XIII.

Il primo viaggio d'un Giovinetto.

Un valente Capitano di marina, che è morto non è gran tempo, lasciò

alcuni scartafacci contenenti la narrazione di varie avventure della

sua adolescenza, e gli indirizzò ai suoi cari nipotini: «Io non vi

lascio ricchezze, dice il buon vecchio; voi sapete che quelle che mi

furono date dall'industria e dal mare, il mare stesso me le ritolse;

ma non potè privarmi con esse della buona riputazione, la quale non

è soggetta a perire se non per colpa di chi non sa custodirsela.

Perciò mi è riuscito di sopportare con pace quella disgrazia; e la

ricompensa dei servigi, che, adempiendo al dovere di cittadino, ho

potuto fare alla mia patria, è stata bastante a salvarmi dalla povertà

fino all'ultimo giorno della mia vecchiaja. Abbiatevi dunque per

solo retaggio del vostro zio la sua onorata memoria, i suoi libri,

le sue carte geografiche, le sue armi adoperate sempre in difesa dei

suoi concittadini, e questi ricordi dai quali vedrete che anche un

fanciullo, benchè povero e colpito dalle disgrazie, può sostenersi in

mezzo ai pericoli e porgere qualche aiuto ai genitori, quando ha per

alimento al suo coraggio l'amore verso di essi, l'amor della patria, e

il desiderio d'essere virtuoso. Queste parole sarebbero al certo piene

di vanità nella bocca di un vivo; ma furono scritte soltanto perchè voi

le leggeste quando il mio corpo sarà celato per sempre dalla terra alla

vista degli uomini, e il mio nome sarà cancellato dalla loro memoria.»

_Cagioni del viaggio._

Io son nato a Montalto nella Maremma degli Stati romani. Ma i miei

genitori erano di Firenze. Mio padre dovè abbandonare questa città per

motivi che certamente non gli facevano vergogna; li tacerò nondimeno,

perchè troppo lungo sarebbe l'accennarli, e ad ogni modo voi non ci

capireste nulla. Egli era negoziante, e quell'esilio dalla città

nativa fu la ruina della sua industria mercantile. Siccome operò

sempre da uomo onesto, così volle, prima della partenza, pagare i suoi

debiti, ma non gli riuscì di riscuotere con la stessa prontezza i suoi

crediti, e gli rimase poco denaro da portar seco. Mia madre, che erasi

a lui sposata da poco tempo, non volle separarsi dal suo caro marito,

benchè i parenti la esortassero a tornare nella casa paterna, e ad

abbandonarlo nella disgrazia. Io vedo che pur troppo molti sono tra

gli uomini quelli che operano come se avessero cattivo cuore; ma ho

sempre creduto, e anche da vecchio proseguo a credere con fondamento,

che quelli di buon cuore siano in maggior numero; e tuttora mi pare

impossibile che i parenti di mia madre le avessero dato proprio con

riflessione quel consiglio inumano. Bisogna dire ch'e' non l'avessero

conosciuta come l'ho conosciuta io, ch'e' non credessero al suo

amore pel marito, o che il loro affetto per lei gli avesse accecati

a segno di scordarsi che era divenuta moglie d'un giovine degno in

tutto del suo amore. Fatto sta che ella preferì alle agiatezze, che

potea ritrovare se fosse rimasta coi parenti, la povertà e l'esilio

in compagnia dell'infelice marito; e allora coloro se ne sdegnarono,

e negaronle ogni assistenza. Vedete un po' che pensare da insensati! —

Giacchè, dicevano, tu vuoi, contro la nostra volontà, dividere la sorte

di un disgraziato, noi non vogliamo saper più nulla dei fatti tuoi: se

tu sarai anche più infelice, non ce ne importa. — Così, per conseguenza

di un falso e spietato ragionamento, quell'azione virtuosa che essi non

sapevano approvare, doveva essere piuttosto punita che ricompensata!

Mia madre mi partorì dunque nell'esilio, e in quel remoto e povero

castello di Montalto, ove mio padre aveva trovato rifugio, ed ove,

industriandosi anche lì con la mercatura, sapeva alla meglio provvedere

al nostro campamento. Io era pervenuto all'età di dodici anni; mio

padre m'aveva istruito da sè nel leggere, nello scrivere, nell'abbaco

e nel disegno, e mi faceva imparare l'arte del tornitore, nella quale

si era molto impratichito da giovine ma per semplice passatempo. Io

però doveva impararla per trarne guadagno ed ajutare i miei genitori,

e o fosse questo pensiero o una inclinazione particolare a tale

arte, io divenni presto abile, e già qualche mio lavoruccio andava

in opera, essendomi posto come lavorante apprendista nella bottega

dello stipettaio del paese. Il nostro stato era divenuto a poco a

poco meno misero, quando mio padre fu colto dalle febbri perniciose

che predominano nella Maremma, e lo travagliarono con tanta nerezza,

che nè l'assistenza indefessa di mia madre nè quella del medico

poterono salvarlo. In poco tempo io restai orfano di padre; la nostra

desolazione fu estrema, e poco mancò che mia madre, per l'acerbo dolore

e per gli strapazzi, non andasse con lui nel sepolcro. Forse l'affetto

materno le diede la forza di sopravvivere a tanta sciagura. Appena che

si fu un poco rimessa, volle venir via da Montalto, ove niuna ragione

aveva per rimanere, ma invece molte per andarsene.

Temeva che io potessi venire assalito dalla stessa malattia di mio

padre, ed io aveva il medesimo timore per lei: e quando avessimo

consumato ogni nostro avere, già nella massima parte diminuito dalle

spese di quella infermità che fu per noi sì funesta, come avremmo noi

fatto a campare? Il mio guadagno era meschino, nè in quel paese sarebbe

stato possibile cavarne di più dall'arte del tornitore; inoltre sperava

che tornando vedova a casa sua, i parenti l'avrebbero, com'era lor

dovere, soccorsa. Dunque ci preparammo a lasciare Montalto innanzi che

venissero a mancarci anco i denari pel viaggio, e i preparativi furono

prestamente fatti.

Un rozzo barroccio, forse migliore che si potesse noleggiare nel paese,

doveva condurci in una giornata di viaggio a Orbetello nella Toscana.

Con un buon calesse ci saremmo andati in cinque o sei ore, ma noi non

potevamo spendere che pel baroccio. In Orbetello mia madre si sarebbe

riposata un giorno o due per andar poi a Grosseto.

Voi potete immaginarvi quanto fosse dolorosa la nostra partenza. Le

ossa dello sventurato mio padre rimanevano nel cimitero di Montalto,

nella terra dell'esilio! La povertà ci aveva impedito d'onorarle, come

i ricchi far sogliono, e di mandarle a seppellire nel paese nativo.

Non bastò che io suggerissi al vetturale di prendere una strada

traversa, perchè mia madre non avesse a passare in tanta vicinanza del

campo santo. Appena che fu salita nel baroccio incominciò a lacrimare

occultamente; e più che si allontanava dal paese, più la sua afflizione

cresceva. Nemmeno io potei alla fine reprimere il pianto, io che mi

era proposto di confortarla. Deserto, incolto, squallido e insalubre

era, ed è sempre, ma in quel tempo assai più che ora, il paese da noi

percorso; e nulla mai s'incontrava che potesse con gradevole veduta

distrarci alcun poco dal nostro dolore. Pareva che la natura medesima

si rattristasse con noi. Eravamo di settembre: le nebbie coprivano la

vasta pianura, e i pochi alberi che s'incontravano di rado, erano già

nudi delle loro foglie. Il barocciaio colle sue cantilene che parevano

ululati, non ci ricreava dicerto. Per molte miglia non trovammo nè case

nè terre coltivate, ma solo due o tre capanne in sfacelo, dove, se la

pioggia ci avesse sorpresi, non avremmo potuto trovare alcun ricovero.

La pioggia non venne, ma fummo molestati dall'umido diaccio della

nebbia che il sole non potè dissipare prima del mezzodì. Mia madre di

quando in quando era assalita da brividi violenti, e io temeva molto

per la sua debole salute.

Allorchè qualche raggio di sole ebbe incominciato a risplendere, noi

dovemmo perderne la vista e il calore per entrare in una boscaglia

folta, vasta, solitaria, più malinconica assai della campagna aperta.

Allora il barocciaio sferzò il cavallo per farlo andare più lesto,

poichè, quantunque non lo dicesse, io ben m'accorsi che v'era da temere

qualche sinistro incontro: e il moto più rapido del baroccio sopra

una strada ineguale e fangosa riusciva maggiormente incomodo alla mia

povera madre. Ma come fare? bisognava sollecitarsi perchè l'oscurità

della sera non ci sorprendesse nel folto della macchia.

Eravamo appunto nella boscaglia, allorchè voltando in un luogo ove la

strada fa gomito, ci trovammo incontro, alla distanza di pochi passi,

una frotta di gente che se ne veniva a piedi e silenziosa. Sulle prime

rimasi un po' sconcertato, essendomi parso di vedervi due uomini col

fucile sopra la spalla, e domandai subito sotto voce al barocciaio:

Chi sono? — Una famiglia di tribolati vagabondi, — mi rispose con

aspetto accigliato; e guardò subito la legatura dei fagotti, inalberò

la frusta, e tirò da un lato il cavallo. Il modo della risposta e tutte

queste cautele mi fecero specie; ma poi, guardando meglio, mi accorsi

che gli uomini invece di fucile avevano bastoni con un fardelletto

infilato, e che le altre persone erano due donne con bambini in collo

e per la mano; e tutta questa povera gente era cenciosa, sparuta, col

viso giallo, rifinita dalla stanchezza, sicchè più che paura svegliava

compassione. Le donne e i bambini vennero attorno a chiederci con

supplichevoli grida un po' d'elemosina, e gli uomini passarono oltre

a capo basso senza fiatare. Noi avevamo portato un grosso pane, un

boccone di carne e una fiaschetta di vino per ristorarci a mezza

strada. Ma l'appetito mancava affatto a mia madre; io aveva appena

spelluzzicato il pane, e il barocciaio s'era provvisto di suo. Sicchè

io, col consenso della mamma, diedi a quelle donne quasi tutto il pane

e tutta la carne, e vuotai il vino in una delle loro scodellette di

legno. Esse ci lasciarono con mille benedizioni, e volgendomi vidi che

corsero a portare il vino agli uomini e spezzarono il pane ai figliuoli

che subito si posero a divorarlo come se fossero stati digiuni da due

giorni. Mentre io, confrontando col nostro stato la miseria di quegli

accattoni, rifletteva che pur troppo non si danno sciagure, comunque

grandi, che non possano essere sempre superate da maggiori disgrazie,

udii che il barocciaio brontolava tra sè e sè guardandosi sospettoso

ai lati e alle spalle: — Andatevene chiotti quanto volete, ma io vi

conosco. Se non si fosse di giorno e vicini all'aperto, non vi sareste

contentati del pane. Animo! — e sferzava il povero cavallo già stanco,

— noi l'abbiamo scampata bella! Un'altra mezz'ora di viaggio, e poi me

la rido di tutti i malandrini che infestano questo maledetto paese! —

Io non so esprimere quanto crescesse la mia mestizia a pensare che

sotto le spoglie di così luttuosa miseria potesse occultarsi la

malvagità, e che quegli accattoni così umili potessero a tempo e

luogo presentarsi in aspetto di masnadieri. La compassione cede il

luogo al ribrezzo, e andava cercando con l'animo contristato da cupi

pensieri quali sciagurati avvenimenti potessero aver ridotto coloro

in così lacrimevole condizione. Che ciò dipendesse dalla sola povertà

io non poteva darmene pace; forse l'ineducazione, l'ignoranza, il

cattivo esempio che i figliuoli ricevono dai genitori bighelloni....

Ed allora.... ah! l'acerbo destino di quegl'innocenti ch'io vedeva

camminare a stento aggrappati alle gonnelle, o ciondolare sonnacchiosi

la testolina sul seno delle loro madri, mi fece rabbrividire assai più

che la brezza gelata della sera avvicinantesi al tramonto.

Io avrei interrogato il barocciaio per sapere se propriamente quel

ch'egli aveva detto fra' denti era vero, o non piuttosto una delle

solite esagerazioni della paura.... Ma non volli che le sue risposte

avessero a cagionare maggior malinconia a mia madre, la quale sebbene

mi paresse addormentata, e anche per questo io me ne stava in silenzio,

pure poteva darsi che si covasse in segreto il suo dolore e i patimenti

di quel disastroso viaggio. No, io non credeva possibile il suo dormire

a quelle continue scosse del baroccio. Infatti, me lo disse molto tempo

dopo, ella taceva, non si lamentava, non sospirava per non affliggermi;

ma soffriva di molto, ed erale già entrato addosso quel male che poi la

costrinse a fermarsi più giorni in Orbetello.

