racconto piú antico, che si trova tra quelli del «Ménestrel de Reims»;
solamente in questo si tratta non della moglie di Filippo II, ma di
quella di Luigi VII, che è esattamente chiamata col suo nome Aliénor o
Éliénor. Secondo il narratore del secolo XIII, Luigi era con sua moglie
a Sur, la sola fortezza che i cristiani possedessero allora in Siria,
dove non faceva che «le sien despendre», non osando dar battaglia a
Saladino. La regina prende a disprezzare suo marito, «et ele oï parler
de la bonté et de la prouece et du sens et de la largece Salehadin, si
l'enama durement en son cuer». Trova il mezzo d'intendersela con lui,
il quale le manda una galea che deve condurla via. Una notte, discende
da una postierla, portando con sé due scrigni pieni d'oro e d'argento,
allorché una delle sue damigelle va a trovare il re, che dormiva, e
lo sveglia dicendogli: _«Sire, malement est; ma deme s'en vuet aler en
Escaloigne a Salehadin, et la galee est au port qui l'atent. Pour Dieu,
Sire, hastez vous!»_ Il re si veste in fretta e discende al porto: «Il
trouva la roïne qui estoit ja d'un pié en la galee, et la prent par
la main et la ramainne arriere en sa chambre....». Le domanda allora
perché ha concepito un tal disegno: _«En nom Dieu_, dist la roïne,
_pour vostre mauvestié, car vous ne valez pas une pomme pourrie. Et
j'ai tant de bien oï dire de Salehadin que je l'aim mieuz que vous»_.
Il re la fa sorvegliare, e, ritornato in Francia, si contenta di
ripudiarla; ma, nota assai giudiziosamente il narratore, «si fist que
fous: mieuz venist l'avoir emmuree, si li demourast sa grant terre,
et ne fussent pas avenu li mal qui en avinrent».[101] Si sa che la
condotta di Aliénor in Terra Santa fu infatti uno dei principali
motivi, i quali furon causa del suo divorzio con Luigi VII; però è
certo che, se essa peccò, non fu, anche d'intenzione, con Saladino,
che era allora un fanciullo. Si può vedere abbastanza bene come si sia
formata la leggenda. Si sa che in realtà Luigi VII e sua moglie, dopo
il disastro sofferto dai crociati nell'Asia Minore, si stabilirono non
a Sur, ma ad Antiochia. Aliénor, che si lamentava d'aver per marito un
monaco e non un re, fu durante questo soggiorno estremamente leggera,
per non dire di piú, specialmente col principe d'Antiochia, Raimondo,
quantunque fosse suo zio paterno. Essa lo preferiva grandemente a
suo marito, e sembrava avesse concepito il disegno di restare sempre
con lui, tanto che il re fu obbligato di menarla via di nottetempo
sopra un vascello fino ad Acri; rientrato in Francia, egli divorziò
sotto pretesto di parentela. Tutto ciò si trasformò a poco a poco
nell'imaginazione popolare. Anche al principe d'Antiochia si riferisce,
in una versione che ci ha conservato una cronaca spesso citata per gli
elementi romanzeschi che ha ammessi,[102] il tentativo di evasione
d'Aliénor; però esso è già raccontato quasi come dal Ménestrel: «La
royne Alienor, qui estoit femme, moult diverse, fiere et haultaine, ot
grant desdaing que le roy ne faisoit la requeste du prince.[103] Et
mist le prince en tel point la royne qu'elle volt laisser le roy, et
se cuida embler de luy, et fist secretement trousser ses besoignes et
cuida entrer en mer sans le seu du roy; mais elle fut prinse et amenee
au roy, qui lui demanda ou elle vouloit aller[104] et pour quoy elle
part sans son sceu. Et quand elle vit que il failloit que aucune chose
respondist.... fierement respondy et par grant orgueil que voirement le
voulloit laisser pour sa grande lascheté et couardie».[105] Ciò però
non doveva bastare. Essa aveva voluto restare con un uomo del paese:
la colpa si rese piú grave supponendo che fosse un infedele quegli
che aveva amato. Una cronaca latina del secolo XIII aveva già detto:
