V.

Processi contro i Belgiojoso. — Cospiratrici belle.

Avventure di Felice Argenti. — Processo contro Emilio e Antonio

Belgiojoso. — L'imperatore d'Austria interviene. — Processo

contro la Principessa. — Ordini dell'imperatore a favore di lei. —

Processo contro Teresa Kramer-Berra. — Fulvia Verri. — Anna Tinelli

e Paride Zajotti. — Tornano in ballo le _giardiniere_! — Condanne

di morte. — Lettera della Principessa al marito. — Affetti. — Nuovo

esilio.

Appena il malvagio Raimondo Doria — l'_impune Doria_ — denunciò al

consesso di Paride Zajotti e compagni, che gli sembrava d'aver veduto

la principessa Belgiojoso insieme coll'Argenti sul piroscafo che

da Genova andava a Livorno, venne chiamato dalle carceri l'Argenti

perchè dinanzi ai giudici deponesse sul conto della cospiratrice. Il

Doria venne, per il momento, allontanato: e mai il nome del tristo

fu pronunciato dinanzi all'Argenti; mai dinanzi agli altri accusati e

traditi: e mai, forse, in tutta la sua vita, la principessa seppe del

tradimento infame di colui al quale fidente avea steso la mano d'amica

nelle vespertine riunioni misteriose dell'Acquasola a Genova.

Felice Argenti, baldo de' suoi ventinove anni, parea sfidare il

mondo; e l'avea mezzo girato.... Nativo di Viggiù, borgo del ridente

Varesotto, primeggiò ben presto fra i giovani ribelli all'Austria.

Si fe' carbonaro nella _Vendita_ di Milano, e, nel 1821, fuggì

in Piemonte. Combattè in Spagna, per la Costituzione, col grado

d'ufficiale; ma un esercito francese sotto gli ordini del duca

d'Angoulême sbaragliò lui e i suoi fratelli d'armi e d'ideali.

L'Argenti passò nel Messico, entrò in quella Carboneria, e contribuì

a buttar giù dal trono l'imperatore Iturbide, un avventuriero basco,

che s'era incoronato da sè, come Napoleone, facendosi chiamare

Agostino I: rifugiatosi poi in Italia e a Londra, S. M. Agostino I,

volendo riconquistar la corona, tornò nel Messico: ma, al suo arrivo,

fu arrestato e fucilato, come, più tardi, l'infelice Massimiliano

d'Austria. Stabilita nel Messico la repubblica, l'Argenti tornò ai

colli nativi e si gettò nella cospirazione della _Giovine Italia_.

A Varese, s'infiammò d'una terribil passione amorosa per una donna

comune, che a lui pareva una dea. Il marito della dea, per isviare

dalla propria testa il serto di Menelao, ricorse.... alle bajonette dei

gendarmi. L'autorità intimò allora all'Argenti di lasciare per sempre

Varese; ma l'Argenti non volle saperne; eluse la guardia dei gendarmi,

che vegliavano intorno al minacciato ostello, saltò da una finestra,

e, di notte, fuggì pei campi, pei clivi, ch'egli, grande cacciatore al

cospetto di Nembrod, conosceva benissimo. I gendarmi lo inseguirono;

egli spiccò un altro salto (quella volta da un muro) e si spezzò una

gamba; ma potè ancora sfuggire alle ricerche, trascinandosi in un campo

di grano, fra le cui alte spiche, nelle tenebre notturne, si nascose.

Come da caccia inutile e molesta

Tornano mesti ed anelanti i cani,

tornarono le guardie.... Spuntò l'alba. L'Argenti stette nascosto tutto

il giorno, spasimando, fra il grano. Alla sera, un erculeo contadino

scoperse il fuggiasco accoccolato; se lo caricò sulle spalle, e lo

trasportò oltre il confine, ad Artò, dove gli aggiustarono la gamba.

Grazie a Dio, l'Argenti potea correre ancora. E corse di nuovo il

mondo. “Per tre volte (egli diceva) ho dissipato le mie fortune; e

tre volte mi sono rialzato nell'agiatezza.„ Cercò, e trovò lavoro a

Trieste, a Genova, a Livorno.... preferendo sempre le città marittime,

per rifugiarsi, se inseguito, nelle navi inglesi o americane, che

godevano diritto d'asilo. Fu anche a Rio Janeiro, dove fece di tutto:

persino il tosacani. Scoppiata, nel luglio del 1830, la rivoluzione di

Parigi, vi volò come la farfalla alla fiamma, e con undici compagni,

ideò uno sbarco audace da Marsiglia in Italia per sollevarla tutta....