Mezz'ora dopo l'incontro degli accattoni, come il barocciaio aveva

detto, noi uscimmo dalla macchia; e quando fummo in capo a un'erta

mi si piegò a un tratto dalla sinistra l'immensa veduta del mare,

e il sublime spettacolo del sole che s'ascondeva dietro l'orizzonte

delle acque dipingendo a colori di fuoco le nubi. Io mi sentii subito

sollevato, e non potei trattenermi dall'esclamare: «Oh bello!» Anche

mia madre guardò, e mi parve alquanto rasserenata; ma dopo un poco,

tornando a sdraiarsi, con un sospiro disse: «Ti ricordi tu, eh? Anche

tuo padre si rallegrava tutto alla vista dei bei tramonti. Ah! per

lui il sole non si leva più, nè più tramonta!» Che mestizia in quelle

parole e nel mio animo! Pel rimanente del viaggio io e mia madre

restammo tutti muti, e le lacrime scorrevano sopra le nostre gote.

Arrivammo a Orbetello un'ora dopo il tramonto, e ci fermammo ad un

albergo; credo anzi al solo albergo che allora si trovasse in quella

città singolare.

_In Orbetello._

La frasca inalberata per insegna d'osteria a quell'albergo era molto

lunga e ramosa, e trovammo l'uscio spalancato, ma niuno si fece vivo

alla nostra venuta. Non bastò che il barocciaio facesse schioccare la

frusta, e chiamasse ad alta voce: Oste! Matteo! Teresa! e prorompesse

in bestemmie e in ingiurie, perchè gli premeva anco di riporre subito

nella stalla il cavallo stracco e sudato. Io smontai dal baroccio,

salii due scale sudice, buie e sconquassate, girai due o tre stanze che

parevano porcili; chiamai, e sempre invano; giunsi in una cucina che

aveva il focolare spento, e quivi trovai due bambini sudici e sdraiati

per terra, i quali al mio comparire mi guardarono maravigliati, poi

si diedero carponi a fuggire, strepitando come se avessero visto

il lupo. Scesi giù sconfortato, con la intenzione di farci condurre

altrove; ma appunto allora comparve l'oste, così almeno lo chiamò il

barocciaio, benchè a me paresse ciabattino, avendo egli il grembiule

di pelle e le mani impeciate.... Era oste e ciabattino nel tempo

stesso; e si preparava a dar di braccio a mia madre per farla scendere

dal baroccio. Io gli domandai se avesse avuto una buona camera e un

buon letto, e se fosse stato possibile preparar subito una zuppa, un

cordiale.... A tutte le quali domande l'oste-ciabattino rispose con

tanta prontezza che pareva fossimo capitati in un palazzo principesco

e nel paese dell'abbondanza. Dunque, dissi tra me, io aveva sbagliato

scale. Ma sventuratamente, poichè mia madre con molto patire fu scesa

da quel baroccio, e appoggiandosi a me ebbe messo in casa i piedi

vacillanti, l'oste-ciabattino c'invitò a salire quelle medesime scale,

c'introdusse in quelle medesime stanze, e ci mostrò la miglior camera

che, secondo lui, fosse in tutto il paese, ed in cui, per ultimo, non

so qual principessa, a dir suo, aveva alloggiato più settimane. Mia

madre, poveretta, non aveva fiato di parlare; Matteo ci lasciò soli

per correre in cerca della moglie e farle accendere il fuoco; io dovei

esaminare ben bene tutte le scranne nella camera, prima di trovarne

una su cui mia madre avesse potuto sedersi senza rischio di cadere

per terra. Tutto il suo corpo era indolenzito dalle scosse del duro

baroccio; aveva la voce fioca e tremula, il viso pallido, e le mani

le scottavano. Avrei voluto che si stendesse sul letto; ma vidi bene

che per quanto anch'ella ne sentisse il bisogno, pure vi repugnava

con ragione, perchè il sozzume e il puzzo di quel canile non erano da

comportare.

Passò quasi mezz'ora senza che altri comparisse; e in quel tempo mia

madre peggiorò a segno che giudicai fosse necessario mandare in cerca

del medico; e appena che l'oste fu tornato col lume ad annunziarci che

l'ostessa sua moglie era in cucina per mettere al fuoco la pentola,

io lo condussi in disparte e lo pregai di correre immediatamente pel

medico. Intanto andai in cucina; vidi l'ostessa in faccende attorno al

focolare; mi parve una buona donna, un po' meno sudicia del marito,

ma assai impicciata. Allora le diedi mano io perchè assettasse uno

scaldaletto, e preparasse l'occorrente pei panni caldi e per mettere

a sfumare le lenzuola. Tornai da mia madre, e la trovai sempre in

peggiore stato. Non istò a dirvi quanta fosse la mia afflizione. In

quel tempo il barocciaio portava su i nostri fagotti; e mi disse che

un signore del paese, avendo saputo da lui il nostro casato, e dicendo

d'essere stato amico di mio padre, chiedeva di visitare la mamma.

Mentre che io andava pensando se convenisse farle ricevere questa

visita a motivo dello stato in cui era, il signor Damiano entrò

francamente in camera, si diresse a mia madre che voleva alzarsi per

riverirlo, e impedendole di far cerimonie le disse con garbatezza:

«Scusi se mi son fatto avanti: ma io non posso permettere che venendo

lei a Orbetello s'abbia a fermare a un albergo. Ho ricevuto più volte

ospitalità in casa sua, e non foss'altro per ricambio, ella deve ora

accettarla da me. Vetturino, portate subito la roba della signora in

casa mia, e dite al mio figliuolo che attacchi il calesse coperto

e venga qui. È vero, siamo vicini; Orbetello non è Firenze; ma lei

dev'essere stracca, e bisogna coprirsi bene perchè è notte; con

quest'aria non si scherza.»

La cortesia e la risolutezza del signor Damiano non ammettevano

replica. È vero quel ch'egli aveva detto, d'essere stato più volte

in casa nostra, ed io sono persuaso che anche senza questo e' ci

avrebbe voluto ospitare. Nella provincia, e in specie nella Maremma,

dove n'è maggiore il bisogno, questi uffici scambievoli sono comuni.

Ecco perchè, io rifletteva, gli alberghi son così rari e meschini, e

servono soltanto a quella povera gente che non ha conoscenze nel paese,

e a qualche principessa, come quella citata dall'oste-ciabattino,

perchè a motivo della gran distanza tra personaggi titolati e semplici

provinciali, si trovano questi in tal soggezione da non arrischiarsi ad

offerire ad essi i loro servigi.

L'oste rimase un poco impermalito allorchè, tornando a dirmi che il

medico non poteva venir subito, si accorse dalla sola presenza del

signor Damiano che noi non avremmo più avuto bisogno del suo magnifico

albergo; e a dir vero anch'io rimasi afflitto per lui, ma più assai per

l'indugio del medico. Il disappunto dell'oste potè essere, almeno in

parte, rimediato facilmente col pagargli, come feci, l'alloggio di un

giorno e il costo di quella cena che egli mi disse d'averci provvista

e quasimente allestita. Quanto al medico io mi feci animo a dire al

signor Damiano, dopo che la mamma fu salita nel suo calesse e mentre

noi la seguivamo a piedi: «Io mi approfitterò della sua bontà verso di

noi per dirle che la mia povera madre ha bisogno più che altro di un

medico.» — «Pareva anche a me che la soffrisse più di quello che non

mi sarei immaginato, e perciò ho voluto che il mio figliuolo venisse a

prenderla col calesse. Ora subito, lasci fare, vado io....» — «L'ho già

mandato a chiamar per l'oste; ma dice che ora non può....» — «Eh! che

discorsi! non risponderà così a me. Vada col calesse, e non dubiti.»

— Ciò detto s'incamminò sollecitamente per una stradella traversa; e,

non senza mia sorpresa, quando fummo arrivati alla sua abitazione (il

cavallo andava di passo ed era costretto a serpeggiare a motivo delle

buche profonde e frequenti in quella strada che pareva il letto d'un

torrente) io lo vidi raggiungerci in compagnia d'un'altra persona; e al

gesto ch'ei mi fece quando ci riunimmo per dar di braccio a mia madre,

potei capire che il suo compagno era il medico. Seppi di poi, ma per

caso, che quel signor dottore, buona persona quanto al resto, era tanto

viziato nel giuoco della tavola-reale, che spesso per non lasciare a

mezzo la partita non rispondeva alle chiamate dei malati con quella

sollecitudine che il suo dovere avrebbe voluto. Se per altro l'invito

gli veniva da un benestante e non da un povero, allora lasciava subito

il giuoco ancorchè fosse in vincita.... E qui sta il peggio; perchè

tanto il povero che il ricco devono essere soccorsi con la stessa

prontezza.

Scesero ad incontrarci la moglie del signor Damiano con due fanciulle,

che erano le sue figliuole, e una donna che le precedeva col lume;

e fummo accolti da quella buona famiglia come se fossimo stati

propriamente di casa. Per lo che io mi sentii cotanto sollevato da

dimenticare quasi affatto i disagi del viaggio.

Anche mia madre parve un poco riavuta; ma era uno sforzo, poveretta,

uno sforzo ch'ella faceva per corrispondere alle amorevolezze dei

nostri ospiti. Ma il signor Damiano procurò accortamente che le prime

accoglienze fossero brevi.

Fummo condotti dalla sua moglie nella camera destinata a mia madre; e

nel tempo che la donna di servizio preparava il letto, il medico venne

a fare la sua visita. Dopo l'esame de' polsi giudicò che mia madre

avesse la febbre. A questa parola per noi così tremenda, io mi turbai

subito, e non potei reprimere un sospiro doloroso: ma il medico, il

quale si accorse di tutto, soggiunse subito: «Badiamo, non trovo indizi

di febbre pericolosa; questa mi pare semplice alterazione momentanea,

cagionata da debolezza e dallo strapazzo del viaggio.... Il letto

caldo, i senapismi, qualche ristorativo leggiero la faranno migliorar

presto. Al più al più io dubiterei d'una costipazione che il riguardo

scioglierà facilmente. La signora deve stare di buon animo e riposarsi:

il riposo, il riposo farà meglio di tutto. Qui ella è come in casa sua.

Noialtri maremmani, lo sa, formiamo tutti una famiglia. Dunque entri in

letto, beva qualche sudorifero, e più tardi, se sarà sveglia, tornerò a

visitarla; se no, domattina; e poi, a qualunque ora, son qui vicino ai

suoi comandi.»

Se io dovessi narrarvi tutte le attenzioni che fin d'allora furono

fatte a mia madre dall'egregia famiglia del signor Damiano e

dal medico, scriverei un capitolo sterminato. Vollero che io mi

refocillassi cenando alla loro tavola, e inghiottii qualche boccone

più per compiacenza che per bisogno che ne sentissi. Mi destinarono una

cameretta accanto a quella di mia madre; e la moglie del signor Damiano

s'accingeva a vegliare nella stanza contigua per farle da infermiera.

Non dirò che questo fosse troppo quanto alla padrona di casa, perchè

mia madre nella medesima congiuntura avrebbe fatto lo stesso; ma

io conobbi bene che la ne sarebbe rimasta mortificata e fors'anche

impensierita, dubitando che il suo male fosse maggiore di quello che il

medico aveva detto. Dunque io posi arditamente in campo questa ragione,

e la signora Beatrice ne restò persuasa; e quando fu fatto tutto ciò

che il medico aveva ordinato e parve che la mamma incominciasse a

chiudere gli occhi al sonno, io rimasi solo con lei, dopo aver dovuto

promettere peraltro di chiamare pel più leggiero motivo.

— E va' a riposarti anche tu, mi disse allora la mamma. Io non ho

bisogno d'altro, sto meglio; anche tu sei stracco, hai sofferto.

Approfittiamoci del soccorso di questi buoni amici, mandatoci proprio

dalla Provvidenza. Ah! che cosa sarebbe se io mi ammalassi!

— No, mamma, non sarà nulla. Questa non è malattia. Un poco di ritardo

nel viaggio; ci vorrà pazienza.

— Ma fuori di casa!... Oh! Giulio, tu sei la mia consolazione! ma

infelice così presto! Ramingo in così tenera età! Io non posso far

nulla per te.... — E con queste ed altre parole di grande afflizione

si sfogava ad abbracciarmi e a baciarmi, bagnandomi il volto con le

sue lacrime. Io come meglio potei, mi diedi a confortarla e a mostrarmi

pieno di coraggio e di buone speranze. Di queste peraltro non ne avevo

alcuna, e del coraggio ben poco; ma le mie parole qualche effetto

produssero per calmarla; e poi conobbi, e in seguito ebbi occasione di

convincermene, che a forza di figurarsi d'averne, il coraggio viene e

va crescendo a proporzione del bisogno. La temerità è pregiudicevole,

ma una certa fiducia nelle nostre forze ci vuole, e giova molto.

Quel libero sfogo al dolore fece sì che mia madre potesse infine

addormentarsi; ed io piano piano mi collocai a sedere sopra una

poltrona a piè del letto, standomi celato dietro le cortine e

sforzandomi a respingere il sonno. E questa invero fu impresa difficile

più che non mi sarei aspettato. Non avevo mai fatto nottate, ero

stracco, indolenzito anch'io dal baroccio: dopo due ore di resistenza

penosa m'incominciò a dolere il capo e a venire freddo. Nondimeno,

a costo di qualunque patimento, io la vinsi, e non chiusi mai gli

occhi. Per buona sorte fu inutile quanto alla mamma, perchè dormì

bene per tre o quatr'ore, e nel rimanente della nottata non ebbe

bisogno d'assistenza. Quanto a me poi, essendomi posto a pensare, ora

seduto ora in piedi, a' casi nostri, che è il migliore espediente per

vincere il sonno, ricavai dalla veglia molto vantaggio; e quella lunga

meditazione mi premunì forse contro qualche futura inconsideratezza

giovanile.