«Praefata regina regem in pluribus graviter offendit, in hoc vero
gravissime quod regem clam relinquere machinans cuidam Turco adhaerere
voluit».[106] Nelle _Chroniques de Flandres_, redatte nel secolo XIV,
questo Turco, diventa il soldano di Babilonia, e tutta la località è
cambiata: «Pendant le temps de celluy siege (di Escalona) advint une
trop grant merveille. Car la royne de France, qui avoit séjourné a
Triple ung espace tandis que le roy avoit esté devant Damas, avoit tant
fait devers le souldan de Babiloine qu'elle devoit aler aveuc luy; mais
le roy en fut adverty, luy estant au siege devant Escaloine. Lors s'en
party le roy moult hastivement, et chevaucha toute la nuyt tant qu'il
vint a Triple, si trouva la royne qui estoit ja venue jusques a la
gallee pour entrer ens. Adont il prist la royne et l'en ramena».[107]
Era naturale che questo Turco, che questo «souldan» divenisse Saladino,
perché nel secolo XIII la gloria di Saladino era sí grande, che,
dal momento che si trattava di un Saraceno ragguardevole per qualche
cosa di straordinario, si pensasse a lui. Cosí si formò il racconto,
che il Ménestrel de Reims ci offre con la sua ingenuità e la sua
vivacità ordinarie,[108] del quale però non ha inventato alcun tratto
essenziale.[109] Quanto al poeta del secolo XIV, non è certamente per
un debito d'esattezza storica che ha fatto della regina di Francia
innamorata di Saladino, la moglie di Filippo II e non di Luigi VII;
infatti egli non evita l'anacronismo se non per cadere in un errore
non meno grave, dacché Filippo era vedovo a tempo della crociata.
Ha fatto semplicemente rientrare l'aneddoto che voleva adoperare nel
quadro generale del suo poema, in cui Filippo di Francia e Riccardo
d'Inghilterra sono, come nella storia, gli avversari di Saladino.
Inoltre egli ha dato al racconto della mancata fuga della regina,
che imitava, trasformandolo, da una novella relativa ad Aliénor, un
prologo, il quale ci fa assistere in Francia all'esordio dei suoi
amori con Saladino, e che è tutto intero di sua invenzione. Ciò era
assai naturale; quello che sorprende di piú è di vedere sino ai nostri
giorni degli storici seri parlare degli amori d'Aliénor con «un giovane
Saraceno», con «un Turco battezzato col nome di Saladino», con «un
buffone chiamato Saladino», ecc.[110] Quanto tempo è stato necessario
perché la critica entrasse, nella storia, in pieno possesso dei suoi
diritti!
VI
Accanto a tutte queste narrazioni che fanno di Saladino un cavaliere,
un mezzo cristiano, un mezzo francese, un viaggiatore, un cortese
amante, ossia tutto ciò che non fu, sarebbe inverosimile che non ve
ne fosse qualcuna che ce lo mostrasse almeno approssimativamente,
tal quale fu, il nemico spesso generoso, ma costante, dei Cristiani.
Tuttavia il ricordo leggendario ha conservato poche tracce di ciò
che costituisce il fondo vero della storia del conquistatore di
Gerusalemme, dell'avversario di Filippo e di Riccardo.
Alcune tradizioni, che sono ancora per metà storiche e che del resto lo
concernono indirettamente, ci rappresentano la sua vittoria su Guido
di Lusignano come dovuta al tradimento di parecchi grandi vassalli
di quest'ultimo, e specialmente di Raimondo di Tripoli o Triple. Il
Ménestrel di Reims ci racconta che i principali traditori, insieme
col conte di Triple, erano «le marchis de Montferrat, le seigneur de
Baru, le seigneur de Saiete, le bau (balio, governatore) d'Escaloigne»
(§ 40).[111] Il poema del _Pas Salhadin_, del quale parleremo presto,
trasforma questi nomi, buttati giú un poco a caso, nel modo piú
bizzarro:
Des traïtres faus losengiers
Li quens de Tribles fu premiers,
Et li marcis de Ponferan,
(Et) D'Escalone Pieres Liban,
Après li sires de Baru
Et de Sa[e]te quens Poru.
