Gli ultimi anni a Milano.
I ricevimenti della Principessa a Milano. — I suoi visitatori, i
suoi pranzi, le sue serate musicali. — Una canzonetta veneziana. —
Ultimo scritto della Belgiojoso sull'avvenire della donna. — Suoi
concetti d'un socialismo alto e puro. — Le ultime ore, la morte,
la tomba, l'oblio. — Carteggi distrutti. — Chi era la principessa
Belgiojoso.
Blevio era il sorridente nido mondano; Locate era la signoril
tradizione sotto le grandi ali dello storico nome dei Trivulzio; e
Milano (nella casa numero 1 di _via de' Bossi_, presso quella che
già appartenne a Francesco Sforza), era il riposo in famiglia, fra
ammiratori e amici devoti.
Quando la principessa soggiornava a Locate, mandava un maestoso
carrozzone a Milano per prendere gli ospiti e condurli su quella eterna
via di polvere a' suoi pranzi. Qualche volta, montava nel carrozzone
il poeta Andrea Maffei, dall'elegante chioma inanellata; il quale a
molte dame e madonne sacrò sue rime, e mai una sillaba alla Belgiojoso,
all'amica che avea cura speciale di farlo trovare insieme con persone
a lui gradite, risparmiandogli, con squisito tatto, incontri poco
geniali.
A Milano, come a Locate, la principessa riceveva uno strano insieme di
persone, illustri e oscure; stranieri senza nome e italiani decorati
dei nomi più chiari. E invitava tutti a pranzo! E a quei pranzi
intervenivano bellissime dame italiane e forestiere in abbigliamenti
da Corte, invitate con tutto il rigore dell'etichetta una settimana
innanzi; e intervenivano pure con esse maestri di musica, pubblicisti,
o emigrati incontrati a Parigi, ad Atene o a Costantinopoli, giovani
e vecchi, invitati lì, sul momento; talvolta, in quelle sale di
via Bossi, si scorgevano spalle eburnee di duchesse e logori abiti
abbottonati sino al mento di poveri aspiranti a un posto di custode in
qualche ginnasio del regno.
Le dame e i gentiluomini venivano collocati dal premuroso servo
turco Bodòz accanto alla principessa: e, in fondo alla tavola, egli
agglomerava secondo la sua orientale fantasia gli ospiti oscuri. La
principessa Cristina mangiava un po', e s'addormentava. Allora gli
ospiti, nuovi a tal genere d'accoglienza, si formavano un sacro dovere
d'immergersi in un religioso silenzio; ma, allora, la principessa
curva, spalancava i grandi occhi, e diceva: “Parlate, parlate pure!„ e
si addormentava di nuovo. Allorchè il banchetto era finito, si destava,
e, seguita da tutti gl'invitati, passava nella sala del pianoforte,
dove si sedea su una poltrona a cucire vesticciuole per i bimbi poveri
o a fumare il _narghilé_.
I visitatori assidui della principessa contavano, anche a Milano, come
a Parigi, tra gli uomini più insigni. Si notavano due statisti, Stefano
Jacini ed Emilio Visconti Venosta; il primo conversatore espansivo;
l'altro, riserbato, chiuso ne' proprii pensieri, ma, di tratto in
tratto, usciva con qualche motto di spirito così gajo da pareggiare il
fratello Giovanni, poeta umoristico, novelliere e giovane elegante,
dotato d'un brio così pronto, così fine, che tutte le signorili
adunanze se lo disputavano.
Nelle adunanze serali della principessa, andava anche il celebre
incisore e ardente garibaldino Luigi Calamatta, bel vecchio vigoroso,
dagli occhi lampeggianti di vita, dal sorriso amabilissimo; l'astronomo
Paolo Frisiani, il quale, pensando troppo alle stelle del cielo, non
si curava delle frittelle del suo abito di società; e il filosofo
hegeliano Augusto Vera, il quale fingeva d'esser celibe, e possedeva
invece una tacita moglie nascosta fra la nebbia di Londra. Quel
filosofo si avvicinava al pianoforte e cantava _Pietà, Signor!_...
la soave preghiera, che passa, non so come, per lavoro di Alessandro
Stradella; laddove dev'essere uno scherzo di quel burlone di Gioacchino
Rossini, capacissimo di lanciare siccome antico qualche pezzo di musica
composto da lui per celia.