Benchè la mamma non fosse gravemente malata, pure il medico annunziò

che la guarigione sarebbe stata assai lenta, e non volle udir parlare

di viaggio. Quello già fatto, comunque breve, l'aveva posta in un gran

rischio, e le forze per continuarlo, secondo lui, non le potevano

ritornare che tra un mese. Quest'indugio accorava mia madre; ma il

signor Damiano trovò nuovi argomenti e invigorì quelli del medico per

esortarla a sospenderlo quanto occorreva e per mettere un po' in quiete

il suo animo.

Il signor Damiano era stato amico di mio padre, e ben conosceva il

nostro stato. Offerse dunque la sua intromissione. Come non poteva ella

essere accettata? Fu deciso intanto di scrivere a Firenze ai parenti

della mamma; ma a due o tre lettere scritte da lei medesima non giunse

risposta. Allora il signor Damiano chiese notizie ad un suo amico, e

da questo potemmo ricavare che appunto in quei giorni era morta una

vecchia zia di mia madre. Questa donna le aveva sempre voluto bene, ed

era stata sola a non disapprovare la partenza della nipote in compagnia

del marito sventurato. Essa era piuttosto facoltosa, e mia madre

avrebbe avuto diritto a ereditare una parte dei suoi averi. Ecco dunque

una forte ragione per sollecitare il nostro viaggio; ma non conveniva

mettere a repentaglio la salute di mia madre.

Mentre essa e il signor Damiano andavano ricercando quale fosse il

miglior partito da prendere, mi venne la ispirazione di metter bocca,

dicendo: «Se andassi io a Firenze potrei far nulla di buono?» — «Anzi,

disse subito il signor Damiano, Giulio è franco, è avveduto, io credo

che sarebbe capacissimo; lo raccomanderei a questo mio amico....

senz'altro mi sembra cosa fattibile....» Io guardava mia madre; e

vidi subito che in lei combattevano, com'era naturale, due opposti

pensieri: il desiderio di darmi un segno di fiducia col permettere che

io ponessi a prova in questo frangente la mia capacità, e il dolore

di doverci separare per molti giorni e di vedermi esposto così solo e

giovinetto ai rischi d'un lungo viaggio. L'affetto e la trepidanza di

una tenera madre prevalsero in principio a tutte le riflessioni; ma

poi si lasciarono vincere dalla speranza che questo tentativo potesse

in conclusione essere più utile a me che a lei, col somministrarmi gli

aiuti dei quali io avevo bisogno. Essa non manifestò chiaramente questo

pensiero, ma io lo lessi nel suo animo e nei suoi sguardi. Fu stabilito

dunque che io mi sarei incamminato quanto prima per Firenze; e il

signor Damiano prese sopra di sè ogni cura perchè la mia gita avesse

buon esito.

La mamma peraltro non seppe che io dovevo andarvi per mare; il suo

timore si sarebbe troppo accresciuto. Il signor Damiano, che sapeva

essere nel porto S. Stefano una nave preparata a portare un carico di

legname da costruzione a Livorno, giudicò che per quella via mi sarei

potuto sollecitare maggiormente; ed essendo egli amico del capitano, mi

dava così un compagno fidato fino a Livorno.

Innanzi di narrarvi la mia prima spedizione marittima, concedete che

un viaggiatore in erba vi parli alquanto del luogo dov'ei si trovava

quando fu preso il partito per lui memorabile d'esporlo a un viaggio di

più che cento miglia sul mare.

Orbetello è una piccola città che risiede in mezzo a uno stagno marino.

Lo stagno è chiuso da due anguste lingue di terra che si prolungano

in mare e si congiungono al Monte Argentario; il quale senza di

esse sarebbe isola; ma essendo così riunito alla terraferma, si può

chiamare piuttosto penisola o promontorio. Una terza lingua si parte

dalla terraferma tramezzo alle due laterali, ma non si prolunga fino

all'Argentario; e sulla sua estremità è fabbricata Orbetello[30].

Lo stagno è salso e poco profondo, e vi si fa abbondante pesca

d'anguille e di muggini. Orbetello è anche fortezza; e le sue mura

antichissime sono dei tempi dei popoli Etruschi, composte d'enormi

pietre commesse senza cemento. Il clima è dei meno insalubri del

territorio maremmano, e la sua temperatura è mite a segno che vi

nascono e molto si propagano alcune piante crasse dei caldi paesi

affricani, come l'agave e l'aloe; gradevole è vederle mescolate ai pini

e far da siepe agli orticelli.

Una mattina, prima della mia partenza, il figliuolo del signor Damiano

volle condurmi a visitare il Monte Argentario, di sulla cima del quale

si scorge una magnifica veduta di mare con le isolette di Giannutri,

del Giglio, di Montecristo, della Pianosa e l'isola dell'Elba ch'è

la maggiore dell'Arcipelago toscano. Il monte è vestito di macchie;

si trovano alle sue falde alcune grotte spaziose piene di bellissime

stallattiti. Scendendo alla costa si trova tra il mezzodì e il

levante l'antico porto denominato Port'Ercole, che è quasi affatto

in abbandono da lungo tempo, perchè inservibile alle grosse navi a

motivo dei suoi interramenti. Nel lato opposto rivolto a settentrione

è Porto S. Stefano; e questo nella sua piccolezza giova a quel po' di

commercio che gli abitanti fanno; è frequentato da molte barche, ed

ha buoni marinari. Per me che venivo da Montalto, povero e squallido

paese, e che non avevo veduto altri luoghi, questi dei quali vi parlo

avevano già molte attrattive; ma non sono da mettersi in confronto

con le terre più popolose e più coltivate, e con le coste marittime

dove ha principal sede il commercio. Se ne eccettuate la selvatica

bellezza, che più non si può ritrovare in vicinanza delle grandi città,

nè laddove l'industria instancabile dell'uomo toglie il naturale

aspetto a tutte le cose e in mille modi le trasforma, quei paesi

sono malinconici, perchè fa compassione vedervi pochi abitanti, per

lo più poveri e malati e sudici e pieni d'ignoranza e di pregiudizi;

casucce in rovina; terre incolte; uomini indolenti come se fossero

scoraggiti; è penuria insomma di tutto ciò che si trova in un popolo

quando è prosperante e incivilito. Poche sono le famiglie, che, come

quella del signor Damiano, mostrano agiatezza, educazione, operosità e

qualche cultura d'intelletto. Da queste alle altre passa una differenza

sproporzionata, come se fossero poche piante rigogliose sparse qua

e là in un campo di triboli arsi dal sole o di cespugli marciti sul

margine di putride pozze. Io non potevo fare allora le riflessioni

di chi ha esperienza degli ordinamenti sociali; ma ben mi rammento

che mi fece molta specie vedere, soprattutto in Orbetello e nei pochi

villaggi circonvicini, i fanciulli e i ragazzi starsene tutto il

giorno strasciconi per le strade, giuocare, abbaruffarsi; e poi sentir

fare le maraviglie allorchè domandai se vi erano scuole. Ho veduto

molti altri luoghi più remoti e in apparenza più sterili di quelli,

ove per altro la popolazione è meno miserabile, meno oziosa, meno

sofferente. E perchè? in grazia dell'amore al lavoro, dell'industria

e dell'istruzione procacciata ai ragazzi e nella scuola e nelle

officine. A queste cose non può provvedere il povero da se stesso,

ma ci pensano i benestanti, quelli che amministrano il patrimonio

del Comune, essendo tra i loro principali doveri quello di soccorrere

la popolazione, affinchè possa educarsi, istruirsi, e prosperare con

l'industria. Mi parve adunque che i benestanti e i magistrati della

Comunità d'Orbetello abbandonassero addirittura tutto il rimanente

della popolazione alla sua ignoranza e alla sua miseria, come se quei

meschini non fossero stati loro fratelli, come se migliorando la loro

condizione non ne fosse poi venuto molto vantaggio anche ad essi. Ma

io parlo di molti anni fa. Ora potrebbe darsi che le cose anche in quel

paese andassero meglio, come meglio vanno in alcuni altri luoghi.

Fui condotto a vedere le vestigia dell'antica Ansedonia già città degli

Etruschi. Sono sulla costa di terraferma, in cima ad un poggio, presso

la più larga di quelle due lingue di terra che rinchiudono lo stagno.

Trovansi una parte delle mura quasi sepolte fra la terra e la macchia,

e anche quelle sono composte di enormi massi posati l'uno sull'altro;

poco più che queste ruine rimane a memoria di un popolo celebre per

cultura, floridezza e potenza. Quel popolo è estinto da molti secoli;

ma la gente che viveva allora in mezzo a così vantate ruine mi parve

moribonda, in uno stato di tanta prostrazione da potersi dire peggiore

della morte. Ecco i funesti effetti della schiavitù, della violenza,

della depravazione con cui un popolo conquistatore opprime sempre il

popolo conquistato. Molte generazioni ne risentono i danni.

Lasciai mia madre molto migliorata; e questa prima separazione fu

assai bene sostenuta dal suo coraggio. Mi diede alcuni savi ricordi

sul modo di contenermi coi parenti: mostrassi francamente la nostra

povertà, che l'esser poveri quando non deriva da imprudenza ma da

irrimediabili disgrazie, non fa vergogna; fossi umile e modesto, ma

senza bassezza; chiedessi che fossero sostenuti i suoi diritti per

ottenere giustizia, ma usando sempre modi amorevoli, non mai ostili;

badassi bene insomma di tenere in tutto quella prudenza di cui mi

credeva capace: «Tu vai in una gran città, ed è la prima volta! hai

pochi anni, poca esperienza.... Affidati dunque nelle persone alle

quali il signor Damiano e io ti abbiamo raccomandato. Mentre il tuo

amoroso zelo pel mio bene mi dà grande consolazione, io non ti nascondo

che questo passo mi pare ardito, che starò in qualche pensiero.... Tu

sei ora il mio solo appoggio. Se la molta giovinezza e l'inesperienza

non ti concederanno ora d'essermi utile anche in questo, rassegnati:

aspetteremo; non precipitiamo nulla oggi per non avere a perdere la

possibilità d'ottenere qualche cosa domani. Molti altri pericoli può

incontrare un giovinetto quasi libero di sè nella capitale, ma io

so che un solo pensiero vi ti conduce, quello di giovare alla tua

sventurata madre; sicchè non ho ragione di temerli.» Avrebbe pianto nel

dirmi addio, e quando fu rimasta sola avrà pianto dicerto; ma io non

vidi le sue lacrime; si studiava di mostrarsi serena. Quell'esempio di

forza d'animo accrebbe il mio coraggio.

In Porto San Stefano vidi più gente affaccendata, più gaiezza, meno

poveri, qualche casa con la facciata pulita, maggior numero di campi

coltivati, alcuni orticelli e giardinetti con abbondanza di fiori

e d'aranci; sicchè il luogo è ameno; e al primo giungervi io mi

sentii ricreare. Ecco gli effetti d'un po' d'industria e d'un po' di

commercio. Erano nel porto parecchie barche arrivate quello stesso

giorno da Piombino e da Portoferraio, e alcune si apparecchiavano a

partire; molti marinari occupati a scaricar quelle e a caricar queste

popolavano la riva del porto e ne solcavano le onde con le barchette.

Questo andirivieni, la varietà degli oggetti, e la vista del mare messo

in moto da un buon vento di levante, mitigarono la mia mestizia, e mi

fecero nascere una grande smania di pormi in viaggio.

Il capitano della nave che doveva condurmi a Livorno era in una bottega

sul porto, e compieva le sue faccende con alcuni del paese. Quando vide

il signor Damiano corse lietamente a noi, e guardandomi: «È questi,

disse, il nostro compagno di viaggio? Va bene! Non è stato mai per mare

eh? Avrà paura?» — «Per ora non credo, dissi io.» — «Tanto meglio;

staremo allegri. Il vento è propizio. Domani presto, se si mantiene,

siamo a Livorno.» — «Quindi parlò d'affari col signor Damiano; il quale

gli consegnò alcune lettere e molti denari. Andammo a far colazione in

un'altra bottega che era caffè, drogheria e merceria nel tempo stesso;

e un'ora dopo, la nostra nave, denominata la Pia, era pronta per

far vela. Mi piacque la franca giovialità del capitano; e quand'egli

si fu congedato, e m'ebbe preso la mano, dicendo: «Andiamo dunque a

far l'altalena fino a domani,» io mi sentii un'improvvisa commozione

che non era nè paura nè giubbilo, ma.... io non saprei spiegarla. Mi

addolorava un poco il separarmi dal signor Damiano; non vedevo l'ora

d'essere sulla nave; lasciando la terra sentivo il distacco di mia

madre; affidandomi al mare si risvegliava con tutta la sua forza una

certa smania che sempre avevo avuto per le avventure, e che forse era

nata dalla lettura della vita di Cristoforo Colombo. E vi confesserò

che scendendo nella lancia per andare a bordo della Pia, mi ricordai di

quell'illustre italiano e della scoperta dell'America. Non ridete, di

grazia, perchè in quella reminiscenza non vi fu alcun sentimento d'amor

proprio, nè vi poteva essere nemmeno nella testa d'un fanciullo; io

volli soltanto venerare di nuovo il genio di quel grande, e compiangere

le sventure che a lui provennero dall'ingratitudine dei potenti, e

quelle che impedirono alla nostra patria di soccorrerlo e d'onorarlo

com'ei meritava.