Cilz cink firent la traïson
Et vendirent le roi Guion
A Salhadin......[112]
Noi abbiamo qui l'eco sfigurata dalla tradizione che si formò tra i
partigiani di Guido di Lusignano.[113] Dopo la sconfitta, quando Guido
prigioniero confessa piangendo a Saladino ch'egli ha ben meritata la
sua sorte, l'altro, secondo il racconto del Ménestrel, gli dichiara che
non è responsabile del disastro, gli rivela il tradimento, e lo rimette
generosamente in libertà.
Nel grande romanzo in versi del secolo XIV del quale abbiamo parlato
tante volte, e che è qui ancora rappresentato dal _Jean d'Avesnes_ in
prosa, la rovina del regno di Gerusalemme è narrata in un modo che non
ha quasi nulla di comune con la storia. Non si tratta piú di Guido di
Lusignano, e neanche dei suoi predecessori immediati. La catastrofe
accade sotto il regno di Baldovino di Sebourc, secondo successore di
Goffredo.[114] Saladino, divenuto padrone di Damasco, dell'Egitto e
poco dopo della Persia, assale i Cristiani di Terra Santa. In una prima
battaglia, sui «plains des fontaines de Saphire»,[115] il re Baldovino
è preso, ma Saladino lo rimette in libertà. Ben presto, il soldano
marcia su Gerusalemme, e davanti alle mura di questa città si dà la
grande e decisiva battaglia: Baldovino di Sebourc è ucciso, e cosí pure
il bastardo di Bouillon, figlio di Baldovino I. Saladino fa dovunque
miracoli di valore: «car il estoit puissant de corps et de si hault
courage que... nul ne l'osoit regarder en fait d'armes, et partout ou
il aloit les chrestiens se coatissoient et l'oeil n'osoient haulcier
devant luy». Non mostra una generosità meno grande; la spinge al punto
da suscitare un giusto scandalo tra i suoi e, a dire la verità, sino
alla stravaganza: avendo preso Giovanni di Pontieu, nel quale riconosce
suo zio, lo autorizza a ritornare a combattere a fianco dei due soli
campioni cristiani sopravvissuti, e a compiere con essi una terribile
carneficina dei Saraceni. Tuttavia finisce col farlo prigioniero sulla
sua parola, allo stesso modo di Huon Dodekin o di Tabarie.
La presa di Gerusalemme, senza colpo ferire, e l'umanità della quale
Saladino fa prova verso gli abitanti non differiscono molto nella
storia e nel nostro romanzo. In questo si passa in seguito all'assedio
di Sur, dove il glorioso nome di Corrado di Monferrato è cambiato
in quello di Bonifazio, conservandosi però, per un singolar caso,
il nome del valente Guglielmo de la Chapelle, che del resto non ci
è stato trasmesso che dal poema contemporaneo d'Ambrogio.[116] Narra
tuttavia che Saladino, dinanzi all'indomabile resistenza del marchese
di Monferrato, sospende l'assedio della città, ma a torto aggiunge
che in un secondo assalto la fortezza fosse obbligata ad arrendersi.
Lascio da parte la menzione delle altre città conquistate allora da
Saladino,[117] il quale, secondo il nostro romanziere, visse in seguito
per dieci anni in una pace profonda, durante la quale preparò il
viaggio che meditava nel paese dei Cristiani.
Si sa che in realtà non accadde tutto in questo modo: che Guido
di Lusignano, appena uscito di cattività, venne con meraviglioso
ardire a porre l'assedio ad Acri, recentemente tolta ai Cristiani,
che ben presto fu raggiunto colà da Filippo di Francia e da Riccardo
d'Inghilterra, i quali presero la città in capo a tre mesi, che Filippo
se ne ritornò allora nei suoi paesi, mentre Riccardo restò ancora un
anno in Siria, facendo a Saladino una guerra in cui rese immortale
il suo valore, sebbene non potesse colà compiere alcuno dei disegni
che aveva formati, e fosse obbligato a terminare con una tregua poco
gloriosa. Fu in quei quindici mesi di contatto quasi quotidiano che
i crociati venuti di Francia e d'Inghilterra poterono ricevere la
piú viva impressione delle qualità brillanti del loro formidabile
avversario. La crociata in se stessa non ha tuttavia lasciato nella
tradizione se non assai poco sicuri ricordi. Il piú esatto sembra
essere una storiella che deve avere un fondo reale, e della quale
è curioso seguire le successive trasformazioni. Originariamente non
riflette Saladino, bensì suo fratello Safadin o Seif-Eddin (piú tardi
suo successore sotto il nome di Malek-Adel). Durante la liberazione di
Jaffé, nell'agosto del 1192, la piú prodigiosa delle geste compiute
dal re «au cœur de lion», Riccardo, giunto in tutta fretta per mare,
aveva appena trovato dei cavalli per lui e per qualcuno dei suoi (v.
