A Blevio sul Lago di Como.
Storia del villino della Principessa a Blevio: un frate. — Le
grandi beneficenze della duchessa de Plaisance. — Vincenzo Bellini
e Giuditta Pasta. — Abominevoli memorie della moglie di Giorgio IV
d'Inghilterra. — Maria Letizia Solms-Wyse e Urbano Rattazzi nella
_Villa Maria_. — Il prete mazziniano Tommaso Bianchi. — Nuovo stato
psicologico della Principessa e strani fenomeni da lei sofferti. —
Le sue lettere al dottor Màspero. — Dame di spirito. — La vedova
del conte Federico Confalonieri. — Matilde Juva-Branca e il suo
canto. — Un'inondazione notturna.
Un principe moscovita, Schuwaloff, possedeva sulla riva destra del
primo bacino dell'incantevole lago di Como — a Blevio — un grazioso
villino di stile nordico. Un giorno, desolato per la morte d'una
cara, bellissima amica, abbandonò la religione degli avi, si convertì
al cattolicismo e si fe' monaco, lasciando in eredità all'ordine
dei Barnabiti quel villino, testimone della sua felicità per sempre
distrutta. E la Belgiojoso acquistò dai Barnabiti il villino, sorgente
a' piedi del lago e mezzo nascosto tra la folta verzura, per passarvi
parte de' suoi ultimi anni in pace.
Senza rancori verso la duchessa de Plaisance, la principessa andò ad
abitare quasi di fronte all'antica rivale; e non lungi dalla villa
Pliniana, eremitaggio della fuggitiva e del principe Emilio Belgiojoso.
Era passata molta acqua sulle rive, ridenti di ville e di giardini;
eran passati molti falchi sulla severa Pliniana da quella notte famosa
in cui la duchessa de Plaisance, in mezzo al fulgor d'una festa di
ballo a Parigi, scomparve vestita di bianco col principe. Emilio
Belgiojoso era morto; ma alcuni ricordavano quella voce che cantava nei
silenzii delle notti stellate sul lago; e rammentavano qualche aneddoto
grazioso di quel gentiluomo raffinato e di spirito. Eccone uno: Una
sera, l'antico mazziniano cantava in un'adunanza signorile, dinanzi
alla principessa di Metternich, moglie del gran cancelliere austriaco,
la quale profondea lodi, deliziata di quella voce. E il principe
Belgiojoso:
— Che peccato, è vero, principessa, se Sua Altezza vostro marito mi
avesse fatto impiccare?...
Impossibile che Cristina Belgiojoso, così equa, non ammirasse le
continue, soavi opere di carità che santamente coronavano la vita
di passioni della duchessa de Plaisance: impossibile ch'ella non
la vedesse rendersi ancor degna dei congiunti lontani; congiunti
d'intemerato nome e virtuosi.
Vicino alla villa della duchessa de Plaisance, a Moltrasio, viveva
ancora Giuditta Turina; colei che ne' bei giorni avea condotto in
barca sul lago il suo Vincenzo Bellini. E, non lungi dal villino della
principessa, in una villa adorna d'un parco sontuoso, viveva un'altra
Giuditta — la famosa cantante Giuditta Pasta, l'appassionata interprete
del Genio catanese, il quale là, sul lago, fra i baci e le procelle
d'amore, avea create celesti melodie. Giuditta Pasta cantava ancora,
ma solo fra amici. Nella rivoluzione del Quarantotto, salì sulla cima
del monte di Brunate (_terra di santi_, dice un'iscrizione) e, su
quell'altura signoreggiante i piani lombardi, spiegò un canto colla
sua voce d'usignuolo per esprimere al cielo la propria esultanza.
Colei, che sulle scene era apparsa tante volte vestita da sovrana,
scintillante di diademi gemmati, indossava, in casa, vesti così dimesse
da sembrare non già una regina, ma una Cenerentola. Un adoratore della
“divina Pasta„ (come la chiamava il Bellini) partì da lidi lontani,
per deporre a' piedi di lei il proprio cuore; si recò nella villa
della diva sul lago di Como, ma quando se la vide venire incontro al
cancello, spettinata, e colle vesti luride, mandò un grido, fuggì, nè
fece più ritorno.