A capo della banda si pose un comasco, che poi si fece frate: Rocco

Lironi. I dodici apostoli di libertà sbarcarono a Pietrasanta in

Toscana; ma furono arrestati. L'Argenti, dal Governo toscano venne

consegnato all'austriaco; ed eccolo qui ora, nelle carceri di Milano, e

davanti a Paride Zajotti.

Bisogna sapere che l'Argenti si facea passare per console del Brasile a

Livorno; anzi, alcuni (come il Doria) lo ritenevan veramente per tale;

ma il Governo toscano mai volle riconoscerlo. L'Argenti supponeva che

il diniego provenisse per volere del Metternich; da qui, più acerbo

l'odio suo contro il Metternich; da qui la sua proposta di ucciderlo.

Ma non il Doria, come questi si vantava col Metternich e coi giudici

di Milano, non il Doria, bensì il marchese Passano s'era opposto

alla truce proposta dell'Argenti. Quell'assemblea di congiurati era

stata tenuta di notte, a bordo d'una nave americana, nel porto di

Genova. Come dovea sembrar strana quella riunione sulle acque, con

quei cospiratori, che parlavano a voce sommessa nella stiva!... E non

sospettavano un Giuda fra loro!...[25]

Interrogato da Paride Zajotti (il trentino inquisitore successo

al Salvotti, concittadino suo, innalzato nel frattempo a più alta

dignità), l'Argenti ammette d'aver veduto bensì la principessa

Belgiojoso sul piroscafo da Genova a Livorno; ma afferma di non

averla mai avvicinata a terra. La principessa, infatti, avea compiuto

qualche rapido viaggio con iscopo di propaganda patriotica, e per

stringere le file d'una decisiva azione comune fra i patrioti; ma

questi si mostravano troppo divisi da vedute politiche differenti e da

passioni....

Udito l'Argenti, Paride Zajotti lo fa ricondurre nel suo carcere e

chiama un altro giovane imprigionato a Porta Nuova: Giovanni Albinola,

pure nativo di Viggiù e possidente. L'Albinola dice l'Argenti suo

“seduttore„. Racconta, atterrito, che solo pei consigli dell'Argenti

si lasciò affigliare alla _Giovine Italia_ da Giuseppe Mazzini a

Genova. Racconta del proprio giuramento prestato alla setta, in casa

di Giuseppe Elia Benza; ma neppur egli depone una sillaba contro la

principessa Belgiojoso. Povero giovane, trascinato in un labirinto di

pericoli, pei quali non era nato, pei quali non avea la forza d'animo

di Cristina Belgiojoso.

Il processo contro Cristina Belgiojoso andò di pari passo con quello

contro suo marito e contro il cognato Antonio.

Fin dal maggio del 1831, la polizia di Milano dipingeva al tribunale

Emilio ed Antonio Belgiojoso “di principii liberali e in famigliarità

con persone note per la loro _esaltazione_; fra altre, con Luigi Meroni

e Timoleone Brambilla.„[26]

Su questo Luigi Meroni, di nobile famiglia, cadeva il sospetto d'alto

tradimento. Nell'università di Pavia, il Meroni s'era segnalato pe'

suoi impeti rivoluzionarii. L'_impune Doria_, nel suo ventunesimo

esame dell'ottobre 1832, depone d'averlo udito nominare a Genova qual

cospiratore. La polizia lo dipinge con nerissimi colori: “di cuore

depravato, fuori dell'ordinario ardito e facinoroso; incorreggibile

nei principii di vera avversione all'ordine legittimo.„ La polizia

lo accusava persino d'omicidio![27] Timoleone Brambilla era giovane

anch'esso, ricco, di bell'aspetto. A Milano, si radunavano insieme con

altri liberali nel _Caffè del Fumo_ sulla Corsia de' Servi (ora corso

Vittorio Emanuele); e il Torresani denunciava quel caffè al tribunale

perchè fosse chiuso per sempre.

Il Doria nulla depose contro Emilio Belgiojoso. Non l'avea mai veduto.