Il ben chiomato critico musicale e apostolo del Wagner in Italia,
Filippo Filippi, si metteva al piano, e suonava, e cantarellava, dopo
il pranzo. Piaceva assai alla principessa il _Che pecà!_ deliziosa
canzonetta veneziana di Francesco Dall'Ongaro, musicata dal Filippi con
note languide:
Te recordistu, Nina, quei ani,
Che ti geri el mio solo pensier?...
Che tormenti, che rabie, che afani!...
Mai un'ora de vero piaçer!...
Per fortuna, quel tempo xe andà!...
(Che pecà!)
No vedeva che per i to' oci:
No g'aveva altro ben ch'el to' ben....
Che sciempiezzi! Che gusti batoci,[156]
Oh! ma adesso so tôr quel che vien;
No me scaldo po' tanto el figà![157]
(Che pecà!)
Ti xe bela, so che ti xe dona;
Qualche nèo lo conosso anca in ti;
Co ti ridi co un'altra persona,
Me diverto co un'altra anca mi.
Benedeta la so' libertà!...
(Che pecà!)
E continuava la cantilena graziosamente scettica fino a conchiudere con
un nuovo represso sospiro:
Care gondole de la Laguna,
Voghé pur, che ve lasso vogar!
Quando in çielo vien fora la luna,
Vago in leto e me meto a russar,
Senza gnanca pensarghe al passà!
(Che pecà!)
Tutte le dame della società aristocratica frequentavano il circolo
della principessa; tutt'i bei nomi le facean corona. Tra le gentildonne
dell'Olimpo milanese, la principessa amava sopratutte la marchesa
Visconti Luigia d'Aragona, deliziandosi allo spirito di questa dama che
pareva uscita dalla Corte di Luigi XV.
Mentre la discendente del maresciallo Trivulzio, colla fronte
meditabonda e curva verso la fossa, tramontava fra omaggi reverenti,
una squisita, ammaliante bellezza, la duchessa Eugenia Litta,
regnava nel suo più sfavillante splendore. Figlia della contessa
Attendolo-Bolognini, nata Vimercati, di colei che il torbido Balzac
a Milano visitava fra una pagina e l'altra dei _Mémoires de deux
jeunes mariées_, cominciate nella bella casa del principe Porcia, —
la duchessa Eugenia Litta superava la stessa madre negl'incanti della
beltà, nella grazia muliebre, nella finezza intellettuale. Il valoroso
ufficiale francese Roberto de Vogüé (fratello del balordo letterato
Melchiorre) toccò il cuore della dea, poi avvolta in fulgori regali.
Come una lampada che arda in un sepolcro, continuo ardeva
nell'inferma Belgiojoso il pensiero per il miglioramento d'Italia.
Un giorno, comparve d'improvviso, a braccio del poeta Andrea Maffei
nell'orfanotrofio milanese delle _Stelline_, diretto dalla signora
Felicita Morandi. Volle veder tutto, essere informata di tutto e,
al domani, rimase pensosa; poi scrisse un articolo _Delle presenti
condizioni delle donne e del loro avvenire_. È questo uno de' più
assennati lavori della principessa; è la sintesi della sua vita.
Chi, meglio di lei, donna, tanto vissuta nel passato, avea diritto di
profetare l'avvenire della donna in Italia?...