Il lago di Como è il lago dei romanzi d'amore; specialmente in quel
bacino di Blevio, che sembra chiudersi in una scena raccolta di
montagne verdeggianti. Se i robusti castani di Villa d'Este, dalle
larghe ombrie, potessero parlare, come gli alberi delle leggende!...
Fu chiamata Villa d'Este da Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick,
principessa di Galles, venuta in Italia nel 1816; la principessa, dagli
occhi stellanti, che detestava le vasche da bagno.... appunto come
l'interprete sublime della _Norma_.
Fu in quella Villa d'Este che la disgraziata s'infangò nella tresca più
deplorevole col proprio servo Bartolommeo Bergami, complice una sorella
di costui, diventata (o meglio improvvisata) _contessa Oldi_!... La
principessa di Galles poteva citare peraltro a propria attenuante....
il marito; colui che divenne Giorgio IV d'Inghilterra!... Quel
topazio di sposo nella prima notte di matrimonio dormì ubbriaco su un
tappeto.... Inutile riandare qui lo scandaloso processo della Messalina
del Lario, svoltosi a Londra collo scopo di escluderla dai diritti
della Corona; processo che si risolse in favore di lei per la debole
maggioranza dei giudici.... Inutile ricordare i turpi giuochi detti
“del turco Maometto„ che tanto divertivano a Villa d'Este Carolina,
e i balli adamitici ai quali ella assisteva con folle tripudio alla
“Barona„ presso Milano!
È meglio ricordare ch'ella, sull'esempio della regina Teodolinda, aprì
la bella via che da Como conduce a Villa d'Este; è meglio ricordare
le beneficenze che versò a larga mano; eppure ella ne raccolse
l'ingratitudine più nera, più vile; i suoi maggiori beneficati
divennero, infatti, i suoi più accaniti accusatori nel processo di
Londra!
La disgraziata Carolina lasciò ogni aver suo a un trovatello, Guglielmo
Austin, che i nemici facevano passare per suo figlio adulterino,
con facile calunnia che venne sbugiardata dai tribunali. Morì
d'improvviso in Inghilterra, dove avea fatto ritorno, prima acclamata,
poi oltraggiata dal popolo: morì (si disse) per avvelenamento,
lasciando l'ordine che sulla sua tomba s'incidessero queste parole:
“Qui giace Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, vilipesa regina
d'Inghilterra.„
“Una bella donna non par quasi che tocchi il terreno: piega la testa
de' flori e ne sparge il profumo, senza calpestarne pur uno„, scriveva
un giorno il buon Silvio Pellico al fratello Luigi. Queste parole si
poteva ripeterle per Maria Letizia Wyse, figlia di Letizia Bonaparte,
quando, lasciata la nativa Waterford, sposò, per volere della madre, il
vecchio belga Solms. Allorchè il buon Solms morì nel 1863 a Torino, si
dubitava che fosse esistito; pareva un personaggio favoloso....
Non erano passati quindici giorni dalla morte del vecchio, che la
bellissima Maria Letizia sposò, in seconde nozze, nella capitale
del Piemonte, Urbano Rattazzi, gran capo della _Sinistra_, e
innamoratissimo della dea, dinanzi alla quale anche Vittor Hugo
s'inchinava rapito, chiamandola la sua “Rodope„. E gli sposi Rattazzi
andarono a nascondere la loro felicità in un villino solingo sul Lario,
fra Como e Blevio; non lungi, quindi, dalla principessa Belgiojoso.
La loro camera nuziale era circondata da ampii, limpidi specchi: il
cielo del padiglione, che copriva il talamo beato, era anch'esso uno
specchio.... Tanti specchi opposti ripetevano all'infinito i sorrisi
dei felici mortali, lo spettrale Urbano e la volante Maria; la quale,
nello smagliantissimo veglione del carnevale del 1860 alla Scala, era
comparsa così poco vestita da mettere in grave imbarazzo i portieri del
teatro. Maria Letizia Rattazzi-Solms-Wyse (divenuta poi anche de Rute)
scrisse, nei dolci silenzii del Lario, parecchie calde pagine de' suoi
romanzi vissuti e stampati. Ma una notte, a Parigi, ella perdette al
giuoco il grazioso nido del Lario; e il villino fu acquistato dalla
sposa del marchese Luigi Capranica, il romanziere di _Giovanni dalle
bande nere_; il quale strappò subito tutti quegli specchi, perchè il
letto, riproducendosi all'infinito in quei cristalli, facea provare la
poco allegra sensazione di trovarsi in un ospedale.
