XXI.

A Blevio sul Lago di Como.

Storia del villino della Principessa a Blevio: un frate. — Le

grandi beneficenze della duchessa de Plaisance. — Vincenzo Bellini

e Giuditta Pasta. — Abominevoli memorie della moglie di Giorgio IV

d'Inghilterra. — Maria Letizia Solms-Wyse e Urbano Rattazzi nella

_Villa Maria_. — Il prete mazziniano Tommaso Bianchi. — Nuovo stato

psicologico della Principessa e strani fenomeni da lei sofferti. —

Le sue lettere al dottor Màspero. — Dame di spirito. — La vedova

del conte Federico Confalonieri. — Matilde Juva-Branca e il suo

canto. — Un'inondazione notturna.

Un principe moscovita, Schuwaloff, possedeva sulla riva destra del

primo bacino dell'incantevole lago di Como — a Blevio — un grazioso

villino di stile nordico. Un giorno, desolato per la morte d'una

cara, bellissima amica, abbandonò la religione degli avi, si convertì

al cattolicismo e si fe' monaco, lasciando in eredità all'ordine

dei Barnabiti quel villino, testimone della sua felicità per sempre

distrutta. E la Belgiojoso acquistò dai Barnabiti il villino, sorgente

a' piedi del lago e mezzo nascosto tra la folta verzura, per passarvi

parte de' suoi ultimi anni in pace.

Senza rancori verso la duchessa de Plaisance, la principessa andò ad

abitare quasi di fronte all'antica rivale; e non lungi dalla villa

Pliniana, eremitaggio della fuggitiva e del principe Emilio Belgiojoso.

Era passata molta acqua sulle rive, ridenti di ville e di giardini;

eran passati molti falchi sulla severa Pliniana da quella notte famosa

in cui la duchessa de Plaisance, in mezzo al fulgor d'una festa di

ballo a Parigi, scomparve vestita di bianco col principe. Emilio

Belgiojoso era morto; ma alcuni ricordavano quella voce che cantava nei

silenzii delle notti stellate sul lago; e rammentavano qualche aneddoto

grazioso di quel gentiluomo raffinato e di spirito. Eccone uno: Una

sera, l'antico mazziniano cantava in un'adunanza signorile, dinanzi

alla principessa di Metternich, moglie del gran cancelliere austriaco,

la quale profondea lodi, deliziata di quella voce. E il principe

Belgiojoso:

— Che peccato, è vero, principessa, se Sua Altezza vostro marito mi

avesse fatto impiccare?...

Impossibile che Cristina Belgiojoso, così equa, non ammirasse le

continue, soavi opere di carità che santamente coronavano la vita

di passioni della duchessa de Plaisance: impossibile ch'ella non

la vedesse rendersi ancor degna dei congiunti lontani; congiunti

d'intemerato nome e virtuosi.

Vicino alla villa della duchessa de Plaisance, a Moltrasio, viveva

ancora Giuditta Turina; colei che ne' bei giorni avea condotto in

barca sul lago il suo Vincenzo Bellini. E, non lungi dal villino della

principessa, in una villa adorna d'un parco sontuoso, viveva un'altra

Giuditta — la famosa cantante Giuditta Pasta, l'appassionata interprete

del Genio catanese, il quale là, sul lago, fra i baci e le procelle

d'amore, avea create celesti melodie. Giuditta Pasta cantava ancora,

ma solo fra amici. Nella rivoluzione del Quarantotto, salì sulla cima

del monte di Brunate (_terra di santi_, dice un'iscrizione) e, su

quell'altura signoreggiante i piani lombardi, spiegò un canto colla

sua voce d'usignuolo per esprimere al cielo la propria esultanza.

Colei, che sulle scene era apparsa tante volte vestita da sovrana,

scintillante di diademi gemmati, indossava, in casa, vesti così dimesse

da sembrare non già una regina, ma una Cenerentola. Un adoratore della

“divina Pasta„ (come la chiamava il Bellini) partì da lidi lontani,

per deporre a' piedi di lei il proprio cuore; si recò nella villa

della diva sul lago di Como, ma quando se la vide venire incontro al

cancello, spettinata, e colle vesti luride, mandò un grido, fuggì, nè

fece più ritorno.