Lo scritto suo decorò il primo numero della _Nuova Antologia_ di
Firenze, il primo gennajo del 1866. L'autrice, che si firma “Cristina
Belgiojoso„, riconosce e deplora le inferiori condizioni fatte
dall'uomo alla donna, nella società moderna. Bisogna riportarsi al
tempo in cui apparve lo scritto, per valutarne tutto il pregio e il
coraggioso significato. Ella scrive:
“La leggerezza, la incostanza, la volubilità e la pieghevolezza delle
donne è diventata proverbiale, e nessuno si sognerebbe di contrastare
e di discutere un così vecchio assioma. Tutti lo accettano, e nessuno
lo esamina. Eppure, tengo per certo essere la donna la creatura più
tenace, la più costante, la più irremovibile ne' suoi propositi. La
donna ha consacrato tutte le sue forze, al gran fine di piacere, e di
essere amata. Il suo stato presente nella società è il più idoneo ad
ottenere quel risultato, e perciò la grandissima maggioranza di esse
non vuole assolutamente cangiarlo.„
E ancora ribatte:
“La società si è formata sulla base della supposta inferiorità della
donna.„
Non sarebbe, dunque, necessaria una riforma?... La nostra scrittrice
ben la vorrebbe; ma come chiederla?...
“Da qualunque parte io mi volga per trovare una via di riformare
radicalmente la odierna condizione della donna, scorgo difficoltà così
molteplici, così varie e così gravi, che, quantunque codesta condizione
mi sembri un avanzo della passata barbarie e un indizio che di questa
barbarie non siamo ancora intieramente liberi, non saprei mai alzare la
voce per chiederne la riforma. Eppure la sorte toccata alla donna non è
punto felice.„
Esatto è il quadro che della donna sposa e madre, giovane e vecchia, fa
la principessa. Ella conchiude convinta:
“Non è forse tempo che le compagne, le madri dei signori del creato
sian tenute seriamente come creature ragionevoli, dotate di potenze
intellettuali forse speciali, ma non necessariamente inferiori a quelle
dell'uomo?...„
Una luminosa visione dell'avvenire della donna si spiega dinanzi agli
occhi della pensatrice lombarda, che vorrebbe vedere le nostre dolci
compagne della vita avviate ad alcuni studii, ad alcune professioni
eguali a quelle dell'uomo: vorrebbe vederle medichesse, per esempio....
E perchè no?... Non avrebbero forse più cuore di certi medici?...
E un'altra raggiante visione arride alla principessa: la visione
dell'Italia futura.
“Forse io m'inganno, forse mi acceca la parzialità pel mio paese,
ma parmi di scorgere in un avvenire non so quanto lontano, l'Italia
che scioglie tutti i problemi sociali, e li scioglie con prudente
ma instancabile coraggio, vittoriosa nemica di tutti i pregiudizii,
disprezzatrice costante di quelle ragioni individuali, che si oppongono
alle legittime delle moltitudini.„
Così la profetessa. Quanti, a quel tempo, profetavano come lei?...
E alle parole di carità e di giustizia, proferite in una società che,
ad immagine della Natura, è fondata, in parte, sulla crudeltà del più
forte, la Belgiojoso continuava a unire i fatti: ella proseguiva a
beneficare silenziosa, specialmente vecchi maestri di musica senza
lavoro, senza pane, senza speranze; miserie velate di decoro. Ella
sapeva leggere (al dire di Filippo Filippi) qualunque pezzo di musica
a prima vista; sapeva eseguirlo sul pianoforte; non avea certo bisogno
d'altre lezioni di musica; e a quell'età!... Eppure, sulle soglie della
morte, ella volle che un povero vecchio maestro le insegnasse ancora
la musica, che le impartisse lezioni di contrappunto, per cogliere un
nobil pretesto di beneficare quell'infelice, il quale, forse, non avrà
capito la delicata intenzione della dama generosa.
Negli ultimi anni, Cristina Belgiojoso Trivulzio vide compiersi il gran
sogno di tutta la sua vita di patriottici sacrifizii e di pericoli.