Questo era il quadro che circondava la principessa Cristina Belgiojoso
nel suo villino del lago. Ma non mancavano, per fortuna, altre
immagini: immagini serie; immagini patriottiche.
La regale Villa dell'Olmo, di fronte alla sua riva, era stata tramutata
in caserma al ritorno degli Austriaci per punire, anche con quello
sfregio, l'aristocrazia lombarda che si era messa alla testa della
rivoluzione. E sulla riva di Blevio era nato, da poveri pescatori,
il prete Tommaso Bianchi, mazziniano della _Giovine Italia_, morto
d'improvviso fra i tormenti, che gl'implacabili interrogatorii
del tristo Bolza infliggevano alla sua povera testa avvampante di
febbre....[153]
Quante memorie della _Giovine Italia_, del Quarantotto e de' lunghi
suoi esilii dovevano assalire la principessa!... Ma ella mai parlava
del suo passato; mai ricordava le vicende subìte; mai una parola dei
tanti uomini gloriosi, che un giorno le avevan fatta corona!... Quella
dama, che, scossa da tante vicissitudini, avea viaggiato in Europa e
nell'Asia, pareva a Blevio una semplice madre di famiglia che mai fosse
uscita dalla cerchia del villaggio nativo.
Un giorno, ecco nel suo villino di Blevio, sbarca un “avanzo„ della
colonna Belgiojoso del Quarantotto! Il bravo veterano, riconoscente,
voleva porgere il proprio omaggio all'antica condottiera. La
principessa lo fa entrare e gli domanda brusca:
— Chi siete?
— Sono Varesi!
— Non conosco questo nome.
— Non si ricorda di me, principessa? Nel Quarantotto?... Nel
Quarantotto, sì, principessa, quando....
E la principessa, con un gesto freddo e tagliente:
— Non so niente; non mi ricordo niente.
Il servo turco Bodòz conduce alla porta l'ex milite, e gli fa un
bell'inchino.
Era disprezzo del proprio passato questo della celebre patriota?...
Voleva ella sconfessarlo?... Disdegnava di ricordare il molto (non
vorrei dire il troppo) ch'ella avea profuso sulla scena della vita, in
una grand'epoca della storia?...
Con la figlia Maria (che nel 1861 era andata sposa al marchese
Trotti-Bentivoglio) la principessa Belgiojoso volle soggiornare una
volta nella Villa Pliniana. Un'altra donna non avrebbe posto più piede
in una dimora come quella.... La principessa sfidò anche quei ricordi;
e non permise che affliggessero il suo spirito.
E soggiornò anche nella villa Trotti a San Giovanni di Bellagio, in
quel fulgido bacino della sorridente Tremezzina, dove il lago azzurro
sembra che attenda le danze delle fate.
La Belgiojoso s'era, nel frattempo, tanto incurvata che chi la guardava
dalle spalle non poteva scorgere il capo di lei.
Le ritornarono penose ansie e strani fenomeni come nella giovinezza.
Al dottor Paolo Màspero, sempre medico suo fido, ella narrava, da San
Giovanni di Bellagio, sofferenze, che fanno pensare alle teorie di
Cesare Lombroso sul genio:
“_Caro Màspero_,
“Già molti giorni sono che volevo scrivervi, per darvi le mie
notizie ch'erano soddisfacenti; poichè da quella notte, ch'io venni
a svegliarvi nella vostra camera, l'angoscia mi aveva lasciato in
pace; ma ora l'una ed ora un'altra cosa mi hanno impedito l'esecuzione
del mio proposito. Debbo attribuire quella tregua all'uso del nuovo
sciroppo, o al caso? Il fatto è però che, jeri, dopo il pranzo,
sentendomi côlta da prepotente sonno, mi sdraiai su di un canapè,
e, mentre stavo ancora tra il sonno e la veglia, fui repentinamente
assalita da quella sensazione angosciosa che tanto mi spaventa, e
passai tutta la sera più o meno sotto quell'incubo. Il solo pensiero di
andare a letto mi inspirava un vero terrore; ma quando fu giunta l'ora
di coricarsi, mi rassegnai a tentare la prova, convinta di dovermi
alzare dal letto pochi minuti dopo di esservi entrata. Con tutto ciò,
appena coricata, cessò la sensazione angosciosa, e non è tornata più.