Infatti il principe, allontanatosi da Giuseppe Mazzini, era passato a

Parigi a cospirare con altri esuli colà e.... a divertirsi. Qualche

spia diceva d'averlo incontrato ai funerali del generale Lamarque

con una bandiera tricolore in pugno; ma i funerali del popolarissimo

generale napoleonico Massimiliano Lamarque, morto di colera a Parigi,

riuscirono così terribilmente affollati, così vorticosi e con disordini

sì gravi da durar ben fatica a ravvisare in quel pandemonio il

giovane vessillifero! Sta il fatto che altre spie deposero che Emilio

Belgiojoso non era più un cospiratore temibile! “E intanto il principe

Belgiojoso si diverte a Parigi!„ scriveva il Mazzini.[28]

D'un tratto, nel 24 luglio del 1833, il processo contro il principe

Belgiojoso viene sospeso.... Perchè mai?... Il Tribunale criminale di

Milano decide di sospenderlo aspettando da Roma alcuni atti ufficiali,

relativi a un ragioniere cremonese, certo Carlo Alberto Lancetti.

Dall'Argenti costui è sospettato come spia.... Sta, invece, il fatto

che il Lancetti, arrestato in Romagna quale “pericoloso emissario della

_Giovine Italia_„, ha dovuto ammettere davanti ai giudici pontificii le

proprie strette relazioni con Emilio Belgiojoso, soggiungendo che il

principe gli avea elargito denaro e altri soccorsi.[29] L'imperatore

d'Austria prende nota della sospensione del processo contro Emilio

Belgiojoso; e la procedura rimane in tronco per sempre. Così vuole

l'imperatore.

Sovrane, segrete influenze poterono sull'animo di Francesco I a

beneficio del principe?... Oppure il monarca volea favorire Emilio

Belgiojoso, perchè memore dei segnalati servigi resi dai maggiori del

giovane principe alla Casa d'Austria, specialmente dal valoroso conte

Lodovico Antonio Barbiano di Belgiojoso-Este, guerriero, ambasciatore,

vice-governatore dei Paesi Bassi austriaci?... O volea disarmare

l'inclito ribelle con un atto di clemenza?...

Si direbbe che agli occhi della polizia il conte Antonio Belgiojoso

apparisse più temibile del fratello Emilio. La polizia vedeva in lui

l'uomo che avea accompagnato di nascosto un amico, Alfonso Battaglia,

oltre il Po, perchè seguisse il generale Zucchi, divenuto capo dei

sovvertitori. L'11 dicembre del 1833, il Torresani scrive al Tribunale

criminale che Antonio Belgiojoso è sceso dalla Francia a Torino

“malato pei disagi del viaggio„. E a Torino il conte, per ordine di

quel tribunale, viene arrestato, non ostante le infelici condizioni di

salute. La madre, Amalia Canziani, appena apprende la trista notizia,

implora la polizia di lasciarla accorrere a Torino per abbracciare

il figliuolo ammalato; ma il Torresani le nega il passaporto. Nelle

carceri di Torino, il conte Antonio Belgiojoso può, per altro, vedere

un fratello, Luigi, dal quale riceve conforti; cosa che al Torresani dà

ombra....

Il Torresani rivelava intanto al Tribunal criminale che alte protezioni

favorivan _tutti_ i ribelli Belgiojoso:

“Non ignoro che il conte Antonio si loda del liberale trattamento

che riceve dal regio Governo sardo, che gli accorda anche colloquii

col fratello Luigi ed il permesso di scrivere. Io scrissi già perchè

queste pericolose facilitazioni siano troncate; ma non so se si potrà

ottenere l'intento, _troppo estese, e di riguardo, essendo le relazioni

di questa cospicua famiglia_. Pendono ora i riscontri diplomatici sulla

consegna dell'arrestato; ed a questo riguardo la proposizione che a

maggior garanzia sia permesso al nostro Governo d'inviare apposito

impiegato sino a Torino per ricevere il prigioniero.„[30]

Ma il conte Antonio ottenne, invece, un passaporto; e l'imperatore

d'Austria intervenne anche questa volta. “Con veneratissima sovrana

risoluzione„ (come scrive don Antonio Masetti, presidente del

tribunale, al Torresani) l'imperatore Francesco manifestò speciale

benevolenza verso il conte accusato d'alto tradimento.