Il lago di Como è il lago dei romanzi d'amore; specialmente in quel

bacino di Blevio, che sembra chiudersi in una scena raccolta di

montagne verdeggianti. Se i robusti castani di Villa d'Este, dalle

larghe ombrie, potessero parlare, come gli alberi delle leggende!...

Fu chiamata Villa d'Este da Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick,

principessa di Galles, venuta in Italia nel 1816; la principessa, dagli

occhi stellanti, che detestava le vasche da bagno.... appunto come

l'interprete sublime della _Norma_.

Fu in quella Villa d'Este che la disgraziata s'infangò nella tresca più

deplorevole col proprio servo Bartolommeo Bergami, complice una sorella

di costui, diventata (o meglio improvvisata) _contessa Oldi_!... La

principessa di Galles poteva citare peraltro a propria attenuante....

il marito; colui che divenne Giorgio IV d'Inghilterra!... Quel

topazio di sposo nella prima notte di matrimonio dormì ubbriaco su un

tappeto.... Inutile riandare qui lo scandaloso processo della Messalina

del Lario, svoltosi a Londra collo scopo di escluderla dai diritti

della Corona; processo che si risolse in favore di lei per la debole

maggioranza dei giudici.... Inutile ricordare i turpi giuochi detti

“del turco Maometto„ che tanto divertivano a Villa d'Este Carolina,

e i balli adamitici ai quali ella assisteva con folle tripudio alla

“Barona„ presso Milano!

È meglio ricordare ch'ella, sull'esempio della regina Teodolinda, aprì

la bella via che da Como conduce a Villa d'Este; è meglio ricordare

le beneficenze che versò a larga mano; eppure ella ne raccolse

l'ingratitudine più nera, più vile; i suoi maggiori beneficati

divennero, infatti, i suoi più accaniti accusatori nel processo di

Londra!

La disgraziata Carolina lasciò ogni aver suo a un trovatello, Guglielmo

Austin, che i nemici facevano passare per suo figlio adulterino,

con facile calunnia che venne sbugiardata dai tribunali. Morì

d'improvviso in Inghilterra, dove avea fatto ritorno, prima acclamata,

poi oltraggiata dal popolo: morì (si disse) per avvelenamento,

lasciando l'ordine che sulla sua tomba s'incidessero queste parole:

“Qui giace Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, vilipesa regina

d'Inghilterra.„

“Una bella donna non par quasi che tocchi il terreno: piega la testa

de' flori e ne sparge il profumo, senza calpestarne pur uno„, scriveva

un giorno il buon Silvio Pellico al fratello Luigi. Queste parole si

poteva ripeterle per Maria Letizia Wyse, figlia di Letizia Bonaparte,

quando, lasciata la nativa Waterford, sposò, per volere della madre, il

vecchio belga Solms. Allorchè il buon Solms morì nel 1863 a Torino, si

dubitava che fosse esistito; pareva un personaggio favoloso....

Non erano passati quindici giorni dalla morte del vecchio, che la

bellissima Maria Letizia sposò, in seconde nozze, nella capitale

del Piemonte, Urbano Rattazzi, gran capo della _Sinistra_, e

innamoratissimo della dea, dinanzi alla quale anche Vittor Hugo

s'inchinava rapito, chiamandola la sua “Rodope„. E gli sposi Rattazzi

andarono a nascondere la loro felicità in un villino solingo sul Lario,

fra Como e Blevio; non lungi, quindi, dalla principessa Belgiojoso.

La loro camera nuziale era circondata da ampii, limpidi specchi: il

cielo del padiglione, che copriva il talamo beato, era anch'esso uno

specchio.... Tanti specchi opposti ripetevano all'infinito i sorrisi

dei felici mortali, lo spettrale Urbano e la volante Maria; la quale,

nello smagliantissimo veglione del carnevale del 1860 alla Scala, era

comparsa così poco vestita da mettere in grave imbarazzo i portieri del

teatro. Maria Letizia Rattazzi-Solms-Wyse (divenuta poi anche de Rute)

scrisse, nei dolci silenzii del Lario, parecchie calde pagine de' suoi

romanzi vissuti e stampati. Ma una notte, a Parigi, ella perdette al

giuoco il grazioso nido del Lario; e il villino fu acquistato dalla

sposa del marchese Luigi Capranica, il romanziere di _Giovanni dalle

bande nere_; il quale strappò subito tutti quegli specchi, perchè il

letto, riproducendosi all'infinito in quei cristalli, facea provare la

poco allegra sensazione di trovarsi in un ospedale.