Appena che fui salito a bordo della Pia, mi fece meraviglia il

cambiamento improvviso dei modi del capitano. Non era più un uomo

gioviale; il suo volto non aveva più un sorriso: in quella vece,

ordini pronti, severi; sguardi focosi, accigliati; poche parole,

ma proferite con tono sonoro, risoluto: pareva burbero, pronto alla

collera inesorabile; sei marinari della nave l'obbedivano nell'atto,

senza fiatare, e ad ogni sua voce erano tutti all'erta. Io me ne stavo

immobile nel posto dove il capitano m'aveva fatto cenno di rimanere.

Se non avessi trovato questa osservazione tra i ricordi che scrissi

in quel tempo, ora non l'avrei notata davvero; perchè ho dovuto in

seguito assuefarmi io stesso a quella austerità di comando senza la

quale un capitano non sarebbe o sarebbe male obbedito. Non mi pare

d'esser burbero; anzi la giovialità e l'allegria mi piacciono; ma

quando mi son trovato a dover capitanare una nave, sono stato costretto

ad essere rigoroso. La indiscretezza e la inumanità stanno male in

tutti, malissimo in chi deve farla da superiore anche nel governo

d'un bastimento; ma la soverchia dolcezza, l'indulgenza, il poco

vigore sarebbero difetti molto più pericolosi a bordo che in qualunque

altro luogo. Il minimo indugio, la minima negligenza d'un marinaro

possono mettere in gran rischio la vita di tutti e le sostanze di chi

vive della mercatura. La salvezza dei marinari e dei passeggeri, la

sorte delle loro famiglie, il buon andamento dei negozi d'uno o di

più mercanti dipendono dal capitano. Quand'uno pensa a tanti gravi

doveri e ai molti pericoli in mezzo ai quali si trova, ha bisogno di

farsi animo risoluto davvero, e di poter avere molta fiducia nella

sua perizia. Tutto ciò contribuisce a dargli quando è in funzione

un forte sentimento della propria autorità e a valersene con molto

vigore. Io che sognavo viaggi per mare e che avevo la smania d'esser

capitano, ammiraglio e che so io, mi raumiliai tutto facendo queste

riflessioni in alto mare sopra una piccola nave, non vedendo più altro

che cielo e terra, e avvicinandosi le tenebre della notte. Egli è poi

necessario che ognuno faccia quelle riflessioni che si riferiscono

alla professione alla quale si crede inclinato o si trova destinato,

perchè in ogni ufficio il cittadino può fare gravi danni se lo esercita

male. Ho udito spesso i giovinetti esclamare: io farò il medico,

io l'avvocato, io entrerò nella milizia e diventerò ufiziale, io mi

metterò l'abito da prete per cantar messa, per confessare, io sarò

pittore, scultore, negoziante, impiegato e via discorrendo; e molti

studiando poco, e pensando meno ai doveri del loro stato, si tirano su

per ammazzare i malati più presto che non avrebbe fatto la malattia,

per imbrogliare le faccende nel tribunale, per essere gravosi alla

società invece di difenderla, per fare della religione un mestiero

venale e non un ministero dignitoso, per disonorare le belle arti, la

mercatura, il servigio del pubblico nell'amministrazione dello Stato,

per tradire insomma se medesimi e gli altri.

In minor tempo di quello che ci voleva a pensare e stendere un po'

meglio questo lungo periodo, il buon vento che empiva le vele della

Pia, facendole velocemente solcare le acque, ci condusse al largo.

La nave scorreva tutta piegata dalla parte dove le vele si vedevano

far seno al vento; e di quando in quando alzava ed abbassava a guisa

d'altalena ora la prua ora la poppa per sormontare i lunghi gioghi

dei cavalloni. Quando il capitano ebbe dato tutti i suoi ordini e

riscontrato che ogni cosa andava bene, si volse a me con un lampo

di quella giovialità che mi aveva mostrato sopra terra, e io volevo

movermi per andargli incontro; ma per quanto mi fossi disposto a

farla da franco, non potei staccare un passo senza sentirmi uscire

d'equilibrio. Allora il capitano sorridendo mi stese la destra, e

stringendola forte mi condusse a passeggiare seco; io lo seguivo

barcolloni barcolloni badando più ai passi che alle parole; e poi mi

dovei presto mettere a sedere perchè mi venne il capogiro, il sudorino

freddo, e, per dirla alla buona, la voglia di dar di stomaco. «Ma,»

diceva il capitano ponendomi a sedere sopra una matassa di gomena a piè

dell'albero maestro, «io son contento; sei stato saldo finora; buon

segno. Il mare non ti darà noia; un'altra passeggiatina più tardi, e

poi a dormire sotto coperta.»

Mi lasciò lì; fece un fischio; i marinari subito al loro posto; e a

forza d'altri fischi, eseguirono nuove manovre, perchè il vento si

andava mutando.

Noi avevamo già oltrepassato di qualche miglio quegl'isolotti o scogli

che si chiamano le Formiche di Grosseto e che sorgono dirimpetto

alla foce dell'Ombrone maremmano. Il sole era vicino al tramonto. Io

mi godevo una magnifica veduta; molte nebbie lontane sull'orizzonte

si colorivano di porpora, o splendevano come l'argento ai raggi del

sole, e la brezza autunnale investendomi di faccia mi rinfrescava e

mi invigoriva. Ma dopochè «il ministro maggior della natura» si fu

celato ai nostri sguardi oltre la curva della tremula marina, e le

nubi che gli facevan corteggio ebbero a poco a poco perduto i loro

vivaci colori e quelle fantastiche forme che ora parevano montagne

ricoperte di candida neve, ora splendide e immense grotte, ora laghi

di luce limpidissima con isolette di smeraldo, incominciò l'oscurità

a distendersi dietro a noi, e una nebbia sottilissima e pungente

ricoperse la superficie delle acque. La nostra nave aveva rallentato

molto il suo corso, perchè il buon vento più non spirava, e le vele

ciondolavano inoperose dai loro alberi.

Il capitano si mostrò dolente di questa inaspettata variazione del

tempo, e parlando col timoniere gli disse: «Io non vorrei che una calma

noiosa ci avesse a far perdere la nottata. Almeno fossimo più vicini al

canale (di Piombino)! lì un po' di vento si troverebbe, e tra questo

e la corrente in favore potremmo andare innanzi alla meglio. Io vedo

che bisognerà aiutarci co' remi.» La Pia era una nave poco più grossa

di una paranzella, quasi nuova, costruita bene, eccellente veliera,

e al bisogno vi si potevano adattare i remi affinchè non fosse sempre

necessario rimorchiarla con la lancia quando il vento mancava. Difatti

il capitano ordinò che fossero ammainate le vele, e che i marinari

facessero di tutto a forza di remi per entrare presto nel canale. Ma

prima lasciò che quella buona gente cenasse, e cavò dal suo bugigattolo

un paio di bottiglie di vino generoso per preparare le loro forze

a una lunga remata. Quando essi, dopo aver cenato, incominciarono a

vogare, il capitano chiamò a mensa anche me, e lì sopra coperta ci

levammo l'appetito. Io ne avevo molto, e mi piacque assai quel pasto

marinaresco. Quando venne la notte preferii di starmene sopra coperta,

poichè appunto m'era proposto di non addormentarmi finchè fossi stato

a bordo; tanta era la smania di vedere il mare e tutte le manovre dei

marinari. Il capitano non si oppose al mio desiderio; ma perchè non

fossi preso dal freddo, mi diede uno dei suoi cappotti, e poi andò a

riposarsi.

Trovandomi così rinfagottato mi divenne più difficile resistere al

sonno; ma ormai, dopo la nottata che avevo fatto per mia madre in casa

del signor Damiano, m'ero avvezzato a domarlo, e v'assicuro io che

questa abitudine può riuscire molto vantaggiosa.

Quei poveri marinari vogavano e vogavano; ma la calma era così profonda

che la Pia, ad onta della sua riputazione, pareva la più infingarda

tra tutte le navi che costeggiavano allora il Mediterraneo. Dopo

tre ore di tanta fatica la nostra ciurma era spossata, e il capitano

che non aveva potuto chiuder occhio per la stizza di così ostinata

mancanza di vento, concesse ai remiganti un po' di riposo, e mandò a

dormire anche il piloto prendendo sopra di sè il governo del timone.

Allora mi posi a colloquio con lui, e ritrovandolo cortese come m'era

sembrato sopra terra, gli feci mille domande sull'arte di navigare,

per la quale mi pareva d'avere grandissima vocazione. Egli mi rispose

con compiacenza, e da quanto mi ricordo, conosco ora ch'ei doveva

possedere molta perizia della nautica. Discorso facendo mi parve di

scorgere in lontananza, di mezzo alla nebbia, un oggetto che dirigevasi

verso di noi; e siccome la curiosità mi distraeva dal colloquio, anche

il capitano si volse e mi domandò che cosa io guardassi con tanta

attenzione. Io gli accennai con la mano, ed egli: «Non vedo nulla.

Avete voi buona vista?» — «Buonissima, risposi; e con quanti ne ho

fatto paragone non ho trovato finora chi l'avesse migliore della mia.»

— «Me ne rallegro; buon requisito per un nocchiero. Anch'io l'ebbi

eccellente; ma una fiera flussione, l'affaticarla molto, me l'hanno

indebolita.» In ciò dire ei guardava con un canocchiale che si trasse

di tasca, e poco dopo s'alzò subitamente, chiamò il timoniere al

suo posto, svegliò i marinari, diede subito ordine che corressero ai

remi. «E vogate a distesa; bisogna entrar nel canale più presto che

sia possibile; è vicino; avanti, figliuoli; io credo che ci siano

gli Algerini alle spalle, avete capito? Lestezza e silenzio. Viva la

Pia!» Avevano già obbedito prontamente; ma alle ultime parole io li

vidi accendersi subito d'un ardore incredibile. I remi si movevano

rapidissimi, e dopo poche vogate la Pia fendeva le onde come se

avesse avuto il vento in poppa. Io a un cenno del capitano mi tirai

in disparte. Egli disse allora non so che cosa al timoniere, andò

presso i rematori, visitò tutte le corde, le gomene, ogni parte della

nave; tanto egli che il timoniere avevano gli occhi continuamente

rivolti a quell'oggetto che io avevo scoperto, e m'accorsi che ambedue

esaminarono quasi di soppiatto le pistole che avevano ai fianchi sotto

il gabbano. Io, potete figurarvi se avevo grande ansietà di sapere che

cosa tutto questo significasse; e mi pareva anche d'averne un certo

diritto, subitochè se non fossi stato io.... Ma il capitano troncandomi

la domanda, mi prese dolcemente pel braccio, e mi condusse sotto

coperta, dicendomi:

«Dovete aver sonno, dormite senza alcun timore. La vostra vista

penetrante ci ha forse recato un gran servigio. Potrebbe darsi che

alcuni corsari ci dassero la caccia; ma se sapessero che questa nave è

la Pia, e che gli abbiamo già scoperti, si risparmierebbero la fatica.

Volevano approfittarsi della calma e della nebbia per tentare una

preda; ma, con altre poche vogate, questa medesima nebbia farà perdere

a costoro la nostra traccia.» Mentre egli così parlava era occupato

a mettere, in punto alcune carabine ed altre armi che stavano riposte

sotto chiave nel suo bugigattolo; sicchè io riflettendo che, sebbene

mi dicesse non esservi nulla da temere, nondimeno si apparecchiava

alle difese, mi feci animo a dirgli; «E se vi fosse qualche pericolo,

credete voi che io sia tanto fanciullo da sgomentarmi? Date una

carabina, se c'è d'avanzo, anche a me; io so maneggiarla; mio padre,

buon'anima, m'insegnò l'esercizio militare. Se vi fosse bisogno d'un

aiuto al remo, eccomi qui; dianzi, col permesso del timoniere, perchè

io credevo che voi dormiste, ho aiutato a remare il più vecchio

dei vostri marinari, e ora so come va fatto.» — «Va bene, soggiunse

sorridendo il capitano, se vi sarà bisogno di voi, io vi prometto

di chiamarvi.» A queste parole mi parve d'esser diventato più alto

quattro dita e robusto come un leone. Ma intanto, io diceva tra me, si

tratta di fuggire. Convengo che non è vergogna fuggire quando sappiamo

d'avere alle spalle dei masnadieri; ma le nostre forze sono o non sono

superiori alle loro? Se potessimo catturarli noi, e liberarne il mare

che infestano con le loro scorrerie, non sarebbe una gloria di più

per la Pia, che va tanto fastosa del suo soprannome di _snella_? non

sarebbe un bel servigio per gli altri naviganti? Ed eccomi al solito a

fare castelli in aria di avventure, di prodezze; e tanto m'infervoravo

in quei sogni, che non mi accorsi della partenza del capitano.