Che dovea fare il Tribunal criminale, con tutto il suo don Antonio

Masetti, davanti a un'imperiale clemenza così spiegata?... Chinar la

testa e registrare, come registrò, ne' suoi protocolli: “Il processo

non ebbe maggior sviluppo, non essendosi trovata materia d'ulteriore

investigazione.„

Contro la principessa Belgiojoso il processo assumeva maggior

consistenza, in seguito alle denuncie del Doria e d'altri spioni. I

capi d'accusa erano più gravi. Oltre il resto, le spie riferivano

che la principessa aveva incaricato un segretario ed amico, certo

Bolognini, di elargire a nome di lei soccorsi ai rifugiati italiani man

mano che arrivavano in terra d'esilio. Una somma di diecimila lire con

questo scopo ella aveva consegnato anche ad un Pironti (non l'eroico,

illibato Michele); e quindi se l'era allegramente appropriate, come

abbiamo visto.

Si accusava la principessa di avere a' proprii ordini un emissario

ferventissimo, uno studente piemontese, certo Fasanini, esule del 1821,

che, per vivere, faceva il commesso viaggiatore di sete a Lione e il

commesso viaggiatore.... d'opuscoli incendiarii. Il banchiere Giuseppe

Marietti di Milano, chiamato davanti al tribunale, giurò di essere

stato in corrispondenza colla Belgiojoso, dopo la sua fuga da Milano,

per due cambiali, l'una di 15000 franchi, l'altra di 20000, tutt'e

due all'_ordine_ del Fasanini; particolare questo che, nella mente dei

giudici, confermava quanto su quel giovane emissario della principessa

era stato loro segretamente riferito. Antonio Vismara, già procuratore

della Belgiojoso, dichiarò davanti al Tribunale che le spedizioni di

denaro fattele all'estero ammontavano a sessantamila lire, oltre le

cambiali pagate in Milano ed oltre centoventimila lire pagate per una

casa che la principessa aveva comperata in Ginevra.

Nel processo sfilano (cinti d'orrore) i nomi delle dame colle quali la

Belgiojoso s'era legata, più o meno, in amicizia perchè a lei sorelle

negli ideali di patria o, come la polizia le chiamava, “sospette

in linea politica — infette di liberalismo — furenti settarie„....

a scelta! Erano la principessa Pietrasanta-Verri, la contessa

Martini-Giovio, Teresa Kramer nata Berra, la Berra madre della Kramer,

la contessa Ghirlanda, la contessa Cigalini-Dal Verme, Maddalena

Bignami-Marliani, la pittrice Ernesta Bisi e altre stelle e pianeti del

firmamento femminile. Nel loro _boudoir_ (il pensatojo delle signore),

nei loro tranquilli ritrovi, nelle loro feste, esse alimentavano con

piacere la passione delle idee sull'indipendenza d'Italia; e un nuovo

elemento, un nuovo raggio di vita entrava nella loro vita. La storia di

tanti secoli c'insegna che la donna primeggia nei tempi di decadimenti

sociali: la storia dell'indipendenza italiana ci mostra (eccezione

fulgente.) che la donna primeggia nell'epoca della risurrezione.

La questione dell'indipendenza affascinava le donne migliori d'Italia,

ch'eran poche, in principio, ma valevano per molte coi loro entusiasmi

collettivi, colla loro comunione intellettuale, colla loro bellezza.

Poichè anche la bellezza fu arma contro i despoti; fu sprone ai cimenti

per la libertà. Nella liberazione d'Italia, la bellezza della donna e

i baci d'amore entrarono per qualche cosa!... Alta inspiratrice è la

bellezza: onde il Leopardi, per le nozze della sorella Paolina (ch'era

brutta, poveretta!) cantava:

Ad atti egregi è sprone

Amor, chi ben l'estima; e d'alto affetto

Maestra è la beltà.

Fra le belle patriote lombarde, quattro principalmente emergevano:

la Kramer-Berra, la principessa Pietrasanta, Margherita Ruga e Anna

Tinelli.

Teresa Kramer-Berra era figlia di quella Carolina Berra nata Frapolli

che, nel '21, accoglieva nella propria casa i Carbonari. La figlia

accoglieva, invece, i cospiratori della _Giovine Italia_. Nel '32,

ella riceveva l'avvocato Imperatori, Paolo Origo, Francesco Venini

e tanti altri che la polizia definiva per “liberali — esaltati —

fuorviati„ (anche questa volta, a scelta), occupandosene in un lungo,

interminabile carteggio. Ah, quanto scriveva la polizia! Quanto inutile

inchiostro![31]

Vi andava anche il nobile Emanuele d'Adda, rapito di quel volto e di

quelle grazie. La Kramer-Berra proferiva accenti che incantavano; ma

non potè dirne uno che guarisse il cuore di quell'innamorato ch'ebbe

triste la fine, poichè si dice tuttora che morisse per la donna

adorata.