Questo era il quadro che circondava la principessa Cristina Belgiojoso

nel suo villino del lago. Ma non mancavano, per fortuna, altre

immagini: immagini serie; immagini patriottiche.

La regale Villa dell'Olmo, di fronte alla sua riva, era stata tramutata

in caserma al ritorno degli Austriaci per punire, anche con quello

sfregio, l'aristocrazia lombarda che si era messa alla testa della

rivoluzione. E sulla riva di Blevio era nato, da poveri pescatori,

il prete Tommaso Bianchi, mazziniano della _Giovine Italia_, morto

d'improvviso fra i tormenti, che gl'implacabili interrogatorii

del tristo Bolza infliggevano alla sua povera testa avvampante di

febbre....[153]

Quante memorie della _Giovine Italia_, del Quarantotto e de' lunghi

suoi esilii dovevano assalire la principessa!... Ma ella mai parlava

del suo passato; mai ricordava le vicende subìte; mai una parola dei

tanti uomini gloriosi, che un giorno le avevan fatta corona!... Quella

dama, che, scossa da tante vicissitudini, avea viaggiato in Europa e

nell'Asia, pareva a Blevio una semplice madre di famiglia che mai fosse

uscita dalla cerchia del villaggio nativo.

Un giorno, ecco nel suo villino di Blevio, sbarca un “avanzo„ della

colonna Belgiojoso del Quarantotto! Il bravo veterano, riconoscente,

voleva porgere il proprio omaggio all'antica condottiera. La

principessa lo fa entrare e gli domanda brusca:

— Chi siete?

— Sono Varesi!

— Non conosco questo nome.

— Non si ricorda di me, principessa? Nel Quarantotto?... Nel

Quarantotto, sì, principessa, quando....

E la principessa, con un gesto freddo e tagliente:

— Non so niente; non mi ricordo niente.

Il servo turco Bodòz conduce alla porta l'ex milite, e gli fa un

bell'inchino.

Era disprezzo del proprio passato questo della celebre patriota?...

Voleva ella sconfessarlo?... Disdegnava di ricordare il molto (non

vorrei dire il troppo) ch'ella avea profuso sulla scena della vita, in

una grand'epoca della storia?...

Con la figlia Maria (che nel 1861 era andata sposa al marchese

Trotti-Bentivoglio) la principessa Belgiojoso volle soggiornare una

volta nella Villa Pliniana. Un'altra donna non avrebbe posto più piede

in una dimora come quella.... La principessa sfidò anche quei ricordi;

e non permise che affliggessero il suo spirito.

E soggiornò anche nella villa Trotti a San Giovanni di Bellagio, in

quel fulgido bacino della sorridente Tremezzina, dove il lago azzurro

sembra che attenda le danze delle fate.

La Belgiojoso s'era, nel frattempo, tanto incurvata che chi la guardava

dalle spalle non poteva scorgere il capo di lei.

Le ritornarono penose ansie e strani fenomeni come nella giovinezza.

Al dottor Paolo Màspero, sempre medico suo fido, ella narrava, da San

Giovanni di Bellagio, sofferenze, che fanno pensare alle teorie di

Cesare Lombroso sul genio:

“_Caro Màspero_,

“Già molti giorni sono che volevo scrivervi, per darvi le mie

notizie ch'erano soddisfacenti; poichè da quella notte, ch'io venni

a svegliarvi nella vostra camera, l'angoscia mi aveva lasciato in

pace; ma ora l'una ed ora un'altra cosa mi hanno impedito l'esecuzione

del mio proposito. Debbo attribuire quella tregua all'uso del nuovo

sciroppo, o al caso? Il fatto è però che, jeri, dopo il pranzo,

sentendomi côlta da prepotente sonno, mi sdraiai su di un canapè,

e, mentre stavo ancora tra il sonno e la veglia, fui repentinamente

assalita da quella sensazione angosciosa che tanto mi spaventa, e

passai tutta la sera più o meno sotto quell'incubo. Il solo pensiero di

andare a letto mi inspirava un vero terrore; ma quando fu giunta l'ora

di coricarsi, mi rassegnai a tentare la prova, convinta di dovermi

alzare dal letto pochi minuti dopo di esservi entrata. Con tutto ciò,

appena coricata, cessò la sensazione angosciosa, e non è tornata più.

