VI.

Gli esuli italiani e il salotto della Principessa a Parigi.

Come vivevano i profughi italiani a Parigi. — Generosità del

principe Belgiojoso. — Un dimenticato precursore dell'emigrazione:

Luigi Angeloni. — Il vecchio Filippo Buonarroti. — Il Comitato

rivoluzionario italiano a Parigi. — Terenzio Mamiani: sue avventure

d'amore. — La principessa Belgiojoso a Parigi. — Ardori di Adolfo

Thiers per lei. — La Principessa parla alla Camera dei deputati

francesi. — Il _salon_ del generale La Fayette. — Il primo _salon_

della principessa Belgiojoso a Parigi. — Strane abitudini di lei. —

La bella italiana conquista Parigi. — Il _salon_ di Bianca Milesi.

Madamigella Eleuteria. — Suo misterioso destino.

Uno de' pensieri che Parigi ci ridesta nell'animo è il pensier della

vita che gli esuli italiani conducevano nella turbinosa metropoli

durante i tristi giorni del servaggio della patria. Napoleone III

trasformò in gran parte Parigi; e la vecchia città continua a cadere

sotto il martello in un nembo di polvere, simbolo della fine di tante

cose.

Ho voluto vederle, alcune delle antiche vie dello studentesco Quartier

Latino, e anco le orribili vie e le orribili stamberghe di Parigi, dove

tanto fiore d'esuli italiani visse un dì nella miseria aspettando la

luce della libertà alla patria lontana. Il martello demolitore non l'ha

ancor distrutta la _rue Quincampoix_, presso il _boulevard Sébastopol_,

nè la lunga, angusta, tenebrosa, sozza _rue de Venise_, oltraggiosa

profanazione della città più artistica del mondo!... È quella la Parigi

del medio evo: un dedalo fetente di vie tortuose soffocate dalle alte

case ventrute, livide, stillanti bava verdastra. Sopra strette porte,

pende qualche vecchio cartello affumicato di locande, nelle quali

l'ospite deve pagare notte per notte; e magri cani spelati in cerca di

qualche osso nelle immondizie delle vie, si confondono, la sera, colle

squallide larve di vecchie Veneri non meno affamate.

E la _rue Beaubourg_? La _rue Brise-Miche_?... Altre misere vie.

E penso ai profughi che dimoravano nei tristi silenzii della _rue

Pierre-au-Lard_; strani, sepolcrali silenzii in mezzo ai fragori della

metropoli.

Fu in uno di questi abbaini che morì d'inedia l'editore Nicolò Bettoni

di Brescia; egli che avea sognate principesche grandezze, e avea

donato alla patria libri di squisita letteratura. Passò forse qui

Piero Maroncelli. Ci par di vederlo passar lento, affaticato, colla

sua gamba di legno, in luogo di quella che il chirurgo dello Spielberg

gli tagliò, perchè incancrenita nell'umidità della carcere e fra le

catene; ed egli, il delicatissimo carbonaro, subito dopo l'amputazione

(e stillante ancor sangue), tolse da un bicchiere una rosa, e l'offerse

quale compenso al suo operatore.... Passarono forse per queste vie

Nicolò Tommaseo, Terenzio Mamiani, Guglielmo Pepe, Michele Amari, Carlo

Pepoli, Vincenzo Gioberti, Giuseppe Sirtori, e quanti altri mai, in

lotta silente e dignitosa colla fortuna, in pace colla coscienza....

Perchè più non li vedevano nelle carceri e fra le catene, i Faraoni

del _diritto divino_ credevano che i liberali fossero omai povere

pietre cadute per sempre nel fondo di aridi pozzi; e non s'accorgevano

che quei perseguitati, quegli esuli preparavano in paese straniero la

libertà del loro paese natìo, creavano un'Italia fuori dell'Italia.

L'unità d'Italia fu preparata all'estero dagli esuli, che ad essa

conciliavano le simpatie riluttanti degli stranieri. A Parigi, gli

esuli italiani (al rovescio dei polacchi) vivevano concordi ed anche

allegri. Eran giovani, pieni di speranze, di brio: ridevano persino

della propria miseria. Alcuni non sentivano neppure il freddo; perchè

esso entrava pei buchi delle scarpe e usciva subito pei buchi del

cappello.... I più poveri ricevevano una piccola sovvenzione dal

Governo francese (un franco); ma i più sdegnosi, come il Mamiani, la

rifiutavano, accontentandosi degli ajuti delle loro famiglie lontane

o del frutto del proprio lavoro. Gli esuli lavoravano tutto il giorno,

studiavano, scrivevano, e davan lezioni, correndo l'immensa metropoli

per chilometri, sotto il sole cocente, sotto la pioggia scrosciante,

nella neve, in quella città dalle enormi distanze. E alla sera (tranne

il Mamiani e qualche altro di abitudini solitarie, che si recavano a

mangiare un po' di minestra fuori di Parigi), desinavano tutt'insieme

presso un trattore italiano, certo Paolo, nella _rue Le Peletier_

presso l'Opéra: avevano là, una sala riservata a loro soli, bassa da

soffocarvi, in un mezzanino, a prezzi minimi.... e con minime pietanze,

e acqua di pozzo quando non era acqua della Senna. Ma l'allegria non

valeva il più spumante _champagne_?... Le evocazioni, gli augurii,

gli evviva patriotici, nutrivano più dei pasticci. Talvolta compariva

il principe Emilio Belgiojoso, che aveva piantate anch'esso le sue

tende a Parigi, e allora la gajezza balzava alle note più acute. Il

bellissimo compatriota, biondo, dagli occhi azzurri, quando riceveva

denari dalla famiglia di Milano, ne facea subito parte coi compagni

d'esilio, rallegrando un po' la loro mensa di qualche bottiglia dal

collo argenteo. Egli usava astuzie delicate per far portare dal cuoco

qualche pietanza gustosa, alla quale (come a illustre straniera!) gli

esuli prodigavano allora le più entusiastiche accoglienze, saltando

e ballando per la sala simili a bambini in maschera. Una sera, il

principe si rivolge ad uno degli emigrati, a un certo Gregorio:

— Gregorio, voi volete parlare sempre francese, e dite parole che non

esistono. Per esempio: _roussi_! Non esiste.

