Nicolò Tommaseo a Parigi. — Le sue elevazioni celesti e i
suoi affetti terreni. — In _Fede e Bellezza_ allude egli alla
principessa Belgiojoso? — Vincenzo Gioberti a Parigi e il suo
ardente divulgatore Massari. — La confidente del Massari. —
Pubblicazioni filosofiche e teologiche della Principessa. — Un
arguto giudizio di Terenzio Mamiani. — Il bel padre Cœur e il
filosofo Giuseppe Ferrari. — L'abate Lamennais. — L'asceta Ozanam e
l'asceta Sìrtori. — Filosofesse in Francia. Religiosi abbigliamenti
della Principessa.
Fra gli scrittori italiani esuli a Parigi che arsero (almeno
segretamente) per la principessa Belgiojoso, va notato il più grande
dei dalmati: Nicolò Tommaseo.
Nicolò Tommaseo è una figura monumentale. E nel suo stesso stile, v'è
tanto di scultorio; molte pagine sue son altorilievi. La sua prosa
non corre via svelta, disinvolta, come l'Yriarte descrive le ragazze
di Sebenìco, la graziosa città dalmata dove il Tommaseo nasceva
nel 1802; bensì procede grave, lenta, e fa pensare alle figure che
Dante incontra nell'_Inferno_ colle cappe di piombo; ma in quella
forma stringata, quante idee, quanta forza! Che cosa il Tommaseo non
tratta?... Letteratura, politica, filosofia, filologia, educazione,
morale, romanzo, poesia.... Pare che ripeta con Cristoforo Colombo, _El
mundo es poco_, perchè, con tutto l'ardore cristiano di cui è capace,
si slancia ai cieli, a Dio, e domanda: “Che può egli crear l'uomo senza
Dio? Nemmeno la morte.„
Il Leopardi “naufraga dolcemente„ nel pelago dell'Infinito; il Tommaseo
lo veleggia pregando:
Aspira, o misero, al ciel natio;
Ascendi i facili monti di Dio.
Del Dio degli angeli tu sei fattura;
Ed è 'l miracolo a te natura.
— Son cieco, e dubito. — Ama, e saprai.
— Son lasso, e debole. — Prega, e potrai.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui mare instabile, là certo lito:
Porta dell'essere è l'Infinito....
Così egli canta; così egli prega.
In lui si fondono due nature, due razze; la slava per parte della madre
(Caterina Cheesevich) slava; l'italiana per parte del padre (Girolamo)
italiano. Scorgi lo slavo in certe sue idealità vaporose; e l'italiano
in quella sua concretezza di forma che incornicia e stringe come in una
morsa anche il sogno. Suo padre era uomo positivo, mercante. Sua madre,
povera donna, addolorata da afflizioni, pregava.
E all'Italia sospirava il giovane Tommaseo. Si imbarcò; e venne nella
Penisola; venne a Padova, dove il bell'abate Giuseppe Barbieri,
conversatore ameno, predicatore famoso, che chiudeva in una forma
classica le idee del _Genio del Cristianesimo_ di Chateaubriand, lo
protesse. Ma più lo protesse Antonio Rosmini, di cui Nicolò Tommaseo
era ammiratore quasi fanatico. Tutte le volte che il giovane Tommaseo,
stretto dalla necessità, avea bisogno di denaro, ricorrea al Rosmini;
il quale lo soccorreva volentieri, senza fargli pesare il beneficio,
come sogliono i più; e lo voleva sempre vicino.
Nicolò Tommaseo venne poscia a Milano, per esercitarvi il suo alto
ministero di scrittore, che sentiva con fiera sicurezza; ma la
fortuna poco gli arrise. Il bassanese bibliografo Bartolommeo Gamba
avea raccomandato l'esordiente letterato a Giorgio Teodoro Trivulzio
(congiunto, adunque, alla principessa Belgiojoso), e il marchese lo
raccomandò, alla sua volta, al librajo Stella. Ma Antonio Stella
(l'editore del Leopardi) non gli venne in ajuto. Guai se a Milano
Alessandro Manzoni non avesse aperta la propria casa al povero dalmata!
E guai se, nei colloquii con quel Sommo, ei non avesse trovato conforto
ai giorni neri!
Spinto dalle tristi condizioni e anche un po' da spirito inquieto,
Nicolò Tommaseo dice addio a Milano, e si mette in cammino, coi denari
che gli ha offerti delicatamente donna Giulia Beccaria, madre del
Manzoni.
In uno scritto autobiografico, _Educazione dell'ingegno_, il Tommaseo
racconta la sua partenza da Milano, in una notte di febbrajo.
