

Quella moneta mi parve un tizzo di fuoco; mi pentii, ma troppo tardi.

Tornando indietro mi pareva di vagellare come un briaco, e d'aver

perso inclusive il lume degli occhi. Mi venne anche l'ispirazione di

confessare ogni cosa a mio padre, ma poi non mi diede l'animo di farlo.

In quella vece studiai le scuse, una peggio dell'altra, e mi preparai

a spiattellare una bugia, l'andasse come l'andasse. Mio padre, pover

uomo, che mi teneva per un _santificetur_, quando gli ebbi detto che i

fichi gli aveva avuti il cuoco del padrone, non mi domandò altro e non

badò che mi fossero salite le fiamme del rossore fin sopra gli occhi.

Venne la domenica; dopo vespro mi accompagnai con tre o quattro dei

più bighelloni del popolo. Se non avessi avuto il testone non l'avrei

fatto, perchè sapevo che con loro non si faceva di noccioli: o il

giuoco o la bettola. Ma disgraziatamente m'era subito entrata addosso

una certa smania di provare che gusto ci fosse a bazzicar l'osteria.

Detto fatto: sull'imbrunire, un passo chiama l'altro, c'entrammo.

Nel popolo accosto a noi v'era stata una gran festa, e l'osteria era

piena. Pareva la casa del diavolo: chi ha bociato vuol bere: e il

vino li faceva bociare dell'altro, ma non più salmi o litanie: erano

discorsacci da sfrontati, risa smascellate, mormorazioni, bestemmie da

farmi raccapriccire. Se fossi stato solo, me ne sarei andato nell'atto;

ma i compagni mi tirarono dietro in un orticello, e fecero venire il

fiasco; uno si levò di tasca le carte, e cominciarono a succhiellare.

Io che non avevo giocato mai, stetti prima a vedere. Un poco dopo

mi venne a noia, ed avevo addosso la tremerella che mio padre non mi

cercasse. I' avevo proprio fatto conto d'andarmene alla chetichella,

tutto pentito della scappata, quand'uno dei giuocatori ebbe che dire

con gli altri: si presero a parole; dalle parole vennero subito ai

fatti, e si fecero del male; accorse l'oste, accorsero i famigli, ed io

che volevo scappare fui arrestato il primo sull'uscio. Per farla più

spicciativa, mi toccò a comparire al tribunale, e andare in carcere

e alla seduta. Mi ritrovai con gente che aveva fatto d'ogni erba

un fascio; e vidi e seppi cose che mi messero una malizia da farmi

divenire malvagio. Un delitto addosso me lo sentivo pur troppo, e la

coscienza mi rimordeva, ma fui punito per l'appunto di quello che

non avevo commesso. Pensate il dolore di mio padre! Peggiorò della

ferita nel piede, gli fece cancrena, e morì. Il padrone che aveva

saputo ogni cosa, fece dire a' miei fratelli che mi mettessero fuori

di casa pigliando invece un garzone, o che lasciassero addirittura il

podere, perchè non voleva più aver che fare con gente poco fidata nè

con discoli. Detto fatto; e mi toccò andare a gironi, perchè non ebbi

faccia di accostarmi ai poderi del vicinato. Imbattei male, e alla fine

de' conti mi ridussi per disperazione a ingaggiarmi fra' coloniali[35].

Allora sì che non ebbi carestia di cattivi esempi! e attaccandomi

sempre al peggio diventai proprio uno scellerato. Finito il tempo del

servizio mi ritrovai senza salute e senza voglia di lavorare.... Ho

toccato la carcere dell'altre volte.... Ora lo vedete da voi com'i'

son ridotto. Piango sempre i miei peccati, ma troppo tardi; e quando

mi ricordo di quelle triste parole del tentatore.... Basta.... Io non

dovevo dar retta alla prima tentazione. Tocca a Dio a giudicare di

queste cose.» E chinando la testa sul petto, con un fremito misto d'ira

e d'affanno, ghermì il lembo della sua logora gabbanella per asciugarsi

le lacrime e per nascondersi la faccia.

Racconti per giovinetti · 第 17 / 28 题