III.

La Principessa e la “Giovine Italia„.

Il Metternich minaccia il Governo del Canton Ticino. — I profughi

della Svizzera: un suicida. — Torna in scena la spia. — L'Austria

confisca i beni alla Principessa e la condanna alla morte civile.

— Tentato arresto della Principessa. — Giuseppe Mazzini e la

sua _Giovine Italia_. — La Principessa ajuta la Iª spedizione di

Savoja.

Il gran cancelliere d'Austria, principe di Metternich, s'irrita,

ora, ancor più contro la Repubblica Elvetica per la facilità ond'essa

continua ad accogliere i liberali, sfuggiti alla vigilanza dell'impero.

Dopo d'aver rimproverato il mite Hartig di non aver vigilato abbastanza

sui sudditi emigranti, il principe sfucina minaccie contro la Svizzera;

e all'uopo, si serve della mano dello stesso Hartig!

Proprio nel mese d'ottobre del 1830, nel quale il Governo del Canton

Ticino rilascia decreto di cittadinanza svizzera alla principessa

Belgiojoso, l'Hartig manda al presidente di quel Governo un inviato

speciale, certo dottor Fermo Terzi, con una lettera minacciosa. È

una lettera storica, che dimostra una volta di più come il re sardo

e l'Austria procedessero di comune accordo contro i liberali. La

lettera del conte Hartig al _signor landamanno_ (presidente) “del

lodevole Governo del Canton Ticino„, intima “l'estradizione di tutti

quei rifugiati sudditi Lombardo-Veneti, che si sono resi _complici

del delitto d'alto tradimento_, e l'immediato allontanamento degli

altri individui pericolosi alla tranquillità delle limitrofe Provincie

austriache e sarde.„

La lettera continua altiera, e minaccia così:

“La pronta esecuzione di questa misura per parte delle autorità

soggette al lodevole Governo del Canton Ticino è riputata tanto urgente

e tanto indispensabile dal Governo di Sua Maestà imperiale e reale,

che mi troverei, — nel non sperabile caso di non vedere data retta a

questo reclamo — obbligato a dichiararle, signor _landamanno_, siccome

faccio colla presente, che il Governo di S. M. I. R. adoprerebbe

tutt'i mezzi sanzionati dal diritto delle genti per costringere codesto

lodevole Governo ad adempiere i trattati veglianti: verrebbero quindi

immantinente a cessare le comunicazioni col Governo e cogli abitanti

del Canton Ticino, ed inoltre adoperate _tutte quelle altre misure_

giudicate necessarie, onde preservare i sudditi di S. M. l'augusto

mio Sovrano, da qualunque siasi contatto con quelli di un Cantone, le

autorità del quale dimostrerebbero _col loro contegno, affatto ostile_,

di non voler più conservare relazioni amichevoli cogli Stati di Sua

Maestà imperiale, reale, apostolica.„[12]

Quasi una dichiarazione di guerra!

A questi fulmini, il _lodevole_ Governo del Canton Ticino dovrebbe

atterrirsi.... Non si atterrisce. Risponde che quanto l'Austria e il

Piemonte domandano è ben giusto; si nominerà una Commissione.... Ma la

Commissione ticinese fa come il Turco: tira placidamente a lungo le

decisioni sue; e mentre, in accordo col Governo centrale, elude, pel

momento, le aspettative dei governi che minacciano di cancellare la

Svizzera dalla carta d'Europa, protegge i profughi lombardi, i profughi

piemontesi, i profughi degli altri Stati italiani, una prima nota dei

quali, in una mattina, comparisce sullo scrittojo del conte Hartig. Fra

quei nomi, spicca primo il principe Emilio Belgiojoso. Vi si leggono

pure i nomi di due banchieri milanesi: Giacomo e Filippo Ciani, dalla

polizia austriaca indicati quali eccitatori del nefando eccidio del

ministro delle finanze Prina sulle vie di Milano nel 1814.... E v'è il

nome di Filippo Guenzati di Gallarate, legatosi in amicizia patriottica

e fida con Emilio Belgiojoso. Vi è quello di Carlo Bellerio, milanese,

coltissimo e imperterrito uomo, dagli sguardi trafiggenti, pronto a

ogni disperata purchè patriottica impresa, fratello della ammaliante

Giuditta Sìdoli, che ama riamata Giuseppe Mazzini e lo ajuta, nei

primordii, a diffondere la _Giovine Italia_. Il Bellerio è amico

della principessa Belgiojoso; ed è amico del Mazzini, al quale rimane

tenacemente fedele fino alla tarda vecchiaja, fino alla morte.

