VIII.

Alfredo de Musset ed Enrico Heine.

Primo incontro di Alfredo de Musset colla Principessa. — Una

sera nel parco di Versailles. — Il biondo poeta ospite della

Principessa. — Ciò che raccontano due biografi di Alfredo de

Musset: madame Joubert e Arsène Houssaye. — Una festa di ballo

amorosa. — Lettera della principessa Belgiojoso. — Una caricatura

di Alfredo de Musset. — Addio, incanto! — Enrico Heine a Parigi.

— La Belgiojoso benefattrice di Enrico Heine. — Una serata con

Vincenzo Bellini. — Morte dell'autore della _Norma_. — Enrico Heine

e l'Italia.

Alfredo de Musset era da qualche tempo in amichevoli relazioni colla

principessa, ch'egli avea incontrata la prima volta nella folla

variopinta del salotto del buon generale La Fayette. La Belgiojoso

aveva lasciato momentaneamente Parigi per Versailles, dove, non lungi

dal parco, avea preso in affitto un alloggio elegante. Un giorno, il

poeta le fece visita; e venne trattenuto a pranzo. S'era in principio

dell'estate; e quella sera, Alfredo de Musset era il solo ospite della

principessa.

Dopo pranzo, andarono entrambi a passeggiare nel gran parco solitario

di Versailles. Il recesso era propizio all'intimità. La principessa

domandò al biondo poeta di declamarle dei versi. Il poeta le recitò

alcune rime d'amore e, appena recitate, le voleva porre in azione.

Ma, leggera e rapida, la principessa fuggì attraverso i viali e i

labirinti di Maria Antonietta; il poeta la inseguì; e il suo piede

urtò contro un tronco d'albero. Il poeta si produsse una storta e cadde

emettendo un'esclamazione di sofferenza. La Belgiojoso tornò sollecita

verso il poeta, e l'ajutò a trascinarsi verso un sedile di pietra, e

lo fece sedere. Vedendolo soffrir molto, divenne affettuosa con lui,

carezzevole, quasi appassionata. Ma l'acuto dolore del piede rende il

poeta poco sensibile alle tenerezze della principesca sua amica, che

corre a casa e chiama gente; due domestici arrivano portando un'ampia

poltrona sulla quale adagiano con ogni cura Alfredo de Musset e lo

portano in una camera della principessa.

— Vous êtes mon prisonnier, — gli dice ridendo la Belgiojoso, — je ne

vous laisse pas retourner à Paris, avant que vous ne soyez complètement

remis.

Il poeta si sottomise tanto più docilmente a questo arresto, in

quanto che il menomo movimento gli causava un vero spasimo. E divenne

innamorato della principessa.

Così narra Gabriel Ferry nel libro _Balzac et ses amies_.[59] Egli

ripete quanto la più irrequieta delle scrittrici francesi, Luisa Colet,

avea già narrato nello scompigliato romanzo _Lui_, e tutto fa credere

che questo racconto del bosco sia vero; non è vero, invece, il resto

della narrazione galante, che segue nel libro; narrazione che, nelle

pagine di Arsène Houssaye e in quelle di madame Joubert, è smentita.

Nessun dubbio che anche Alfredo de Musset sia stato affascinato dagli

occhi della principessa.

“Elle avait les yeux terribles du sphinx, si grands, si grands, si

grands, que je m'y suis perdu et que je ne m'y retrouve pas.„

Così esclamava il povero poeta; così egli stesso dava la misura della

sua infelice passione.

Arsène Houssaye nelle _Confessions, souvenirs d'un demi-siècle_,

dice che il poveretto sperava di trovare nella Belgiojoso una vera

passione; sperava di riaprire il proprio cuore e d'essere salvato; ma

la misteriosa dama lombarda lo deluse nelle più calde speranze.

“Cette grande dame, qui avait _tout pour elle_, n'était pas bien sûre

d'avoir un cœur, car elle n'avait que la passion de l'esprit; elle

voulait bien qu'on se donnât à elle; mais elle ne se donnait pas.