Dopo molto fantasticare mi ricordai di mia madre, a riflettei che

se mi fossi ritrovato a mal partito con quegli Algerini ch'io avevo

tanta smania d'assalire e di catturare; se avessi dovuto, con tutto il

coraggio di Don Chisciotte, andare schiavo in Barberia, senza speranza

d'essere riscattato, perchè mia madre era povera, ella sarebbe stata

più infelice che mai, e forse un nuovo dolore e così grande l'avrebbe

fatta morire. Ma di nuovo la soverchia fidanza nelle mie forze mi

seduceva; e quasi avrei accusato d'ingiustizia il capitano, perchè

a me, che in sostanza per aver saputo stare sveglio avevo potuto

scoprire il nemico, a me si dovesse fare l'oltraggio di costringermi a

rimanere acquattato sotto coperta nel tempo del pericolo. Intanto io

sentivo che la Pia vogava celermente, come se le forze dei marinari

fossero raddoppiate; e non seppi resistere alla tentazione di far

capolino sul ponte, e vidi che uno dei rematori più stanchi era al

timone, e che il timoniere e il capitano avevano preso anch'essi il

remo e vogavano alla disperata. Nell'alzarmi feci qualche rumore; e il

capitano mi diresse subito la parola con voce sommessa ma autorevole,

dicendo: «Ancora non c'è bisogno di voi; state al vostro posto, e non

fate strepito.» Tornai corrucciato a rimpiattarmi; e un eroe spartano

avrebbe mosso meno querele di quelle che io feci segretamente nel

trovarmi così condannato alla vergognosa figura del poltrone. Ma

nello stesso tempo m'accorsi di qualche movimento straordinario sopra

coperta; poi udii alcuni spari di fucile a certa distanza, e subito

in risposta a quelli una scarica gagliarda di carabine dal bordo

della Pia. Successe breve e profondo silenzio, tanto che io potessi

accertarmi d'aver avuto paura, e persuadermi col fatto della gran

differenza che passa dall'immaginare pericoli e prodezze, al ritrovarsi

davvero nel cimento. La curiosità allora non fu tanto forte da vincere

il mio timore; e obbedii al capitano, senza mio merito, perchè i

piedi non volevano camminare. Non indugiò un altro sparo dei pirati

che erano in due barche sottili e snelle; nè i nostri marinari se ne

stettero con le mani alla cintola. Subito dopo questa seconda scarica

della Pia, io udii molti urli disperati e selvaggi che venivano dalla

parte dei pirati, e dilungandosi per la quieta superficie delle acque

ispiravano terrore; ma nella Pia al contrario furon grida di giubbilo.

— Vittoria! Vittoria! Sono stati colpiti! Hanno dato volta! Siamo nel

canale! Ecco il vento! — Tra queste voci proferite quasi tutte in un

tempo si fece sentire il fischio del capitano; tutti tacquero, e si

diedero a manovrare secondo i varii ordini; furono riaperte le vele,

ripresi i remi perchè ancora il vento era debole, e l'ultima cosa che

mi ferisse le orecchie fu un languido eco degli ululati lamentevoli

degli Algerini che si allontanavano, come il cane che guaisce fuggendo

dopo essere stato percosso. Quei masnadieri, è vero, tentavano di

rapirci la libertà, di predare la nave, ed erano pronti a toglierci

la vita per mandare ad effetto questo malvagio divisamento; ma la

loro insidia fu scoperta in tempo; le loro forze erano inferiori a

quelle dell'equipaggio della Pia; e quei gemiti lugubri, che certo

indicavano che alcuno di essi era rimasto ferito, forse anco a

morte, mi commossero, in specie pel contrapposto dei lieti gridi dei

marinari. Vedete un poco per quanti sciagurati casi gli uomini, che

pur dovrebbero essere tutti fratelli, si riducono a gioire del male dei

loro simili! Io ero rimasto assorto in queste considerazioni. Alzai gli

occhi, e vidi di faccia a me il capitano che mi guardava sorridendo: —

«Avete avuto paura?» — «Paura? No; cioè, a dir vero, sì, ma contro mia

voglia.» — Lo credo; e avreste avuto desiderio di essere spettatore;

ma io non lo potevo permettere. Non è questa, ragazzo mio, la prima

volta che ho avuto che fare con quella canaglia; e sebbene fossi sicuro

che ce ne saremmo liberati facilmente, nondimeno mi premeva troppo che

voi non vi esponeste al minimo rischio. Eh! costoro possono ringraziar

voi....» — «Come? Non dovrebbero anzi lagnarsene, se sapessero che

la mia vista casualmente gli ha fatti scoprire un po' prima?...» —

«Se voi, che avete una madre.... è egli vero? se voi non foste stato

a bordo, io non gli avrei fuggiti, no. A qualunque costo mi sarei

misurato con loro, e avrei cercato di sodisfare un'antica vendetta!...»

Ciò dicendo il capitane fremeva, aggrottando gli occhi scintillanti di

fuoco e stringendo i pugni. Poi guardò il cielo, ed esclamò sospirando

profondamente: «Povero figliuolo! povera madre!» E gli vidi spuntare

alcune lacrime ch'egli s'asciugò con la mano dopo essersi percossa la

fronte. Io rimasi sbigottito ed afflitto; e il capitano che aveva già

calmato quella subita commozione, prese a dirmi così:

«Io ero semplice pilota di una nave mercantile, avevo moglie e un

figliuolo, la nostra sola, la nostra diletta creatura. Quando fu giunto

all'età di sette anni incominciai a condurlo meco per mare perchè

si avvezzasse per tempo alla vita a cui forse era destinato. Bello,

gagliardo, coraggioso, sarebbe riuscito un fiore di marinaro. Una

volta fummo assaliti dai Barbareschi; erano molti, bene armati, e ci

diedero la caccia nel colmo della notte mentre la burrasca infuriava.

Noi facemmo buona resistenza, e ci liberammo da quel pericolo: ma

la lotta fu lunga e atroce. Tre dei nostri perirono; l'orrore delle

tenebre, i tuoni, i fulmini, l'impeto del vento tra gli spari delle

carabine e delle spingarde, tra le urla degli assalitori e dei feriti,

avrebbero messo lo sgomento nell'animo del più ardito nocchiero. Io non

potevo abbandonare il mio posto; una palla di moschetto mi colpì nel

braccio sinistro, e nondimeno rimasi fermo al timone, se no avremmo

fatto naufragio. Il mio figliuolo era stato messo in luogo sicuro

sotto coperta, e in tutto il tempo della mischia e della burrasca io

non lo vidi, nè udii la sua voce, nè dubitai che gli fosse accaduta

alcuna disgrazia. Poichè i pirati furono messi in fuga e la burrasca

ebbe fatto posa, potei affidare ad altri il governo del timone, e

prima di medicare la mia ferita, corsi in cerca di quella povera

creatura. Non lo trovai nel luogo ove doveva essere; guardai altrove;

ne dimandai; nessuno sapeva rispondermi; divenni furente.... Allora

uno dei miei compagni quasi piangendo mi esortò a darmi pace; mi disse

ch'io l'avrei cercato inutilmente.... Ah! io non so che cosa facessi

allora; perdetti il lume degli occhi e l'uso della ragione, e mi diedi

a brancolare, benchè due o tre mi rattenessero a forza, in cerca delle

mie viscere.... Poi la perdita del sangue dalla ferita mi fece cadere

in deliquio, e mi spossò talmente che dovei pur troppo calmarmi. Seppi

allora il tristo caso: il fanciullino s'era mosso dal suo ricovero

per venir forse da me; un marinaro che lo vide in pericolo d'esser

colpito da una palla, mentre la nostra nave per la forza dei vento

si piegava tutta verso quella dei Barbareschi, corse a prenderlo per

un braccio; ma in quello stesso tempo egli restò ferito, e precipitò

in mare traendosi seco il mio figliuolo! Fecero gli altri ogni prova

per salvarli, ma fu inutile, e mi nascosero il fatto sinchè il mio

dovere mi tenne presso il timone e alla bussola. Figuratevi con che

cuore io tornassi a terra, con che cuore io mi accostassi a casa!

Anzi non so come la vita mi bastasse a reggere a tanto dolore, come

facessero i miei compagni a frenare la mia disperazione. Pur tornai,

e la mia moglie mi vide solo, e impallidì. Mosse le labbra tremanti a

interrogarmi; e prima che la mia risposta fosse intera, capì che io non

sarei più potuto ritornare a lei insieme col nostro figliuolo. Allora

la misera madre gettando un grido disperato chinò il capo sul petto;

io la sostenni perchè non stramazzasse per terra; piansi, ma ella

non rispose al mio pianto; mi provai a confortarla, ma il dolore le

aveva impietrito le lacrime e le parole; aveva nel viso il color della

morte, nelle membra il freddo della morte; ma il cuore batteva, batteva

rapidissimo, e le sue braccia stavano avviticchiate al mio corpo con

una forza incredibile.

«Parve che a poco a poco la fiera convulsione si calmasse, ma niuno

udì più la sua voce, nè i suoi occhi più si chiusero al sonno, ed ella

guardava me solo, e me solo seguiva sempre come l'ombra il corpo, e

sembrava che fosse di continuo presa dal timore di perdere anche me.

Quindi non fu mai possibile dissuaderla dal venir sempre meco per

mare; e la misera se ne stava nella nave seduta, immobile dovunque

io la ponessi, purchè mi vedesse; poco cibo e poca acqua bastavano

a nutricarla; e niuna cura avea più nè delle sue vesti nè del suo

corpo fuorchè in nettezza della quale era oltremodo scrupolosa; e solo

ambiva d'essere coperta d'una gonnella bianca stretta alla cintola da

un nastro nero, quasi volesse significare la innocenza del figliuolo

e il lutto d'averlo perduto. La terza volta che io tornai a bordo con

lei facemmo lo stesso viaggio che fu per noi tanto funesto. Ma nessuno

le aveva detto nè dove nè come la nostra creatura fosse perita....

Or bene, quando fummo in quel medesimo luogo, io la vidi precipitarsi

verso la sponda; poi si rattenne; io ero già accorso; le mie braccia le

impedirono di cadere; ma la sua vita era spenta! Forse l'immenso amore

materno l'aveva fatta indovina.... Chi sa?... È stato per me e sarà

sempre un mistero che io lascerò spiegare alle madri.»

Ciò detto, il capitano mi voltò subito le spalle e andò via,

probabilmente per nascondermi le lacrime che tornavano a spuntargli

sotto le ciglia. Poco dopo io salii sopra coperta, e lo rividi tutto

occupato secondo il solito a dare gli ordini ai marinari per le loro

manovre. Il vento fresco ci aveva condotti rapidamente alle viste di

Livorno. Il sole incominciava a spuntare di dietro i monti. Allora

con la luce mattutina io potei scorgere le coste toscane da un lato,

e dall'altro le isole infino alla lontana Corsica altiera dei suoi

monti elevati e scoscesi. A poco a poco distinsi il fanale di Livorno,

e poi gli alberi dei bastimenti che erano ancorati nella rada e nel

porto, e le molte case della città che incominciava allora a crescere

a quella floridezza a cui è giunta ai dì nostri. Io non avevo fino

allora veduto che borghi e castella o città così anguste da meritare

poco più che il nome di castella. Potete dunque immaginarvi quanto

cotal vista mi dilettasse. Basti dire che quasi dimenticai la dolorosa

istoria del capitano. E quanto più la nave s'accostava al porto, tanto

più io rimaneva estatico ad ammirare gli oggetti crescenti sempre in

grandezza e in numero. Incontrammo alcuni grossi navigli che a vele

spiegate salpavano dal porto o vi giungevano insiem con noi. Com'era

divenuta umile la Pia in confronto di quelli! E nondimeno le ondate

che la nostra nave facevano scendere e salire come una penna portata

dal vento, davano anche a quelli tanto moto che l'enorme peso e la

mole enorme parevano cosa da nulla. E spingendo poi lo sguardo in

giro all'immenso orizzonte, la grossezza di quei corpi scompariva,

come se si paragonasse un grano di sabbia a una montagna. Che cosa

sono le opere dell'uomo a petto alla immensità della natura? Tuttavia

quest'uomo col suo ingegno ardisce sfidarne le forze. Alcuni dei

navigli che noi incontrammo o andavano a traversare l'Oceano, o ne

venivano, preparati a viaggi di più mesi e a resistere alle burrasche.