Insieme col processo della Belgiojoso, il Tribunale ordì processo alla

Kramer-Berra. Il 6 dicembre del 1832, ella dovette comparire davanti

al Tribunale per iscolparsi. Durante una perquisizione in casa, le era

stato sequestrato un biglietto, che, all'udienza, ella riconobbe per

suo. Il biglietto, secondo il parere della polizia e del tribunale,

si riferiva all'incarico che un ricco, animoso patriota, il marchese

Rosales, le avea affidato: di far passare un soccorso a un prigioniero

politico incarcerato nella Casa di correzione a Porta Nuova. La Kramer

non ebbe condanna; ma da quel momento più stretto si fece intorno a lei

il cerchio odioso della vigilanza poliziesca.

Nel 1836, il colera desolava Milano; e Carlo Kramer (ch'era svizzero)

domandò alla polizia un passaporto per recarsi colla moglie Teresa

nella terra nativa; ma la polizia gli rispose che a lui sì, ma non alla

moglie, concedeva il passaporto. Il Torresani giustificava il diniego

al governatore conte Hartig con una nota che diceva tutta la verità

sulla Kramer:

“È già noto all'Eccellenza Vostra quali principii liberali e quale

decisa avversione al Governo austriaco professi la Kramer; com'essa

abbia sempre cercato di sedurre la gioventù ad odiare il proprio

Governo, ed a fuggire di qui quando infruttuosi rimasero i tentativi

d'innovazioni politiche, e come si trovi in istrette relazioni coi

liberali, specialmente del Canton Ticino, e con alcuni rifugiati in

Svizzera.„[32]

Teresa Kramer-Berra per la causa dell'indipendenza nazionale

profuse ricchezze. Dopo il '48, andò a Parigi e vi tenne salotto, al

quale accorrevano gli emigrati di tutt'i colori. E tutti fumavano

disperatamente, intorno a lei, sigari e pipe; onde la dea del loco

rimaneva mezzo asfissiata fra le dense nuvole di quell'incenso

democratico. La Kramer-Berra si serbò, sino all'ultimo suo giorno,

democratica nei sentimenti; mazziniana. Il Mazzini la chiamava

“sorella„. Era benefica coi poveri; d'una beneficenza delicata e

silenziosa, profumo del suo cuore gentile.

La ridente musa meneghina di Carlo Porta plaudì alle nozze di donna

Fulvia Verri o donna Fulvietta (come la chiamavano) col principe Carlo

Pietrasanta. Come mai il principe non doveva amare quella signorina?

domanda il Porta:

E come nol doveva vorregh ben

A ona donnin che balla e sonna e canta,

E parla on lenguagg dolz che tocca e incanta,

E che l'è bella com'el ciel seren?

Figlia dell'economista e storico Pietro Verri e della contessa

Melzi d'Eril, Fulvia splendeva per la bellezza, per la grazia,

per lo spirito. Rimasta vedova di quel principe meridionale Carlo

Pietrasanta Reitano, sposò in seconde nozze Giuseppe Jacopetti,

valoroso capo-battaglione di Napoleone I, che in battaglia avea avuto

infranto un cubito e una coscia trafitta da un colpo di lancia. La

Verri, che godeva la stima di un Alessandro Manzoni, di un Giandomenico

Romagnosi e di altri sommi, era intima amica di Bianca Milesi, e

amica, ma non intima, della Belgiojoso, la quale cooperò con lei,

con Antonio Re, con Ferrante Aporti e coll'indefesso poligrafo

Defendente Sacchi, nella fondazione degli asili d'infanzia a Milano.

I Faraoni osteggiavano quella pietosa istituzione degli asili de'

bimbi poveri; la osteggiavano per le opinioni politiche delle persone

che vi profondevano tempo, sentimento, denari. Defendente Sacchi non

tardò, infatti, a destare sospetti; anch'egli emergeva fra i giovani

lombardi nel seguire gl'ideali della _Giovine Italia_. Ferrante

Aporti non contava, invece, fra i cospiratori pericolosi; pio e dotto

sacerdote di San Martino dell'Argine nel territorio di Mantova, fu il

primo, veramente, che pensasse a quegli asili; e nella Verri e nella

Belgiojoso trovò due pronte, possenti cooperatrici, due fate del bene.

