_Cara Giulia,_
Da tanto tempo senza tue notizie, e non sapendo ove trovarti in
questa stagione, mi era impossibile di annunziarti direttamente la
disgrazia accadutami, nè di riconfortarti sulle conseguenze di esse.
Mi limitai dunque a pregare M.r Méon come Pastori, a fare in modo
che la notizia non vi giungesse esagerata, nè per la voce pubblica.
Ma nessuno, che non fu testimonio del fatto, può conoscere come io
sia stata miracolosamente salvata. L'assassino è di Bergamo; era al
servizio austriaco nel 48; disertò (così diceva almeno); combattè
cogli italiani, indi emigrò a Costantinopoli, ove visse più di un
anno; poi fu a me caldamente raccomandato dal marchese Antinori di
Roma, come _onestissimo_ e _buonissimo_ giovane. Il marchese Antinori,
di cui ebbi più tardi a lagnarmi, gode di molta stima presso i suoi
compatrioti, e Pastori stesso m'invitava più volte a coltivare la
sua amicizia, che era per lui, Pastori, un motivo di tranquillizzarsi
sulla mia situazione isolata. Nei primi mesi che l'Albergoni (è il nome
dell'assassino) fu da me impiegato in qualità di magazziniere, concepii
dei forti sospetti sulla sua moralità, ed ebbi qualche motivo di
credere ch'egli avesse voluto attentare alla vita del mio farmacista.
La cosa era molto grave: io non avevo che sospetti vaghi, ed egli si
difendeva con molto calore e con delle buone ragioni. Scrissi dunque al
marchese Antinori raccontandogli l'accaduto, e pregandolo a prendere
nuove informazioni sul suo raccomandato. Il marchese mi rispose di
averlo fatto con tutto l'impegno e di non avere trovata la benchè
menoma macchia al nome, nè al carattere di quest'uomo. Che potevo io
fare? Ero allora sulle mosse per Gerusalemme e l'Albergoni era ammalato
a segno ch'io non credevo ch'egli si riavesse mai. Gli tolsi però
ogni incombenza durante la mia assenza, ma lo lasciai al _Tchifflik_
perch'egli si curasse, vivesse nella quiete e nel riposo, e guarisse,
se poteva. Lo ritrovai al mio ritorno perfettamente ristabilito, ed
informatami dagli altri della sua condotta ne ricevetti buonissimo
conto. Gli restituii allora il suo impiego di magazziniere, e sebbene
provassi per lui una invincibile avversione, pure non lasciai che
questa mia disposizione irragionevole influisse sulla di lui sorte.
Durante qualche mese si condusse bene, ma poi diede varie prove di una
somma violenza di carattere, giunta a malizia e ad animosità. Allora
lo avrei mandato via, ma il sequestro era stato posto sui miei beni;
ero da quattro mesi senza un soldo; nè potevo licenziare quest'uomo
senza pagarlo. In quel mentre, gli fu detto che io avevo scritto a
Costantinopoli per far venire un altro magazziniere, il che era falso.
Malcontenta di lui per questi atti di violenza, anzi di cattiveria,
io stavo verso di lui piucchè mai sostenuta. Egli si decise a partire
senza aspettare di essere licenziato: ma prima volle vendicarsi.
L'intenzione sua, come disse di poi, era, non solo di ammazzare
me, ma tutti quelli che sapeva mi avessero parlato male di lui, e
principalmente Maria. Nella mattina del giorno fatale, chiese più
volte di parlarmi in particolare; ma io che lo vedevo agitato, e che lo
sapevo per abitudine gran bevitore di acquavite, ricusai di ascoltarlo
dicendogli che avrebbe parlato meco quando fosse più tranquillo e più
padrone di sè. Tentò pure quell'istesso giorno di avvelenare un mio
domestico, da cui temeva ch'io potessi ricevere soccorso. A pranzo,
sembrava affatto fuori di sè e senza nissuna provocazione, mi diresse
alcune parole insolenti alle quali risposi che s'ei voleva parlare in
tal modo, escisse di casa mia.