Egli cammina solo, a piedi, perchè vuol serbare il denaro della
benefattrice. La pioggia lo coglie; e, mal difeso dall'ombrello, sfanga
lungamente nel bujo, finchè un campagnuolo, commosso alle sue iterate
preghiere, gli fa un posticino nella propria carretta. Fattosi giorno,
il campagnuolo lo guarda, e, vedendolo d'aspetto civile, e indovinando
le sue miserie, dà in un accento d'esclamazione più potente d'ogni
parola, “perchè gli era un misto di compassione, di meraviglia, di
affetto.„
Presso Desenzano, il Tommaseo s'imbatte in una nota giovane e ricca
signora, accompagnata da una suora di carità. Quella giovane andava a
votarsi a Dio. Il Tommaseo la ferma e le parla a lungo, con meraviglia
della suora. Ei la ritrae “anima affettuosa e umilmente altera,
che tropp'alta immagine aveva della virtù e troppo pura dell'amore;
destinata a soffrire nel mondo, a soffrire nel chiostro; e in premio
delle durate battaglie a uscire presto di questa o infiammata o
fradicia arena„. “Io la veggo tuttavia (egli soggiunge) lungo il lago
sonante.... E ora ella mi riguarda dall'alto, e mi prega non molli le
gioje, non freddi gli studii, non vani i dolori.„
Le donne devono amar la memoria del Tommaseo, poich'egli studiò la
donna con culto infinito: la pose quasi sugli altari. Nessuno in Italia
la studiò moralmente più di lui. A Parigi, oggi lo chiamerebbero un
_féministe_. Quanti conoscono un suo sublime poemetto, in ottave,
intitolato _Una serva?_... Non si tratta d'una di quelle serve a cui il
Molière leggeva le proprie commedie: bensì d'una giovane schiava bianca
del Medio Evo, percossa a sangue dal padrone, che, come merce inutile,
la vende al castaldo d'un vescovo. Noi la vediamo venir innanzi, a
piedi nudi, pallida, estenuata, e col solco del flagello sulla fronte,
tra rosso e nero.... La infelice racconta al vescovo i proprii guaj; il
prelato l'ascolta commosso, la consola, vuol che il castaldo la tratti
bene; ma la poveretta s'ammala. Alla pietà si unisce nel cuore del
vescovo l'affetto; un affetto che arde e non ardisce; un affetto che lo
inquieta, lo tormenta, lo fa soffrire; ed ella vede, comprende tutto,
ed esce turbata e altera, come se ella fosse signora ed egli schiavo.
La fine è sommamente patetica. Questo poemetto è tutto un profumo di
finezze, di sentimento e di grazia. La bronzea prosa del _Sacco di
Lucca_, alcune poesie profonde e affettuose (_D'un quasi cieco e presso
a esser vedovo, Piaghe nascoste_) formano la corona artistica più
bella del Tommaseo, ch'è onorato sopratutto quale pensatore, critico e
filologo. Sono monumenti imperituri di lingua il suo _Dizionario della
lingua italiana_ e il suo _Dizionario dei sinonimi_. Alcuni poeti, oggi
celebrati, attinsero alle sue acque lustrali.
Non è una novità, no, oggi, la poesia a favore dei diseredati.
Ricchi, a voi che dice il cuore
Della fame e dell'orrore
Di chi langue e di chi muore?
domandava il Tommaseo, derivando dal puro Vangelo, non dalle torbide
teorie del suo secolo, il grido della riparazione. La povertà e
i dolori altrui lo inspirarono fin da' primi anni. Ricordando sè
giovinetto (“taciturno e selvaggio„ a dodici anni), dice nello scritto
_Educazione dell'ingegno_: “Un viaggio per mare, e la vista d'un'isola
povera, e la conoscenza di parenti poveri e buoni; la morte d'altri
parenti amati, i dolori di mia madre, mi vennero esercitando il già
desto affetto....„
E amava gli umili:
Foglia, che lieve a la brezza cadesti,
Sotto i miei piedi, con mite richiamo
Forse ti lagni perch'io ti calpesti.
Mentr'eri viva sul verde tuo ramo,
Passai sovente, e di te non pensai;
Morta ti penso, e mi sento che t'amo!
Così _Ad una foglia_. Qui, il sentimento più raffinato della natura;
qui, il sentimento di pietà e l'affetto pei semplici; e questo affetto
dilaga in tutto il gigantesco lavoro del Tommaseo, in cui non trovi
neppure un gesto, neppure un accenno di accondiscendenza verso chi
venne dalla sorte ingiustamente innalzato. E son credenti, anime devote
a Dio, questi poeti che accarezzano gli addolorati e gli umili. Peccato
che il demone dell'astio letterario (vecchio demone d'Italia) abbia
suggerito al Tommaseo un crudele epigramma contro l'infelicissimo
Leopardi. È la macchia del suo alloro.
Nicolò Tommaseo si rifugiò povero a Parigi nel 1838, essendo stato
espulso da Firenze, a motivo di due articoli suoi nell'_Antologia_ del
Vieusseux; due articoli di critica letteraria, che parvero offesa ai
governi e minaccia di ribellione: l'uno intorno a un poema, _Pietro di
Russia_, l'altro.... su Pausania! A Parigi andò ad alloggiare in una
buja stanzuccia al numero 3 della _Rue du Marais St.-Germain_; l'anno
dopo, cambiò casa, al numero 2 della _Rue de la Bienfaisance_.
Egli, esule ignoto, andò a riverire l'esule illustre nativa di quella
Milano che lo aveva confortato nei giorni desolati. In casa della
Belgiojoso, il Tommaseo conobbe lo storico Francesco Mignet, che tanto
nobile posto occupò nel cuore della principessa e al quale consacreremo
più innanzi alcune pagine. E al Mignet, Nicolò Tommaseo dedicò, alcuni
anni dopo, le _Scintille_.