Elle servait avec une grâce adorable le festin de l'amour; puis elle

s'envolait au moment de se mettre à table.„

Molto in queste parole v'era di esatto. E che dovea succedere intanto

di quel cuore di poeta, il quale, eterno sitibondo d'amore, esclamava

(e con quanta verità!): “être admiré n'est rien; l'affaire est d'être

aimé!„ Ah, doveva fremere e piangere, egli che trovava conforto nelle

lagrime:

Le seul bien qui me reste au monde

C'est d'avoir quelque fois pleuré.

Ma al fulgor delle varie bellezze femminili, anche le lagrime del

disinganno si arrestarono in quegli occhi, avidi d'immagini radiose.

Il tradimento che la sensualissima Giorgio Sand avea inflitto pochi

anni innanzi fra le seduttrici magie di Venezia nell'_Hôtel Danieli_

al giovane Alfredo de Musset, sfibrato dai piaceri, esaltato dai

liquori, malato di febbri amorose insaziabili, fe' sanguinare (non

v'ha dubbio) il cuor del poeta infelice: lo aveva ben ella, la Sand,

rapito e trascinato a Venezia per gioire d'amore; eppure, nello stesso

albergo, nelle stesse stanze, lo avea lietamente tradito, una notte,

col bellissimo chirurgo e poeta veneziano, dottor Pietro Pagello,

chiamato da lei stessa a guarire Alfredo de Musset; e anch'esso, il

Pagello, venne trascinato d'improvviso da quella donna irruente, da

quell'astro fatale, in un'orbita di passione dolorosa. Ne' suoi ultimi,

tardissimi anni, il Pagello mi narrava, non senza tristezza, le gelosie

impetuose, tormentose, le disperazioni del povero poeta francese;

ma, allora, io non potevo scordare che le gelosie, i tormenti, le

disperazioni di Alfredo de Musset vennero consolate da altri baci, da

altri amori.... E così avvenne dell'infelice amore per la principessa

Cristina Belgiojoso.... Madame Joubert (madrina di Alfredo de Musset)

ne' _Souvenirs_ ne racconta qualche cosa.

[Illustrazione: LE DUE CARICATURE DELLA PRINCIPESSA BELGIOJOSO

disegnate da Alfredo De Musset.

[Dall'_Étude et recits sur Alfred de Musset_ della viscontessa

ALICE DE JANZÉ] (Paris, Plon, 1891, cap. VIII, p. 155).

Il verso latino scritto dal Poeta sotto uno dei due ritratti,

con la traduzione francese, suona così: _Pallida, sed quamvis

pallida, pulchra tamen_. È un verso d'ignoto autore, parafrasi

del motto del “Cantico de' Cantici„: _Nigra sum sed formosa_.]

La principessa diede un ballo nelle sue magiche sale, e Alfredo de

Musset v'incontrò, per la prima volta, l'ammirabile madamigella di

C.... che sapeva a memoria tutte le sue poesie; quelle poesie così

vibranti di giovinezza e di passione. Egli si fece presentare dalla

principessa all'elegantissima, bionda signorina dagli occhi azzurri e

fresca come un fiore; e i due giovani ben presto volteggiarono in un

valzer, nel ballo elegante e amoroso, del quale Alfredo era il poeta.

Quand'essi ritornarono al loro posto, eran pallidi entrambi: egli

sorrideva al turbamento che avea cagionato; ella, pensosa, mormorava in

cuor suo: “Ho io trovato un dominatore?„

Lo stesso Alfredo de Musset raccontò questi particolari a madame

Joubert. La signorina viveva in provincia dove suo padre occupava una

ragguardevole posizione militare. Orfana di madre, leggeva tutto ciò

che le piaceva, e s'era commossa alle appassionate _Nuits_ di Alfredo

de Musset. In quella stessa veglia, un secondo valzer fu danzato dai

due giovani; e la musica doveva essere di quel Joseph Lanner, viennese,

che fece muovere co' suoi lenti, voluttuosi valzer per un quarto di

secolo i più bei piedini d'Europa.