Ve ne scrivo per farvi una osservazione. Io ebbi sempre la convinzione

che questa angoscia sia una nuova forma di quelle convulsioni

epilettiche di cui mi liberai molti anni sono. Una delle varietà della

così detta “aura epilettica„ che provavo era la sensazione d'aver

sotto al naso _un alberello pieno di liquore ammoniacale_. Ora, questa

strana sensazione mi si risvegliò ieri a sera insieme coll'angoscia,

e mi tornò varie volte anche stamattina, sebbene l'angoscia non sia

ricomparsa. Vi dico ciò, perchè ne caviate quelle conclusioni che vi

sembreranno più a proposito.„

Quelle sensazioni la turbavano al sommo. “Il solo pensiero basta

ad agitarmi, ed a richiamare le orribili sensazioni che mi fecero

raccapriccio,„ scrive in altra lettera. E da Locate parla al dottor

Màspero d'altre sensazioni ancora, ma di quella stessa natura: “Sentivo

(ella dice) come se una mano mi passasse sulla fronte e sugli occhi

e comprimesse quest'ultimi per modo da rendere, per qualche minuto

secondo, la vista incerta.„

Le sofferenze riapparivano fra le quattro e le sei dopo mezzanotte;

e, anche per questo, l'inferma vegliava eretta sul letto fra montagne

di cuscini, al chiaror vivissimo delle solite lampade. Ella stessa

suggeriva al medico i rimedii che potevano calmarla: chinino, assa

fetida, il muschio (che, secondo lei, è un toccasana) e cavate di

sangue. Facea lunghe passeggiate sui colli sopra Blevio, sopra Torno

(dove si conservano antichissimi misteriosi avelli) e non mancava di

andare alla messa in quelle poetiche chiesette, poich'ella sentiva il

bisogno di pregare.

In un meschino alberguccio della via Santa Radegonda, a Milano, stava

intanto un sedicente generale Colli, che, colpito da apoplessia,

chiedeva soccorsi alla principessa. E questo Colli le dedicò un

_Carme_ in dodici canti. Povero carme, poveri canti!... Il poeta erra

di soggetto in soggetto, esaltando la principessa, Napoleone III,

vituperando Mazzini. Racconta che, nel 1830, a Parigi, egli aveva

formato un esercito di guerrieri scelti per fondare la costituzione in

Spagna.... E, per fare un eccelso elogio alla Belgiojoso, la paragona

ad Aspasia!

La principessa, non ostante questo confronto, elargì un sussidio al

misero infermo, col mezzo del Màspero; e intanto diceva al dottore di

“star benino„.

Era un “benino„ illusorio. Le articolazioni le dolevano; la mano

sinistra aveva bisogno d'un apparecchio chirurgico. Eppure, ella

scriveva; scriveva sempre, nel suo angolo nella villa, tenendo la

carta sulle ginocchia. E fumava sempre il _narghilé_, il cui abuso,

a quell'età, con quei crescenti disturbi di nervi e di altri organi,

doveva precipitare la sua fine.[154]

Ma che cos'è il _narghilé_?... domanderà qualche lettrice. Nel suo

viaggio _Da Milano a Damasco_, l'abate Antonio Stoppani le risponde:

_Narghilé_ è pipa turca d'uso universale in Oriente, composta

d'un lunghissimo cannello flessibile, che termina a una estremità

con un bocchino d'ambra, entrando coll'altra in una boccia

di cristallo con entro acqua, e munito d'un bocciuolo per

ardervi il tabacco, adattato al collo della boccia medesima.

Quel bocciuolo si prolunga nell'interno della boccia con un

tubetto, il quale pesca nell'acqua in guisa che, inspirandosi

dal bocchino, il fumo prodotto per consenso dall'aria che passa

attraverso il piccolo braciere dov'arde il tabacco, è obbligato

ad attraversare l'acqua, rinfrescandosi ed appurandosi prima di

entrare nel cannello, che lo trasmette alla bocca del fumatore.

Il fumo così ha, per lo meno, il vantaggio di perdere quel calore

e quell'acrimonia, che rendono il fumare con pipe ordinarie

o sigari tanto incomodo e nocivo alla lingua ed alle fauci e

appestano il fiato.

La principessa aveva imparato quella lenta voluttà in Oriente; e non

poteva abbandonarla.