La Belgiojoso inspirò al profugo dalmata accese poesie? Finora non è
stato possibile trovarne: forse è a lei, che il poeta allude in una
pagina del romanzo _Fede e bellezza_; romanzo originale in varii punti,
e che riflette parte della vita del Tommaseo e della vita d'altri esuli
italiani a Parigi. La pagina è una confessione umiliante; è una pagina
amara:
“Amav'io in essa l'affetto che a quando a quando traspariva dalle
parole delicatamente lusinghevoli e dagli occhi vaganti? Amavo
io l'ingegno agile, aperto? Amav'io 'l nome? e l'esile persona
schiettamente adorna, e la casa riccamente addobbata, e la frequenza
elegante poteva anco in me? Non credo. I suoi titoli a lei negai con
reticenza affettata; e la trattai ora con famigliarità, or con durezza;
e al suo sorriso feci più volte cipiglio. Ma pur mi sedetti alla sua
mensa: e un giorno, perch'io disavvedutamente pigliavo il posto d'un
conte, ella sollecita m'additò il mio minore. E soffersi....
“Lei, la donna ch'io penso, signoreggiare avrei voluto, tutta: ma come
maneggiare agilmente vaso incrinato? Gli era pur bello e lavorato
con arte! Mente serena: ma faceva sovente il cuore severo, e freddo
cercatore de' difetti altrui. Chi sa qual vecchiaja l'attende! I
piaceri, incautamente agitati, lasciano feccia di dolore: e io lo
so.„[50]
La confessione d'uno sconfitto. E fra gli sconfitti e gli umiliati,
notavasi un giovane profugo di Bari, che divenne nemico poco
cavalleresco della Belgiojoso, se è vera l'atroce espressione ch'egli
osava esprimere fra amici emigrati a Torino sul conto di lei; di lei,
che lo ricambiava d'eguale disprezzo. Ella tracciava con poche beffarde
parole la caricatura di Giuseppe Massari: _la lèvre enflée d'emphase,
la bouche macaronique...._
Egli conobbe la principessa a Parigi, dove, per isfuggire alle
persecuzioni borboniche, il padre (che lo sapeva legato alla società
segreta della _Giovine Italia_) lo mandò appena seppe d'alcuni
cospiratori caduti sotto il rigor del Governo. Ma il Massari non era
nato ai silenziosi misteri delle società segrete. L'indole sua, aperta
e loquace, non lo portava a resistere nei rigidi sistemi delle occulte
cospirazioni. A Parigi, ebbe la ventura di metter subito piede in
casa d'un suo conterraneo, il generale Guglielmo Pepe; ed ivi potè
espandersi: ivi conobbe il Berchet, suo idolo poetico di giovinezza,
Terenzio Mamiani, Giacinto Collegno, Giovanni Arrivabene, l'Arconati,
tutti gli esuli italiani più onorevoli e più onorati. E fu presentato
alla principessa Belgiojoso, che non si capisce come non avesse
ribrezzo delle abitudini allora poco pulite del giovane barese; ma egli
era così dilettevole e pronto parlatore, era così caldo patriota, così
infatuato dell'abate Vincenzo Gioberti, cui la principessa grandemente
ammirava! Il più arguto dei critici, Eugenio Camerini, lo chiamò
“la tromba del Gioberti„. Non solo ei si fece banditore del verbo
giobertiano, giurando in ogni concetto, in ogni parola del maestro
piemontese, ma con incrollabile tenacia volle lodarlo coll'ardente
parola anche allorquando nella coscienza forse dissentiva da lui.
Coll'_Introduzione allo studio della filosofia di Vincenzo Gioberti_,
il Massari fu il più efficace divulgatore di colui che tentava di
conciliare la fede colla scienza, la Chiesa colla patria.
Il Massari discorreva spesso del Gioberti colla principessa: le
mostrava le lettere che il filosofo gli mandava da Bruxelles,
annunciandole che il Grande avrebbe rinnovati a fondo gli studii
filosofici in Italia; il che non avvenne, passando egli pel nostro
cielo, solo come meteora abbagliante. Il Gioberti pregò il Massari
di rivedere le bozze del _Primato_; quel libro che avea squilli di
risurrezione e che parve, e fu, una profezia; profezia avveratasi nella
comparsa di Pio IX.
Nelle sue smanie amorose per la principessa, il Massari si confidava
colla marchesa Costanza Arconati Visconti, moglie d'un sant'uomo,
amica e protettrice di Giovanni Berchet. La dea della bellezza non avea
sorriso alla culla della marchesa, il cui volto era schiacciato, dai
lineamenti volgari; ma il carattere della colta gentildonna era franco;
era quello d'una buon'amica.
La marchesa Arconati Visconti andava persuadendo il Massari di
abbandonare il folle sogno d'amore; e il poveruomo, alla fine, dopo
lunghi sospiri, ne guarì. In una lettera che il Massari mandò da
Parigi alla marchesa Costanza Arconati Visconti, così a lei si confida
riguardo a quella febbre e a quella guarigione: “Io avrò sempre
simpatia e amicizia per quella signora; ma adesso null'altro. Due mesi
fa, non avrei potuto dirlo: ora glielo dico con coscienza, e ringrazio
lei di tutto cuore d'aver cooperato molto a guarirmi.„[51]
E nel salotto della Belgiojoso apparve un giorno la bella figura del
Gioberti in persona, che esaltava il nome d'Italia con un'eloquenza
focosa, a cui nessuno poteva resistere. Celebrando oltre misura i
fasti, il genio d'Italia, e profetandone magnifici i destini, egli
entrava nel regno abbagliante dell'iperbole; ma quelle iperboli eran
sante. Quelle esagerazioni sue quali benefici effetti produssero alla
causa precipua e finale dell'indipendenza d'Italia! Il Gioberti fu
un grande seminatore. E quale impetuosa prontezza nell'apprendere,
nel riferire, nell'avvincere gli animi! — Ma è questi veramente un
figlio della compassata gente torinese? — chiedeva la principessa
nell'ascoltare le infuocate parole del sacerdote ispirato; — sacerdote
della Chiesa ch'ei voleva purificare ed innalzare come Dante, come il
Savonarola, come il Rosmini; — sacerdote della filosofia, ch'ei voleva
animare delle fiamme dell'artista; sacerdote della patria che ei voleva
riporre maestra a tutte le genti. _L'Italia crea l'Europa cristiana e
moderna; l'Europa torna all'Italia_; quante volte ei lo ripeteva!