piú innanzi), e non avrebbe potuto surrogare il suo quando l'avesse
perduto. Safadin, che da lungo tempo era in amichevoli relazioni con
lui, vedendolo combattere a piedi, gli mandò cortesemente due cavalli:
tale è il racconto d'Ambrogio, che sembra perfettamente autentico,[118]
Le diverse redazioni del _Livre de la Terre-Sainte_[119] ce ne mostrano
i successivi svolgimenti. La prima (H, p. 197) non aggiunge che un
tratto inesatto, cioè che Riccardo avrebbe dato uno dei due cavalli
a Guglielmo di Préaux: Guglielmo era allora prigioniero; inoltre
attribuisce a Saladino l'iniziativa di questa cortesia. La seconda[120]
amplifica ed altera questo semplice racconto: «Seifeddin... demanda
ou estoit le roi; l'on li mostra ou il estoit aveques ses homes sor
un toron. Il s'entremist de bien et d'onor, si li envoia un cheval
tirant,[121] qui estoit moût mesaisiés a la bouche, par un sien
memeloc, et il encharja qu'il deïst au rei que nen esteit mie avenant
chose que rei se combatist... a pié. Le rei, qui fu aparcevans de la
malice des Sarasins, s'aparçut que le cheval estoit mesais[i]é, si
dist au message qu'il galopast le cheval; ensi come il le galopeit, il
le conut qu'il estoit tirant, si li dist: _Mercie ton seignor, et li
meine son cheval, et li di que ce n'est mie l'amor qui entre lui et moi
estoit qu'il me mande cheval tirant por moi prendre_. Le memeloc s'en
torna et mena le a son seignor, et li dist qu'il s'estoit apercells
qu' il estoit tirant. Seifeddin fu hontous, et comanda que l'on li
menast un autre plus aaisié[122] que celui, et celui meismes [mena]
le memeloc qu'i[l] li aveit premierement amené.[123] Le rei comanda
au ferrot[124] que il li traisist les gisans et les eschaillons,[125]
et tantost com il l'ot comandé il fu fait; e com hom li ot trait il
li fist metre un frain et fist monter sus. Le cheval fu alores bien
aaisié; le rei monta sus et fist mout d'armes». Se qui v'è malizia, è
da imputarsi tutta intera al «memeloc».[126] Nella terza versione, che
è quella del manoscritto in cui si trova il nome d'Ernoul, Saladino,
che sostituisce interamente Safadin, può almeno sembrare colpevole
d'aver nascosto un tradimento sotto la sua apparente generosità. «Va,
dist il a un de ses serjanz, _ensele un cheval et si li maine; si li di
que jou li envoi; qu'il n'afiert pas a si haut home come il est qu'il
soit a pié a tel lieu._.. Li serjanz fist le comandement Salehadin et
si mena le cheval au roi d'Engleterre et fist son message. Et li rois
l'en mercia, mais ne monta pas sus, ains fist monter un sien serjant
et fist poindre devant lui. Quant li serjant ot point le cheval et il
cuida retorner, ce ne fust ja mais, ainz l'en porta li chevaus, quel
gré qu'il en eüst, en l'ost as Sarasins. Et Salehadins fu mout honteus
de ce que li chevaus estoit retornés; si en fist un autre apareillier,
et li renvoia».[127] Il tradimento è del tutto sicuro nella LXXVI delle
_Cento novelle antiche_.[128] Il cavallo è inviato per condurre quello
che lo monta nella tenda di Saladino; fortunatamente Riccardo vi fa
montare uno scudiero, e l'astuzia del soldano è in tal modo rivelata
e sventata a sua volta.[129] Nel poema del sec. XIV spesso citato,
questa storia ha un seguito: il buon cavaliere Antonio, che Morello,
il cavallo mandato da Saladino a Riccardo, gli ha ricondotto, acquista
l'amicizia del soldano, è da lui fatto governatore di Saietta e piú
tardi vi sostiene un assedio contro di lui per difendere Chauvigni e
Guglielmo des Barres, da lui perseguitati.[130] — Finalmente nel poema
inglese sopra Riccardo Cuor di Leone, che, almeno per questa parte,
è tradotto dal francese, la storia è del tutto fantastica. Accade
davanti a Babilonia, la quale è assediata da Riccardo. Saladino gli
manda in dono un magnifico cavallo, migliore ancora del famoso Fauvel
di Cipro, cavalcato abitualmente da Riccardo;[131] però è invasato dal
diavolo, e di piú, quando sua madre, cavalcata da Saladino, nitrisce,
esso accorre, le s'inginocchia davanti e la poppa. Un angelo previene
Riccardo del tranello che gli è teso: Riccardo esorcizza dapprima il
cavallo e ne caccia il diavolo, poi gli tura le orecchie con cera, in
modo che nella battaglia, sordo ai nitriti della madre, la abbatte, e i
Saraceni sono completamente sconfitti. Si vede che qui l'immaginazione
dei narratori non ha per lungo tempo ammesso nel nemico giurato dei
Cristiani un atto di cortesia leale e disinteressata.