Ve ne scrivo per farvi una osservazione. Io ebbi sempre la convinzione
che questa angoscia sia una nuova forma di quelle convulsioni
epilettiche di cui mi liberai molti anni sono. Una delle varietà della
così detta “aura epilettica„ che provavo era la sensazione d'aver
sotto al naso _un alberello pieno di liquore ammoniacale_. Ora, questa
strana sensazione mi si risvegliò ieri a sera insieme coll'angoscia,
e mi tornò varie volte anche stamattina, sebbene l'angoscia non sia
ricomparsa. Vi dico ciò, perchè ne caviate quelle conclusioni che vi
sembreranno più a proposito.„
Quelle sensazioni la turbavano al sommo. “Il solo pensiero basta
ad agitarmi, ed a richiamare le orribili sensazioni che mi fecero
raccapriccio,„ scrive in altra lettera. E da Locate parla al dottor
Màspero d'altre sensazioni ancora, ma di quella stessa natura: “Sentivo
(ella dice) come se una mano mi passasse sulla fronte e sugli occhi
e comprimesse quest'ultimi per modo da rendere, per qualche minuto
secondo, la vista incerta.„
Le sofferenze riapparivano fra le quattro e le sei dopo mezzanotte;
e, anche per questo, l'inferma vegliava eretta sul letto fra montagne
di cuscini, al chiaror vivissimo delle solite lampade. Ella stessa
suggeriva al medico i rimedii che potevano calmarla: chinino, assa
fetida, il muschio (che, secondo lei, è un toccasana) e cavate di
sangue. Facea lunghe passeggiate sui colli sopra Blevio, sopra Torno
(dove si conservano antichissimi misteriosi avelli) e non mancava di
andare alla messa in quelle poetiche chiesette, poich'ella sentiva il
bisogno di pregare.
In un meschino alberguccio della via Santa Radegonda, a Milano, stava
intanto un sedicente generale Colli, che, colpito da apoplessia,
chiedeva soccorsi alla principessa. E questo Colli le dedicò un
_Carme_ in dodici canti. Povero carme, poveri canti!... Il poeta erra
di soggetto in soggetto, esaltando la principessa, Napoleone III,
vituperando Mazzini. Racconta che, nel 1830, a Parigi, egli aveva
formato un esercito di guerrieri scelti per fondare la costituzione in
Spagna.... E, per fare un eccelso elogio alla Belgiojoso, la paragona
ad Aspasia!
La principessa, non ostante questo confronto, elargì un sussidio al
misero infermo, col mezzo del Màspero; e intanto diceva al dottore di
“star benino„.
Era un “benino„ illusorio. Le articolazioni le dolevano; la mano
sinistra aveva bisogno d'un apparecchio chirurgico. Eppure, ella
scriveva; scriveva sempre, nel suo angolo nella villa, tenendo la
carta sulle ginocchia. E fumava sempre il _narghilé_, il cui abuso,
a quell'età, con quei crescenti disturbi di nervi e di altri organi,
doveva precipitare la sua fine.[154]
Ma che cos'è il _narghilé_?... domanderà qualche lettrice. Nel suo
viaggio _Da Milano a Damasco_, l'abate Antonio Stoppani le risponde:
_Narghilé_ è pipa turca d'uso universale in Oriente, composta
d'un lunghissimo cannello flessibile, che termina a una estremità
con un bocchino d'ambra, entrando coll'altra in una boccia
di cristallo con entro acqua, e munito d'un bocciuolo per
ardervi il tabacco, adattato al collo della boccia medesima.
Quel bocciuolo si prolunga nell'interno della boccia con un
tubetto, il quale pesca nell'acqua in guisa che, inspirandosi
dal bocchino, il fumo prodotto per consenso dall'aria che passa
attraverso il piccolo braciere dov'arde il tabacco, è obbligato
ad attraversare l'acqua, rinfrescandosi ed appurandosi prima di
entrare nel cannello, che lo trasmette alla bocca del fumatore.
Il fumo così ha, per lo meno, il vantaggio di perdere quel calore
e quell'acrimonia, che rendono il fumare con pipe ordinarie
o sigari tanto incomodo e nocivo alla lingua ed alle fauci e
appestano il fiato.
La principessa aveva imparato quella lenta voluttà in Oriente; e non
poteva abbandonarla.