Ma più volte il Gioberti si contraddisse riguardo alle forme di governo
che volea dare all'Italia; e fra' suoi avversarii, qualcuno raccolse,
in un libro, le contraddizioni del grande.[52]
Nell'isola di Oahù, nell'arcipelago delle Havaii nell'Oceania, i
viaggiatori incontrano boschetti di _haos_ dai fiori candidi al
mattino, gialli a mezzodì, rossi la sera.... Qualche cosa di simile
accadeva in certe opinioni politiche del Gioberti; ma bisogna
considerare l'ampio, eccelso ideale di un'Italia grande ch'egli
mai smarriva e ch'era l'anima dell'anima sua; bisogna ricordarsi il
ritratto che, di sè stesso, il Gioberti ci lasciò nei _Prolegomeni_:
“Io non ho due cuori, nè due pensieri, e dedicai da buon tempo tutte
le facoltà del mio animo alla religione e all'Italia, indivise nel mio
affetto e nella mia mente: questi sono gli amori che ardono nel mio
petto, che addolciscono le mie sventure, che inspirano le mie parole,
che guidano la mia penna, che sostengono, posso dire, e governano la
stanca mia vita. Chiunque ama per lo meno l'una di queste due cose,
chiunque adora la religione e l'Italia, è mio amico, qualunque siano i
suoi portamenti verso la mia persona, i danni che io n'abbia ricevuti
per lo passato, il disfavore o il pregiudizio che possa ridondarmene
per l'avvenire.„
Il Gioberti ammirava nella principessa Cristina la patrizia che si
consacrava al trionfo dei diritti del popolo. Il filosofo torinese nel
_Primato morale e civile degli Italiani_, credeva infatti, al pari del
Montesquieu, che missione del “ceto dei nobili„ era di farsi mediatore
tra il sovrano e la moltitudine ed essere il “vincolo naturale e quasi
l'armonia conciliatrice d'entrambi.„
Ma è vero che il Gioberti si pentì della lode e proferì aspre parole
sulla principessa? Si pensi ciò che lo stesso Gioberti scrisse sul
proprio fratello di religione Antonio Rosmini, e in qual modo ne
giudicò le dottrine, dopo d'averle esaltate!... Le miserie dei grandi.
Il Gioberti giunse a Parigi sulla fine del 1833, perchè scacciato,
qual liberale, dal Piemonte, egli, il cappellano di re Carlo Alberto.
Il governo piemontese lo avea tenuto sette mesi in carcere per
l'appassionata simpatia da lui espressa a favore dei calpestati
Polacchi. Liberato e condotto al confine, lo lasciarono andar libero
dove voleva; ed egli prese il volo per Parigi, a quel centro procelloso
d'intelletti novatori, dove vivea, povero e grande, un altro abate
novatore, ardente anch'esso di una fiamma comunicativa, il Lamennais,
— colui che sollevò alto scalpore coll'_Essai sur l'indifférence
en matière de réligion_, mirando anch'egli a innalzare il prestigio
della Chiesa; e la Chiesa lo sconfessò. E allora il Lamennais aveva
pubblicate le famose _Paroles d'un croyant_; parole di fuoco che un
cavaliere dell'arte tragica sublime e della libertà tradusse e diffuse,
a pro delle libere idee: Gustavo Modena.
A Parigi, il Gioberti potè respirare a larghe ondate quell'aria
liberale che, in Piemonte, gli veniva tolta sino all'asfissia. Poi si
recò a Bruxelles; ma nel novembre del 1845 tornò a Parigi.
Smessi gli abiti sacerdotali, il Gioberti non amava essere
riconosciuto a Parigi qual prete: perciò all'amico Giovanni Baracco,
prete, giornalista e archeologo di Torino, mandava queste parole:
“Nel sovrascritto (della lettera) non mi dia dell'abate, nè del
teologo, nè d'altro, ma scriva soltanto _M. Vincent Gioberti_,
senza più. Quest'ultimo articolo è di molta importanza; d'ora
innanzi, abitando nei Campi Elisi, i titoli preteschi sarebbero
ancor più inopportuni.„[53] Egli alloggiava precisamente al numero
19 dell'_Avenue d'Antin_, in una meschina cameruccia, solo. Seguendo
le sue consuetudini, questo povero figlio d'un sensale, che avea
sofferto nell'infanzia ogni privazione, non teneva neppure una persona
di servizio. Gli editori guadagnarono sacchetti d'oro co' suoi libri
avidamente ricercati, diffusissimi; egli non guadagnò un soldo, tranne
una misera somma per _Il rinnovamento civile degl'Italiani_, la sua più
seria opera politica, dove invoca milizie italiane e forti.... come
tre secoli prima il Machiavelli. Illibato nei costumi, sprezzatore
del lusso, dei denari, dei soccorsi, come un filosofo antico, questo
filosofo moderno doveva, pochi anni più tardi, diventare a Torino
ministro e capo di ministri; e morì a Parigi d'improvviso, una notte,
senz'ajuti: fu trovato mezzo avviluppato fra le coltri e le lenzuola,
giù del letto, freddo cadavere.