E se allora taluno avesse detto a quei naviganti: voi siete prodi, ed

è impresa non lieve attraversare l'Oceano in mezzo a tanti pericoli;

ma tra pochi anni una settimana di tempo basterà pel tragitto che voi

fate in un mese, e senza che siano necessarie le vele, ad onta delle

burrasche e dei venti contrari; e tutto questo con l'aiuto del semplice

vapore dell'acqua bollente!... costui sarebbe parso per lo meno un

visionario. Or voi vedete, nipoti miei, come l'ingegno dell'uomo sappia

valersi della forza del vapore per far più rapide le comunicazioni dei

popoli, delle cose e delle idee! E chi sa quali altri mirabili trovati

sorgeranno anche prima che voi siate vecchi! Che cosa potete ricavare

da queste riflessioni? Pensateci un poco; io non farò che domandarvi se

l'ozio, la ignoranza, la pigrizia, cose pessime e dannose sempre, non

arrecheranno anco maggior vergogna e maggiore scapito in mezzo a tanto

progredire della civiltà dei popoli!

La Pia era per entrare in porto; le vele furono ammainate, e l'àncora

fu gettata tra la prima fila dei navigli, dove n'erano alcuni tre o

quattro volte più grossi del nostro. Due ore dopo aver preso pratica

nel porto, il capitano mi condusse a terra con la sua lancia, e andò

pe' fatti suoi, abbracciandomi e dicendomi addio. In quel commiato, che

anco per me fu doloroso, conobbi bene che il valente uomo s'intenerì

pensando di non aver più un figliuolo da abbracciare al ritorno dai

suoi viaggi.

_Per terra._

Il signor Damiano m'aveva dato una lettera per un banchiere di sua

conoscenza, affinchè questi mi agevolasse il modo di proseguire il

viaggio da Livorno a Firenze. Io andai subito, col fardelletto dei

miei panni sotto braccio, in cerca di questo banchiere; e strada

facendo vidi la Darsena e il Cantiere ov'erano gran numero di navi

d'ogni misura e di varie forme che venivano racconciate o costruite.

Lo strepito dei lavori, l'andirivieni dei marinari, dei lavoranti,

dei negozianti, l'attività che si vedeva in ogni angolo, era per

me spettacolo nuovo e incantevole. Se non avessi avuto il pensiero

d'affrettarmi per le faccende di mia madre, sarei stato lì tutta

la giornata. Comperai una libbra di pane ed alcune frutta, e mi vi

trattenni, girellando, il tempo soltanto che occorreva a fare la mia

colazione. Ma il diletto di quella vista rimase presto angustiato da un

incontro che mi fece orrore. Due uomini vestiti di panno grossolano, e

senza calze e con in capo un berretto dello stesso colore del vestito,

venivano innanzi legati ambedue a una stessa catena di ferro che,

pesante e grossa e attaccata con un anello al piede destro dell'uno

e al sinistro dell'altro, cigolava strascicando sopra il terreno. Un

aguzzino armato di carabina li guidava. Dimandai a chi mi era vicino:

«Che è questo, e perchè?» E quegli maravigliato della mia ignoranza:

«Son galeotti, mi rispose; hanno fatto del male al prossimo e sono

condannati, quale per pochi, quale per molti anni o per tutto il

rimanente della vita, a portarsi dietro quella catena e a lavorare

ai lavori pubblici sotto la vigilanza d'un aguzzino. Quella là (e

m'additava la rocca della Fortezza Vecchia) è la loro carcere, giù in

fondo nei sotterranei del torrione.» Con grande repugnanza guardai

in viso a quegli sciagurati; il più vicino a me era vecchio; girava

attorno lo sguardo così francamente come se fosse stato libero al

pari di noi, come se la memoria del suo delitto, come se la infamia

pubblica alla quale era esposto, più non lo toccassero da gran tempo.

L'altro era più giovine, più estenuato, più pallido, e andava a fronte

bassa, con gli sguardi aggrottati. Mi fece ribrezzo la inverecondia

del primo; restai commosso dalla vergogna feroce del secondo. Pensai

che questi poteva avere ancor vivi i genitori, poteva aver qualche

fratello, qualche sorella, fors'anco era marito! Sciagura, afflizione

ineffabile per la sua famiglia! Stavano lì attorno parecchi ragazzi....

Questo esempio terribile sempre sottocchio, io pensava, li terrà a

dovere; sapranno che dalle colpe leggiere uno si può grado a grado

ridurre a commettere i delitti più gravi.... Ma intanto alcuni di

quei garzoncelli giocavano e si accapigliavano, trattandosi di ogni

vituperio e bestemmiando, e ne vidi perfino uno che colse il destro di

rubare una frutta al rivendugliolo dal quale io avevo comperato la mia

colazione. Dunque ho sbagliato, pensai, a credere che l'esempio di un

gastigo tremendo.... Ah! forse l'abitudine gli toglie ogni efficacia;

questo spettacolo miserando rattrista i buoni cittadini, ma diviene

indifferente per quelli che sono volti a mal fare, ed anzi inferocisce

i loro costumi quasi selvaggi. Io credo poi che assai più dell'esempio

del gastigo sia profittevole la buona educazione; che anzi, ove questa

manchi, quello sia piuttosto dannoso, o per lo meno inutile.

Io mi allontanavo tutto sconfortato da quel luogo, allorchè mi abbattei

a vedere allo scalo due barcaruoli che si contendevano a chi dovesse

condurre un passeggiere. Il più giovine diceva all'altro: «Io son

venuto prima di voi, e sono stato chiamato: dunque uscite di qui e non

mi levate il guadagno. Non è vero, signore, volgendosi al passeggiere,

non ha chiamato me?» — «Non posso negarlo,» rispose quegli. Allora

l'altro barcaruolo che era vecchio, abbassò il capo con segno di

mestizia, e si mosse in silenzio per allontanarsi. «Ma no, riprese il

giovine staccandosi dalla riva con una vigorosa remata, buscatela voi

questa mancia; voi siete vecchio e avete famiglia, e oggi c'è scarsità

di passeggieri. Io son solo e giovine; posso aspettare.» E se ne andò

via lesto canterellando a guisa di spensierato, e allegro, secondo me,

per aver fatto una buona azione. Anche il vecchio mi parve intenerito,

e lo ringraziò come potè da lontano, mentre l'avventore scendeva nella

sua barca. Questo fatto valse a dissipare in parte la mestizia che

dalla vista dei galeotti m'era venuta addosso.

Il banchiere che io cercavo non era in Livorno. Alla risposta secca

secca che mi fu data: «È partito,» io non seppi fare altro che

andarmene alquanto confuso. Avrei potuto chiedere d'alcuno della sua

famiglia, del suo ministro di banco; mostrare la lettera aperta che

m'era stata data per lui.... Ma insomma io feci lo stolido, perchè non

avevo antiveduto il caso di non trovarlo; e fors'anco per la sorpresa

che a me, non avvezzo a vedere mercanti, banchieri e molta gente

affaccendata, recarono le varie persone che andavano e venivano da

quel banco, e la gran quantità di monete che erano schierate sopra un

tavolone nella stanza del banchiere. Certo che in quel luogo nessuno

mi aspettava, nessuno poteva badare a me, non sapendo chi io mi fossi,

nè da chi raccomandato, nè perchè in cerca del banchiere. Toccava a

me a chiedere che altri invece sua potesse leggere la commendatizia

del signor Damiano, e darmi quelle istruzioni di cui avevo bisogno per

continuare il viaggio.

Io sapevo soltanto che avrei fatto bene a sollecitarmi e a spender

poco. Trovai in piazza alcuni vetturini che offrivano posti in carrozza

per Pisa, per Firenze e per altri luoghi, annunziando d'esser pronti a

partire. Io per approfittarmi della occasione, fissai subito con uno di

essi per salire a cassetta e spendere il meno che fosse possibile. Ma,

aspetta, aspetta, il vetturino, con una scusa o con l'altra, mi teneva

a bada. Non era vero che la sua carrozza fosse già piena: ed egli

indugiava per trovare altri passeggieri. Allora io mi tenni sciolto

dall'impegno, mi feci insegnare la porta di dove bisognava muovere

per Firenze, e mi proposi di camminare a piedi finchè non mi fossi

stancato.

Alla porta i gabellini[31] mi fermarono per fiutare i poveri panni del

mio fardelletto, e mi fecero molte interrogazioni, e d'onde venivo, e

dove andavo, e a che fare.... Alle quali risposi francamente, perchè

io non ero nè uno sfaccendato nè un profugo, non senza peraltro

maravigliarmi che coloro volessero o dovessero sapere a puntino i fatti

miei.

Allora mi diedi a battere di passo lesto la strada maestra,

dilettandomi assai di guardare la pianura, le case, i monti lontani,

i campi coltivati, che quanto più io m'allontanavo da Livorno, tanto

più floridi e ameni mi comparivano. E più mi rallegrò la vendemmia.

M'accompagnai con un contadino che recava le bigoncie cariche d'uva;

due o tre fanciulli lo seguivano facendo il chiasso. Il buon uomo

vedendomi piuttosto accaldato dal camminare e molestato dalla polvere,

mi offerse alcuni grappoli d'uva. Io accettai volentieri il donativo,

e fu proprio opportuno. Così festeggiavo anch'io la vendemmia, e mi

crescevano le forze per arrivare prima della notte a Pisa.

Strada facendo vedemmo venire contro a noi di galoppo un cavallo

focoso attaccato al calesse e guidato da un giovine, come suol dirsi,

sgargiante. Il contadino tirò da parte il carro, e chiamò a sè i

fanciulli; anch'io corsi a prendere per la mano il più piccino; eravamo

già tutti riparati; ma il giovine non badando a noi, e seguitando a

correre a rompicollo, ci strinse addosso il calesse con tanta furia

che a mala pena io mi potei salvare saltando nel fosso insieme col

fanciullino. Allora suo padre, dopo avermi ringraziato con molto

affetto, d'essermi preso cura del suo figliuolo, lanciò veementi

querele contro quel giovine, e mi narrò che era un cattivo soggetto,

che aveva dato noja e fatto del male a molti, che per la smania di

spassarsi coi cavalli e di spendere alle feste e alle osterie co' suoi

compagnacci, s'era ridotto povero, e lasciava languire nella miseria

sua madre vecchia, vedova e malata; tutti in quei contorni avevano

da lagnarsi di lui; e il contadino finì con dirmi: «Quello sciagurato

anderà prima o poi nelle mani della giustizia, e la sua povera madre ad

accattare.» Poi si accomiatò voltando il carro nella viottola della sua

casa.

Contuttochè io fossi addolorato dal pensiero di quella madre infelice,

non potei liberarmi da un sentimento d'amor proprio ponendomi a

confronto col giovine dissipatore. Che differenza passa tra me e lui!

io diceva. Egli per godere, impoverisce la madre e l'abbandona; io

per ispender meno vo a piedi, mi contento di mangiar pane e di bevere

acqua, e via discorrendo. Manco male che invece d'inorgoglirmi di

quello che in sostanza altro non era che un adempimento del mio dovere,

mi trovai anzi vie più animato a far di tutto per riuscire utile a mia

madre e per mostrarle il grande amore che nutrivo per lei

Entrai in Pisa sul far della notte. Questa città, quasi disabitata,

mi cagionò da prima una certa malinconia, in specie ripensando a

Livorno che nella sua Darsena e nella Via Grande[32], è così gremito di

gente. Ma, quant'è bello, veramente maestoso il Lungarno pisano! Più

volte avevo udito celebrare la Cattedrale, il Campanile pendente, il

Camposanto: e benchè fossi stanco e quasi affamato, mi feci insegnare

la via che conduce a quei monumenti, e strada facendo mangiai un pezzo

di pane comprato dal primo fornaio che vidi, e bevvi a una fonte.

Essendo già sera, la Cattedrale, il Camposanto e il Battistero erano

chiusi. Mi contentai di contemplarne l'esterno, girandovi attorno

più d'una volta: ed essendomi aggrappato ai cancelli di ferro del

Camposanto, potei abbastanza vederlo anco dentro, perchè la luna

illuminava il bellissimo porticato. La solitudine e il silenzio di

quella vasta piazza appartata dal rimanente della città, la grandezza

maestosa degli edifizi, ed erano i primi che io vedessi, m'esaltarono

tanto che non trovavo il verso d'allontanarmene. Anzi mi posi a sedere

sulla soglia della porta di mezzo del Duomo; e allorchè, dopo aver

guardato a bell'agio il Battistero che mi rimaneva di faccia, volli

alzarmi per andar via, le congiunture indebolite e indolenzite dalla

stanchezza non volevano più obbedire. Allora mi adagiai: appoggiai

il capo sul mio fardelletto, e il sonno mi prese con tanta forza

che quella volta mi fu impossibile di resistere. Io avevo già fatto

una buona dormita quando una voce roca e una percossa di bastone mi

svegliarono all'improvviso. Aprendo gli occhi rimasi abbagliato dalla

luce di una lanterna, senza poter vedere chi fosse colui che me la

cacciava sotto il naso. Sulle prime credei di sognare; poi un po' di

paura, il freddo della notte che m'aveva intirizzite le membra, il

dolore della bastonata, la roca voce che tornava a domandare: «Chi

siete voi? Che cosa fate qui?» e una mano robusta che mi ghermì il

braccio furono bastanti a persuadermi che io dovevo essere sveglio.

