XXII.

Gli ultimi anni a Milano.

I ricevimenti della Principessa a Milano. — I suoi visitatori, i

suoi pranzi, le sue serate musicali. — Una canzonetta veneziana. —

Ultimo scritto della Belgiojoso sull'avvenire della donna. — Suoi

concetti d'un socialismo alto e puro. — Le ultime ore, la morte,

la tomba, l'oblio. — Carteggi distrutti. — Chi era la principessa

Belgiojoso.

Blevio era il sorridente nido mondano; Locate era la signoril

tradizione sotto le grandi ali dello storico nome dei Trivulzio; e

Milano (nella casa numero 1 di _via de' Bossi_, presso quella che

già appartenne a Francesco Sforza), era il riposo in famiglia, fra

ammiratori e amici devoti.

Quando la principessa soggiornava a Locate, mandava un maestoso

carrozzone a Milano per prendere gli ospiti e condurli su quella eterna

via di polvere a' suoi pranzi. Qualche volta, montava nel carrozzone

il poeta Andrea Maffei, dall'elegante chioma inanellata; il quale a

molte dame e madonne sacrò sue rime, e mai una sillaba alla Belgiojoso,

all'amica che avea cura speciale di farlo trovare insieme con persone

a lui gradite, risparmiandogli, con squisito tatto, incontri poco

geniali.

A Milano, come a Locate, la principessa riceveva uno strano insieme di

persone, illustri e oscure; stranieri senza nome e italiani decorati

dei nomi più chiari. E invitava tutti a pranzo! E a quei pranzi

intervenivano bellissime dame italiane e forestiere in abbigliamenti

da Corte, invitate con tutto il rigore dell'etichetta una settimana

innanzi; e intervenivano pure con esse maestri di musica, pubblicisti,

o emigrati incontrati a Parigi, ad Atene o a Costantinopoli, giovani

e vecchi, invitati lì, sul momento; talvolta, in quelle sale di

via Bossi, si scorgevano spalle eburnee di duchesse e logori abiti

abbottonati sino al mento di poveri aspiranti a un posto di custode in

qualche ginnasio del regno.

Le dame e i gentiluomini venivano collocati dal premuroso servo

turco Bodòz accanto alla principessa: e, in fondo alla tavola, egli

agglomerava secondo la sua orientale fantasia gli ospiti oscuri. La

principessa Cristina mangiava un po', e s'addormentava. Allora gli

ospiti, nuovi a tal genere d'accoglienza, si formavano un sacro dovere

d'immergersi in un religioso silenzio; ma, allora, la principessa

curva, spalancava i grandi occhi, e diceva: “Parlate, parlate pure!„ e

si addormentava di nuovo. Allorchè il banchetto era finito, si destava,

e, seguita da tutti gl'invitati, passava nella sala del pianoforte,

dove si sedea su una poltrona a cucire vesticciuole per i bimbi poveri

o a fumare il _narghilé_.

I visitatori assidui della principessa contavano, anche a Milano, come

a Parigi, tra gli uomini più insigni. Si notavano due statisti, Stefano

Jacini ed Emilio Visconti Venosta; il primo conversatore espansivo;

l'altro, riserbato, chiuso ne' proprii pensieri, ma, di tratto in

tratto, usciva con qualche motto di spirito così gajo da pareggiare il

fratello Giovanni, poeta umoristico, novelliere e giovane elegante,

dotato d'un brio così pronto, così fine, che tutte le signorili

adunanze se lo disputavano.

Nelle adunanze serali della principessa, andava anche il celebre

incisore e ardente garibaldino Luigi Calamatta, bel vecchio vigoroso,

dagli occhi lampeggianti di vita, dal sorriso amabilissimo; l'astronomo

Paolo Frisiani, il quale, pensando troppo alle stelle del cielo, non

si curava delle frittelle del suo abito di società; e il filosofo

hegeliano Augusto Vera, il quale fingeva d'esser celibe, e possedeva

invece una tacita moglie nascosta fra la nebbia di Londra. Quel

filosofo si avvicinava al pianoforte e cantava _Pietà, Signor!_...

la soave preghiera, che passa, non so come, per lavoro di Alessandro

Stradella; laddove dev'essere uno scherzo di quel burlone di Gioacchino

Rossini, capacissimo di lanciare siccome antico qualche pezzo di musica

composto da lui per celia.