Un nuovo fatto curiosissimo della principessa Cristina Belgiojoso
attirò l'attenzione di tutta la Parigi intellettuale. Fu una sorpresa,
uno stupore unanime.
Chi mai poteva immaginare che una signora come la Belgiojoso potesse
scrivere un'opera sulla formazione del dogma cattolico?... Eppure,
nel 1842, uscì a Parigi l'_Essai sur la formation du dogme catholique_
senza nome d'autore, ma che passa per suo.[54] E sono quattro grossi,
fitti volumi!... Le meraviglie non furono piccole a Parigi, e non
piccole a Milano, perchè un'opera simile, non ostante i suoi vuoti,
non poteva essere frutto che di tutta una vita di lunghi studii
ecclesiastici. A Milano, Achille Mauri non risparmiò l'illustre amica,
e, alludendo alla clemente filosofia (la filosofia del giovane clero
parigino) che raddolcisce qua e là le rigidità jeratiche, — improvvisò
un epigramma, poco felice epigramma che non merita l'onore d'essere
riprodotto.
Il filosofo Mamiani, al quale la principessa fe' dono dell'_Essai_,
si mostrò ben più cavalleresco, da quell'autentico gentiluomo ch'egli
era. Le inviò una lettera dove esamina l'opera, la loda, e, con garbo,
tocca lieve sul dubbio.... della vera paternità dell'opera stessa: è
una bella lettera quasi ignorata, benchè edita nelle accurate “Lettere
dall'esilio„ del Mamiani, citate poc'anzi.
“Avendo piaciuto alla vostra modestia di mandar fuori l'opera
senza nome, egli avverrà per certissimo che molti, nol sapendo e
nol sospettando, attribuirannola a qualche scrittore provetto e
usato per tutta la vita a meditare di teologia e di metafisica.
Or che diranno eglino imparando più tardi che l'abbia pensata e
dettata una graziosa signora, la quale adopera il più del tempo a
conversare cogli amici, a fare lor festa con la più fina cortesia
e piacevolezza che il mondo conosca? Vero è, per altro, che in
questa vostra opera le materie più astruse sono trattate con
una tal limpidezza; le controversie sono raccontate con tanta
larghezza e padronanza di idee; splende per tutto una vita, una
grazia, una scorrevolezza, una disinvoltura siffatta che vedesi
com'è uscita da un intelletto elegante di sua natura e esercitato
nella più scelta compagnia degli uomini, ov'ha imparato a
fuggire la rigidità delle cattedre e coglier fiori anche tra le
spine delle sottigliezze scolastiche. Per fermo avete scelto
un bel modo per tentare di ricondurre gli uomini (come sembra
vostro desiderio) a occuparsi in tali studii e forse, con
quest'intenzione di bene, avete determinato di scrivere nella
lingua oggi più nota e più sparsa; e questa scusa vi toglie dal
numero di coloro che senza ragione legittima, salvo la propria
vanità, pongonsi a dettare in lingua straniera aggiungendo
quest'amarissima umiliazione alle tante cui soggiace la nostra
infelice patria.„
E qui, smessa la graziosa ombra di adulazione, l'autore delle
_Confessioni d'un metafisico_ accentua le lodi, ma non accenna ai più
mirabili capitoli: _Les Longobards et la Papauté_.
“Non posso poi non lodarvi in particolar modo dello spirito
illuminato di tolleranza che governa sempre la vostra penna e
della carità veramente cristiana onde v'ingegnate di riconoscere
la innocenza almeno delle intenzioni ove non potete quella delle
opere e degli scritti.
“La maniera, per esempio, come tratteggiate il carattere di
Giuliano e indicate il valor morale delle sue azioni tiene
una tal giusta misura tra le lodi soverchie del Gibbon e le
detrazioni passionate di molti scrittori cattolici, che fate
mostra a un tempo di fino criterio, di coraggioso amore del
vero e d'animo imbevuto dalla più pura e più larga filosofia
cristiana.„
E la conchiusione?
“Concludo che quel che ho già letto dei volumi mi è sufficiente
per prendere ammirazione grande della vostra dottrina e del
vostro ingegno; e per salutarvi degnissima concittadina di
Gaetana Agnesi.
“Possa il vostro esempio valere sprone presso alle donne
italiane, presso a quelle singolarmente che oscurano coll'ignavia
e colla fiacchezza dell'animo lo splendore dei natali e delle
ricchezze!„
Questa puntura alle ignave patrizie deve aver fatto alla principessa
più piacere che le lodi a lei: lodi ch'ella forse non meritava tutte.
Il libro, nel quale (mi afferma un dotto teologo lombardo) “c'è del
buono, del molto buono pel tempo in cui è scritto„, non è forse tutta
opera della principessa; la quale non poteva aver fatti tutti quegli
studii d'opere latine. Conosceva bene la grazia _de congruo_?...