Qualche amica di Blevio ricamava sull'odore di farmacia che il

_narghilé_ tramandava, le più graziose variazioni.... Poichè la

società femminile che a Blevio circondava la principessa come una

corte, scintillava di spirito; uno spirito mondano, sprizzante da

un quartetto femminile allegrissimo, nel quale primeggiava, chi mai

lo crederebbe?... la vedova del martire dello Spielberg, Federico

Confalonieri.

Il fiero conte Confalonieri era spirato miseramente sulle nevi

d'Hospenthal, fra le braccia della seconda moglie, Sofia O' Ferrall:

era spirato lassù, quando, esasperatissimo per l'amaro opuscolo della

Belgiojoso, _Studii intorno alla storia della Lombardia negli ultimi

anni_, avea d'improvviso abbandonato Parigi e, nel cuor d'un orrido

inverno, era salito colla moglie Sofia sul Gottardo. Marco Minghetti

disse che “il secondo matrimonio del Confalonieri fu la profanazione

del primo„. Ingiusto giudizio, perchè Sofia O' Ferrall (che il

Confalonieri conobbe a Parigi dama di compagnia della dolce contessa

Anna Dubourg) fu pazientissima, santa infermiera del martire, sì

sofferente e sì insoffribile per i modi sprezzanti e per gli scoppii

delle sue collere tremende. Egli faceva dormire la moglie a' piedi del

proprio letto sopra un semplice materasso per terra: e la poveretta

doveva accorrere ogni momento presso l'infermo, che, tormentato

dall'idrope e da altre atroci malattie e da acerbissimi ricordi,

avea continuo bisogno di soccorsi, di blanditrici parole. Quando il

conte spirò fra le nevose bufere del Gottardo nel 10 dicembre del

1846, Sofia ne sofferse acerbo dolore; e si consolò solo apprendendo

che il _Club dell'Unione_ a Milano, con il patriota Gaspare Rosales

d'Ordogno alla testa, preparava sulle alture di Hospenthal in onore

dell'illustre marito un monumento.[155] Ma, più tardi, Sofia O' Ferrall

provò il beneficio del tempo.... e dell'indipendenza. Si ritrasse sola

in una povera casetta, sull'altura verde di Blevio, accanto a quella

principessa Belgiojoso, ch'era stata col suo severo opuscolo la causa

involontaria della morte del Confalonieri, martire sacro alla patria.

Sofia O' Ferrall era brutta, dal viso schiacciato, ma i suoi modi

signorili dimostravan la _razza_. Ella discendeva, infatti, da

nobilissima famiglia, già signora d'Annaly in Irlanda, e caduta in

misere condizioni. Non ostante le torbide cose che la principessa

Belgiojoso avea pubblicato contro il Confalonieri in quell'opuscolo,

Sofia O' Ferrall divenne la più intima amica di lei.

Lo spirito di Sofia volava pronto, rapido, ma pungente: _champagne_

diventato aceto. Morì a Blevio, povera, e in età ancor fresca.

Altra visitatrice della Belgiojoso era Matilde Juva, nata Branca.

Questa signora, che nel suo salotto di Milano ricevette per lungo tempo

i sovrani della musica, avea blanda voce quando parlava; incantevole

quando cantava. Alta, dalle spalle marmoree che nelle serate invernali

spiccavano ancor più sull'abito di velluto nero o rosso, allora di

moda, graziosa nel gesto delle mani, elegantissima nell'insieme,

Matilde Juva avea destato ammirazioni devote nel principe Giuseppe

Poniatowski, autore di dodici opere, quasi tutte nate morte, ma degno

di ricordo per il suo appassionato amore dell'arte. Il principe scrisse

per la Juva alcune romanze che servivano da lettere d'amore. Quando

Matilde spiegava sul lago la voce estesissima e melodiosa, le anime

rapite salivan nell'estasi. Quando in barca, al chiaror della luna, la

Juva cantava la _Sonnambula_ (creata dal Bellini in quello stesso lago)

oppure la famosa anacreontica del Vittorelli:

Guarda che bianca luna!

Guarda che notte azzurra!

Un'aura non susurra,

Non tremola uno stel....

gli ascoltatori credevano d'udire un angelo....