Ella vide l'Italia libera con Roma capitale, con un re conclamato
dal popolo. Tante patite peripezie aveano, alla fine, un fulgido
compenso!... Quel giorno che salutammo Roma capitale, più di qualche
amico della Belgiojoso dee averne scritto a lei, che continuava assidua
corrispondenza coi personaggi più eminenti. Ma la marchesa Maria
Trotti, eletta dama di Sua Maestà la regina Margherita, cortesemente
mi affermò che la venerata madre sua non conservava le lettere che
riceveva. Si può aggiungere che non conservava neppure i proprii
volumi e opuscoli: immaginarsi la folla d'articoli patriottici da lei
disseminati per sì “lungo ordine d'anni„ su tanti giornali francesi,
italiani, inglesi!... Nulla di più arduo che il rintracciare certi
scritti dell'infaticabile autrice, ignorati persino dai più solleciti
congiunti di lei; nulla di più penoso che il ricercare precisi,
coscienziosi particolari d'una vita così varia, così tumultuosa in
mezzo a mortali e ad immortali, a piccoli e a grandi, in Italia,
nella Svizzera, in Francia, in Inghilterra, in Grecia, nell'Asia....
Cinque anni di ricerche, di studii, di carteggi, di gite, di
viaggi.... saranno stati sufficienti per comporre degnamente questo
libro?... Quali difficoltà, estranee allo stesso lavoro, per sè stesso
difficile!... E come viene saccheggiato, anche questo, da impudenti
scribacchini, persino americani!
Il 5 luglio del 1871, spuntò l'ultima alba della donna singolare. E
venne la morte ch'ella non voleva; la morte che temeva tanto; la morte,
il cui pensiero la facea tremar tutta. Del giorno ultimo scriveva una
volta: “Non so come volano i giorni; e si avvicina quel terribile al
quale non si guarda senza tremare!„
Sentì ella avvicinarsi il passo dell'inesorabile dea, che tante volte
arriva come un assassino, e che, altre volte, invece, giunge invocata
come un'amica sorridente, come una liberatrice pietosa e gentile?...
Appena sentì aggravarsi, la principessa non volle giacere sul letto: si
levò risoluta, e si pose su una poltrona, circondata da paraventi....
Soffriva assai.
Venne a chiedere notizie nella lugubre stanza un giovane amico:
Giovanni Visconti-Venosta. Ella ne udì la voce sommessa, e gli chiese
subito, levando il volto diventato dei color della creta:
— Gino, abbiamo buone notizie sull'Italia?...
E il giovane, che sapeva come a Cristina Belgiojoso bisognava dir
sempre sull'Italia le cose più consolanti e più belle, le rispose
pronto:
— Buonissime notizie, principessa! Buonissime!
Così Cristina Belgiojoso Trivulzio moriva colla lieta immagine
d'un'Italia avviata a quella grandezza per la quale tanto ella s'era
agitata in patria e nell'esilio.
Ricevette tutti gli estremi sacramenti della Chiesa cattolica. Ella,
che un giorno a Parigi temeva d'essere messa all'indice dal Vaticano
per la sua pubblicazione sul dogma (come Camillo Cavour narra nel
_Diario_ inedito più volte citato) fu contenta quando apprese che quel
libro era uscito incensurato dall'esame di Roma.
La principessa spirò per “ipertrofia di fegato„ alle ore dieci e mezza
della sera del 5 luglio del 1871, nell'amatissima sua Milano, dov'era
nata il 1808. Contava, adunque, sessantatre anni.[158]
La salma venne benedetta nella chiesa di San Tommaso, piccola chiesa
dall'atrio greco, e fu sepolta nel centro del romito cimitero di Locate
sotto una tomba di marmo bianco, simile alle tombe antiche, e fregiata
di questa epigrafe dettata da Giovanni Visconti-Venosta:
Da un lato:
ALLA PRINCIPESSA CRISTINA BELGIOJOSO-TRIVULZIO — CHE IL VASTO
INGEGNO LA VIGORIA DELL'ANIMO LA DEVOZIONE ALLA PATRIA — FECERO
BENEMERITA, ILLUSTRE — NEGLI STUDII, NELLA POLITICA, NELL'ESILIO,
NEI VIAGGI — TRAVERSO I TEMPI FORTUNOSI E D'ALTI DESTINI IN CUI
VISSE — MDCCCVIII — MDCCCLXXI.