— Come non esiste?

— Non esiste. Scommettiamo!

— Che cosa?

— Quel bel pasticcio, che ho visto giù in cucina.

E poichè l'altro era sicuro dell'esistenza di quel vocabolo:

— Accettato!

E il principe, ch'era ben sicuro alla sua volta di perdere:

— Accettato!

Qualcuno dei commensali tira cauto fuori dalla tasca un logoro

dizionarietto; la parola _roussi_ comparisce in tutto il suo magico

splendore; e subito comparisce anch'esso, sulla tovaglia, nel suo

splendore raggiante, il pasticcio suddetto, attorno al quale è

subito un incrociare febbrile di coltelli, di forchette, di dita

intraprendenti. Il chiasso saliva, talvolta, a un diapason così

infernale, che i passanti andavano da Paolo domandando atterriti:

— Ma qui si scanna qualcuno?

— Sono i miei compatrioti che discorrono![38]

I francesi ammiravano negl'italiani la vivacità; la _vivacité énergique

de ce peuple grandiose_, dicevano allora; ammiravano la sobrietà,

l'operosità, la dignità impeccabile della vita d'illustri ingegni,

costretti a sopportare in casa altrui aspre privazioni per non poter

esprimere libero il pensiero in casa propria.

Col tempo, col delinearsi di opposti partiti, una divisione avvenne

bensì nei profughi: ma nel principio, si sentivan tenacemente stretti,

affratellati nel nome d'Italia, e, nel nome d'Italia, quetavan le

discordie, le ire; tanto amavano la sepolta viva!

Nella società aristocratica parigina d'allora, le conversazioni

dei _grands seigneurs_ si componevano di frasi scelte, di sfumature

delicate, e d'un accento particolare; — e come dovevano formare ad essi

contrasto alcuni esuli italiani, che andavano a dar lezioni nelle case

di quei signori!... Ma quei _grands seigneurs_ (appunto perchè tali)

onoravano la povertà immacolata e l'ingegno.

La stessa polizia francese, che, come tutte le polizie di questo

mondo, era più facile a diffamare che a lodare, si sentiva costretta ad

ammirar il contegno dei profughi italiani. L'emigrazione italiana (essa

diceva) è _la più moderata, la più onesta, la più dignitosa_.[39]

L'emigrazione italiana a Parigi cominciò fin dai processi del '21, e

anche prima; e s'allargò, calda di speranze, al domani della eroica

rivoluzione di luglio del 1830, al domani delle tragiche delusioni

in cui andaron travolti parecchi italiani; i quali non trovando

in sè stessi e nella patria forze bastanti per scuotere il giogo,

speravano soccorsi dalla sorella latina, la Francia! Luigi Filippo,

duca d'Orléans, ch'era successo all'asceta Carlo X (atterrato dalla

rivoluzione di luglio con tutt'i suoi decreti medievali), apriva

infatti gli animi alle speranze; ma i disinganni non tardarono: e chi

dovea fidarsi ancora d'un re Luigi Filippo, anima volgare e astuta,

parodia di liberale, parodia di re?...

L'agitazione per liberare l'Italia era alimentata a Parigi per opera

d'un discendente di Michelangelo, Filippo Buonarroti, veementissimo

vegliardo, dai neri occhi che parean fulmini, specie quando egli

usciva fremebondo in parole di sanguinose minaccie contro i despoti. Lo

conosciamo.

Abitava vicino al Luxembourg; passeggiava sovente solitario in quel

giardino. “Fu là (scrive Carlo Rusconi) che una mattina lo trovai; e

mi accolse colla massima cordialità; procedeva incurvato, ma i suoi

occhi brillavano d'una luce terribile.... Avea tutti gli ardori dei

Montagnardi del '93, inacerbendoli anche, se di maggior acerbezza

fossero stati capaci. Abborriva i re, e diceva come il vescovo Grégoire

(già suo amico), esser eglino nell'ordine morale quello che i mostri

sono nell'ordine fisico; nè altro essere la storia dei re se non

il martirologio delle nazioni. I suoi occhi divenivano due carboni

ardenti, quando si parlava di tirannide; e per tirannide intendeva

ogni governo che non avesse la schietta forma repubblicana. La sua vita

era trascorsa tutta fuori del campo della vita reale; egli non vedeva

intorno a sè le cose che realmente vi erano; vedeva quelle della sua

fantasia. Egli si creava così spettri e fantasmi; e, come a Platone o

a Fourier, gli stava fissa in mente una società che avrebbe richiesto,

per esistere, leggi e costumi dagli uomini interamente ignorati. Tutta

la vita aveva passata nell'ordir congiure, istituir sêtte, spinger

emissarii per abbattere i governi esistenti. Dalla Svizzera aveva

carteggiato col Confalonieri pei moti del '21, e lo seppe Andryane,

mandato da lui a Milano!... Da Parigi spediva messi in Irlanda, in

Italia, in Svizzera, in Ungheria, dappertutto dove ci fosse speranza

di far nascere un sollevamento. Un obbiettivo solo in lui: distruggere

i governi esistenti quali che si fossero. Nessuna diversione a ciò;

nessun componimento. Posto a capo di tre società segrete, spediva con

un'operosità febbrile i suoi ordini in tutte le parti, e, incrollabile

ai disinganni, aspettava ogni dì le notizie delle meraviglie operate.