Conosceva bene i Nestoriani e i semi-pelagiani, che speravano di
servire da mediatori fra i Pelagiani e i cattolici?...
Il primo altare della preghiera sono le ginocchia della madre; e
la Belgiojoso imparò a pregare dalla madre; dalla madre imparò a
credere. Il soffio dell'incredulità passò invano attraverso quel
cuore, colle letture dei filosofi francesi, liberamente fatte nella
prima giovinezza; ma la fede in Dio, la fede in Cristo rimasero
intatte in quell'anima altera. E la fede fiammeggia in tutto l'_Essai
sur la formation du dogme catholique_. I capitoli su Sant'Ireneo,
Sant'Ambrogio, San Girolamo, Sant'Agostino sono caldi di spirito
religioso, e sono piacevoli a leggersi, pei costumi cristiani dei primi
secoli, per lo stile.
Il francese dell'_Essai sur la formation du dogme catholique_ è un
delizioso francese, morbido, scorrevole come una carezza: lo stile
francese, che la principessa adopera per i soggetti politici, non
ha, invece, quella fluidità; bensì è secco, scolpito come una lapide.
Bisogna notarlo.
Quel libro che, secondo il mio teologo, presenta molti appunti di
letture “fusi in una buona e fluente pasta e rivelatori di spirito
aperto e attento„ fu steso dalla principessa, che avea la penna
rapidissima e pronta per ogni soggetto; ma ho l'assoluta convinzione
che vi ha messo la mano un giovane, geniale predicatore francese:
l'abate Cœur; lo stesso al quale madame d'Agoult ne' suoi _Souvenirs_
accenna nei tratti poco benigni, che, per l'imparzialità dell'assunto
storico, riportammo nel precedente capitolo.
Il padre Pierre-Louis Cœur emergeva fra i predicatori alla moda.
Era nato a Tarare, la città delle mussoline, da una famiglia di
commercianti che pretendeva discendere dal famoso, ricchissimo
argentiere di Carlo VII; colui che, accusato poi di delitti
immaginarii, scappò a Roma e comandò.... una mezza flotta contro i
Turchi. I begli argenti del padre Cœur erano le sue lezioni di teologia
alla Facoltà di Parigi; erano le sue prediche, che, per purezza e
grandiosità, venivano paragonate a quelle del Massillon. Larghe le
sue idee; aperto il suo intelletto agli aliti moderni. L'anno del suo
trionfo fu il 1840, quando predicò a San Rocco, la chiesa dove dorme
Corneille. I più entusiasti lo soprannominarono il San Cipriano del
secolo XIX; ma avevano forse sentito predicare quel santo africano
sulle rovine di Cartagine?... Anche il padre Cœur diventò vescovo....
non di Cartagine; e morì nel 1860, a cinquantacinque anni, non in
odore di santità, ma compianto da chi ammira i liberi voli d'un nobile
ingegno.
Alessandro Manzoni, scrisse una seria lettera alla Belgiojoso sul
libro del dogma.[55] Giulio Simon, il quale diceva “une femme savante
n'est pas une femme qui sait; c'est une femme qui fait parade de sa
science„ e che a una filosofessa preferiva una povera sempliciotta,
una pianella perduta nella neve, lodò il libro; ma spremeva la lode col
conta-goccie. Il filosofo Victor Cousin, che pontificava alla Sorbona
suscitando inenarrabili entusiasmi colla sua smagliante esposizione
delle teorie dell'Hegel, intavolava volentieri discussioni colla
principessa sull'_Essai_; ma, ecco, entrava d'improvviso nella sala un
incorreggibile sarcastico poeta tedesco, Enrico Heine; il quale con un
motteggio sconcertava il sorridente Cousin; e l'autore del libro sul
vero, sul bello e sul buono, come se inondato da un secchio d'acqua
fredda, ammutoliva, s'alzava, andava via.
Altri del circolo brillante di Cristina Belgiojoso parlavano
dell'_Essai sur la formation du dogme catholique_, con quella sfumatura
di sottile ironia della quale il parigino, uomo di mondo, vela tanto
il vuoto quanto la sincerità de' proprii sentimenti; ma la principessa
continuava negli studii filosofici, non temendo i mordaci oppositori,
non temendo difficoltà. Come nel tempio d'Odino della leggenda
scandinava, era proibito pronunciare davanti a Cristina Belgiojoso
la parola “timore„.... Così, ella lanciò al pubblico l'_Essai sur
Vico_; e _Science nouvelle, Vico et ses œuvres_. La traduzione della
_Scienza nuova_ di Giambattista Vico, nientemeno!; vale a dire del
libro che mette, più d'ogni altro, a dura pazienza un traduttore per
la scabrosità della forma, per la terminologia speciale del sommo
filosofo![56]
L'_Essai sur Vico_ è un pensato, ordinatissimo, lucido lavoro. In
novantasei pagine fitte, l'autrice narra la vita travagliata di
Giambattista Vico; espone e discute la _Scienza nuova_; e rivendica
la priorità di certe idee del filosofo italiano contro coloro che
volevano attribuire quella priorità ad altre menti sovrane. È quindi,
anche, un'opera di giustizia e di patriottismo. La vita del Vico
è narrata sull'autobiografia dello stesso filosofo: anzi, qualche
passo è tradotto parola per parola. Bella è la pagina che descrive il
giovinetto Vico immerso negli studii durante tutte le notti, con quella
buona madre che va a pregarlo di desistere; commovente è la scena
che narra gli angosciosi patimenti del Vico, quando, di notte, ode i
passi dei gendarmi, che vengono ad arrestargli il figlio dissoluto
e incorreggibile; quei gendarmi, ch'egli stesso aveva chiamati per
emendare il giovane, ch'egli pur tanto amava.