Dall'altro lato:
QUI DEPOSE LA SALMA DELLA MADRE AMATISSIMA — LA MARCHESA MARIA
TROTTI BELGIOJOSO — INVOCANDO A LEI — CHE FU COSTANTE E GENEROSA
SOCCORRITRICE DEI POVERI — QUELLA BENEDIZIONE DI CUI DIO CORONA
LA CARITÀ.
I funerali religiosi furono solenni nella chiesa dl San Tommaso; più
semplici e più affettuosi, forse, a Locate; in quel borgo, che ora dal
nome dei Trivulzio, antichi feudatarii di quel territorio, si chiama
Locate-Triulzi. Si era nell'estate; e molti amici della defunta non
si trovavano allora in Lombardia, per tributarle l'ultimo omaggio.
Qual differenza fra il 1848 e il 1871, fra quel giorno in cui tutta
Milano andò incontro alla Belgiojoso, ch'entrava fra gli applausi e i
frenetici evviva in città, a capo d'una colonna di giovani volontarii,
e il breve corteo d'amici, che dall'angusta via de' Bossi, accompagnava
alla chiesa di San Tommaso il feretro della principessa!
Tranne alcune reverenti parole di Filippo Filippi sul giornale _La
Perseveranza_ di Milano, ben rari furono i cenni necrologici pubblicati
nel resto d'Italia sulla morte d'una donna che avea riempito un giorno
l'Italia e Parigi del suo nome. E l'oblio, profondo oblio, coprì
quel nome fino al punto che un dotto francese domandò un giorno allo
scrittore di questo libro se la principessa Belgiojoso era vissuta
nel secolo di Maria Antonietta! Si scordarono _persino_ le cattive
pagine, che una sedicente amica d'Italia, Luigia Colet, stampò contro
la principessa in un certo libro sugli avvenimenti e sui personaggi
nostri, seminato delle più sfacciate, amene bugie: dico persino, poichè
il mondo dimentica più presto le lodi meritate che il biasimo maligno,
lanciato dall'invidia. Eppure dovrebbe tornar dolce al pensiero il
ricordo degli atti generosi compiuti dagli altri; atti che col loro
fulgor vittorioso fanno sparire le ombre di possibili errori; sì, tanto
possibili nella fragile creta umana!... È così consolante scoprire il
merito! È così bello l'ammirare!
Con la morte di Cristina Belgiojoso-Trivulzio, sparve dalla scena del
mondo una delle più forti e singolari donne d'Europa. E dopo molti anni
dalla morte, era tempo e dovere che una penna veridica ma rispettosa
facesse noto ai più il sentimento, l'invitto sentimento italiano
di colei che non è un'onta da nascondere, bensì una gloria da far
risplendere.
La principessa Cristina Belgiojoso-Trivulzio, questa donna d'istinto
e di ferrea volontà dominatrice, che fa pensare a Caterina Sforza;
questa fantastica figura dai nivei pepli come una regina delle tragedie
di Eschilo; dai severi turbanti come una sibilla del Domenichino....
irrita talvolta come un enigma; ma le linee della sua figura sono
le linee d'un monumento, ch'ella stessa, nella sua vita liberamente
vissuta dinanzi agli sguardi di tutti, si elevò con le proprie opere
di carità e di sociale giustizia precorrendo i tempi; — con le proprie
opere d'un patriottismo coraggioso, d'una inesauribile sorgente
di magnanimi pensieri. In lei, stranezze, audacie, errori; mai la
piccolezza!
Ella fu una dea, che sedusse mille: ella regnò. Una grandiosa figura di
donna italiana, sorta in un'epoca di grandi.