Io non ho conosciuto che Blanqui che potesse stargli a paro per

l'audacia dei concepimenti e la tenacità dei propositi nel volerli

eseguiti. Mazzini che gli era, a così dire, discepolo, andò poi sulle

sue orme; ed ebbe gran parte delle sue virtù e dei suoi difetti.„[40]

Il Buonarroti, dal centro di Parigi, voleva risaldare la Carboneria

(suo amore antico), che andava sfasciandosi per la diffusione ormai

veloce della _Giovine Italia_; all'uopo, con un toscano, Giuseppe

Gherardi d'Arezzo, e con Luigi Mussi di Parma gettò le basi della

setta dei _Veri Italiani_ per fondervi entro, come in una fornace, la

Carboneria e la _Giovine Italia_. Il Mazzini scriveva da Marsiglia

nell'ottobre del 1832 a Giovanni La Cecilia: “Comunicherò ai nostri

centri il trattato fra le due società. Cerca d'avere dal Ciccarelli una

copia degli statuti dei _Veri Italiani_. Per un incidente d'incendio,

ch'io ebbi a patire, e che mi costò venti franchi, perchè arse la

valigia che apparteneva al Menotti, fu guasta in parte la copia

ch'ei me ne diede.„[41] Il Ciccarelli era un messo del Buonarroti. Il

Menotti era Celeste, fratello di Ciro Menotti, tradito e giustiziato

dal nefando Francesco IV duca di Modena nel quale quell'anima ardente

e pura avea confidato per un sollevamento che dovea mettere quel

duca stesso a capo d'un nuovo Stato costituzionale nel settentrione

d'Italia!... Celeste Menotti, nato a Carpi, fu ben conosciuto dalla

principessa Belgiojoso; magro, pallido, dagli occhi cerulei infossati,

dalle sopracciglia nere, dalla barba nera e morbida come il velluto:

bellissima figura: era fratello di Virginia contessa Pio di Savoja,

quindi stretto parente d'un'ammaliante damigella, Eleuteria, che

incontreremo ben presto a fianco, se non ai piedi, della principessa,

a Parigi. Celeste Menotti esercitava la professione di negoziante: e,

dovendo appunto pei proprii interessi portarsi qua e là, diffondeva

entusiasta i principii del Mazzini, la _Giovine Italia_.

Filippo Buonarroti pensava alla nuova setta dei _Veri Italiani_ (che

presto sfumò), e il conte Carlo Bianco di San Jorioz fondava intanto

un'altra setta: degli _Apofasimèni_. A Napoli, v'erano _I Pellegrini

bianchi_; nella Romagna, _I cavalieri tebani_.[42]

Fra gli agitatori che a Parigi lavoravan alacri per la _Giovine

Italia_, per la causa italiana, stringendosi intorno ai profughi,

brillava il romano Michele Accursi, profugo anch'esso. Per le sue

relazioni coi bonapartisti, l'Accursi fu sospettato dai fratelli di

fede come traditore e spia.... Certo, il dottor Conneau, medico di

Luigi Bonaparte, lo avea fra' suoi più famigliari; il côrso Pietri,

tanto addentro nei misteri della polizia e così affiatato con

Napoleone, si confidava di ogni cosa con lui.[43] Però il Mazzini non

lo credeva traditore; e non andava a Parigi, se non riparasse in casa

dell'Accursi.

Ma più dell'Accursi, e più dello stesso Buonarroti (del quale

era intimo amico), merita cenno un altro italiano, un precursore,

apostolo di libertà, Luigi Angeloni, nativo di Frosinone, che, esule

a Parigi, ne fu scacciato perchè repubblicano; ma ivi, intanto,

egli avea preparato men aspro il terreno agli altri esuli.... Avea

la mente aperta ad ogni sapere, e l'animo intrepido. Fin dal 1815

esortava gl'Italiani a esser concordi, a confidare nelle proprie forze

congiunte. Nel '21, fu in corrispondenza col principe di Carignano.

Bandito da Parigi, nel 1823, riparò a Londra, dove fu amico degli esuli

e dove morì in una casa di lavoro.... Com'è dimenticato!

Allo scopo d'affrettare la liberazione d'Italia, si era formato, a

Parigi, un vero e proprio “comitato italiano„, nel quale emergevano

Luigi Porro Lambertenghi di Milano, sfuggito colla fuga alle catene

dello Spielberg, e Carlo Poerio di Napoli: vi entrò, nel 1831, un

biondo filosofo e poeta, che strinse poi amicizia colla principessa

Belgiojoso: il conte Terenzio Mamiani della Rovere, pronto agli

elogi, al sorriso; più pronto a far rispettare tra i francesi il nome

d'Italia.

.... Pesaro gentile,

Picciola sì, ma glorïosa e cara

Alla gran madre Italia,

fu culla al Mamiani, che così la lodava nell'inno al santo del proprio

nome. Il Mamiani era allora giovanissimo; eppure, era stato ministro;

un ministro ribelle nella terra nativa.... Ma raccontiamolo, ricorrendo

alle sue lettere, che rivelano gran parte d'una bella vita di

cospirazioni e di pensiero:[44]

Carbonaro a vent'anni, il Mamiani esclamava con profetico grido:

“L'Italia sarà libera; sarà libera l'Italia nostra!„ E “certo gioja più

pura, più alta, e più espansiva di quella non credo mi sia destinato a

sentire in terra„, egli soggiungeva.