I parigini si meravigliavano che un'italiana pubblicasse libri così
serii in bel francese. Nessun altro muliebre esempio, prima di lei, la
storia letteraria poteva offrire. La buona Maria Riccoboni, l'autrice
dell'_Histoire du Marquis de Cressy_, dell'_Histoire de deux jeunes
amies_, dell'_Histoire d'Ernestine_ e d'altre storie, morta in povertà
nel 1792, aveva sposato, è vero, l'italiano Antonio Riccoboni attore e
autore mediocre, ma era nata a Parigi. La Francia salutava, peraltro,
altre filosofesse, fiorite, specialmente nel secolo decimottavo:
la marchesa de Lambert, detta la “première femme honnéte homme du
dix-huitième siécle„ e che volle restar sempre “honnéte femme„ tutta
irradiazione del Fontenelle; — madame de Tencin, tutta irradiazione
del Montesquieu; — madame d'Epinay, tutta irradiazione del Rousseau; —
madame Geoffrin, figlia d'un fabbricante di specchi, tutta irradiazione
del Diderot e degli altri enciclopedisti; — la marchesa di Deffand,
scettica come il Voltaire; — madamigella De Lespinasse, che preferì
“l'uomo a Dio„ credendo nell'amore; — la baronessa de Staal, che
preferì sè stessa all'uomo, credendo nella ragione; — e la marchesa du
Châtelet, che avea gli occhi come due piselli e scrisse gli _Éléments
de physique_, tradusse i _Principes mathématiques de la philosophie
naturelle_ del Newton; e morì di parto a quasi cinquant'anni (fatto
che sollevò risa e pietà in tutta Parigi), dopo d'esser passata dal
bacio del Voltaire al bacio del Saint-Lambert, dinanzi alla sorridente
ingenuità del marito.
E ancora: la contessa d'Houdetot, brutta, ma seducente per lo spirito
e per il sentimento: ella fu il primo e vero amore del Rousseau,
come l'autore delle _Confessions_ ci confessa. E la duchessa di
Choiseul?... Pareva una statuina di cera, timida in conversazione
come una mimosa; eppure, con mano sicura, con ferro anatomico, fe'
l'autopsia dei contrasti, delle variazioni, in una parola del carattere
del Voltaire.... Cittadini all'armi!... Passa ora la marescialla de
Beauvau, nata Rohan-Chabot, energica volontà; madama du Deffand e
madama de Choiseul la chiamano “la dominante„. Figge gli occhi al
cielo, la pia marchesa de Créqui, vedova a ventisei anni; sostenitrice
della religione, e, per questo, incarcerata dai rivoluzionarii. —
E, sulla carretta dei condannati a morte, flagellata dalla pioggia
furiosa dell'uragano, colle mani legate sul dorso, la credente,
vecchia viscontessa de Noailles, s'avvia serena al patibolo; e con
lei la figlia, dolcissima, vestita di bianco, e la piccola nipote, che
prega.[57]
Nel secolo decimottavo, il Rousseau stese il proprio impero sulle
donne più che il Voltaire; e si comprende. La donna è portata al caldo
sentimento (e persino al sentimentalismo che ne è la degenerazione)
non al gelido scherno. Cristina Belgiojoso aveva ammirato, ne' primi
anni, l'autore della _Nuova Eloisa_; ma, poscia, s'innamorò del grande
autore ispirato di _Scienza nuova_, tenendo, nello stesso tempo, in
gran pregio un filosofo, esule anch'esso dalla terra materna, Giuseppe
Ferrari, che, profondo interprete di Giambattista Vico, non lesinava
alla principessa consigli nell'opera ardua e patriottica da lei
coraggiosamente assunta: di diffondere tra i francesi il pensiero del
filosofo precursore.
Non tutti sono concordi nel tributar lode a Giuseppe Ferrari, come
storico e come filosofo. È vero: egli corre dietro alla verità, e
torna in compagnia col paradosso; ma la sua mente è creata ai larghi
voli. Vede nella storia due eterni principii in eterno conflitto,
senza possibile aurora di pace, senza speranza di felicità umana:
il principio della libertà e il principio della tirannide; e sì
nell'uno che nell'altro, discerne germi di bene e germi di male.
Questa visione del Ferrari (che lampeggia in tutta l'_Histoire de la
Raison d'État_ da lui pubblicata a Parigi) sembrava agli spiriti miti
un'espressione di ateismo; ma non turbava la principessa Belgiojoso,
che nel Ferrari vedeva un maestro. Tuttavia, le conversazioni del bel
teologo abate Cœur, indefesso visitatore della principessa, temperavano
le conversazioni del Ferrari: l'acqua santa del primo smorzava i
tizzoni d'inferno del secondo. È proprio della Scienza e dell'Ideale
insieme, l'avvenire umano. Le due forze, che finora corsero disgiunte
e disperse cozzando fra loro, muoveranno concordi. La Scienza ritrarrà
lume dall'Ideale, che non ammette confini alle vittorie del bene: si
sentirà sorella d'una stessa forza, che emana da un'origine misteriosa,
onnipossente. E l'Ideale coronerà di rose la fronte austera della
Scienza; fronte impallidita nel lungo travaglio, nel superbo sforzo
dell'assoluto dominio.