Il solo fatto d'armi che si riannodi col nome di Saladino e che gli
abbia per lungo tempo conservata una popolarità tuttavia mediocremente
gloriosa, ha nella storia un punto d'appoggio abbastanza incerto.
In molte «salles» di castelli, si dipingeva nel secolo XIII ciò che
si chiamava il _Pas Salhadin_: questa pittura rappresentava dodici,
talvolta tredici cavalieri, sorveglianti una gola di monti, che si
sforzava di passare un immenso esercito saraceno comandato da Saladino;
però di esso non si vedeva certamente che qualche combattente, già
arrestato dai corpi ammucchiati di coloro che l'avevano preceduto. In
qualcuna di queste pitture si vedeva il re Filippo, il quale, senza
prender parte al combattimento, ne dava il segnale, lo dirigeva da
lungi e, dopo il successo, si rallegrava coi vincitori; in altre,
probabilmente in quelle che non erano state eseguite nella Francia
propriamente detta, il re Filippo non era rappresentato in alcun modo.
Tra i combattenti, Riccardo aveva una parte piú o meno preponderante.
In tutte queste pitture, a quanto pare, si vedeva, arrampicato sopra
una roccia che chiudeva la gola, uno spione che osservava i guerrieri
cristiani per riferire i nomi di essi a Saladino, posto dall'altro
lato della montagna: questi nomi, che variavano nelle diverse pitture,
erano però scritti a fianco di ciascuno di essi, e il nome dello
spione, _Tornevent_ o _Espiet_, figurava egualmente vicino alla
sua testa.[132] È probabile che queste pitture avessero un punto
di partenza molto antico e in origine avessero rappresentato, forse
sotto l'ispirazione dello stesso Riccardo, quella stessa giornata,
in cui, dopo d'avere quasi miracolosamente riacquistato Jaffe, era
riuscito, con un piccolissimo numero d'uomini, a far rinculare tutto
l'esercito mussulmano e obbligato Saladino alla ritirata.[133] I nomi
dei dieci compagni di Riccardo, di quei dieci i quali, soli con lui,
avevano potuto procurarsi dei cavalli, erano subito divenuti celebri:
Ambrogio li rammenta nei suoi versi e Riccardo de la Sainte-Trinité
li inserisce nella sua traduzione.[134] Naturalmente, secondo la
formula tradizionale, questi undici compagni si cambiarono abbastanza
presto in dodici o in tredici (dodici piú Riccardo); e i nomi reali
dei combattenti del 5 agosto 1192 furono ben presto sostituiti da
altri piú conosciuti o che introdusse l'amor proprio di famiglia o
del paese. Già le _Chroniques de Flandres_, citate molto a proposito
dall'editore del _Pas Salhadin_,[135] dànno a Riccardo, nella sua
spedizione di Jaffe, undici compagni, uno solo dei quali, Andrea di
Chauvigni, assisteva realmente al combattimento; gli altri dieci sono:
Gauthier (_l._ Gauchier) di Châtillon, il conte di Clèves, Guido di
Montfort, «il conte d'Oste in Germania», il barone d'Estanfort, il
conte di Lembourg, Walleran di Luxembourg, Droon di Merlo, Guglielmo
des Barres e Guglielmo Longue-Épée. La prova che la leggenda del
_Pas Salhadin_ ha per origine l'eroico combattimento di Jaffe, è
che troviamo nelle due versioni di essa che ci sono pervenute il
maggior numero di questi nomi: ambedue citano, come le _Chroniques de
Flandres_, Guglielmo des Barres, Guglielmo Longue-Épée, il duca di
Lembourg, Gauthier de Châtillon, il conte di Montfort e il conte di
Clèves; hanno in comune contro le _Chroniques_ il conte di Fiandra[136]