La donna cara gli era morta gettandolo nel lutto di Dante per la morte

di Beatrice; e la patria ormai teneva il posto dell'adorata estinta. Il

moto di Modena, nel 1831, fa insorgere Bologna e le città romagnole;

e il Mamiani è nominato ministro dell'interno.... Ma papa Gregorio

XVI, amico dei lieti calici e delle bajonette austriache, chiama le

bajonette fra le delizie dei calici. Il Mamiani vuole la resistenza; il

generale Zucchi la dichiara impossibile, e viene ad accordi col legato

pontificio, cardinale Benvenuti (già fatto prigioniero dagl'insorti)

per trattare la resa. Il solo Mamiani non firma la capitolazione

proposta, poichè, con quella, verrebbe a riconoscere il regno temporale

dei papi, ch'egli giammai riconoscerà. E con quel libero atto, ei

comincia la sua vita politica. Suona l'ora dell'esilio, a cui Gregorio

XVI, tornato signore ne' proprii Stati, lo condanna. Il brigantino

_Isotta_ trae verso Corfù il Mamiani ed altri esuli: ma una nave

austriaca (che si chiama l'_Italiano_!) cattura presso Loreto la povera

_Isotta_; e gli inermi profughi sono messi in catene e tratti a Venezia

nelle carceri di San Sevèro.

“Passammo di poi (racconta il Mamiani all'amico Zirardini) nel forte

di Sant'Andrea al Lido, e più tardi nelle carceri nuove politiche di

San Sevèro. Tre mesi vi stemmo; e gli accidenti furon sì numerosi e

varii da comporre un romanzetto assai grazioso ed originale. Quanto

a me, dirovvi solo ch'io venni preso d'un amore fervente per una

bellissima greca dimorante dirimpetto alla mia prigione e ch'io vedeva

ad ogni dì per più ore e parlavamci con molti segni e per mezzo di

letterine e sopratutto con gli occhi. Insomma, quando giunse ordine di

proscioglierci e di via menarci a Marsiglia, tutti i trentotto consorti

miei di sventura sbardellatamente gioivano; io solo avea gli occhi

divenuti due fontane, e quanto piangessi e sospirassi nol so ben dire.„

Non venne ancora pubblicato il processo che il Mamiani subì a Venezia

nelle carceri di San Severo. Fu esso abbruciato con mille altri dagli

Austriaci nel 1866, prima d'abbandonare per sempre Venezia?... Gli

Archivii segreti di Stato a Milano, ne serbano però una copia. Il

processo, datato dal 5 giugno 1831, manifesta tutto l'animo libero,

persino audace, del Mamiani. Non sembra egli no un accusato, ma un

accusatore. Egli parla della rivoluzione del '31 in Italia, e cita

fatti, nomi, svela supposizioni.

Alla metà di settembre di quell'anno stesso 1831, il Mamiani giunse a

Parigi; e là visse oltre quindici anni in onorata povertà, scrivendo

sui giornali e impartendo lezioni private di filosofia, che dovevano

fargli ripetere, con più ragione di messer Francesco, il sospiro:

Povera e nuda vai, filosofia!

Nella stanzuccia d'un mezzanino nella via Clichy, accanto a quel

magnifico museo e a quel giardino pieno di cari bimbi cinguettanti come

gli uccellini degli alberi, abitava il giovane patrizio ex ministro:

in una bettola fuori della metropoli, egli pranzava con due lire,

accanto a operaj e a studenti. A quella mensa (narra un suo biografo,

il Mestica) una volta gli fu recapitata una lettera d'una signorina

di rara bellezza e d'alto lignaggio, la quale chiedeva in grazia a

una dama amica del Mamiani di poter conoscere quel giovane italiano,

chiamato da lei “principe, poeta e carbonaro„.

Quella dama era la principessa Belgiojoso?... Quella damigella è

un mistero. Anche il principe Emilio Belgiojoso andava a trovarlo,

talvolta, a quel desco; ed è al Belgiojoso, a lui, e al suo bel canto,

che il Mamiani allude nel doloroso inno _Ausonio_:

........ O da quel suol venuto

_Bello e giojoso_ che gli aranci infronda,

Nido gentil di veneri e d'amori,

Fa' a' nostri orecchi udir qualche melode

Recente e cara, e i facili gorgheggi

(Chè il puoi tu sol) dell'usignuolo imita.

Spesso, il giovane poeta-filosofo s'aggirava fra i sepolcri. Usava

recarsi a meditare e a leggere nel cimitero di Montmartre; ma la

principessa rideva di quelle malinconie alla Young e alla Foscolo,

deliziandosi, invece, al racconto ch'ei le faceva dell'innamoramento in

prigione colla bellissima greca, ch'era certa Caterina Conòmo.

La principessa Cristina, arrivata nell'anno 1831 oscuramente a

Parigi, era andata ad alloggiare in uno de' quartierini più remoti

dal centro, all'ultimo piano d'una casa modesta di povera gente; casa

oggi abbattuta. Dipingeva bicchieri e ventagli, per ritrarne guadagno,

dicendo a' suoi compratori che non avea di che campare, avendole il

Governo austriaco sequestrata ogni ricchezza. Non so quanto sia vero

ch'ella, sulla sua porta, avesse scritto _La princesse malheureuse_.

Forse la _princesse malheureuse_ esagerava a bella posta la propria

povertà, per rendere odioso il Governo austriaco; certo in quei giorni

ella non nuotava nell'oro.