Questa volta i grandi occhi della Belgiojoso si fissarono ostinatamente

sulla coppia danzante. Quando Alfredo de Musset, avvicinandosi alla

principessa, volle riprendere la conversazione sul tono consueto, ella

gli rispose con una distrazione della quale egli sentì l'impertinenza

voluta. Egli prese, sullo stesso momento, la decisione d'un viaggio in

Normandia. Madame Joubert lo disapprovò, e ricevette questo biglietto

della Belgiojoso, ch'ella stessa pubblica e ch'è un piccolo poema di

finezza del femminino eterno, in un bel francese:

“_Chère Caroline!_

“Qui ne s'éveillerait en voyant ce beau soleil? Je crains de

devenir idyllique; car je me surprends à regarder cette belle

lumière avec passion. Je comprends toutes les belles dames qui se

sont laissées attraper par Apollon, et je ne les plains pas trop.

“Samedi sera donc pour moi un jour de fête; mais si mon soleil

demain était aussi beau, et moi aussi animée, je pourrais

devancer samedi et faire une reconnaissance à pied jusque chez

vous.

“Mille tendres amitiés.

“CHRISTINE.„

E Carolina ebbe la visita di Cristina. La principessa, sempre di grande

spirito, parlò all'amica del suo ballo, della bellezza di madamigella

de C.... e senza affettazione. Ne pareva entusiasta.

— Qual grazia! Quale eleganza in quel corpo! I suoi occhi sono d'un

azzurro profondo come il firmamento. — E disse ancora.... Ma è meglio

ripetere le sue parole in francese, quali la signora Carolina Joubert

le riferisce:

“C'est que rarement j'ai rencontré chez une blonde l'accent entraînant

de nos beautés méridionales. A Paris, jusqu'ici, seule, la duchesse

d'Elchingen m'avait inspiré pareil sentiment d'admiration; j'espère

que M. de Musset appréciera, comme je le fais, la beauté de M.lle de

C.... et cela amènera une heureuse diversion au sentiment qu'il _croit_

ressentir pour moi, et qui gâte absolument nos relations.„

— Je me pris à rire en hochant la tête (soggiunge la signora Carolina).

— Que voulez-vous dire?... domandò la principessa.

— Que cette façon de guérir un coeur blessé par une blessure nouvelle

n'a pas toujours réussi.

Alfredo partì per la Normandia; ma prima andò a prender commiato da

madama Joubert. Pareva irritato contro la principessa, ripetendo:

“Saprò io farle vedere ch'ella non ha il diritto di trattarmi così

leggermente!„ Tanto è vero che quando si ha torto si vuol avere

ragione.

Una rottura era inevitabile.

Una sera (è l'Houssaye che questa volta racconta) nel salotto affollato

della principessa (Madame Joubert dice nel suo!...) Alfredo de Musset

si divertiva a disegnare, da dilettante, in un circolo di curiosi e

di curiose; e arrischiò un paradosso: che si poteva fare benissimo la

caricatura più buffa del più bel volto.

— Non della principessa, — gli dice una vicina.

— Precisamente, come un'altra, — risponde il poeta-caricaturista.

Sfidato, egli si mette all'opera, e, con pochi tocchi di penna, ecco

quel profilo di fata spoetizzato, accompagnato coll'agrodolce del noto

verso latino:

_Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen._

— Il y a quelque chose! — mormora la principessa, mascherando il suo

furore e voltando la caricatura.

I presenti, a tarda ora, se ne vanno. Alfredo de Musset, che ha sentito

il colpo, resta l'ultimo.

— Ah! princesse! comme je vous aime! — esclama il commediante,

illudendosi di poter rabbonire l'offesa signora.

— C'est impossible, — risponde ella, — puisque vous m'avez vue ainsi.

E gli riconsegna la caricatura:

— Emportez-moi sur votre coeur: c'est tout ce que vous aurez de moi.