Qualche amica di Blevio ricamava sull'odore di farmacia che il
_narghilé_ tramandava, le più graziose variazioni.... Poichè la
società femminile che a Blevio circondava la principessa come una
corte, scintillava di spirito; uno spirito mondano, sprizzante da
un quartetto femminile allegrissimo, nel quale primeggiava, chi mai
lo crederebbe?... la vedova del martire dello Spielberg, Federico
Confalonieri.
Il fiero conte Confalonieri era spirato miseramente sulle nevi
d'Hospenthal, fra le braccia della seconda moglie, Sofia O' Ferrall:
era spirato lassù, quando, esasperatissimo per l'amaro opuscolo della
Belgiojoso, _Studii intorno alla storia della Lombardia negli ultimi
anni_, avea d'improvviso abbandonato Parigi e, nel cuor d'un orrido
inverno, era salito colla moglie Sofia sul Gottardo. Marco Minghetti
disse che “il secondo matrimonio del Confalonieri fu la profanazione
del primo„. Ingiusto giudizio, perchè Sofia O' Ferrall (che il
Confalonieri conobbe a Parigi dama di compagnia della dolce contessa
Anna Dubourg) fu pazientissima, santa infermiera del martire, sì
sofferente e sì insoffribile per i modi sprezzanti e per gli scoppii
delle sue collere tremende. Egli faceva dormire la moglie a' piedi del
proprio letto sopra un semplice materasso per terra: e la poveretta
doveva accorrere ogni momento presso l'infermo, che, tormentato
dall'idrope e da altre atroci malattie e da acerbissimi ricordi,
avea continuo bisogno di soccorsi, di blanditrici parole. Quando il
conte spirò fra le nevose bufere del Gottardo nel 10 dicembre del
1846, Sofia ne sofferse acerbo dolore; e si consolò solo apprendendo
che il _Club dell'Unione_ a Milano, con il patriota Gaspare Rosales
d'Ordogno alla testa, preparava sulle alture di Hospenthal in onore
dell'illustre marito un monumento.[155] Ma, più tardi, Sofia O' Ferrall
provò il beneficio del tempo.... e dell'indipendenza. Si ritrasse sola
in una povera casetta, sull'altura verde di Blevio, accanto a quella
principessa Belgiojoso, ch'era stata col suo severo opuscolo la causa
involontaria della morte del Confalonieri, martire sacro alla patria.
Sofia O' Ferrall era brutta, dal viso schiacciato, ma i suoi modi
signorili dimostravan la _razza_. Ella discendeva, infatti, da
nobilissima famiglia, già signora d'Annaly in Irlanda, e caduta in
misere condizioni. Non ostante le torbide cose che la principessa
Belgiojoso avea pubblicato contro il Confalonieri in quell'opuscolo,
Sofia O' Ferrall divenne la più intima amica di lei.
Lo spirito di Sofia volava pronto, rapido, ma pungente: _champagne_
diventato aceto. Morì a Blevio, povera, e in età ancor fresca.
Altra visitatrice della Belgiojoso era Matilde Juva, nata Branca.
Questa signora, che nel suo salotto di Milano ricevette per lungo tempo
i sovrani della musica, avea blanda voce quando parlava; incantevole
quando cantava. Alta, dalle spalle marmoree che nelle serate invernali
spiccavano ancor più sull'abito di velluto nero o rosso, allora di
moda, graziosa nel gesto delle mani, elegantissima nell'insieme,
Matilde Juva avea destato ammirazioni devote nel principe Giuseppe
Poniatowski, autore di dodici opere, quasi tutte nate morte, ma degno
di ricordo per il suo appassionato amore dell'arte. Il principe scrisse
per la Juva alcune romanze che servivano da lettere d'amore. Quando
Matilde spiegava sul lago la voce estesissima e melodiosa, le anime
rapite salivan nell'estasi. Quando in barca, al chiaror della luna, la
Juva cantava la _Sonnambula_ (creata dal Bellini in quello stesso lago)
oppure la famosa anacreontica del Vittorelli:
Guarda che bianca luna!
Guarda che notte azzurra!
Un'aura non susurra,
Non tremola uno stel....
gli ascoltatori credevano d'udire un angelo....