Un giovane, piccolo di statura, grande d'ingegno, appena vide la

bellissima italiana, ne fu preso d'amorosa passione: era colui che

dovea prendere in pugno le sorti della Francia, Thiers. Adolfo Thiers

frequentava ben volentieri quella casa!... Ei trotterellava in cucina

a cuocere le uova per la colazione alla quale la principessa Cristina

Belgiojoso lo invitava sovente. La colazione consisteva, è vero, in

un pajo di uova col burro, e d'un po' d'acqua limpida maestosamente

versata dalla principessa nei bicchieri dipinti dal suo pennello

d'esule spogliata dall'Austria, ma le tovaglie eran finissime di

Fiandra, e la bruna testa della dea spiccava avvolta da un ricchissimo

manto a mo' di turbante orientale, che cadeva in pieghe maestose lungo

le spalle.

Nessun dubbio sull'ammirazione e sull'affetto che il Thiers provava

per l'affascinante italiana. Corrispose ella, fosse pure per un

momento, a quell'amore?... O vi corrispose solo coll'amicizia?... Certo

seppe valersi della passione devota dell'illustre francese per farne

(allora!) un sostenitore delle aspirazioni e dei diritti d'Italia.

Adolfo Thiers teneva infatti (allora!) nelle pubbliche adunanze,

discorsi a pro dell'Italia; e il principe di Metternich li sapeva; e

al governatore del Regno Lombardo-Veneto conte Hartig que' discorsi

“sovversivi„ venivano segnalati.[45] Spesso Adolfo Thiers si trovava,

in casa della Belgiojoso, col veneziano, spiritosissimo conte Vincenzo

Toffetti: fra l'uno e l'altro correva simpatia, sincera amicizia,

tanto più che il conte nutriva pur egli in cuore speranze nell'ajuto

francese. E anche di tale amicizia fra il Thiers e il Toffetti, il

governatore di Milano venne prontamente informato dalle spie.[46]

L'autore dell'_Histoire de la Révolution Française_ e dell'_Histoire

du Consulat et de l'Empire_ fu accusato di ammirare solo il “successo„

nella storia; fu accusato di rimanere indifferente dinanzi alla virtù

e al delitto. Quando lo prese l'ambizione d'essere primo ministro di

re Luigi Filippo, salì al posto supremo, piegandosi alle condizioni

impostegli dall'utilitario sovrano, accostandosi all'Austria e alle

altre potenze assolute d'Europa; eppure tutte le volte che potè

giovare agli esuli italiani, lo fece di buon grado.... per ricevere, in

compenso, il sorriso di Cristina Belgiojoso!

Un giorno, la principessa va alla Camera dei deputati francesi, in

una delle loro aule, e improvvisa lì, dinanzi a loro, un discorso

ardentissimo sulla necessità di ajutare il risorgimento d'Italia.

Una scena inopinata, nuova.... Quella fantastica figura di giovane

dama che, ritta in piedi, coi grandi occhi luminosi vaticinava,

simile a profetessa, l'avvenire della patria; quella voce calda e

sicura, la bella parola francese su belle labbra italiane, tutto

l'insieme di quell'artistico tipo, improvvisamente comparso dinanzi ai

rappresentanti d'una grande nazione, non potè non fermare gli astanti,

che, prima ne stupirono, poi ammirarono, infine proruppero in applausi

all'oratrice e all'Italia. E fra quei deputati, vi era Adolfo Thiers.

“La pâleur divinise la beauté des femmes et ennoblit la jeunesse

des hommes„, diceva George Sand, che a Parigi strinse amicizia colla

Belgiojoso. E “la pâleur„ della bella patriota italiana divenne celebre

a Parigi, ma più il suo ardore patriottico per la terra natia, il suo

ingegno pronto ad afferrare qualunque ardua questione e a precisarne i

termini. La principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio attrasse presto

l'attenzione di Parigi; ella ne conquistò presto gli animi: ella

che pareva la visione dell'Italia martire. Molto giovò, per altro, a

Cristina il gran nome paterno: Trivulzio. In un paese, come la Francia,

dove la patria storia è conosciuta, tutti sapevano del Trivulzio,

gran capitano di Francesco I, gran maresciallo di Francia; e molti

ricordavano ancora le esequie solenni che, per ordine di Napoleone

I, Parigi avea celebrato in onore di Alessandro Teodoro Trivulzio,

discendente anch'esso dal magno guerriero, e generale, ministro della

guerra, morto a Parigi il 2 marzo 1805. Tutta la guarnigione di Parigi

avea prese le armi per quei solenni funerali: quattro generali di

divisione sorreggevano i lembi del panno mortuario: Miollis, Duplessis,

Michaud e Morlot. Il cardinale Caprara, legato pontificio e arcivescovo

di Milano, recitò ivi le esequie. Benemerito dello Stato pei servigi

da lui resi, e caro a tutti per la dolcezza del carattere, il generale

Alessandro Teodoro Trivulzio fu compianto nell'immatura fine crudele.

La divisione, ch'egli comandava (nell'esercito delle coste della

Manica), celebrò i funerali sul campo; e il più grande de' poeti

del tempo, Ugo Foscolo, addetto qual capitano allo Stato maggiore

del generale Trivulzio, rendendosi interprete de' sentimenti de'

commilitoni, dettò in onore di lui un forte epitaffio latino.[47]

Il vecchio, generoso generale La Fayette, che non trascurava occasione

per caldeggiare l'indipendenza italiana, e madama Recamier, vollero

Cristina Belgiojoso nei loro famosi salotti. Quando la pallida,

bellissima discendente del maresciallo Trivulzio entrava in quelle

sale con fronte altera, sulla quale parea scritto il motto oraziano

_malignum spernere vulgus_, tutti gli sguardi la contemplavano,

Folto bisbiglio sollevando intorno,

(avrebbe ripetuto Giuseppe Parini).