Il ben chiomato critico musicale e apostolo del Wagner in Italia,

Filippo Filippi, si metteva al piano, e suonava, e cantarellava, dopo

il pranzo. Piaceva assai alla principessa il _Che pecà!_ deliziosa

canzonetta veneziana di Francesco Dall'Ongaro, musicata dal Filippi con

note languide:

Te recordistu, Nina, quei ani,

Che ti geri el mio solo pensier?...

Che tormenti, che rabie, che afani!...

Mai un'ora de vero piaçer!...

Per fortuna, quel tempo xe andà!...

(Che pecà!)

No vedeva che per i to' oci:

No g'aveva altro ben ch'el to' ben....

Che sciempiezzi! Che gusti batoci,[156]

Oh! ma adesso so tôr quel che vien;

No me scaldo po' tanto el figà![157]

(Che pecà!)

Ti xe bela, so che ti xe dona;

Qualche nèo lo conosso anca in ti;

Co ti ridi co un'altra persona,

Me diverto co un'altra anca mi.

Benedeta la so' libertà!...

(Che pecà!)

E continuava la cantilena graziosamente scettica fino a conchiudere con

un nuovo represso sospiro:

Care gondole de la Laguna,

Voghé pur, che ve lasso vogar!

Quando in çielo vien fora la luna,

Vago in leto e me meto a russar,

Senza gnanca pensarghe al passà!

(Che pecà!)

Tutte le dame della società aristocratica frequentavano il circolo

della principessa; tutt'i bei nomi le facean corona. Tra le gentildonne

dell'Olimpo milanese, la principessa amava sopratutte la marchesa

Visconti Luigia d'Aragona, deliziandosi allo spirito di questa dama che

pareva uscita dalla Corte di Luigi XV.

Mentre la discendente del maresciallo Trivulzio, colla fronte

meditabonda e curva verso la fossa, tramontava fra omaggi reverenti,

una squisita, ammaliante bellezza, la duchessa Eugenia Litta,

regnava nel suo più sfavillante splendore. Figlia della contessa

Attendolo-Bolognini, nata Vimercati, di colei che il torbido Balzac

a Milano visitava fra una pagina e l'altra dei _Mémoires de deux

jeunes mariées_, cominciate nella bella casa del principe Porcia, —

la duchessa Eugenia Litta superava la stessa madre negl'incanti della

beltà, nella grazia muliebre, nella finezza intellettuale. Il valoroso

ufficiale francese Roberto de Vogüé (fratello del balordo letterato

Melchiorre) toccò il cuore della dea, poi avvolta in fulgori regali.

Come una lampada che arda in un sepolcro, continuo ardeva

nell'inferma Belgiojoso il pensiero per il miglioramento d'Italia.

Un giorno, comparve d'improvviso, a braccio del poeta Andrea Maffei

nell'orfanotrofio milanese delle _Stelline_, diretto dalla signora

Felicita Morandi. Volle veder tutto, essere informata di tutto e,

al domani, rimase pensosa; poi scrisse un articolo _Delle presenti

condizioni delle donne e del loro avvenire_. È questo uno de' più

assennati lavori della principessa; è la sintesi della sua vita.

Chi, meglio di lei, donna, tanto vissuta nel passato, avea diritto di

profetare l'avvenire della donna in Italia?...