Appena fu sulla via (soggiunge Arsène Houssaye) l'_enfant du siècle_ si

disse:

— Suis-je fou de m'obstiner de trouver une femme là où il n'y a qu'un

fantôme!...

Ed ecco perchè, nella _Revue des deux Mondes_ del 1842, apparvero le

strofe _Sur une morte_.[60]

Le otto quartine, gli eleganti strali della vendetta, i rintocchi

funebri sulle spente illusioni, son questi: è questa tutta l'ode di

Alfredo de Musset _Sur une morte_:

Elle était belle, si la Nuit

Qui dort dans la sombre chapelle

Où Michel-Ange a fait son lit,

Immobile, peut être belle.

Elle était bonne, s'il suffit

Qu'en passant la main s'ouvre et donne,

Sans que Dieu n'ait rien vu, rien dit;

Si l'or sans pitié fait l'aumône.

Elle pensait, si le vain bruit

D'une voix douce et cadencée,

Comme le ruisseau qui gémit,

Peut faire croire à la pensée.

Elle priait, si deux beaux yeux,

Tantôt s'attachant à la terre,

Tantôt se levant vers les cieux,

Peuvent s'appeler la prière.

Elle aurait souri, si la fleur,

Qui ne s'est point épanouie,

Pouvait s'ouvrir à la fraîcheur

Du vent qui passe et qui l'oublie.

Elle aurait pleuré, si sa main,

Sur son cœur froidement posée,

Eût jamais dans l'argile humain

Senti la céleste rosée.

Elle aurait aimé, si l'orgueil,

Pareil à la lampe inutile

Qu'on allume près d'un cercueil,

N'eût veillé sur son cœur stérile.

Elle est morte, et n'a point vécu;

Elle faisait semblant de vivre.

De ses mains est tombé le livre

Dans lequel elle n'a rien lu.[61]

Questa poesia (ripubblicata poi soltanto nelle opere postume del poeta)

sollevò a Parigi alto scalpore. La principessa Belgiojoso la lesse

nella _Revue des Deux Mondes_, la grande rivista diretta allora dal

Buloz; e con aria sdegnosa disse un giorno, ad alta voce, a quelli che

l'attorniavano nel suo salotto:

— Avez-vous lu les vers d'Alfred de Musset _Sur une morte_? Il paraît

que cette morte-là, c'est mademoiselle Rachel.

— Ce doit être mademoiselle Rachel, — risponde una signora maliziosa,

— puisqu'elle a dit à Buloz en plein _foyer_: — Vous avez publié dans

la _Revue des Deux Mondes_ des vers d'Alfred de Musset, dédiés à la

princesse de Belgiojoso.

La principessa assunse il sorriso d'una donna che non è mai ferita.

“Cette Rachel! elle voudrait nous faire croire qu'elle est vivante en

jouant les morts. Ce n'est qu'une ombre qui passe.„[62]

Povera e grande tragica Rachel!... Povera evocatrice di tristi figure

di donne antiche, di leggendarii fantasmi sulle scene!... Ella era

stata partorita su una strada di Mumpf in Turgovia; ed era salita dal

fango agli onori della vita, mercè il suo classico genio. Cristina

Belgiojoso, principessa del Sacro Romano Impero, avea grandeggiato,

invece, rimanendo al suo posto pur nella Parigi ch'ella dicea servire

allora “d'hospice aux blessés politiques de toute l'Europe„, — e nessun

confronto era possibile fra le due grandi figure femminili, che in quel

tempo si dividevano l'impero di Parigi; ma il motto della principessa

non ci rivela di qual fine lama fosse il suo spirito?

Molti anni dopo, un parente della Belgiojoso le domandava a Milano:

— E Alfredo de Musset?...

Ed ella, con disprezzo:

— Oh! aveva dei gran brutti _gilets_!

Ma un altro immortale poeta bramava di dominare sull'animo di Cristina

Belgiojoso. Quel poeta era tedesco e si chiamava Enrico Heine.

