30 agosto 1853.

_Cara Giulia,_

Da tanto tempo senza tue notizie, e non sapendo ove trovarti in

questa stagione, mi era impossibile di annunziarti direttamente la

disgrazia accadutami, nè di riconfortarti sulle conseguenze di esse.

Mi limitai dunque a pregare M.r Méon come Pastori, a fare in modo

che la notizia non vi giungesse esagerata, nè per la voce pubblica.

Ma nessuno, che non fu testimonio del fatto, può conoscere come io

sia stata miracolosamente salvata. L'assassino è di Bergamo; era al

servizio austriaco nel 48; disertò (così diceva almeno); combattè

cogli italiani, indi emigrò a Costantinopoli, ove visse più di un

anno; poi fu a me caldamente raccomandato dal marchese Antinori di

Roma, come _onestissimo_ e _buonissimo_ giovane. Il marchese Antinori,

di cui ebbi più tardi a lagnarmi, gode di molta stima presso i suoi

compatrioti, e Pastori stesso m'invitava più volte a coltivare la

sua amicizia, che era per lui, Pastori, un motivo di tranquillizzarsi

sulla mia situazione isolata. Nei primi mesi che l'Albergoni (è il nome

dell'assassino) fu da me impiegato in qualità di magazziniere, concepii

dei forti sospetti sulla sua moralità, ed ebbi qualche motivo di

credere ch'egli avesse voluto attentare alla vita del mio farmacista.

La cosa era molto grave: io non avevo che sospetti vaghi, ed egli si

difendeva con molto calore e con delle buone ragioni. Scrissi dunque al

marchese Antinori raccontandogli l'accaduto, e pregandolo a prendere

nuove informazioni sul suo raccomandato. Il marchese mi rispose di

averlo fatto con tutto l'impegno e di non avere trovata la benchè

menoma macchia al nome, nè al carattere di quest'uomo. Che potevo io

fare? Ero allora sulle mosse per Gerusalemme e l'Albergoni era ammalato

a segno ch'io non credevo ch'egli si riavesse mai. Gli tolsi però

ogni incombenza durante la mia assenza, ma lo lasciai al _Tchifflik_

perch'egli si curasse, vivesse nella quiete e nel riposo, e guarisse,

se poteva. Lo ritrovai al mio ritorno perfettamente ristabilito, ed

informatami dagli altri della sua condotta ne ricevetti buonissimo

conto. Gli restituii allora il suo impiego di magazziniere, e sebbene

provassi per lui una invincibile avversione, pure non lasciai che

questa mia disposizione irragionevole influisse sulla di lui sorte.

Durante qualche mese si condusse bene, ma poi diede varie prove di una

somma violenza di carattere, giunta a malizia e ad animosità. Allora

lo avrei mandato via, ma il sequestro era stato posto sui miei beni;

ero da quattro mesi senza un soldo; nè potevo licenziare quest'uomo

senza pagarlo. In quel mentre, gli fu detto che io avevo scritto a

Costantinopoli per far venire un altro magazziniere, il che era falso.

Malcontenta di lui per questi atti di violenza, anzi di cattiveria,

io stavo verso di lui piucchè mai sostenuta. Egli si decise a partire

senza aspettare di essere licenziato: ma prima volle vendicarsi.

L'intenzione sua, come disse di poi, era, non solo di ammazzare

me, ma tutti quelli che sapeva mi avessero parlato male di lui, e

principalmente Maria. Nella mattina del giorno fatale, chiese più

volte di parlarmi in particolare; ma io che lo vedevo agitato, e che lo

sapevo per abitudine gran bevitore di acquavite, ricusai di ascoltarlo

dicendogli che avrebbe parlato meco quando fosse più tranquillo e più

padrone di sè. Tentò pure quell'istesso giorno di avvelenare un mio

domestico, da cui temeva ch'io potessi ricevere soccorso. A pranzo,

sembrava affatto fuori di sè e senza nissuna provocazione, mi diresse

alcune parole insolenti alle quali risposi che s'ei voleva parlare in

tal modo, escisse di casa mia.