Tra i fuorusciti italiani, che risiedono parte a Bellinzona, parte

a Lugano, si nota un polacco, suddito prussiano, odiatore del regime

assoluto della Sprea: il conte Onofrio Redoinski. Una notte, l'infelice

si precipita da una finestra della povera casa dove dimora, e rimane

morto sul colpo. Nei libri neri della polizia lombarda, è indicato come

“esagerato e attivo liberale, che faceva frequenti viaggi in Francia

per la corrispondenza fra i membri del suo partito.„ Chi oggi più lo

ricorda?... Quante vittime oscure travolte nelle rivoluzioni! quanti

dimenticati!

Nel frattempo, la principessa Belgiojoso, non ostante la miseranda

salute, si diverte a Lugano. Ella comprende che, in momenti sacri

alla patria, tutto alla patria deve concedere; comprende che la donna

superiore deve far di meglio nel mondo che lasciarsi corteggiare e

adorare.... ma non ostante ella sia, e senta di essere, l'apparizione

romantica più grandiosa che l'alta società femminile abbia dato

all'Italia nella prima metà del secolo XIX, non per questo ella si

abbandona alle lacrimose malinconie d'altre sorelle romantiche: i

salici piangenti non sono piantati per la principessa Belgiojoso.

È saporita la lettera segreta, che una spia austriaca (non _Pietro

Aretino_ del famoso ballo in casa Batthyány) scrive in data

dell'ottobre di quello stesso anno, col grazioso nome di _Pietro

Dolce_, al governatore Hartig sulla vita gioconda della principessa. È

tutta da godere. Ma, prima di citarla, dobbiamo segnalar la riparazione

che la Svizzera a quel tempo nobilmente volea compiere. Dalla Svizzera,

piombarono un giorno sull'Italia valanghe ruinose di soldati venduti

al miglior pagatore e pronti al saccheggio, alla strage vandalica;

e allora, all'alba dell'indipendenza italiana, la Svizzera cercava

di cancellare quell'onta, accogliendo i perseguitati, i sognatori

d'un'Italia libera.

Ecco ora la lettera sulla principessa. Reca la data del 21 ottobre 1830:

“Le tante sciocchezze, che sempre ha fatto e seguita a fare la moglie

del Principe Belgiojoso all'estero ne' suoi viaggi, meriterebbero ora

un qualche riflesso. Oltre al sano principio d'ogni Governo per non

lasciare che i ricchi gettino i lor denari in paesi stranieri, giova

pur osservare che essa, da pochi giorni venuta a Lugano, diede una

splendida festa di ballo molto allegra, invitando ogni ceto di persone

e fra queste pur di quelle che sono colpite d'esilio dalle contrade

svizzere in forza delle rappresentanze dei potentati d'Europa, che

hanno reclamato una misura generale, perchè l'Elvezia cessi d'ora

innanzi d'essere impunemente l'asilo di tanti fuorusciti.

“La principessa Belgiojoso è una pazzarella, che starebbe meglio a casa

sua in Milano, che in giro sempre all'estero per farsi deridere, per

compromettersi forse, e compromettere gli altri.„

Se la principessa avesse potuto leggere questa lettera che solo oggi,

dopo tanti anni d'ombra, esce alla luce, come avrebbe riso! Ma ella

rideva lo stesso, allora, immaginando ogni sorta di scappatoje e di

burle per infrangere tutte le trame che il governatore austriaco di

Lombardia tentava contro di lei allo scopo di farla ritornare a Milano,

temendo in lei una cospiratrice, pericolosa per lo splendido nome,

pel ricchissimo censo, per l'energia della volontà, per la facile

fascinazione di lei sul sesso forte.... ch'è debole.