Lo scritto suo decorò il primo numero della _Nuova Antologia_ di

Firenze, il primo gennajo del 1866. L'autrice, che si firma “Cristina

Belgiojoso„, riconosce e deplora le inferiori condizioni fatte

dall'uomo alla donna, nella società moderna. Bisogna riportarsi al

tempo in cui apparve lo scritto, per valutarne tutto il pregio e il

coraggioso significato. Ella scrive:

“La leggerezza, la incostanza, la volubilità e la pieghevolezza delle

donne è diventata proverbiale, e nessuno si sognerebbe di contrastare

e di discutere un così vecchio assioma. Tutti lo accettano, e nessuno

lo esamina. Eppure, tengo per certo essere la donna la creatura più

tenace, la più costante, la più irremovibile ne' suoi propositi. La

donna ha consacrato tutte le sue forze, al gran fine di piacere, e di

essere amata. Il suo stato presente nella società è il più idoneo ad

ottenere quel risultato, e perciò la grandissima maggioranza di esse

non vuole assolutamente cangiarlo.„

E ancora ribatte:

“La società si è formata sulla base della supposta inferiorità della

donna.„

Non sarebbe, dunque, necessaria una riforma?... La nostra scrittrice

ben la vorrebbe; ma come chiederla?...

“Da qualunque parte io mi volga per trovare una via di riformare

radicalmente la odierna condizione della donna, scorgo difficoltà così

molteplici, così varie e così gravi, che, quantunque codesta condizione

mi sembri un avanzo della passata barbarie e un indizio che di questa

barbarie non siamo ancora intieramente liberi, non saprei mai alzare la

voce per chiederne la riforma. Eppure la sorte toccata alla donna non è

punto felice.„

Esatto è il quadro che della donna sposa e madre, giovane e vecchia, fa

la principessa. Ella conchiude convinta:

“Non è forse tempo che le compagne, le madri dei signori del creato

sian tenute seriamente come creature ragionevoli, dotate di potenze

intellettuali forse speciali, ma non necessariamente inferiori a quelle

dell'uomo?...„

Una luminosa visione dell'avvenire della donna si spiega dinanzi agli

occhi della pensatrice lombarda, che vorrebbe vedere le nostre dolci

compagne della vita avviate ad alcuni studii, ad alcune professioni

eguali a quelle dell'uomo: vorrebbe vederle medichesse, per esempio....

E perchè no?... Non avrebbero forse più cuore di certi medici?...

E un'altra raggiante visione arride alla principessa: la visione

dell'Italia futura.

“Forse io m'inganno, forse mi acceca la parzialità pel mio paese,

ma parmi di scorgere in un avvenire non so quanto lontano, l'Italia

che scioglie tutti i problemi sociali, e li scioglie con prudente

ma instancabile coraggio, vittoriosa nemica di tutti i pregiudizii,

disprezzatrice costante di quelle ragioni individuali, che si oppongono

alle legittime delle moltitudini.„

Così la profetessa. Quanti, a quel tempo, profetavano come lei?...

E alle parole di carità e di giustizia, proferite in una società che,

ad immagine della Natura, è fondata, in parte, sulla crudeltà del più

forte, la Belgiojoso continuava a unire i fatti: ella proseguiva a

beneficare silenziosa, specialmente vecchi maestri di musica senza

lavoro, senza pane, senza speranze; miserie velate di decoro. Ella

sapeva leggere (al dire di Filippo Filippi) qualunque pezzo di musica

a prima vista; sapeva eseguirlo sul pianoforte; non avea certo bisogno

d'altre lezioni di musica; e a quell'età!... Eppure, sulle soglie della

morte, ella volle che un povero vecchio maestro le insegnasse ancora

la musica, che le impartisse lezioni di contrappunto, per cogliere un

nobil pretesto di beneficare quell'infelice, il quale, forse, non avrà

capito la delicata intenzione della dama generosa.

Negli ultimi anni, Cristina Belgiojoso Trivulzio vide compiersi il gran

sogno di tutta la sua vita di patriottici sacrifizii e di pericoli.