Il _salon_ del generale La Fayette, chiamato dai legittimisti “le

caravansérail de l'Europe révovolutionnaire„, accoglieva tutti gli

esuli liberali, tutt'i perseguitati di tutt'i tiranni; al rovescio

del _salon_ del Palais-Royal, dove pure si raccoglievano le forze

vive di Parigi dopo la rivoluzione del 1830, ma il cui accesso non era

facilissimo ad ogni straniero. Il generale La Fayette, il celebre amico

di Washington, sedeva nel proprio _salon_ (arredato con semplicità

patriarcale) come un venerando padre di popoli; sedeva circondato da

una triplice corona d'amici e di clienti prontissimi ad accogliere la

menoma sillaba e il più lieve sospiro del labbro di chi s'era messo in

prima schiera nelle più grandi rivoluzioni: in quella dell'America del

Nord, in quella dell'Ottantanove, in quella del 1830. Il generale La

Fayette, alto, magro, scialbo, incurvato dall'età, portava sulla testa

una bruna parrucca. Un eminente italiano gli sedeva spesso al fianco:

Guglielmo Pepe, che, avendo militato per Murat e avendo, nel 1821,

combattuti gli Austriaci a Rieti, era stato ricevuto a braccia aperte

dal La Fayette, e introdotto subito nel “circolo maschile„ del salotto.

Poichè, nel _salon_ La Fayette, v'era anche un circolo femminile

— una specie di gineceo — dove le donne, quasi tutte bionde, della

famiglia La Fayette, facevano spiccare ancor più la bruna bellezza

della Belgiojoso; accanto alla quale sedeva, presentando un contrasto

d'altro genere — contrasto comico per la eteroclita acconciatura — una

quaquera: miss Opie.[48]

Ma la principessa non era carattere da subire la tutela e la protezione

del generale La Fayette.... non la subiva da alcuno. Il clamoroso

_salon_ del popolarissimo agitatore, fra le cui pareti alla profuga

lombarda veniva solo concesso di sostenere le seconde parti, le tornava

uggioso; ed ella lo abbandonò per fondare, in piena Parigi, un proprio

regno, un proprio _salon_, ricordato a lungo, perchè uno de' più

curiosi e de' più ragguardevoli.

Partita dall'ultimo piano della casa men che borghese dove dipingea

fiori sui bicchieri, e dove il Thiers le cucinava le uova; lasciato

l'atteggiamento di povera donna ridotta all'estrema miseria per

colpa del crudele Governo austriaco; lasciato libero sfogo a' proprii

istinti principeschi, e anche alle somme che le tornavano ad affluire

da Milano, la principessa Belgiojoso prese un aristocratico alloggio:

andò ad abitare in una palazzina, con giardino, della rue d'Anjou,

non lungi dalla casa del La Fayette, al quale (si sarebbe detto da un

maligno moderno) ella volea fare concorrenza. Al numero 29 di quella

via, nel maggio del 1834, il celebre generale moriva; e, al numero 6,

quattro anni prima, spariva dalla vita, non dal regno della gloria,

il capo della scuola liberale, l'oratore seducente, il pubblicista

dallo stile squisito, Benjamin Constant. Ivi, è tutta un'onda di

memorie.... Ivi, appresso, sorge la cappella espiatoria innalzata in

pio ricordo di Luigi XVI, di Maria Antonietta e d'altre vittime della

rivoluzione. Ivi, si stendeva un giorno il cimitero della Maddalena

dove i ghigliottinati rimasero sepolti fino al 1815; anno nel quale i

miserandi resti furono trasferiti a San Dionigi.... E la principessa,

discendente dai Trivulzio, pensava talvolta con orrore alle infamie

di quei patiboli sui quali eran perite tante aristocratiche dame sue

pari....

Il visconte de Beaumont-Vassy descrive, ne' _Salons de Paris_ sotto

Luigi Filippo, quella strana dimora sulla quale Teofilo Gautier

ricamò capricciose variazioni macabre, dicendola _une vraie série

de catafalques_.... E la descrive ne' suoi _Souvenirs_ anche Madame

d'Agoult, notissima sotto il nome di Daniel Stern, intima del Liszt.

Si entrava per un piccolo vestibolo, che comunicava a sinistra colla

sala da pranzo e a destra col salotto. La sala da pranzo, in stucchi,

era ornata di pitture nel gusto degli affreschi e de' mosaici di

Pompei. Più lungo che largo, questo locale, nelle sere di ricevimento,

si trasformava (mercè un pianoforte che vi veniva portato) in sala da

ballo. Il salotto, assai vasto e quadrato, aveva i muri tappezzati di

un velluto bruno quasi nero, seminato di stelle d'argento. I mobili

eran coperti della stessa stoffa, e, alla sera, quando si entrava, si

poteva credersi in una cappella ardente, tanto l'aspetto generale si

presentava lugubre. Ad accrescerlo, concorreva la figura fantasmagorica

della Belgiojoso. Il pallore del suo viso assumeva, alla sera,

sfumature nelle quali il verde e l'azzurro si confondevano. Dicevano

ch'era l'effetto d'un veleno medicinale, del _datura stramonium_,

ch'ella prendeva.... Dalla sala funerale, si passava in una stanza

da letto, interamente coperta di stoffa di seta bianca: il letto era

ornato d'argento opaco: la pendola sul caminetto, i candelabri e ogni

altro ornamento erano d'argento: una camera bianca, che parea il tempio

d'una vergine.