Rimase un momento sopra pensiero; poi rimettendosi, mangiò con molto

appetito, e si mostrò allegrissimo. Dopo il pranzo, io salii come

è mio costume, nella mia camera. Saliti alcuni gradini, mi volgo,

e me lo vedo dietro che mi faceva lume. Temendo di qualche altra

scena, e volendo impedire che mi seguisse, gli tolsi il lume di mano

augurandogli la buona notte, e proseguii per la mia strada, credendolo

ritornato abbasso. Non appena però fui nella mia stanza che udii il

suo passo nel corridoio, e tosto me lo vidi comparire dinanzi. Io stavo

presso ad una finestra, dirimpetto alla porta. Egli traversa la stanza

dicendo: signora, Ella mi ha insultato, ordinandomi di escire dalla

sua casa; e dicendo queste parole era giunto a due passi da me. Allora

gridando: _muori perfida! muori scellerata!_ mi portò varii colpi di

uno stile che teneva nascosto nella mano. I primi colpi furono tutti

diretti al basso ventre. Io, che non vedevo lo stile, nè sentivo sulle

prime il dolore, mi resi subito conto di quel che faceva, ma per un

istinto di salvezza stesi le mani dove vedevo ch'egli dirizzava le sue:

fui dunque ferita alla mano; allora vedendo egli che il ventre era

coperto, mi portò un colpo al cuore, che mi passò il seno sinistro:

vidi allora il ferro, mi scansai alla diritta, girai intorno ad un

tavolino, mi accostai alla porta e fuggii. Egli mi correva dietro, ma

solo mi raggiunse sulla scala, ove tutti i servi che accorrevano di

sopra mi fecero rallentare il passo. Ivi dunque raggiuntomi, mi vibrò

un altro colpo nella schiena, e fu l'ultimo perchè fu preso. Io ebbi la

forza di scendere tutte le scale da me, dicendo: mi ha assassinata, mi

ha ucciso. La disperazione della mia povera Maria, quella pure di tutta

la mia gente sì Turchi che Cristiani, mi straziava, ma mi sentivo una

forza e una tranquillità di mente di cui non sapevo rendermi ragione.

Risalita, rientrata nella mia camera, postami sul letto, esaminai le

mie ferite, e ne diressi la medicazione. Una era al basso ventre, una

alla coscia sinistra, una sul dorso della mano pure sinistra, una

al petto dal lato sinistro, ed una attraverso la schiena. Temendo

di una congestione o di uno stravaso interno sia al cuore, sia al

petto, e malgrado la gran quantità di sangue escito dalle ferite, mi

feci aprir la vena, coprire di mignatte, ed amministrarmi forti dosi

di aconito. Buon per me, chè, durante la notte, il respiro divenne

doloroso, difficile, quasi impossibile; ma raddoppiate le mignatte,

i sintomi allarmanti scomparvero in poche ore. Tutte le mie piaghe

si cicatrizzarono nello spazio di alcuni giorni, ed ora altro non mi

rimane che una somma debolezza, e dei dolori al basso ventre, che non

mi vogliono ancora lasciare.

Eccoti la dolorosa istoria. Lo stesso non avrebbe potuto accadermi in

Europa? Quanti delitti non vi si commettono ogni giorno! L'assassino

fu condotto in catene a Costantinopoli senza dare il menomo segno di

pentimento. Anzi disse: quando verrò fuori, toccherà a me. Io però,

s'egli riacquistasse la sua libertà, non mi fermerei un'ora in paese

ove potesse portarsi.

Addio, cara Giulia, ti lascio perchè stanca; aspetto con impazienza la

lunga lettera che mi prometti, ed intanto ti abbraccio teneramente

tua aff.ma sorella

CRISTINA.

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 42 / 75 题