L'arrivo a Parigi del biondo originale umorista dai finissimi

lineamenti, dalla bocca purpurea, fu uno dei più fortunati. Nel

“cervello del mondo„, come il Balzac prima e Victor Hugo poi definiron

Parigi, Enrico Heine vinse presto le diffidenze. Nella patria

dell'_esprit_, lo spirito, spesso diabolico, dell'Heine, piacque

assai; pareva lo spirito del Voltaire redivivo. E infatti si è indotti

a esclamare: com'è francese questo tedesco! nello stesso modo che di

Ettore Berlioz si esclama: com'è tedesco questo francese!

Nel suo _Parigi or fa cinquant'anni_, Terenzio Mamiani ci porse un

nitido ritratto di Enrico Heine, dicendo ch'ei “già moveva rumore

per qualche saggio di poesia, nè i Parigini si davan pace che egli

possedesse nel conversare tanto spirito epigrammatico quanto essi, e

sopra più un maneggio mirabile dell'ironia e non poca vena dell'_humor_

inglese. Era giovane allora, con una capigliera biondissima e folta,

con bel colore di carne, con occhi piccoli ma scintillanti, e con

bocca vermiglia e ben contornata, salvo ch'ei la torcea un poco dal

lato destro ghignando più presto che sorridendo.„ Così il Mamiani, che

avvicinò Enrico Heine e lavorò con lui per fondare a Parigi l'_Europe

littéraire_.

Madame Joubert racconta ne' _Souvenirs_ che Enrico Heine ammirava

assai lo strano genere di bellezza di Cristina Belgiojoso, la sua

intelligenza vivida e seria, il suo spirito. Il satirico poeta avea,

peraltro, tentato di lanciare qualche celia mordente alla dama; ma

ella gli aveva risposto pronta in modo da fargli passare per sempre la

voglia della replica.

E un altro mutamento avvenne in Enrico Heine. Appena s'accorse che le

proprie velleità di dominazione sul cuore della principessa apparivano

alquanto risibili, giocò una carta bellissima: ebbe lo spirito e la

finezza che Alfredo de Musset ed altri adoratori della Minerva lombarda

non ebbero: di mutare quelle velleità in reverente amicizia. Alfredo de

Musset, da buon latino, pensò alla vendetta; Enrico Heine, non ostante

lo spirito suo schernitore, agì, almeno questa volta, da buon tedesco.

Un critico moderno, Giulio Legras, nel libro _Henri Heine poète_, pone

in rilievo l'amicizia devota dell'autore dei _Reisebilder_ per Cristina

Belgiojoso, pubblicando varie lettere del grande tedesco alla grande

italiana; lettere delle quali rispetta la forma francese non sempre

eccellente.

Fra le lettere più rilevanti alla principessa, ve n'ha una del 30

ottobre 1836. Essa è il documento più sincero sullo stato morale di

Enrico Heine quand'egli, in punizione degli strali lanciati sulla

propria patria colle poesie e più cogli articoli de' giornali, si vide

sbarrar la via del ritorno in Germania. L'esilio da lui prima gaiamente

voluto, gli tornava allora ben insopportabile sacrificio!

La Dieta germanica aveva proibita entro le frontiere la vendita delle

opere d'Enrico Heine; e il poeta, vedendosi trattato come un traditore

della patria, apriva il cuore all'amica in una flebile lettera:

“Non, très belle et très compatissante Princesse: je ne suis que malade

dans ce moment: malade d'âme encore plus que de corps....„

E finisce con uno slancio passionato:

“J'embrasse votre belle main. Vous êtes la personne la plus complète

que j'ai trouvé sur la terre. Oui, avant de vous connaître, je me suis

imaginé que des personnes comme vous, douées de toutes les perfections

corporelles et spirituelles, n'existaient que dans les contes de fées,

dans les rêves du poète. A présent, je sais que l'idéal n'est pas une

vaine chimère, qu'une réalité correspond à nos idées les plus sublimes,

et, en pensant à vous, Princesse, je cesse quelquefois de douter d'une

autre divinité que j'avais aussi l'habitude de reléguer dans l'empire

de mes rêves.„

Ed Enrico Heine le scrisse ancora:

“Votre billet, Princesse, est très clair, et je l'ai très bien compris,

très nettement, quoiqu'il exhale un parfum d'amabilité qui me monte au

cerveau!„

Ma che cosa diceva quel biglietto?...