“Un negro in gran turbante che dormiva nell'anticamera (scrive Madame

d'Agoult nei _Souvenirs_) introducendosi in tutto quel candore faceva

un effetto assai melodrammatico.„

“Mai una donna (soggiunge la maligna rivale) seppe esercitare

l'arte dell'effetto, quanto la principessa Belgiojoso. Lo cercava,

lo trovava in tutto: oggi in un negro, e nella teologia; domani in

un arabo, ch'essa coricava nella sua vettura per fare strabiliare

i passeggiatori del Bosco di Boulogne; jeri nelle cospirazioni,

nell'esilio, nei gusci d'uovo delle frittate, ch'ella stessa cucinava

quando le piaceva di farsi credere rovinata. Pallida, magra, ossuta,

cogli occhi fiammeggianti, ella giuocava agli effetti di spettro o di

fantasma. Volentieri accreditava certe voci che correvano, le quali

per accrescere l'effetto, le mettevano in mano la coppa o il pugnale

dei tradimenti italiani alla corte dei Borgia....„ Così la rivale, che

volea gittare una nota stonata nel coro degl'inni.

Dalla stanza da letto della principessa, si entrava a un gabinetto di

lavoro dal finestrone gotico, attraverso ai cui vetri giallo-aranciati,

passava gaja la luce. Dalle pareti di cuojo di Cordova, pendevano

antichi quadri bizantini dai fondi dorati. I mobili eran neri, e su uno

scrittojo stavano aperti grossi volumi dei Padri della Chiesa, che la

principessa studiava assidua per scrivere un'opera sul dogma cattolico.

“Quando si andava a farle visita nella sua palazzina in via d'Anjou

(scrive ancora Madame d'Agoult) la si sorprendeva solitamente al suo

inginocchiatojo, in mezzo ad un _in-folio_ polveroso, con un teschio a'

suoi piedi. Un sant'uomo la lasciava in quel momento, il predicatore in

voga, l'abate Colombat o l'abate Cœur.„

Quale insieme romantico, quell'alloggio! E, ripetiamolo pure, qual

romantica figura la padrona di casa! Il romanticismo imperava con

Victor Hugo per duce, con Alfredo de Musset, col Delacroix, con

l'adorato Chopin, con tutto quel mondo d'artisti pieni di slancio,

bramosi di regnare sulle anime umane mercè la fantasia dalle ali di

fiamma, e colla passione, e col dolore che rivela l'uomo a sè stesso.

Il classicismo nelle sue fredde, olimpiche linee, apparteneva a un

cielo d'impossibili Dei: sulla terra, l'uomo agitavasi, sospirava,

spasimava desolato, e avea bisogno d'un'arte umana, che rispondesse

al suo soffrire, al suo gemito; un'arte e una letteratura che

esacerbassero pur anco le sue piaghe collo spettacolo dello strazio, ma

fossero vicine all'uomo, alla vita — non vicine agli Dei dell'Olimpo ed

al mito.

Sì, la principessa Belgiojoso era una figura altamente romantica

nell'aspetto, nelle vesti, nella casa, nei costumi, nel tenore della

vita avventurosa, nell'amore del fantastico, nell'amore dei liberi

sensi di patria, nella carità cristiana verso i bambini poveri,

verso i vecchi abbandonati, verso i lavoratori umili e sofferenti;

ma, quantunque ammalata di fibra, non s'immergeva nelle malinconie

proprie dei romantici: non avrebbe mai lagrimato, come altre signore

sentimentali, al lamento d'un usignuolo solitario in una notte di

plenilunio, ai sospiri d'un flauto lontano o d'un'arpa — gl'istrumenti

cari ai romantici — al bisbiglio d'un salice sopra un avello. Solo le

concrete creazioni della grand'arte la scuotevano: le sfumature della

sensibilità morbosa non erano avvertite da quella mente.

Nella palazzina di via d'Anjou, la principessa riceveva gli uomini

più illustri di Parigi, e molti esuli italiani e polacchi. Gli esuli

italiani!... Quante volte la principessa li soccorreva segretamente

colla borsa, li eccitava a sperare colla parola!

Anche a Parigi, il bel Pietro Aretino del ballo Batthiány a Milano,

qui descritto Pietro Svegliati, Attilio Regolo, la spia, insomma, tanto

cara al cuore del Torresani, era penetrata, immaginiamo perfettamente

con quali scopi magnanimi!... Viaggiava di continuo da Marsiglia a

Parigi, e viceversa. Nel 21 marzo del 1837, da Marsiglia dove il colera

mieteva ottanta vittime al giorno, Pietro Svegliati inviava al signor

_Eustachio Parma_ (leggi: _Torresani_), _fermo in posta, Milano_,

queste nuove maligne informazioni sulla principessa e sul principe:

“Un certo Didier, da me molto conosciuto l'anno scorso in Parigi,

intrigante e sparso (_sic_) anche nelle società frequentate da

emigranti agiati in Parigi, qui giunto da pochi giorni, mi ha detto

che la Principessa Belgiojoso si dava il tuono d'imitare le prime dame

di Francia, che fanno delle lotterie in sollievo dei poveri delle loro

parrocchie: ella si proponeva di fare una vendita di oggetti diversi

nel di lei Hôtel rue d'Anjou St.-Honoré a profitto dei poveri rifugiati

Italiani: mi ha anche detto che il Principe di lei marito era chiamato

il corifeo dei repubblicani più esaltati.„[49]

Emilio Belgiojoso un repubblicano?... Un principe repubblicano?... Otto

giorni più tardi, lo spione ripete la stessa canzonetta gioconda....

Quel _certo Didier_ era il ginevrino Carlo Didier, lo scrittore, che

fin dal 1833 avea pubblicato in due volumi _Rome souterraine_; liberale

e amico degl'italiani liberali. L'infelice finì suicida.

Bisogna ricordare che, nel frattempo (precisamente nel 1835),

l'imperatore Francesco I d'Austria moriva carico di anni, di mogli, ma

non di rimorsi, perchè s'illudeva d'essere stato sempre un padre, un

ottimo padre per la vasta famiglia italo-austriaca....