Due altre signore, miss Sofia Sparks ed Emma R...., erano sempre
insieme: le chiamavano “le dame„. Perchè, discorrendo di loro, la
gente prendeva un'aria misteriosa?... Che deliziosa creatura quella
miss Sophie coi riccioli una volta d'oro, poi d'argento, che le
circondavano la testolina dagli occhi semichiusi! Avea il sorriso
un po' canzonatore, e l'andatura un po' ondulante. Qual grazia e
quale spirito, tanto da sedurre la principessa, che non era di facile
conquista! Chi se ne ricorda mi scrive: “Oh, le sere al villino, in cui
la principessa se ne stava nella prima sala lavorando all'uncinetto,
avendo “le dame„ e Sofia Confalonieri sedute dirimpetto a lei! Chi non
le ha udite conversare insieme, non sa le cose audaci che si possono
dire con frasi brevi, correttissime, briose. Come vi si maltrattava la
metà del genere umano, che non passa per la più bella!...„
Nell'autunno, il villino della Belgiojoso rigurgitava di ospiti. Ne
arrivavano da Milano, dalla vicina villa Taverna, da altre sponde.
Una notte d'autunno, il lago per le lunghe pioggie crebbe e inondò
le stanze a piano-terra del villino. Che confusione!... Signore
in semplici, intimi indumenti come la sonnambula del Bellini, che
fuggivano pei corridoi, per la scaletta: lumi che apparivano e
scomparivano nelle tenebre, come i fuochi fatui in un ballo; appelli
precipitosi; grida di soccorso; barcajuoli, mezzo assonnati, accorsi
al salvataggio colle barche: una vecchia governante inglese (preclara
nel culto dei liquori) pronta a respingere il diluvio. Un placido
poeta napoletano (al quale la Belgiojoso avea regalato allora quindici
mila lire in un bel plico perchè desse marito alla figliuola) veniva
invocato nella lingua di Maometto dal servo turco Bodòz qual salvatore
delle genti; ma era irreperibile!... E le acque nella notte oscura,
piovosissima, lente, lente, crescevano....
Intanto, la principessa Belgiojoso nella sua camera illuminata _a
giorno_, come il solito, rileggeva impassibile le poesie del Porta.
Il villino contava fra i più piccoli e fra i più modesti; ma tutti lo
conoscevano; tutti lo additavano passando sul piroscafo o su quelle
barche proprie dei laghi lombardi, che Ugo Foscolo nel raffaellesco
carme _Le Grazie_ chiama “gondole erranti„ — Ugo Foscolo, che, in
quello stesso azzurro Lario, visse sognando e amando, sognatore eterno,
innamorato eterno. Tutti additavano il villino della Belgiojoso
come un piccolo tempio della vita mondana elegante, rallegrato da
un'eccentricità ricca di spirito. Di notte, l'ombra nera della riva
e della montagna imperante appariva rotta come dai raggi d'un faro.
Dalle finestre, molti lumi gittavan fasci fulgidi nella tenebra: un
poeta avrebbe esclamato: “par che vi nasca il sole!„ — Appena giunse
al villino, la principessa vi si adagiò come se da molti anni lo
avesse abitato: poich'ella possedeva per istinto il segreto delle
vere dame, che consiste nel rendersi subito famigliari i luoghi
dove pongono piede: la sala d'un palazzo o d'un _grand-hôtel_, un
piroscafo.... Colla principessa, il villino ricevette tosto l'impronta
dell'eccentricità, sprezzatrice delle convenzioni, ch'ella portava
dappertutto; l'impronta d'una superiorità senza invidie, perchè
invidiare è discendere. E tutto o quasi tutto era bizzarro nel celebre
villino, dal _narghilé_ a Bodòz; a questo servo turco incristianito,
che quando il partenopeo letterato suddetto conversava colla
principessa, gli si piantava dinanzi, ammonendolo:
— Professore! Non dire bugie!
Una nostra conoscenza, il diplomatico francese Enrico d'Ideville, andò
a trovare a Blevio la Belgiojoso, e nel suo _Journal d'un diplomate en
Italie_, la descrive con queste vive parole:
La taille courbée avant l'âge, l'œil ardent, d'une expression un
peu sombre, le geste impérieux, la parole incisive, originale,
tout en elle dénotait une volonté de fer et une nature
passionnée. La princesse m'accueillit avec une cordialité qui me
surprit beaucoup.
Ma quel fuoco gittava le ultime vampe.... Eppur, lottando contro le
inesorabili leggi della natura, quel fuoco non volea spegnersi: la
principessa non volea morire!