Ella vide l'Italia libera con Roma capitale, con un re conclamato

dal popolo. Tante patite peripezie aveano, alla fine, un fulgido

compenso!... Quel giorno che salutammo Roma capitale, più di qualche

amico della Belgiojoso dee averne scritto a lei, che continuava assidua

corrispondenza coi personaggi più eminenti. Ma la marchesa Maria

Trotti, eletta dama di Sua Maestà la regina Margherita, cortesemente

mi affermò che la venerata madre sua non conservava le lettere che

riceveva. Si può aggiungere che non conservava neppure i proprii

volumi e opuscoli: immaginarsi la folla d'articoli patriottici da lei

disseminati per sì “lungo ordine d'anni„ su tanti giornali francesi,

italiani, inglesi!... Nulla di più arduo che il rintracciare certi

scritti dell'infaticabile autrice, ignorati persino dai più solleciti

congiunti di lei; nulla di più penoso che il ricercare precisi,

coscienziosi particolari d'una vita così varia, così tumultuosa in

mezzo a mortali e ad immortali, a piccoli e a grandi, in Italia,

nella Svizzera, in Francia, in Inghilterra, in Grecia, nell'Asia....

Cinque anni di ricerche, di studii, di carteggi, di gite, di

viaggi.... saranno stati sufficienti per comporre degnamente questo

libro?... Quali difficoltà, estranee allo stesso lavoro, per sè stesso

difficile!... E come viene saccheggiato, anche questo, da impudenti

scribacchini, persino americani!

Il 5 luglio del 1871, spuntò l'ultima alba della donna singolare. E

venne la morte ch'ella non voleva; la morte che temeva tanto; la morte,

il cui pensiero la facea tremar tutta. Del giorno ultimo scriveva una

volta: “Non so come volano i giorni; e si avvicina quel terribile al

quale non si guarda senza tremare!„

Sentì ella avvicinarsi il passo dell'inesorabile dea, che tante volte

arriva come un assassino, e che, altre volte, invece, giunge invocata

come un'amica sorridente, come una liberatrice pietosa e gentile?...

Appena sentì aggravarsi, la principessa non volle giacere sul letto: si

levò risoluta, e si pose su una poltrona, circondata da paraventi....

Soffriva assai.

Venne a chiedere notizie nella lugubre stanza un giovane amico:

Giovanni Visconti-Venosta. Ella ne udì la voce sommessa, e gli chiese

subito, levando il volto diventato dei color della creta:

— Gino, abbiamo buone notizie sull'Italia?...

E il giovane, che sapeva come a Cristina Belgiojoso bisognava dir

sempre sull'Italia le cose più consolanti e più belle, le rispose

pronto:

— Buonissime notizie, principessa! Buonissime!

Così Cristina Belgiojoso Trivulzio moriva colla lieta immagine

d'un'Italia avviata a quella grandezza per la quale tanto ella s'era

agitata in patria e nell'esilio.

Ricevette tutti gli estremi sacramenti della Chiesa cattolica. Ella,

che un giorno a Parigi temeva d'essere messa all'indice dal Vaticano

per la sua pubblicazione sul dogma (come Camillo Cavour narra nel

_Diario_ inedito più volte citato) fu contenta quando apprese che quel

libro era uscito incensurato dall'esame di Roma.

La principessa spirò per “ipertrofia di fegato„ alle ore dieci e mezza

della sera del 5 luglio del 1871, nell'amatissima sua Milano, dov'era

nata il 1808. Contava, adunque, sessantatre anni.[158]

La salma venne benedetta nella chiesa di San Tommaso, piccola chiesa

dall'atrio greco, e fu sepolta nel centro del romito cimitero di Locate

sotto una tomba di marmo bianco, simile alle tombe antiche, e fregiata

di questa epigrafe dettata da Giovanni Visconti-Venosta:

Da un lato:

ALLA PRINCIPESSA CRISTINA BELGIOJOSO-TRIVULZIO — CHE IL VASTO

INGEGNO LA VIGORIA DELL'ANIMO LA DEVOZIONE ALLA PATRIA — FECERO

BENEMERITA, ILLUSTRE — NEGLI STUDII, NELLA POLITICA, NELL'ESILIO,

NEI VIAGGI — TRAVERSO I TEMPI FORTUNOSI E D'ALTI DESTINI IN CUI

VISSE — MDCCCVIII — MDCCCLXXI.