Due altre signore, miss Sofia Sparks ed Emma R...., erano sempre

insieme: le chiamavano “le dame„. Perchè, discorrendo di loro, la

gente prendeva un'aria misteriosa?... Che deliziosa creatura quella

miss Sophie coi riccioli una volta d'oro, poi d'argento, che le

circondavano la testolina dagli occhi semichiusi! Avea il sorriso

un po' canzonatore, e l'andatura un po' ondulante. Qual grazia e

quale spirito, tanto da sedurre la principessa, che non era di facile

conquista! Chi se ne ricorda mi scrive: “Oh, le sere al villino, in cui

la principessa se ne stava nella prima sala lavorando all'uncinetto,

avendo “le dame„ e Sofia Confalonieri sedute dirimpetto a lei! Chi non

le ha udite conversare insieme, non sa le cose audaci che si possono

dire con frasi brevi, correttissime, briose. Come vi si maltrattava la

metà del genere umano, che non passa per la più bella!...„

Nell'autunno, il villino della Belgiojoso rigurgitava di ospiti. Ne

arrivavano da Milano, dalla vicina villa Taverna, da altre sponde.

Una notte d'autunno, il lago per le lunghe pioggie crebbe e inondò

le stanze a piano-terra del villino. Che confusione!... Signore

in semplici, intimi indumenti come la sonnambula del Bellini, che

fuggivano pei corridoi, per la scaletta: lumi che apparivano e

scomparivano nelle tenebre, come i fuochi fatui in un ballo; appelli

precipitosi; grida di soccorso; barcajuoli, mezzo assonnati, accorsi

al salvataggio colle barche: una vecchia governante inglese (preclara

nel culto dei liquori) pronta a respingere il diluvio. Un placido

poeta napoletano (al quale la Belgiojoso avea regalato allora quindici

mila lire in un bel plico perchè desse marito alla figliuola) veniva

invocato nella lingua di Maometto dal servo turco Bodòz qual salvatore

delle genti; ma era irreperibile!... E le acque nella notte oscura,

piovosissima, lente, lente, crescevano....

Intanto, la principessa Belgiojoso nella sua camera illuminata _a

giorno_, come il solito, rileggeva impassibile le poesie del Porta.

Il villino contava fra i più piccoli e fra i più modesti; ma tutti lo

conoscevano; tutti lo additavano passando sul piroscafo o su quelle

barche proprie dei laghi lombardi, che Ugo Foscolo nel raffaellesco

carme _Le Grazie_ chiama “gondole erranti„ — Ugo Foscolo, che, in

quello stesso azzurro Lario, visse sognando e amando, sognatore eterno,

innamorato eterno. Tutti additavano il villino della Belgiojoso

come un piccolo tempio della vita mondana elegante, rallegrato da

un'eccentricità ricca di spirito. Di notte, l'ombra nera della riva

e della montagna imperante appariva rotta come dai raggi d'un faro.

Dalle finestre, molti lumi gittavan fasci fulgidi nella tenebra: un

poeta avrebbe esclamato: “par che vi nasca il sole!„ — Appena giunse

al villino, la principessa vi si adagiò come se da molti anni lo

avesse abitato: poich'ella possedeva per istinto il segreto delle

vere dame, che consiste nel rendersi subito famigliari i luoghi

dove pongono piede: la sala d'un palazzo o d'un _grand-hôtel_, un

piroscafo.... Colla principessa, il villino ricevette tosto l'impronta

dell'eccentricità, sprezzatrice delle convenzioni, ch'ella portava

dappertutto; l'impronta d'una superiorità senza invidie, perchè

invidiare è discendere. E tutto o quasi tutto era bizzarro nel celebre

villino, dal _narghilé_ a Bodòz; a questo servo turco incristianito,

che quando il partenopeo letterato suddetto conversava colla

principessa, gli si piantava dinanzi, ammonendolo:

— Professore! Non dire bugie!

Una nostra conoscenza, il diplomatico francese Enrico d'Ideville, andò

a trovare a Blevio la Belgiojoso, e nel suo _Journal d'un diplomate en

Italie_, la descrive con queste vive parole:

La taille courbée avant l'âge, l'œil ardent, d'une expression un

peu sombre, le geste impérieux, la parole incisive, originale,

tout en elle dénotait une volonté de fer et une nature

passionnée. La princesse m'accueillit avec une cordialité qui me

surprit beaucoup.

Ma quel fuoco gittava le ultime vampe.... Eppur, lottando contro le

inesorabili leggi della natura, quel fuoco non volea spegnersi: la

principessa non volea morire!

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 30 / 75 题