e Huon de Florines e ignorano in comune il barone d'Estanfort e
Droon di Merlo. La prima, sola, ha in comune con le _Chroniques_ il
conte d'Oste (chiamato d'Ostinale e d'Hostermale), e di suo Jofroi di
Lusignano e Renaud (Renard) di Boulogne; la seconda ha in comune con
le _Chroniques_ Andrea de Chauvigni[137] e il duca di Luxembourg; ha
di suo il conte di Joigni. Di questi personaggi, nessuno, salvo Andrea
di Chauvigni, assisteva Riccardo nel combattimento di Jaffe; parecchi
non presero neanche parte alla crociata, o vissero piú tardi. Si noterà
in queste tre liste il predominio, del tutto contrario alla verità,
dato all'elemento francese e fiammingo: a quanto sembra, la tradizione
s'era sparsa, sotto la sua forma pittorica, soprattutto nel nord-est
della Francia, e l'azione di Riccardo e dei suoi veri compagni vi s'era
sempre piú dimenticata. Quanto alla scena in se stessa, si può supporre
che un particolare di paesaggio[138] facesse credere assai per tempo
che l'impresa dei Crociati fosse consistita nel difendere, dodici
(o tredici) solamente, contro Saladino, un _pas_ o una gola in una
montagna: di qui il nome di _Pas Salhadin_ dato a quest'impresa ed alla
sua rappresentazione.
L'uso di dipingere nei castelli il _Pas Salhadin_ ci è attestato nel
poemetto che porta questo nome, e che deve risalire alla fine del
secolo XIII.[139] Comincia cosí:
Del recorder est grans solas
De cheaus qui garderent le pas
Contre le roy Salehadin,
Des douze princes palasin
Qui tant furent de grant renon:
En mainte sale les point on
Pour mieus veoir leur contenance;
Moult est bele la remembrance
A regarder a maint preudomme.
E ripete terminando:
Grant honneur firent leur lignage;
Tous jours en iert la renommee;
On les point en sale pavee:
C'est uns tresnobles mireors
A ceulx qui tendent a honnors
Et maintiennent chevalerie.
Dalla pittura, la rappresentazione del _Pas Salhadin_ dovette, come
accadeva ordinariamente, passare alla tappezzeria;[140] passò anche
allo stato di vero spettacolo, eseguito da personaggi viventi. Si
è spesso citato il passo del Froissart (l. IV, cap. I) relativo
all'entrata della regina Isabella di Baviera a Parigi nel 1389:
Après, dessoubz le moustier de la Trinité, sur la rue avoit ung
eschafault, et sur l'eschafault ung chastel, et la au long de
l'eschafault estoit ordonné le pas du roy Salehadin, et tous faiz
de personnages. des chrestiens d'une part, et les Sarrazins de
l'autre, et la estoient par personnages tous les seigneurs de
nom qui jadis au pas Salhadin furent, et armoiez de leurs armes
ainsi que pour le temps de adonc ilz s'armoient. Et ung petit
en sus d'eulx estoit par personnage le roy de France, et entour
luy les douze pers de France, et tous armoiez de leurs armes. Et
quant la royne de France fut amenee si avant en sa lictiere que
devant l'eschafault ou ces ordonnances estoient, le roy Richart
se departit de ses compaignons et s'en vint au roy de France et
demanda congié pour eller assaillir les Sarazins, et le roy lui
donna. Ce congié prins, le roy Richart s'en retourna devers ses
douze compaignons, et alors se mirent en ordonnance, et allerent
incontinent assaillir le roy Salhadin et ses Sarrazins, et la y eut
par esbatement grant bataille, et dura une bonne espace. Et tout
feu veu moult voulentiers.