Rimase un momento sopra pensiero; poi rimettendosi, mangiò con molto
appetito, e si mostrò allegrissimo. Dopo il pranzo, io salii come
è mio costume, nella mia camera. Saliti alcuni gradini, mi volgo,
e me lo vedo dietro che mi faceva lume. Temendo di qualche altra
scena, e volendo impedire che mi seguisse, gli tolsi il lume di mano
augurandogli la buona notte, e proseguii per la mia strada, credendolo
ritornato abbasso. Non appena però fui nella mia stanza che udii il
suo passo nel corridoio, e tosto me lo vidi comparire dinanzi. Io stavo
presso ad una finestra, dirimpetto alla porta. Egli traversa la stanza
dicendo: signora, Ella mi ha insultato, ordinandomi di escire dalla
sua casa; e dicendo queste parole era giunto a due passi da me. Allora
gridando: _muori perfida! muori scellerata!_ mi portò varii colpi di
uno stile che teneva nascosto nella mano. I primi colpi furono tutti
diretti al basso ventre. Io, che non vedevo lo stile, nè sentivo sulle
prime il dolore, mi resi subito conto di quel che faceva, ma per un
istinto di salvezza stesi le mani dove vedevo ch'egli dirizzava le sue:
fui dunque ferita alla mano; allora vedendo egli che il ventre era
coperto, mi portò un colpo al cuore, che mi passò il seno sinistro:
vidi allora il ferro, mi scansai alla diritta, girai intorno ad un
tavolino, mi accostai alla porta e fuggii. Egli mi correva dietro, ma
solo mi raggiunse sulla scala, ove tutti i servi che accorrevano di
sopra mi fecero rallentare il passo. Ivi dunque raggiuntomi, mi vibrò
un altro colpo nella schiena, e fu l'ultimo perchè fu preso. Io ebbi la
forza di scendere tutte le scale da me, dicendo: mi ha assassinata, mi
ha ucciso. La disperazione della mia povera Maria, quella pure di tutta
la mia gente sì Turchi che Cristiani, mi straziava, ma mi sentivo una
forza e una tranquillità di mente di cui non sapevo rendermi ragione.
Risalita, rientrata nella mia camera, postami sul letto, esaminai le
mie ferite, e ne diressi la medicazione. Una era al basso ventre, una
alla coscia sinistra, una sul dorso della mano pure sinistra, una
al petto dal lato sinistro, ed una attraverso la schiena. Temendo
di una congestione o di uno stravaso interno sia al cuore, sia al
petto, e malgrado la gran quantità di sangue escito dalle ferite, mi
feci aprir la vena, coprire di mignatte, ed amministrarmi forti dosi
di aconito. Buon per me, chè, durante la notte, il respiro divenne
doloroso, difficile, quasi impossibile; ma raddoppiate le mignatte,
i sintomi allarmanti scomparvero in poche ore. Tutte le mie piaghe
si cicatrizzarono nello spazio di alcuni giorni, ed ora altro non mi
rimane che una somma debolezza, e dei dolori al basso ventre, che non
mi vogliono ancora lasciare.
Eccoti la dolorosa istoria. Lo stesso non avrebbe potuto accadermi in
Europa? Quanti delitti non vi si commettono ogni giorno! L'assassino
fu condotto in catene a Costantinopoli senza dare il menomo segno di
pentimento. Anzi disse: quando verrò fuori, toccherà a me. Io però,
s'egli riacquistasse la sua libertà, non mi fermerei un'ora in paese
ove potesse portarsi.
Addio, cara Giulia, ti lascio perchè stanca; aspetto con impazienza la
lunga lettera che mi prometti, ed intanto ti abbraccio teneramente
tua aff.ma sorella
CRISTINA.