_Dies iræ!_ è morto Cecco,

Gli è venuto il tiro secco:

Ci levò l'incomodo.

Un ribelle mal di petto

Te lo messe al cataletto:

Sia laudato il medico!

salmodiava Giuseppe Giusti. E Francesco I, il firmatario dell'infame

trattato di Campoformio; il battuto di Marengo, di Austerlitz, di

Wagram; colui che per ottener pace col vincitore suo Napoleone aveagli

sacrificato la figlia Maria Luisa; colui che, non ostante il vincolo

di parentela, era entrato poi nella coalizione contro il prepotente

suo genero e contribuì a ricacciarlo nella polvere; colui che per

gli avvenimenti del 1814 potè riconquistare la più gran parte degli

Stati perduti; colui, infine, che si divertiva a seguir ogni giorno,

nella sua reggia di Vienna, su un orario, le penose, avvilenti

prescrizioni inflitte agli italiani sepolti nel lontano Spielberg;

Francesco I insomma, avea liberato alfine il mondo della sua ombra; e

gli era successo il figlio Ferdinando, povero, gracile, dall'enorme

testa vuota, ma che, per altro, conobbe il dovere della clemenza.

Incoronatosi nel Duomo di Milano colla Corona Ferrea di Napoleone

I, che avea proferite le superbe parole: _Dio me l'ha data, guai a

chi la tocca!_, Ferdinando concesse ampia amnistia ai rei politici.

La principessa Belgiojoso riebbe i proprii beni sequestrati: ed ecco

perchè ella, dopo la povertà, dopo le pitture sui bicchieri di vetro,

sfoggiava lussi raffinati e abbondava di nuovo in opere generose di

carità; il serto più puro della sua fronte.

La _belle patriote italienne_ — _fœmina sexu, ingenio vir_: così

la chiamavano nella metropoli ch'ella avea saputo conquistare. La

principessa lasciò in uno de' suoi libri pieni di pensieri, questo

pensiero: “Il n'y a en toutes choses, dit-on, que le premier pas

qui coûte; et lorsque le premier pas n'a rien coûté, les suivants se

succèdent à plus forte raison avec une incalculable rapidité.„ E nessun

passo costava alla principessa, che si sentiva padrona di sè, degli

altri, del mondo. Rapidamente ella camminò tra la folla parigina; e la

folla s'aprì per ammirarla.

Per la principessa Cristina Belgiojoso non era scritta la sentenza

del duca di La Rochefoucauld: “Le ridicule déshonore plus que le

deshonneur„. Che importava a lei del ridicolo?... Lo sfidava, lo

calpestava, gli passava sul corpo, impassibile, trionfale. Un monello

le gridò dietro per via: _Ah! celle là qui a oublié de se faire

interrer!_

Anche Bianca Milesi-Mojon, l'ispiratrice, l'amica della principessa,

avea nel frattempo fermata a Parigi la propria dimora. Le due amiche

aveano cospirato insieme nella Carboneria a Milano, nella _Giovine

Italia_ a Genova; ed eccole ora di nuovo insieme a Parigi. Ma Bianca

Milesi poco esultò in quel centro d'agitazione: il colera la spense....

Era nata nel 1792, a Milano, da quell'Elena Milesi-Viscontini assai

nota nel bel mondo, della quale ell'avea dipinto a olio un buon

ritratto. Seguendo la moda del tempo, Bianca Milesi avea aperto

anch'ella a Parigi un _salon_, dove Emilio Souvestre, romanziere

e moralista, giovane allora, torreggiava colla sua figura alta e

grossa. L'autore di _Riche et pauvre_ portava i capelli lunghi, che

gl'incorniciavano il volto dolcissimo e gli scendevano quasi fino alle

spalle. Pareva un titano scandinavo col sembiante di un collegiale

serafico. Chi lo incontrò nel salotto Milesi, diceva che il buon

Emilio aveva un solo difetto: di ascoltare sè stesso quando parlava.

Nel _salon_ della Milesi, riunivansi, specialmente, signori e signore

che si occupavano dell'educazione popolare, una delle passioni di

Bianca: era un _salon_ educativo. Fra tante pubblicazioni della

Milesi sull'educazione dei bambini, la principessa Belgiojoso ammirava

sopratutto un metodo nuovo e ingegnoso per insegnar loro facilmente

l'alfabeto. Chi lo conosce?...

Parole di conforto per la perdita dell'amica, non mancavano certo alla

principessa. Le sussurrava a lei, con grazia, una avvenente signorina,

una specie di figlia d'adozione, alta e diritta come un arcangelo,

bruna, superbo tipo di Trasteverina. Quella damigella, nominata anche

dal visconte de Beaumont-Vassy, si chiamava Eleuteria; apparteneva

a patrizia famiglia impoverita di Carpi; ed era parente del patriota

Celeste Menotti, che abbiamo incontrato. La Belgiojoso la teneva seco

e le portava affetto di madre. Perchè poi costringesse la sua protetta

a sposare un farmacista di Milano, certo Archinti, buon uomo, ma di

modi del tutto opposti a quelli della signorina squisitamente educata,

nessuno mai disse, nessuno sa. Forse madamigella Eleuteria poteva

ripetere con un grande lirico, col Prati:

....... Fatali

Passâr segreti fra 'l suo cuore e il mio.

Di scrutarli credean gli occhi mortali,

Ma furon noti solamente a Dio.

La sacrificata trabalzò dalla vita fastosa che conduceva presso la

principessa Belgiojoso a una vita grigia, meschina, irritante. Si

divise presto dall'uomo che non poteva amare; spezzò le catene; e

sparve in un abisso morale, che non le ridonò il sorriso, non le ridonò

la pace. È sempre così.

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 13 / 75 题