Fulvia Jacopetti-Verri non teneva salotto come la Kramer-Berra; non

scriveva come la Milesi; ma più della Milesi riscuoteva ammirazioni

pel suo conversare ammaliante. Nella sua casa, tenuta d'occhio dalla

polizia austriaca, riuscì a penetrare una spia: un belga, impiegato

governativo. Ma un altro frequentatore, un mantovano, che i conjugi

Jacopetti trattavano lealmente da amico e ritenevano incapace d'ogni

bassezza, si dava, più del belga, allo spionaggio prezzolato in

quell'aurea famiglia frequentata da uomini d'idee moderne. Ah! con qual

premura quel disgraziato riferiva al Torresani i dialoghi d'intonazione

sovversiva, che udiva in quella casa ospitale di via Monforte! Uno

dei dialoghi meriterebbe d'essere riprodotto, perchè presenta al vivo

l'interno di quella patriottica famiglia.[33]

Margherita Ruga vinceva tutte le dame lombarde per la sfolgorante

beltà. Brillava in un gruppo patriottico e brioso, che deliziava

le sere in casa Tealdo. Un amenissimo liberale, il conte Toffetti,

dall'incorreggibile dialetto veneziano e dalle inesauribili celie

saporite, ammirava estatico il raggio di quella stella, contemplata da

molti astronomi rapiti. Anche Emilio Belgiojoso entrò fra gli adoratori

del fuoco: e appunto quelle adorazioni per la pallida, bruna Ruga

segnarono la prima origine del disaccordo conjugale fra il principe

Emilio e la principessa Cristina.

Un inno meriterebbe Anna Tinelli, fortissima nell'anima, soavissima nei

modi. La sua parola versava dolcezze nelle anime addolorate d'amiche

e d'amici; incuorava il marito Luigi che, profugo nel 1821 e poscia

rimpatriato, s'era unito ai cospiratori del _Caffè del Fumo_ e li

accoglieva in casa, auspice quella donna intemerata e sorridente.

Il marito fu arrestato e condannato alla morte, quindi graziato

coll'esilio in America, donde tornò, parecchi anni dopo, con un'altra

moglie al fianco, presentandola all'angelica Anna, che l'accolse

con bontà infinita; e annunciandole.... che alla bambina avuta dalle

seconde nozze aveva imposto, in omaggio a lei, il nome di Anna!

Mentre quel Luigi subiva il processo, Paride Zajotti chiamò dinanzi

a sè Anna Tinelli per istrapparle qualche nuovo capo d'accusa contro

il marito, contro i _cugini_ (così si chiamavano gli affigliati

della _Giovine Italia_); ma a nulla valsero le raffinate arti

sue d'inquisitore. Una delle arti dello Zajotti era interrompere

d'improvviso l'interrogatorio, occupare la mente degl'interrogati in

cose del tutto diverse da quelle per le quali eran chiamati dinanzi

a lui, e ripigliar poi bruscamente l'interrogatorio interrotto, per

vedere se la vittima cadeva in contraddizioni, confusioni: se si

tradiva, in una parola. Mentre interroga Anna Tinelli, Paride Zajotti

fa entrare con un segreto richiamo un usciere, che ha tanto di lettera

in mano. L'inquisitore tronca di botto l'interrogatorio, piglia la

lettera, e si mette a leggerla:

— Scusi, sa, signora; una lettera urgente.... To' to' to'! è una

lettera di donna, che mi scrive: _Caro Adone!_... Ma pare a lei ch'io

sia _Adone_?...

E Anna Tinelli col suo garbo:

— Non mi pare che sia _Adone_,... e nemmeno _Paride!_

Infatti, Paride Zajotti era brutto. Egli scoppiò in una risata; depose

la lettera, e riattaccò l'interrogatorio dove l'aveva lasciato poco

prima.

Anna Tinelli (figlia d'un Zannini, benestante, e della baronessa

Battaglia) visse fino il 16 agosto del 1888, nella sua Milano dov'era

nata ottantatrè anni prima. Sapeva miniare, sullo stile degli

alluminatori del Medio Evo, pergamene preziose. La chiesa di San

Francesco di Paola a Milano conserva un messale miniato da lei: è tutto

un sorriso di tinte delicate: pare il sorriso di quell'anima.