Alle ripetute interrogazioni risposi: «Fate prima sapere a me chi vi

ha dato autorità di svegliarmi col bastone, di chiedermi il nome, di

sapere i fatti miei, di tenermi così stretto....» — «Meno discorsi!

io sono la pulizia in persona.» — «Me ne rallegro tanto, ma i vostri

modi, e questa lanterna affumicata, mi danno poca aria di pulizia.»

— «Qui non si scherza. Avanti! (e vidi comparire altri due uomini che

come il primo avevano il bastone e le sciabole alla cintura) bisognerà

condurre in arresto questo mariuolo!» I due uomini mi presero per

le braccia con maggior furia dell'altro; io credevo che volessero

troncarmele. Intanto il loro caporale s'impadronì del mio fardello.

«Adagio! esclamai allora con risolutezza. Io sono un ragazzo onesto;

quella è roba mia; dormivo qui per non spendere alla locanda, e

perchè questa bella piazza mi piace più d'una camera. Vi darò altri

schiarimenti se siete proprio la polizia; ma in nome di una signora

così rispettabile, lasciatemi libero. Come potete voi pretendere che

uno dica le sue ragioni con le braccia legate?» — «Queste son ciarle;

voi non m'infinocchiate. Avanti, avanti; dal Commissario: lì il

gastigamatti ti farà rispondere a tono, monello! Eh! tu vorresti fare

il dottore: ma noi....» E per farla breve breve, costoro mi condussero

in una stanzuccia terrena, puzzolente, dov'erano alcuni altri dei loro

compagni, parte addormentati, parte a giuocare fumando e bevendo. Io

rimasi più stordito che impaurito, immobile e silenzioso; senza curarmi

dei sospetti ingiuriosi che essi facevano sul conto mio, e solo tenendo

continuamente d'occhio il fagottino dei miei poveri panni. Venne la

mattina, e coloro mi condussero, come dicevano, al Commissariato,

tenendomi, al solito, per le braccia, passando in mezzo alla gente

che mi guardava maravigliata e con ribrezzo, come se fossi stato un

malfattore. Io peraltro camminavo franco e a testa alta, perchè certo

non mi pareva delitto l'essermi addormentato di notte sopra la soglia

del Duomo. Eppure mi toccò a sentirmi dire dietro le spalle: — Vedete

quella birba con che sfacciataggine se ne va in mezzo ai birri! —

Cospetto! pareva dunque che il mio delitto consistesse nel trovarmi in

mezzo ai birri! che la loro compagnia soltanto mi facesse colpevole!

Ma avrei potuto rispondere a chi mi giudicava con tanto rigore, che

io non l'avevo davvero nè desiderata nè accettata volentieri quella

spiacevole compagnia! Dopo lungo aspettare nell'anticamera del

Commissario, i birri furono introdotti meco al suo cospetto e gli

narrarono come e dove e quando mi avessero trovato, e che io non aveva

voluto render loro ragione dell'esser mio. Il Commissario era vecchio,

burbero, vestito di nero, e se ne stava seduto sopra una poltroncina

ricoperta di pelle, davanti a un tavolone pieno di scartafacci, con

la corda di un campanello tra le mani. Credo che al mio arrivo si

mettesse anco maggiormente in sul serio; e: «Così presto, esclamò, voi

vi trovate sulla strada della galera?» Questo brutto saluto mi spiegò

in parte il mistero, e dubitai subito che coloro m'avessero preso

per un ladroncello. Allora vidi che bisognava usare molta prudenza,

perchè l'equivoco non avesse a farmi perdere il tempo a danno di mia

madre. Chiesi con buon garbo, ma francamente, perchè la coscienza

m'assicurava, che i birri posassero sul tavolone i miei panni, e mi

lasciassero solo col signor Commissario, essendo io pronto a dire

i fatti miei, ma all'autorità superiore, non ai subalterni. Prima

il Commissario mi guardò sorpreso, interrompendo la faccenda col

soffiarsi il naso; poi diede un colpo sul tavolino facendo traballare

la scatola del tabacco che era lì semiaperta; e poi ordinò ai birri

d'allontanarsi. «O sentiamo, aggiunse quando fummo restati soli,

sentiamo che cosa hai da dirmi con tanta franchezza.» E quasi che egli

temesse qualche insolenza, pose in tirare la corda del campanello, a

guisa della sentinella che imposta il fucile contro chi fa mostra di

accostarsi per aggredirla. Io allora mi posi a spiegargli pacatamente

l'esser mio, il perchè del viaggio e dell'essermi addormentato di

notte sulla soglia del Duomo, e gli mostrai le lettere che avevo, e gli

apersi il fardello dei panni dov'erano un giubbino usato che stava bene

al mio dosso, e le camicie segnate della mia cifra, tutti riscontri che

confermavano a puntino la verità delle mie parole. Avrete visto l'acqua

allorchè bolle nella pentola: se il soffietto non mantiene acceso il

fuoco movendo l'aria, i tizzoni si cuoprono di cenere e si spengono,

il bollore a poco a poco cessa, l'acqua si ferma, si raffredda....

Così il Commissario: dopo il primo impeto che era dipeso dal credermi

qualche mariuolo matricolato, incominciò a calmarsi gradatamente alle

mie parole, rallentò la corda del campanello, raccolse, senza guardarmi

sospettoso, il tabacco versato, servendosi di uno zampetto d'agnello; e

baloccandosi ora con lo zampetto ora con la penna, alla fine mi disse

che potevo andarmene, ma che non mi esponessi più a farmi arrestare

dai birri scegliendo per letto la soglia di una chiesa. Io peraltro gli

domandavo perchè coloro mi avessero subito creduto colpevole. Egli non

volle rispondermi altro che avevo fatto male a lasciarmi sorprendere

dal sonno in quel luogo; e ordinò che mi lasciassero andare, dicendo

che non aveva tempo da perdere coi ragazzi.

[Illustrazione: Pag. 243.]

Il mio primo e solo pensiero fu allora quello di andarmene prestamente

da Pisa; e incontrando qualche vettura che mi pareva indirizzata per la

via di Firenze, mi posi a guardare se fossevi posto per me a cassetta.

Tra i vetturini riconobbi quello che mi aveva promesso di condurmi via

da Livorno: mi feci vedere, ed egli stesso mostrò di ricordarsi di me,

e m'interrogò se avessi voluto andare a Firenze. Ora che vi vedo colle

briglie in mano, risposi, posso credere che partiate subito. Salii a

cassetta, fissai il prezzo, e i cavalli si mossero.

Fin allora il tempo era stato buono; ma presto incominciò a

rannuvolarsi e poi a piovere, e l'acqua mi bagnava dal capo ai piedi,

nè io potevo scorgere la campagna perchè era tutta ricoperta dalla

nebbia. Intanto fra i compagni di viaggio che erano in carrozza

nacque un contrasto curioso. Un giovine incominciò a lagnarsi col

vetturino che i cavalli andavano troppo adagio; disse che aveva furia,

e promise al vetturino grossa mancia se si fosse affrettato. Ma v'era

un grassone il quale al contrario si raccomandava perchè i cavalli

camminassero lentamente; diceva d'aver contrattato il posto a quel

patto; essere necessaria molta cautela con bestie irragionevoli e in

carrozza sconquassata; e senza voler confessare d'aver molta paura, ne

mostrava tanta da fargli vergogna. I posti di dietro erano occupati

da due donne, l'una giovine e l'altra attempata: la somiglianza ed

altri indizj davano a conoscere che fossero madre e figliuola. In

quella contesa stavano silenziose, imparziali, impassibili: anzi la

figliuola s'addormentò, e mi parve che sua madre l'avesse caro, perchè

il vetturino bestemmiava, infastidito dalla pioggia e dalle querele

dei due contendenti che ogni poco si sentivano gridare dal fondo della

carrozza: «Presto! poltrone! Non ti darò nulla di buona mano se tu mi

servi così male! Già se tu fossi qualche cosa di buono tu non faresti

il vetturino!....» ovvero: «Adagio! Discrezione! Le mie povere spalle!

ci romperemo il collo! Come sto male in questo luogo! Ogni scossa mi

fa patire; or ora do di stomaco! Vuoi tu obbedirmi? Pago anch'io! Che

razza di gente! senza carità del prossimo!...» E veramente quel piato

continuo era noiosissimo, mentre poi il vetturino mandava i cavalli

del solito passo senza dar retta nè all'uno nè all'altro. Sicchè io

m'immaginavo che tal molestia dovesse durare sino a Firenze; ma quella

signora, fosse accortezza o caso, trovò il verso di far chetare almeno

il grassone, dicendogli con molta gentilezza: «Se a lei fa male stare

in quel posto, io le posso cedere il mio;» e accompagnò l'offerta

con l'atto di alzarsi. Ed egli accettò subito, si sdraiò nel posto

di dietro accanto alla fanciulla e non aperse più bocca. Pareva che

tutte le sue querele fossero state rivolte a ottener quel favore senza

chiederlo.

La pioggia continuava. Quella signora che nell'alzarsi m'avea visto a

cassetta, abbassò un poco il cristallo per offerirmi il suo ombrello,

dicendo che se m'avesse veduto prima avrebbe chiesto agli altri il

permesso di farmi entrare in carrozza. Io la ringraziai, perchè la

pioggia non era poi tanta da cagionarmi molto incomodo, e pareva che

fosse per cessare. Infatti un po' di sole si scorgeva di mezzo alle

nuvole diradate, e presto comparve l'iride; e io tutto intento a

guardare la campagna, non pensai più nè al fradicio che avevo addosso

nè ai viaggiatori. Pareva che la pioggia avesse fatto rinverdire la

terra, e le goccie tremolanti sui cespugli delle siepi si dipingevano

al sole di vari colori fulgidissimi. I contadini tornavano sui campi

al lavoro, gli animali a pascolare o a sollazzarsi; e la brezza fresca

ispirava lieta vivacità nell'animo e invigoriva le membra.

Giungemmo a Ponte d'Era sull'ora di desinare. I miei compagni di

viaggio entrarono in un albergo; io saziai l'appetito con poca spesa

secondo il solito, e passeggiando lungo una stradella ombrata e

solitaria. Nello scendere di carrozza, tanto io che le signore che

stavano dentro fummo salutati da un tale che io non conoscevo. Costui

mi ricomparve innanzi nella stradella, mi fece di berretta, e mi

domandò: «Come sta di salute la signora contessa?»

— «La signora contessa? Non capisco.» — «O lei signoria non è il

figliuolo di quella signora che ho salutato dianzi?» — «No.» — «Oh

scusi. E non sa chi la sia?» — «Nemmeno.» — «A dire! poveretta! Quella

signora, lo vede, è una contessa, niente meno. Il suo marito e lei

erano ricchi sfondati, e avevano giù di qui due fattorie, fior di

poderi. Il conte, giovane vanesio, senza giudizio, sciupò tutto il

suo patrimonio, la dote della moglie, si ridusse al verde, e poi se

l'è battuta fallito marcio, e non si sa dove sia. Ora, povera signora,

l'ha appena da campare; prima l'andava in una bella carrozza, ora in

vettura; prima un visibilio di servitori, cameriere, gioie, feste....

e ora servirsi da sè! Che rovesci in questo mondo! E io.... anch'io

son rimasto canzonato da quella birba del suo marito. Ho un credito

di qualche cento di lire.... Ma sì! bisogna farli persi. Sono andato

in tribunale, ho speso.... Tutti gettati. Guai a chi ha che fare coi

procuratori e coi tribunali!»

Se io non avessi mostrato premura di tornare alla locanda per non

rimanere a piedi, il facile parlatore mi avrebbe narrato tutti i fatti

suoi e degli altri. Ci volle proprio il chioccare della frusta del

vetturino perchè io mi potessi togliere da quell'incontro.

Giunsi alla vettura mentre i miei compagni di viaggio rimontavano

dentro: il grassone fu il primo e prese subito, senza far complimenti,

il posto che gli era stato ceduto dalla contessa. La fanciulla peraltro

pregò la madre a starsene di dietro invece sua; e così continuammo il

viaggio. A me parve ora che la cortesia usata dalla contessa a colui

fosse anche più meritoria, considerando che era stata avvezza a tutti

i suoi comodi. La disgrazia intravvenutale mi commoveva molto, e forse

maggior mestizia venivami dal pensare a quella giovinetta nata nelle

agiatezze, e così presto caduta senza sua colpa nella miseria. Le

nostre vicende si rassomigliavano molto, e ciò valeva ad accrescere

la mia simpatia per la madre e per la figliuola. Anzi mi figurai che

la disgrazia dovesse essere stata per loro assai più dolorosa che per

mia madre e per me. La cagione era ben diversa. Mio padre non aveva

commesso azioni che lo disonorassero, mentre il conte aveva rovinato se

stesso e la famiglia per effetto di mali portamenti. La colpa era tutta

sua, è vero, ma gli uomini sogliono disgraziatamente confondere spesso

l'innocente col reo, e forse la contessa e la sua figliuola potevano

ritrovarsi a sopportare umiliazioni non meritate.