La principessa avea mandato Enrico Heine allo storico Francesco Mignet,

il quale doveva presentare il poeta al Thiers per uno di quei favori

che non si scordano.

“Je suis charmé que Monsieur Mignet se donne tant de peine pour moi....„

Enrico Heine avea bisogno di denaro: ecco tutto, e fu lei, la potente

protettrice, che gli fece accordare dal Thiers, ministro di Luigi

Filippo, il sussidio annuo di 4800 franchi sui fondi secreti: il Mignet

lo presentò al Thiers appunto per questo.[63]

Il signor Giulio Legras dimostrò nella _Deutsche Rundschau_[64] che

tal pensione fu poi, per preghiera del Thiers stesso, elargita al

poeta tedesco anche dal Guizot, che gli successe a capo del ministero.

E anche in codesto generoso mantenimento del sussidio, potè assai la

Belgiojoso.

Ma quanti sarcasmi saettarono il poeta per quei quattromila e ottocento

franchi, ch'ei continuò a riscuotere fino al 1848!... Lo accusarono

d'aver venduta la penna a Luigi Filippo.... Il quale, veramente, da

quel perfetto sfruttatore che era, non avrebbe mai concessa quella

somma per i soli begli occhi cilestri del cantore del _Buch der

Lieder_!... Nel giugno del 1848, il poeta tentò di difendersi sui

giornali di Parigi, offendendo gli altri; e non rifletteva ch'è

pericoloso gettar sassi sulla capanna del vicino, quando il proprio

palazzo è coperto di vetro.

Non passarono mai nere ombre fra la Belgiojoso ed Enrico Heine.

È a lei, certo, che l'Heine allude nella prima delle sue _Notti

Fiorentine_, dove parla di Vincenzo Bellini. Ei dipinge il quadro

d'una serata (dopo cena) col giovane maestro siciliano a' piedi della

dominatrice; la quale trattava l'autore della _Sonnambula_ come un caro

fanciullo.

“Mi ricordo d'un istante, in cui Bellini m'apparve in una luce così

bella, che non potei restare dal contemplarlo con diletto, e mi proposi

di conoscerlo meglio. Ma questa era pur troppo l'ultima volta che

dovevo vederlo in vita. Ciò avvenne una sera, dopo cena, nella casa

d'una gran dama, che ha il piede più piccolo di tutta Parigi; eravamo

molto allegri, e le più soavi melodie salivano dal pianoforte. Lo

rivedo ancora il buon Bellini come allora che, esausto finalmente dai

numerosi e pazzi bellinismi che aveva spifferato, si lasciò cadere

sopra una sedia. Questa era molto bassa, quasi come uno sgabello;