Dall'altro lato:

QUI DEPOSE LA SALMA DELLA MADRE AMATISSIMA — LA MARCHESA MARIA

TROTTI BELGIOJOSO — INVOCANDO A LEI — CHE FU COSTANTE E GENEROSA

SOCCORRITRICE DEI POVERI — QUELLA BENEDIZIONE DI CUI DIO CORONA

LA CARITÀ.

I funerali religiosi furono solenni nella chiesa dl San Tommaso; più

semplici e più affettuosi, forse, a Locate; in quel borgo, che ora dal

nome dei Trivulzio, antichi feudatarii di quel territorio, si chiama

Locate-Triulzi. Si era nell'estate; e molti amici della defunta non

si trovavano allora in Lombardia, per tributarle l'ultimo omaggio.

Qual differenza fra il 1848 e il 1871, fra quel giorno in cui tutta

Milano andò incontro alla Belgiojoso, ch'entrava fra gli applausi e i

frenetici evviva in città, a capo d'una colonna di giovani volontarii,

e il breve corteo d'amici, che dall'angusta via de' Bossi, accompagnava

alla chiesa di San Tommaso il feretro della principessa!

Tranne alcune reverenti parole di Filippo Filippi sul giornale _La

Perseveranza_ di Milano, ben rari furono i cenni necrologici pubblicati

nel resto d'Italia sulla morte d'una donna che avea riempito un giorno

l'Italia e Parigi del suo nome. E l'oblio, profondo oblio, coprì

quel nome fino al punto che un dotto francese domandò un giorno allo

scrittore di questo libro se la principessa Belgiojoso era vissuta

nel secolo di Maria Antonietta! Si scordarono _persino_ le cattive

pagine, che una sedicente amica d'Italia, Luigia Colet, stampò contro

la principessa in un certo libro sugli avvenimenti e sui personaggi

nostri, seminato delle più sfacciate, amene bugie: dico persino, poichè

il mondo dimentica più presto le lodi meritate che il biasimo maligno,

lanciato dall'invidia. Eppure dovrebbe tornar dolce al pensiero il

ricordo degli atti generosi compiuti dagli altri; atti che col loro

fulgor vittorioso fanno sparire le ombre di possibili errori; sì, tanto

possibili nella fragile creta umana!... È così consolante scoprire il

merito! È così bello l'ammirare!

Con la morte di Cristina Belgiojoso-Trivulzio, sparve dalla scena del

mondo una delle più forti e singolari donne d'Europa. E dopo molti anni

dalla morte, era tempo e dovere che una penna veridica ma rispettosa

facesse noto ai più il sentimento, l'invitto sentimento italiano

di colei che non è un'onta da nascondere, bensì una gloria da far

risplendere.

La principessa Cristina Belgiojoso-Trivulzio, questa donna d'istinto

e di ferrea volontà dominatrice, che fa pensare a Caterina Sforza;

questa fantastica figura dai nivei pepli come una regina delle tragedie

di Eschilo; dai severi turbanti come una sibilla del Domenichino....

irrita talvolta come un enigma; ma le linee della sua figura sono

le linee d'un monumento, ch'ella stessa, nella sua vita liberamente

vissuta dinanzi agli sguardi di tutti, si elevò con le proprie opere

di carità e di sociale giustizia precorrendo i tempi; — con le proprie

opere d'un patriottismo coraggioso, d'una inesauribile sorgente

di magnanimi pensieri. In lei, stranezze, audacie, errori; mai la

piccolezza!

Ella fu una dea, che sedusse mille: ella regnò. Una grandiosa figura di

donna italiana, sorta in un'epoca di grandi.

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 31 / 75 题