Tra questi pensieri suscitati dal racconto dell'incognito mi tornò

alla memoria anche ciò che egli aveva detto dei procuratori e dei

tribunali, e del guaio d'aver che fare con essi. Io che sapevo d'esser

raccomandato a un procuratore pel caso che fosse necessario invocare

l'aiuto della legge per far riconoscere i diritti di mia madre, quei

diritti che erano ormai la nostra principale speranza, rimasi molto

sconfortato. Ma infine dovei rassegnarmi con la solita canzone: —

Vedremo; sarà quel che sarà. — intanto due dei compagni di viaggio

parevano addormentati: il grassone, cioè, di sicuro, perchè russava da

sentirlo in distanza di molti passi; il giovine poi mi dava a credere

d'aver imitato quello, perchè non si udiva più sgridare il vetturino

della troppa lentezza. E questi, a dir vero, lasciava andare i cavalli

a bell'agio, tantochè anch'egli fu preso dal sonno; ed io ero per

isvegliarlo, quando mi trovai precipitato nel fondo di un fosso, col

vetturino sopra la mia persona, e sopra di noi la carrozza trabaltata

e la testa del grasso penzoloni dallo sportello, e strepitante in sì

disperato modo che pareva fosse in mezzo al fuoco; ei ricopriva con le

sue urla i gridi delle signore, le bestemmie del vetturino e quelle del

giovine.

Per buona sorte i cavalli si fermarono appena che la macchina che

si traevano dietro non potè più rotolare sui terreno. In mezzo allo

strepito e allo scompiglio mi riuscì di scaturire dalla fossa, e di

mettermi davanti ai cavalli finchè non ebbe potuto venir fuori anche

il vetturino per staccarli. Un bifolco accorse a noi; aprimmo lo

sportello rimasto per aria, e aiutammo il giovine a saltar giù; poi la

contessa e la sua figliuola. Esse erano un po' turbate, ma assai meno

di quello che io mi fossi immaginato, nè si dolevano d'altro che di

leggiere contusioni. Ardua impresa fu quella di scarcerare il grassone.

Ei s'era ostinato a voler uscire per di sotto nella fossa, ma il suo

corpo madornale non poteva passare dalla sola apertura del cristallo,

ed era rimasto a contrasto senza potersi muovere nè in su nè in giù;

sbuffava e gemeva e urlava da far compassione alle pietre. Aveva le

mani e la faccia imbrodolate di fango, e gridava misericordia perchè si

sentiva soffocare. Ci vollero gli sforzi riuniti di tutti; e soltanto

dopo una fatica di mezz'ora, adoperando scale, funi e bastoni, potemmo

tirarlo su pei piedi che era più morto che vivo, dalla paura peraltro

e dal continuo strepitare che aveva fatto. Le sue membra erano affatto

illese, benchè fosse cosa orribile a guardarlo da quanto lo deturpavano

il fango e gli occhi stralunati e il naso impeperonito[33] e la bocca

ansimante lorda di bava e di melletta.

Nel tempo che il vetturino rialzava e racconciava la carrozza andammo

tutti nella casa del bifolco che era accorso a darci aiuto. Il suo

invito fu tanto cortese, con poche ma franche e sincere parole, che non

indugiammo ad accettarlo; ei ci offriva non solo ricovero per aspettare

di poter riprendere il viaggio, ma anche il rinfresco se ne avessimo

avuto bisogno; rinfresco, com'ei diceva, da povera gente, ma condito da

buon cuore.

Quando ci ebbe condotti in casa, tornò subito via por chiamare la sua

donna che era nel campo, e per tornare in soccorso del vetturino.

In quella sollecitudine il buon uomo non ci aveva nemmeno guardati

bene in viso; ma questo potè fare la sua moglie, garbata e amorosa

quanto lui. Io mi accorsi che rimase alquanto sorpresa dall'aspetto

della signora; poi si fece animo e le si accostò dandole una sedia,

e con parole tronche le fece capire che le pareva di conoscerla....

Allora la contessa, con festosa e benevola accoglienza le disse: «No,

cara Teresa, non vi siete ingannata.» E la Teresa tutta commossa fino

alle lacrime voleva baciarle la mano, inchinarsele.... La contessa

non lo permise, le strinse la destra, la ringraziò della memoria

affettuosa che serbava di lei, e si pose tranquillamente a discorrere

della trabaltatura e d'altre cose di minor conto. Ma vidi bene che la

contessa e la sua figliuola erano anche più commosse della Teresa,

benchè cercassero di nasconderlo. Quel podere un tempo, ed altri

all'intorno e la prossima villa, facevano parte delle ricchezze

del conte. Tutto era stato venduto pei creditori. Quella famiglia

colonica aveva visto la contessa nei giorni lieti quando il fasto la

circondava....

Che divario dalla signora padrona d'un tempo! Eppure la Teresa la

chiamava sempre padrona e certamente con più affetto di prima. Io

pensai che per quelle due donne ci volesse non poca virtù in simile

incontro per non comparire nè stoltamente orgogliose del passato

lustro, nè vilmente umiliate dalla povertà che le angustiava. Infatti

io credo che una delle cose più difficili per l'uomo sia quella di

saper mantenere la propria dignità nei mutamenti della fortuna. I beni,

i favori di questa vanno e vengono; ma l'animo deve essere superiore ai

suoi capricci. Noi nasciamo nudi ed eguali; i nostri sentimenti non si

devono formare sulla diversa qualità delle vesti che ci ricuoprono. Le

ricchezze sono desiderabili e utili finchè danno modo a chi le ha di

far del bene; ma non lo differenziano dagli altri, se non che per le

azioni. E poi anche i poveri sono capaci senza di esse di far del bene

agli altri. Quel contadino che ci soccorse, che ci ospitò, che, anco

senza riconoscerla, recò servizio a quella signora che era stata sua

padrona, ne è prova. E quanti esempi di generose azioni non si vedono

dare tutto giorno da coloro che vanno coperti delle vesti del povero!

Chi più pronto di essi a mettere a repentaglio la propria vita, che per

lo più è il loro solo patrimonio, per salvar quella di chi si sia?

La carrozza era stata rimessa in bilico sulle sue quattro ruote, e i

cavalli, povere bestie, aspettavano prima di muoversi che fosse di

nuovo carica del nostro peso; e quello del pingue, era da metterli

a prova! Se non che egli aveva poca voglia di tornare a chiudersi

in quel pericoloso bugigattolo ambulante. Strada facendo ci venne

alle orecchie, portato dagli sbuffi del venticello della sera, un

dolce suono di lieta musica, e fra gli alberi di una collinetta

vedevamo brillare alcune faci che avremmo prese per lucciole se fosse

stato di luglio. Lassù risiedeva la villa appartenuta un tempo alla

contessa. I nuovi padroni avevano apparecchiato la festa di ballo e

la cena sontuosa, l'orchestra accordava gli strumenti, e il giardino

incominciava ad essere illuminato. Così all'arrivo della contessa,

quand'ella era padrona del luogo, soleva il giardino risplendere di

mille faci, e le vispe contadinelle recando mazzi e ghirlande di fiori

andavano incontro alla padrona, e la salutavano con giulivi canti.

Il grasso narrava queste cose per averle udite magnificare dai suoi

compagni, e conosceva i nuovi proprietari e ne vantava la splendidezza.

Quindi gli parve miglior consiglio fare una tappa alla villa, che

proseguire il viaggio col rischio di trabaltare un'altra volta. La

paura e il travaglio l'avevano spossato. Il vetturino lo lasciava

andare purchè gli pagasse il prezzo pattuito per tutto il viaggio.

Ma colui non volle, dicendo di aver pagato per andare a Firenze,

non per ritrovarsi in una fossa. La contesa fu breve; perchè quegli

s'incamminò alla villa, e il vetturino salì a cassetta brontolando, e

sfogandosi con irose frustate ai poveri cavalli che non avevano colpa

nell'accaduto. Io fui invitato dalla signora a sedermi in carrozza,

giacchè v'era posto, e accettai la gentile offerta. Il contadino

non volle alcuna ricompensa, nè potè riconoscere la contessa perchè

questa aveva il viso coperto dal velo, e già era buio. Nondimeno ei

rimase fermo sulla strada e col cappello in mano, finchè non avemmo

fatto qualche cento di passi. La moglie gli avrà poi palesato chi

fosse quella signora; e allora gli sarà sembrato atto d'orgoglio

il non essersi ella da se medesima data a conoscere a lui? ovvero

sentimento di discretezza per non affliggerlo con la ricordanza,

del suo impoverimento? Io per me posso asserire che non mi parve

di scorgere in quella signora ombra d'orgoglio, ma sì molta dignità

nella sua disgrazia: e la figliuola, ingenua, gracile, bella, modesta,

ritraeva in tutto dalla madre. Esse ignoravano che io avessi saputo

qualche cosa dei loro fatti dall'incognito di Pontedera. Quando furono

in carrozza m'accorsi che avevano fino allora fatto un grande sforzo e

molto sofferto per reprimere la loro commozione. Stavano taciturne: ma

i loro sguardi scambievoli dicevano più assai delle parole, e la madre

capì che v'era bisogno di far coraggio alla figliuola, perchè questa

non lasciasse sgorgare dagli occhi le lacrime del pianto interiore, e

le fece questo coraggio stringendole la mano e sorridendo, come chi si

rallegra con taluno che sia scampato di fresco da qualche pericolo.

Il giovine che era in nostra compagnia ci lasciò quando fummo giunti

a Empoli. Esso aveva barattato con noi poche parole sul fatto della

trabaltatura, sfogandosi a dir male del vetturino e raccontando altre

simili avventure.

Poichè ci trovammo in tre, e l'oscurità della notte non ci permetteva

di scorgere le fertili campagne, le colline coperte di boscaglie,

l'Arno chiuso nelle strette della Gonfolina, i villaggi e le castella

che fanno popolose le sue sponde, la signora attaccò discorso con me,

e senza mostrare curiosità indiscreta dell'esser mio mi diede animo

di palesarle lo scopo del mio viaggio. Allora dovè conoscere anch'ella

quella certa somiglianza che passava tra i nostri casi, e mi dimostrò

molta benevolenza, e si compiacque a sentirmi noverare le virtù di mia

madre. Io mi figuravo di descrivere intanto le sue, e ne ebbi certezza

piena dal volto della fanciulla. Bisogna proprio dire che quando un

figliuolo parla con amore e con riconoscenza di colei che gli ha dato

la vita e l'educazione, e' diviene eloquente. Le donne rimasero infatti

molto commosse dalle mie parole, e noi ci ritrovammo senza accorgercene

alla porta di Firenze.

Costì v'era un vecchio che pareva aspettasse da lungo tempo. Venne

alla carrozza, e mentre i gabellieri frugavano il mio fagottino e la

valigia delle donne, il vecchio fece loro tante affettuose feste ch'io

non so dire; ed esse con tenerissima gratitudine le contraccambiavano.

Io non udii il colloquio animato che ebbero tra loro, e dopo del quale

il vecchio entrò tutto consolato in carrozza. Ma seppi dipoi che egli

era stato fin da ragazzo a servizio del conte; che per le disgrazie

della famiglia cagionate dai vizi di quel marito libertino, il buon

vecchio aveva perduto il pane; e avrebbe dovuto mettersi a chiedere

l'elemosina, se non avesse avuto un nipote amoroso che lo ricoverò

subito, e prese ad assisterlo. Allora lo zio potè industriarsi col

mestiero del sarto, che aveva imparato ed esercitato per sè e pei

padroni nelle ore di riposo del suo servizio, e gli riuscì di metter

su casa e bottega. Egli aveva saputo ora della gita della contessa a

Firenze, era venuto a incontrarla alla porta, e l'aveva aspettata fino

a tardi per pregarla ad accettare ospitalità nella sua casetta, dove

già erale preparata una buona e pulita stanza.

Ripensando io a ciò che mi era intravvenuto di sapere e vedere in

quel mio viaggetto, ne trassi questa semplice riflessione: che cioè

il male è mescolato col bene; che bisogna saper sostenere quello e

approfittarsi di questo e andar sempre innanzi col coraggio della

speranza. Non mi spaventarono dunque i sinistri prognostici del

ciarlone di Pontedera, e mi proposi di aver fiducia nel procuratore

al quale il signor Damiano mi aveva raccomandato. Perchè poi non mi

accadesse d'esser punito, come a Pisa, della smania di veder subito

la famosa cattedrale di Firenze, almeno di fuori e al lume di luna,

mi feci accompagnare dal vetturino a una locanda, ma non di quelle

ove concorrono i viaggiatori facoltosi. E appena fui solo nella mia

camera, volli, innanzi d'andare a letto, scrivere di me a mia madre;

a questo mi consigliava l'amor filiale che aveva bisogno di sfogo da

tanto tempo, e anche il proverbio: Chi ha tempo non aspetti tempo; del

quale, miei cari nipoti, vi raccomando aver sempre memoria. La lettera

fu lunga; e soltanto dopo averla scritta, potei fare una bella dormita.

Racconti per giovinetti · 第 16 / 28 题