dimodochè si trovò a sedere ai piedi d'una bella signora che, distesa

in faccia a lui sopra un sofà, lo guardava colla più dolce cattiveria

del mondo, mentr'egli si affaticava ad intrattenerla con quattro modi

di dire francesi, che commentava poscia nel suo dialetto siciliano, per

dimostrare d'aver detto, non una sciocchezza, ma il più delicato dei

complimenti. Credo che la bella signora non facesse molta attenzione

alle frasi di Bellini; essa gli aveva preso di mano il bastoncino,

con cui egli cercava d'aiutare talvolta la sua debole rettorica, e

scomponeva tranquillamente il delicato lavoro dei ricci sulle tempia

del giovane maestro. Ben si addiceva a questa birichinesca occupazione

quel sorriso, che dava alla di lei fisionomia un'espressione, quale più

non mi fu dato di osservare sulla faccia d'un uomo. Non dimenticherò

mai quel volto. Era uno di quelli che sembrano appartenere più al regno

fantastico della poesia, che alla rozza realtà della vita; contorni

che rammentavano Leonardo da Vinci, dal nobile ovale, colle ingenue

pozzette nelle guance ed il sentimentale mento acuminato della scuola

lombarda. Il colore aveva la delicatezza romana, l'opaco splendore di

madreperla, l'altiero pallore, la morbidezza. Era uno di quei volti

infine, che non si riscontrano che in qualche tela italiana, ov'è

dipinta una di quelle grandi dame, di cui erano innamorati gli artisti

d'Italia del Cinquecento, quando creavano i loro capolavori; a cui

pensavano i poeti di quel tempo, quando s'immortalavano coi canti, ed

a cui agognavano i guerrieri francesi e tedeschi, allora che cingevano

la spada e, desiderosi d'azione, valicavano le Alpi. Sì, sì, era uno di

quei volti su cui brillava un sorriso della più dolce malizia e della

più altera bizzarria, mentr'essa, la bella signora, scompigliava, colla

punta del bastoncino, i biondi ricci del Siciliano. In quell'istante,

Bellini mi apparve come toccato da una magica bacchetta, come

totalmente trasformato in una apparizione amica, e diventò ad un tratto

congiunto del mio cuore. Il suo viso splendeva del riflesso di quel

sorriso; quello era forse l'istante più fulgido della sua esistenza....

Non lo dimenticherò mai!...„[65]

Enrico Heine non avea mai potuto domare la propria malignità verso

il Bellini. Vedendo quell'esile, ingenuo fanciullo, ch'entrava nel

salotto della Belgiojoso, leggiero leggiero colle scarpette di vernice,

lo salutava chiamandolo un _soupir en escarpins_! L'Heine rideva agli

spropositi di lingua francese che al Bellini sfuggivano conversando. Il

povero ragazzo, tutto rosso di collera, gli rispose una volta: _C'est

une bugie!_ Immaginarsi le celie di Enrico Heine! Il quale, peraltro,

non avrebbe dovuto ridere, se avesse un po' pensato al proprio

francese, che Gérard de Nerval gli correggeva paziente negli scritti

destinati alla _Revue des Deux Mondes_. Tutte le volte che Enrico Heine

entrava nel salotto, gittava in aria il suo intedescato _Pon-ciùr_, che

faceva sorridere la principessa e faceva ridere madame de Girardin....

Nella sala dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi,

v'è una lettera del Bellini, il quale si lamenta di certe piraterie

dell'editore Artaria di Milano; e quella lettera è stesa in un francese

non certo peggiore del francese di Enrico Heine.[66]

Vincenzo Bellini era vittima d'un invincibile terrore: della jettatura!

Il maligno Heine se n'accorse; e una sera, per ispaventarlo, gli

profetò prossima la fine, perchè tutti i genii, Raffaello, Mozart,

Pergolese, erano morti (diceva) giovanissimi!... L'autore della

_Norma_, atterrito, fuggì subito dal salotto della Belgiojoso,

lanciando verso il tristo profeta i noti segni di scongiuro contro

la jettatura.... Poche settimane dopo (il 24 settembre del 1835) il

povero Bellini moriva a Puteaux, d'una fulminea malattia intestinale,

pianto dalla principessa Belgiojoso, che più volte avea tentato

invano di difenderlo contro i motteggi di Enrico Heine; pianto da

Gioachino Rossini, che lo amava come un figliuolo, specialmente

dopo _I Puritani_, rappresentati a Parigi; ultimo canto innalzato da

quel limpido genio, la cui musica effonde talvolta gemiti, sospiri,

e talvolta impeti e scoppii d'una vita fremebonda che ha fretta

d'espandersi prima di finire sì presto lungi dal cielo natìo.

I tedeschi non amano troppo la memoria di Enrico Heine, che schernì

la patria; eppure fu ben egli che col suo pungolo valse a ridestarla

dal sonno!... Noi, italiani, non dobbiamo scordare che l'Heine amò la

nostra terra e compianse le nostre sventure, eccitato a questo, forse,

e senza forse, dalla grande esule lombarda.