Giuseppe Ferrari, come quell'altra mente poderosa di Carlo Cattaneo,
era stato discepolo e intimo amico di Giandomenico Romagnosi, magnifico
apostolo d'alte dottrine, al quale manca soltanto la bellezza della
forma letteraria per diffondere più ampio regno sulle menti. Il Ferrari
esulò dall'Italia a Parigi nel 1837, l'anno stesso che il venerato suo
maestro, spogliato d'ogni ufficiale soccorso dall'Austria, moriva a
Milano in povertà. L'Austria non potea perdonare il grande filosofo
dell'“incivilimento„ che ammetteva nei cittadini mal governati il
diritto d'insorgere.
Quando s'avviava alla terra d'esilio, Giuseppe Ferrari avea già
pubblicato _La mente di Giandomenico Romagnosi_ e le opere di
Giambattista Vico. E in Parigi diede alla luce _Vico et l'Italie_,
opera che eclissa, naturalmente, le pagine della Belgiojoso sullo
stesso alto soggetto.
Nel 1840, Giuseppe Ferrari saliva la cattedra di letteratura nella
marinaresca città di Rochefort; ma non di rado lasciava quel porto
e gli scolari per visitare a Parigi l'affascinante sua concittadina
e indettarsi cogli “spiriti magni„ che intorno a lei parlavano di
liberali instituti e di patria.
Un altro filosofo, anch'esso nato sotto il cielo di Milano, ma di
scuola del tutto opposta alla scuola del Ferrari, visitava talora la
principessa: era l'autore di _Dante et la philosophie catholique au
XIII siècle_, l'emunto Ozanam, dai capelli lisci, neri, spioventi,
che gl'incorniciavano il volto pensoso, accrescendogli quella solenne
aria da asceta tanto ammirata dai giovani e dalle donne sognanti,
nell'aula della Sorbona, dove l'Ozanam diffondeva la convinta parola.
E, nel salotto della Belgiojoso, andava di tratto in tratto un altro
lombardo, che avea pur egli aspetto e anima d'asceta: Giuseppe Sìrtori.
Nato fra i sorrisi della Brianza, avido di studii, il Sìrtori passò a
Parigi; e a Parigi abbandonò la veste talare, indossata fra gl'incensi
del seminario di Milano. In mezzo alle facili follie parigine, il
solingo giovane conduceva vita austera, quasi religiosa. Alla Sorbona
e al Collegio di Francia, seguiva i corsi di geologia, di chimica, di
fisiologia; materie tutte sulle quali la principessa Belgiojoso amava
intrattenersi con lui. Chi poteva immaginare in quel giovane il futuro
generale dell'indipendenza?... Il suo nome rimane scritto a caratteri
di bronzo nelle tavole degli eroi.... Ed ei visse rigidamente tutta
la vita, e portò nel sepolcro, come una fanciulla sacratasi a Dio, la
virginità, la purezza.
In quel periodo di esaltazioni religiose e di misticismo, che
signoreggiava la principessa Belgiojoso, sempre più ammalata nei
delicatissimi nervi, un'altra stranezza i parigini videro in lei. Ella
avvolse l'agile suo corpo nell'antica squallida tunica cinerea delle
_Suore grigie_, istituite fin dal 1617 a Parigi da Luigia de Mérillac
coll'ajuto di San Vincenzo de' Paoli. La principessa non lasciava
quella veste da catacombe, neppur quando andava all'_Opéra-Italien_ ad
assaporare, nel suo palco, con sacro raccoglimento, le divine melodie
dei grandi operisti italiani, specialmente di Gioachino Rossini e
di Vincenzo Bellini, che frequentavano le sue sale; nume protettore
l'uno; angelo protetto l'altro; entrambi glorie d'Italia. Sui nerissimi
capelli, pettinati con estrema semplicità, la principessa faceva
spiccare una ghirlanda di fiori bianchi freschi; e tutti contemplavano
quella tacita, immobile visione, che parea discesa da una sfera
soprannaturale.... E poichè dopo la rappresentazione dell'opera, dopo
quell'onda di melodie, eseguite da cantatrici elette, come Giulia
Grisi, Giuditta Pasta, la Persiani-Tacchinardi, l'Ungher, e da un
Rubini e da un Lablache.... la principessa si sentiva stanca, spossata,
incapace di scendere le scale del teatro, — un forte amico suo,
lombardo, il conte Fausto Sanseverino, se la poneva sulle braccia come
una languida fanciulla malata, come una naufraga, come Ofelia; e con
quel carico fantastico discendeva le scale fra lo stupore della folla,
che gli apriva il passo.
Chi poteva riconoscere in lei una vera _sansimoniana_? Cristina fu
creduta, sì, una signora del Saint-Simon, che domandava l'abolizione
di tutti i privilegi di nascita e di eredità, e voleva accomunare in
massa tutti i materiali dell'attività umana, le macchine, i fondi, i
capitali. Bazzicavano nel salotto di Cristina i sansimoniani Bazzard e
Enfantin.[58] Ella li ascoltava, per amor delle dispute e delle novità;
ma poteva seguirli? Sì; li seguì, ma per poco; e con lo scopo evidente
di apparire ancor più singolare coi vermigli riflessi di quelle
audacie.