Lo spettacolo del 1389, per la parte attribuita al re di Francia, si
riannoda al gruppo che ci rappresenta il poemetto del _Pas Salhadin_.
Ecco un riassunto di quest'opera, assai mediocre in se stessa, ma che
ci presenta un qualche interesse per il ricordo che v'è conservato
d'un episodio eroico, il quale ha goduto una sí grande popolarità nel
mondo cavalleresco.[141] Probabilmente è nato dal desiderio di spiegare
una di quelle pitture che indica sin da principio, delle quali non si
conosce precisamente il soggetto: il poeta pretende di farlo conoscere;
però le fonti della sua scienza sono poco sicure.[142] Filippo,
insieme col re Guido, che Saladino ha posto generosamente in libertà,
assedia Sur;[143] è raggiunto da Riccardo. Saladino viene da Acri per
fargli levar l'assedio; per raggiungere i Cristiani, egli deve passare
_le fort passage d'Armonie_,[144] _par mi la roce, mout forte et
perilleus_. Huon de Florines propone al Barrois (Guglielmo des Barres)
di sceglier cinque cavalieri provetti ciascuno, e difendere essi dodici
il _pas_ contro tutti gli sforzi di Saladino. Il Barrois accetta, ed
essi scelgono i loro dieci compagni (il Barrois sceglie Riccardo).[145]
Naturalmente i dodici cavalieri respingono l'assalto dei Saraceni,
condotti dai re Escorfaut et Malaquin, i quali sono uccisi entrambi.
Saladino stupito manda uno spione, Tornevent, il quale conosceva
le armi dei signori cristiani, sulla roccia che domina il _pas_, e
quando costui gli ha riferito i nomi dei dodici campioni, egli giudica
inutile la lotta e si ritira su Damietta. Filippo festeggia Riccardo
e gli altri quando rientrano nell'accampamento dopo la ritirata dei
Saraceni; ben presto prende Sur ed Acri, e lascia Guido di Lusignano
pacifico re del paese. Si vede che in questo racconto, al quale dà il
nome, Saladino rappresenta una parte accessoria e, tutto sommato, poco
brillante.
Anche un dipinto ha certamente suggerito all'autore dell'immenso poema
del secolo XIV, tante volte citato, il bizzarro episodio del _Pas
Salhadin_ (conservato in _Jean d'Avesnes_). Ma questa pittura non
mostrava il re Filippo di Francia, di modo che il poeta ha ricorso ad
un espediente per dare ai Francesi il principale onore dell'impresa
che celebra. Non sapendo nulla di ciò che aveva potuto essere
quest'impresa, la trasporta in Inghilterra. Secondo lui, Saladino, di
ritorno dal suo viaggio in Occidente (v. addietro), vuol conquistare
dapprima la Francia, poi tutti i paesi cristiani. I suoi consiglieri,
Huon Dodekin (o di Tabarie) e Giovanni di Pontieu, dissimulando i loro
veri sentimenti, lo spronano a cominciare dall'Inghilterra e fanno
prender porto all'immensa flotta saracena «tra Escoche e Warwich»,
sopra una spiaggia contornata da montagne insuperabili, e che comunica
col resto del paese solo per un _pas_ assai dirupato e pericolosissimo,
dove quattro uomini possono appena camminare di fronte. Però il re
Riccardo è prevenuto da essi ed ha riunito dall'altra parte del _pas_
considerevoli forze; il re di Francia gli ha mandato dodici cavalieri
scelti, i quali s'incaricano essi soli di difendere il _pas_. Due
attacchi dei Saraceni sono infatti respinti, dopo di che ha luogo
un combattimento di due cavalieri cristiani (Chauvigni e Guglielmo
Longue-Épée) contro due saraceni (Corsuble e Bruyant), i quali essendo
stati vinti, Saladino, secondo le convenzioni, non ha piú che a
rimbarcare, «et depuis son departement fu ce passage qu'il n'avoit
peu conquerir appelé le _Pas Salhadin_».[146] Pure qui, come si vede,
la parte di Saladino non è per sua natura atta ad accrescerne la
rinomanza.