Come altri tedeschi, — dal Gœthe al Rückert, dal Platen a Paolo Heyse,

— Enrico Heine levò grida d'ammirazione e talvolta di dolore alla vista

delle nostre rovine fiorite. Teofilo Gautier, con finezza di critico

e con brio d'artista, diceva di lui; “si le clair de lune allemand

argentait un des côtés de sa physionomie, le gai soleil de France

dorait l'autre.„ Ma si potrebbe pur dire che anche il sole nostro,

anche l'Italia da lui commiserata nei _Reisebilder_, e tutto il dorato

Mezzodì gli offersero onde di raggi e letti di rose, cari alla sua musa

sibaritica.

Enrico Heine soffriva di spinite; e un estate, la principessa

Belgiojoso, vedendolo alquanto malato, lo pregò di andar a dimorare

alcun po' con lei alla _Jonchère_, delizioso castello, ch'ella avea

comperato in campagna, sopra un'altura fra Rueil e Bougival, tra fronde

e fiori. Appena sbrigato un affaruccio letterario col signor Buloz,

direttore della _Revue des Deux Mondes_, Enrico Heine vi andò, e si

presentò alla sorridente principessa con un'aria compassionevole di

scimunito.

— Che cosa avete, Heine, — gli domanda la principessa, — che avete

quell'aria d'imbecille?

E il poeta:

— Vengo adesso da una conversazione con Buloz. Ci siamo scambiate le

idee.

Come gli uccelli canzonatori delle foreste d'America, di cui parla

Carlo Darwin in un suo libro, Enrico Heine canzonava anche in campagna

il prossimo suo. Un giorno, il malore l'avea ridotto al punto che non

potea nemmeno aprire la bocca. Il medico gli disse:

— Potete almeno fischiare?

E il poeta con un fil di voce:

— Neanche una commedia di Scribe!

Non risparmiava neppure la sua protettrice. Un amico, sapendolo assai

sofferente e deperito, andò a trovarlo e gli domandò come stesse. Ed

egli:

— Sono un osso funebre come la principessa Belgiojoso!

“E i cuori obliano e gli occhi s'addormentano!„ dice Enrico Heine in

una delle sue squisite canzoncine:

Und die Herzen, die vergessen —

Und die Augen schlafen ein;

il che fa ricordare il verso di Alfredo de Musset:

Puis l'oubli vient au cœur comme aux yeux le sommeil.

Ma Enrico Heine non dimenticò la principessa. Quando, dopo la

rivoluzione del '48, l'Austria sequestrò di bel nuovo le fortune della

Belgiojoso, il beneficato Heine s'adoperò presso potenti personaggi,

perchè fosse tolto l'odioso sequestro. Ciò è narrato da una nipote del

poeta, la principessa Della Rocca nata Embden nei _Ricordi della vita

intima di Enrico Heine_.[67] Ella soggiunge che tutti gli sforzi del

poeta fallirono allora, ma che riuscirono dopo.... Ciò non è esatto; e

lo vedremo.

“Talvolta egli spinse la malignità fino a recidere arditamente un

teschio, per indi sollevarlo alla vista del pubblico e mostrare

com'esso fosse vuoto nell'interno;„ diceva Enrico Heine del Lessing.

E così si può ripetere per lui stesso. Ma il poeta che cantò con

religioso affetto la madre venerata; il poeta che ammirò gli eroici

Ungheresi, novelli Nibelungi; il poeta che s'inteneriva al passare

delle file di orfani per via, era pur capace di moti gentili; ed egli

ne ebbe per la Belgiojoso, della quale non iscordò i beneficii.

Tali furono le relazioni che, colla celebre italiana, ebbero i due

fratelli d'armi, i due squisiti poeti dell'amore: Alfredo de Musset

ed Enrico Heine. Sopra di loro, signoreggiava, per altro, un nobile,

felice rivale, che imponeva loro rispetto....

Chi era?

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 16 / 75 题