Nel 24 luglio 1833, il Tribunale criminale di Milano dichiarava

“indiziata d'alto tradimento„ la principessa Belgiojoso, decretando

contro di lei l'inquisizione e l'arresto. Ma sappiamo come la

principessa pigliasse il volo.... Tuttavia, anche questa volta,

scese dalla reggia l'ordine di sospensione.... Prima di tutto,

il vecchio imperatore Francesco (l'uomo dalle quattro mogli) non

voleva che s'infierisse contro le donne, specie se appartenenti

al ceto aristocratico; memore che negli esecrandi processi del

'21, gl'inquisitori di Milano avevano infierito contro Camilla Fè,

mettendole ai fianchi, giorno e notte, due gendarmi, e contro Matilde

Dembowsky che pur aspramente venne molestata dalla polizia e dalla

commissione inquirente presieduta dal Salvotti. D'altra parte, Sua

Maestà continuava a comprovare coll'opera quanto il Torresani scrivea

al Masetti sulle alte relazioni, che coprivano con ali protettrici la

principesca famiglia Belgiojoso. L'imperatore volle (secondo il suo

costume) esaminare attentamente gli atti giudiziarii contro Cristina

Belgiojoso, e, con decreto del 31 gennajo 1834, ordinò che prima

venissero “meglio rilevati gl'indizii, investigando in specialità

se esistevano realmente società segrete fra donne sotto il nome di

_giardiniere_.„[34] Il vecchio imperatore d'Austria avea l'aria di dare

una lezione di correttezza ai signori giudici di Milano, accusandoli

di leggerezza e di precipitazione; e mostrava di non credere a quella

canaglia del Doria. In realtà, l'ordine dell'imperatore Francesco I

era un'abile scappatoja per favorire la principessa.... Sua Maestà

aveva aspettato sei mesi prima di pronunciarsi; e prendeva dell'altro

tempo! Sua Maestà ordinava nuove investigazioni sulle _giardiniere_,

e fingeva d'ignorare che la società delle _giardiniere_ era apparsa

fin dai processi dei Carbonari del '21; perchè la contessa Teresa

Confalonieri-Casati, la baronessa Matilde Dembowsky, Bianca Milesi,

Carolina Berra, Camilla Fè nata Besana (madre di quella Carmelita che

fu poi moglie di Luciano Manara), la contessa Maria Frecavalli, Teresa

Agazzini, la contessa Giuliana Caffarelli, moglie dell'ex ministro

della guerra sotto il “bell'italo regno„, donna Giovanna, moglie

a Carlo Venini, la torbida Traversi.... eran tutte _giardiniere_,

formanti _giardini_ bellissimi, nei quali coltivavano con appassionato

amore qualche pianticella venefica da propinare a Sua Maestà.

Immaginarsi con quali faccie, alla comparsa dell'editto imperiale,

si saranno guardati fra loro i soavi Torresani, Mazetti, Zajotti,

Rosmini, Salvotti e Menghin, tutti quei trentini indegni della loro

nobile terra, scesi in Lombardia per sostenere la trista parte di

strangolatori dell'idea italiana! “Ossequiente„, per altro, alle

“venerate risoluzioni„ dell'imperatore, il Tribunale criminale

mosse nuove indagini sulle _giardiniere_; e trovò un detenuto, certo

Spagnoli, che depose formalmente sulle _giardiniere_ e sui _giardini_;

onde nuovi atti d'ufficio si vergarono sulle belle cospiratrici e sulle

brutte; ma il processo contro la Belgiojoso rimase interrotto e sepolto

per sempre. Si pensi che i delitti d'“alto tradimento„ dei quali ella

era accusata avrebbero (secondo le leggi) fatto pronunciare contro di

lei la pena di morte col capestro....

I processi dell'Argenti e dell'Albinola furono, invece, condotti

severamente sino alla fine. L'Albinola venne condannato alla forca;

ma l'imperatore, apprezzando le informazioni date dal misero sulla

_Giovine Italia_ (fra quali terrori mai e promesse?), gli commutò per

grazia la pena di morte con otto anni di catene sullo Spielberg.[35]

Anche all'Argenti fu inflitta simile condanna. Entrambi vennero

inviati poscia in esilio a Nova York sull'_Ussero_, nave guardata da

gendarmi coi fucili, e cinta di cannoni carichi a palla. Attraversarono

l'oceano, insieme col Foresti, col Castillia, col Borsieri, avanzi dei

processi del 1821 e dello Spielberg: esulavan pure con loro l'avvocato

Bargnani di Brescia e il cremonese Benzoni, che s'era battuto nella

funebre spedizione di Savoja, al seguito del Mazzini.