Un bel giorno, il conte Hartig le procura una visita: le manda

il bravo suddetto Fermo Terzi in persona, per convincerla ch'ella

si trova all'estero senza il passaporto voluto dalle leggi —, che

perciò il suo soggiorno nella Svizzera è illegale e deve tornarsene

sull'istante a Milano. Ma la principessa spiega sotto gli occhi del

Terzi un passaporto “senza limite di tempo„ che ha potuto ottenere

dall'Ambasciata austriaca a Firenze: gli fa notare, anche, che il

rappresentante d'Austria a Berna lo ha fregiato della sua rispettabile

firma, aggiungendovi “_buono per la Francia_„. E poi non è ella

“cittadina elvetica„?...

Il bravo dottor Fermo Terzi è mortificato, a quanto pare, del fiasco;

un fiasco leggermente impagliato dai modi graziosi della bella

milanese.... E avverte il governatore del Regno Lombardo-Veneto

che sarebbe imprudente tentare l'espulsione della Belgiojoso dalla

Svizzera, anche per la grande popolarità che la principessa ormai gode

sotto il cielo ticinese:

“.... D'altra parte, la principessa non solo gode la protezione dei

liberali dominanti, il cui partito comprime la volontà e l'autorità dei

provvisorii governanti; ma è anche veduta di molto buon occhio dagli

abitanti, in generale, di Lugano, per qualche sua beneficenza verso i

poveri, per la bonomia e la popolarità del suo tratto, e per una festa

di ballo, data non senza splendidezza....„[13]

Il governatore conte Hartig non sa darsene pace. Scrive al barone

Binder, rappresentante dell'Austria a Berna, per pregarlo di fargli

conoscere i motivi che lo hanno spinto a rilasciare alla pericolosa

principessa quel visto sul passaporto della legazione d'Austria a

Firenze, aggiungendovi la magica aggiunta: _buono per la Francia_.

Il povero barone dev'essersi trovato nell'imbroglio anche lui....

E, intanto, la principessa lascia Lugano per Genova.... Nuove

inquietudini, allora, dell'Hartig. Il Governatore scrive subito al

conte Seufft, rappresentante l'imperatore d'Austria a Torino, perchè

la principessa, lasciando Genova dove s'è rifugiata, non possa

rendersi che in Lombardia, e le si sequestri il famoso passaporto

per la Francia, del quale è munita. I poliziotti di Genova vanno

per arrestarla in casa. Ma ella, per una porta segreta, fugge, e

miracolosamente si salva a Marsiglia, con un solo sacco di robe,

seguita da una sola cameriera, certa Maria Longoni, giovane milanese,

che ben presto infastidita d'una vita di fughe, d'affanni, di paure,

torna a Milano, e, chiamata in fretta dalla polizia _ad audiendum

verbum_, le racconta del misero stato di salute dell'abbandonata

padrona e della consunzione alla quale sembra condannata.[14]

Ma una spia della polizia austriaca di Milano, ha seguìta assidua la

principessa, e la segue.... È sempre il _Pietro Aretino_ del sontuoso

ballo in costume del conte Batthyány a Milano? è ancora quel _Pietro

Dolce_; ch'era, a quanto sappiamo, un nobile spiantato?... Nelle

lettere occulte che manda all'Hartig, si firma un _Pietro Svegliati_.

Dalla Svizzera, egli è passato con un tempo orribile a Genova,

quindi rapido a Marsiglia, dove, bella di audacie e di speranze, è

nata intanto la _Giovine Italia_. Il tristo vi è andato coll'idea di

mescolarsi ai profughi italiani, ai liberali, fingendosi anch'egli

profugo, anch'egli liberale!... La sua prima lettera al conte Hartig

suona così:

“La mia corrispondenza da qui in avanti sarà di un tono amichevole e

scritta con frasi liberali, delle quali però Ella non durerà fatica

a penetrare il vero senso; e quando vedrà che le linee sono alquanto

distanti l'una dall'altra non manchi di passare le mie lettere sopra il

fuoco.„

Sopra il fuoco.... perchè ne risaltino, evidentemente, le notizie

segretissime scritte con inchiostro simpatico.... E informa l'Hartig

anche sulla fuga della principessa Belgiojoso da Genova:

“Ella fu assistita in questa sua fuga dalla famigerata Milesi, moglie

del medico Mojon, con la quale era inseparabile. Questa Milesi, già

da Lei ben conosciuta, passa qui per una esaltatissima liberale,

e molti anche credono che possa servir di canale intermediario per

la corrispondenza fra alcuni emigrati che sono in Francia, e i loro

parenti e amici d'Italia: si pensa persino che la Traversi in Milano

non sia estranea a questa manovra; ed è perciò che non sarà mal

fatto di invigilare sulla corrispondenza, che è frequente fra queste

due liberalissime femmine, e sulle persone di tutti i colori che

frequentano la Casa Traversi....„

E da Antibo il 19 gennaio 1831, lo spione, dopo d'aver dipinto

all'Hartig lo spirito della popolazione di Nizza, torna a sparlar della

fuggiasca:

“Ho saputo a Nizza che la principessa Belgiojoso fu fatta passare

il Varo da un negoziante di Nizza per contrabbando; e jeri ho letto

con gli occhi miei alla _Mairie_ il passaporto svizzero con cui si

è introdotta in Francia. In esso, ella è qualificata per Trivulzi

Belgiojoso, dama, nata svizzera; ed il passaporto è datato da Lugano

sotto il giorno 5 ottobre 1830. Essa è passata sola con la sua

cameriera: le si è dato un passaporto provvisorio per Hyères presso

Tolone, ed ha detto che riprenderà il suo al ritorno. Il cuoco,

il cameriere ed un giovanetto che passa per corriere, sono rimasti

in Genova con tutti i di lei effetti. Questi individui hanno fatto

l'impossibile presso il Governatore per ottenere un passaporto onde

raggiungerla, ma sempre invano.„[15]

Andò un giorno famoso il cavaliere d'Eon de Beaumont, spia francese,

travestito da donna, che penetrava dovunque.... Pietro Aretino, Pietro

Dolce, Pietro Svegliati, e un altro spione, che si firma Attilio

Regolo, non hanno bisogno di travestimenti femminili per introdursi

nelle famiglie milanesi, più che altrove facilmente ospitali. Attilio

Regolo assume l'aria d'uno smemorato, d'un'_oca_, come mi scrisse un

amico, figlio di chi allora cadde vittima di quel tristo.

La principessa, intanto, è arrivata penosamente in una diligenza da

Marsiglia a Tolone, dove scende colla sua cameriera e col suo unico

sacco da notte all'albergo della _Croce d'Oro_. Vi si ferma poche

ore, chè si fa condurre in carrozza a un ridente casino di campagna

a Kockerane, sulla riva del mare. In quel casino, abitato da famiglie

inglesi, la fuggitiva conta di riposarsi dalle malattie, dalle fatiche,

dalle emozioni.

Per avere notizie della Belgiojoso, la spia corre alla _Croce d'Oro_,

ne interroga l'albergatrice, poi penetra nella casa d'un italiano,

certo Monteggia, figlio del celebre chirurgo lombardo; e così comunica

all'Hartig:

“Sono stato a trovare (Place du Lycée N. 3) il Monteggia milanese,

professore al liceo di lingua italiana; ma l'ho trovato a letto

oppresso da una gagliarda febbre reumatica; ciò che mi ha impedito

d'avere una lunga conversazione con esso: ho però parlato a lungo con

la di lui moglie, ch'è un'amabile milanese, liberalissima, lattante un

piccolo bambino. Ella mi ha raccontato che la principessa Belgiojoso

le ha scritto pochi giorni sono da Kockerane che il _Governo austriaco

ha sequestrato tutt'i suoi averi_ per forzarla a ritornare in patria,

ciò ch'ella non intende di fare, e che prevede che, così durando le

cose, sarà presto forzata di venire a Marsiglia a far uso de' suoi

talenti per procurarsi il modo di vivere. Ciò che mi ha fatto veramente

ridere; e la Monteggia ha convenuto meco che ha una testa tutta

romanzesca.„[16]

Era vero anche questo: il Governo austriaco le avea sequestrate le

sostanze, che salivano a più milioni. Morendo, il padre suo l'avea

lasciata, infatti, unica erede sotto la tutela d'un Trivulzio. L'editto

contro la principessa, pubblicato sulla _Gazzetta ufficiale_ e sulle

cantonate di Milano, suonava così:

Viene d'ordine superiore ingiunto alla principessa Cristina di

Belgiojoso nata Trivulzio di ritornare negli Stati di Sua Maestà

Imperiale Reale Apostolica, e di far constare del ritorno,

presentandosi a questa Delegazione provinciale nel termine di tre

mesi sotto la comminatoria d'essere dichiarata _morta civilmente_

e della _confisca di tutt'i beni_, i quali si dichiarano intanto

posti sotto rigoroso sequestro.