Ahimè, ogni giorno più, scemavano i denari nella borsa di Cristina

Belgiojoso! Ella non possedeva neppure più i giojelli, chè li aveva

venduti per la spedizione del 1831 Emilio Belgiojoso, suo ex marito,

ma sempre buon amico suo, lo seppe e le propose di procurarle nuovi

giojelli per quarantamila lire. Ella nobilmente rifiutò, e scrisse al

principe parole che onorano entrambi:

“Ho riflettuto alla proposta che tu mi fai delle gioje, e sebbene

essa potrebbe convenirmi, sono per ora troppo alle strette per potermi

accordare degli oggetti di lusso, come sarebbero le gioje. Forse è vero

che, un giorno, mi potrò procurare dei diamanti; ma nol farò certamente

sino a che non avrò messo ordine a' tuoi affari. Le 40 000 lire

che spenderei nella compera delle gioje le avrai ugualmente da Finzi,

ed io amo meglio impiegarle nel pagamento di qualche altro debito.

Ricuso liberamente la tua proposizione, perchè l'accettarla non ti

sarebbe d'utilità alcuna. Te ne ringrazio perchè il vantaggio sarebbe

mio....„[36]

Questa lettera prova che un buon accordo tornava, almeno un momento,

fra i due conjugi separati; ma, a comprovarlo ancor più, valga

l'ultima parte della stessa lettera: è un tratto di sentimento sereno e

affettuoso verso il principe, che si preoccupava anche della salute di

Cristina. La principessa gli scrive:

“Ti ringrazio dell'interesse che prendi alla mia salute. Essa è

discreta. È forse vero che il benessere fisico possa sovente tener

luogo del benessere morale: io li ho provati ambidue nello stesso

tempo; però nello stesso tempo sono ambidue scomparsi; onde non

posso giudicare quale dei due possa meglio consolare della mancanza

dell'altro. — Addio, Emilio: vivi felice, e ricòrdati che il mio

maggior conforto consiste nel rendermi a te utile. — La tua

“aff.ma Cristina.„

Gli uomini forse, non la donna può esistere per sè sola. La stessa

gloria non le basta; l'orgoglio non la sorregge; e ciò per la natura

sua e per le condizioni che l'uomo, spesso ingiustamente, le ha fatte.

Così Cristina Belgiojoso non s'appagava del turbine delle cospirazioni;

e, sotto il gelo apparente, e nel suo stesso orgoglio di dominatrice,

sentiva bisogno d'affetti gentili. Ella nutriva, è vero, infaticabile

un'idea grande, l'idea d'un'Italia grande; e ciò la sosteneva nei

trambusti e nelle amarezze ch'ella, con arte infinita, nascondeva

avviluppandosi in una specie di silenzioso mistero; e quel silenzio,

quel mistero accrescevano il suo incanto; ma dal fondo inviolato

dell'anima inflessibile, erompeva quasi una preghiera per un vero

affetto, signoreggiante sugli effimeri capricci; e alcuni passi di sue

lettere famigliari ne fanno sicura testimonianza. Fu accusata, persino,

di aderire nel 1832 al regime austriaco; si scambiarono e le furberie

da lei spiegate per ottenere la restituzione dei beni confiscati, e

il libero ritorno in Lombardia, per atti di voltafaccia. Il governo

austriaco credette, per un momento, al sincero “pentimento di lei„,

di lei che, per farlo credere, aveva sollecitato gli alti papaveri

dell'impero, non escluso lo stesso Metternich; ma a Vienna seppero

leggere ben presto fra le righe delle “suppliche„ dell'“astutissima„,

come fu chiamata in un rapporto. Il Metternich scriveva allo

Seldnitzky, presidente dell'Alta Polizia a Vienna:

Il perseverante fanatismo, di cui la principessa Belgiojoso si

mostrò sino ad ora pervasa in pro della causa rivoluzionaria,

dovette renderle ben duro il passo da lei fatto. Non pentimento

delle sue colpe, nè migliori convinzioni possono averla indotta a

questo atto.

E il Metternich conchiude:

Poichè evidentemente il suo scopo è diretto a far levare

il sequestro de' suoi beni, non tanto per ciò che riguarda

l'amministrazione, quanto almeno per la rendita annua degli

stessi, sarebbe saggia cosa di permettere alla principessa

Belgiojoso di disporre liberamente de' suoi averi solo dopo il

suo ritorno (in Lombardia); di limitare intanto il suo soggiorno

all'estero a quanto richiede la sua salute e di concederle

per la durata della sua ulteriore assenza solo gli alimenti

necessari.[37]

Intanto la Belgiojoso restava a Parigi, dove fondava il suo regno.

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 12 / 75 题