Anche la morte civile!... Il bando recava la firma d'un Torriceni,

delegato provinciale, e d'un conte Rovida, segretario, che infiorava a

quel tempo le strenne di melliflue strofette.

Ma la principessa avrebbe chiesta la grazia all'imperatore? Ne

riparleremo più tardi. Intanto, ella volgea l'animo a Giuseppe

Mazzini, al capo cospiratore romantico, che si sentiva inviato da Dio

sulla terra per frangerne le catene, per librare le anime nel cielo

dell'Ideale. Come splendeva il lampo degli occhi neri del pallido

ligure! Come risuonava negli animi la sua parola! Le pagine sue avean

l'accento e l'immagine dei biblici profeti: ed egli parea un profeta,

un salvatore ai profughi, che nella sua promessa sentivano quasi

gli echi di Gesù, quando il Divin Maestro dalla montagna esclamava

alle turbe: “Beati quelli che soffrono persecuzioni per amore della

giustizia, perchè è di loro il regno dei Cieli.„

Giuseppe Mazzini sapeva che senza Dio, senza la fede nell'immortalità

dell'anima, senza il convincimento che tutto nell'universo è un

continuo, augusto divenire, un popolo non può grandeggiare, non può

vivere.

La società segreta della _Giovine Italia_ fu fondata dal Mazzini a

Marsiglia appunto nell'anno in cui siamo col nostro racconto, nel 1831,

dieci anni dopo i processi dei Carbonari, saliti in catene al martirio

e alla gloria d'un nuovo Calvario: lo Spielberg. La _Giovine Italia_

prendeva appunto il posto della Carboneria soffocata dalla violenza;

anzi, per qualche tempo, dal Governo austriaco la _Giovine Italia_ vien

chiamata _Carboneria_ negli atti d'ufficio, nei discorsi.... Ma la

_Giovine Italia_ differiva dalla Carboneria in due punti essenziali,

e fa d'uopo notarli: aspirava all'esclusiva unità d'Italia con Roma

capitale; laddove la Carboneria non poneva il concetto d'un'unità

italiana ben definito; anzi, a Milano, non si voleva dal Confalonieri

e da altri carbonari che uno Stato unito al Piemonte; per quanto il

Manzoni, fedele, con altri, al concetto unitario dell'infelice re

Murat, cantasse allora:

non sorgan barriere

Fra l'Italia e l'Italia, mai più!

La Carboneria aspirava al regime costituzionale: la _Giovine Italia_

aspirava alla repubblica.

Seguendo gli antichi sistemi massonici, la _Giovine Italia_ adottò il

metodo (allora necessario in mezzo al dispotismo vegliante) dei segni

misteriosi per riconoscersi, e delle misteriose adunanze. Mentre il

motto fiammeggiante della _Giovine Italia_ era “Dio e popolo„, varii

altri motti venivano adottati dai confratelli della “federazione„ per

riconoscersi dovunque. Almeno fino all'ottobre del 1833, le parole

di riconoscimento furono _popolo, azione, fiducia_, alternativamente

pronunciate. I gesti erano semplici; e anche la principessa Belgiojoso

dovette impararli tutti.

_Domanda_: Le mani incrocicchiate colle palme rivolte al cuore.

_Risposta_: Le mani incrocicchiate colle palme verso

l'interrogato.

_Parlando insieme_: Incatenare i diti indici.

SEGNI PEI VIAGGIATORI: _Domanda_: Presentare il pugno chiuso a

chi deve rispondere.

_Risposta_: Respingere il pugno di chi domanda.

V'erano poi quest'altri segni:

_Domanda_: Colla mano far atto di tergersi il sudore dalla

fronte.

_Risposta_: Battersi colla mano dritta due volte il cuore.

E v'erano alte parole:

_Domanda_: Virtù. — _Risposta_: Sacrificio.

Oppure:

_Domanda_: Segreto. — _Risposta_: Morte.[17]

Il simbolo decorativo della _Giovine Italia_ consisteva in un

ramoscello di cipresso; simbolo anche della morte a cui tutti

i federati doveano votarsi, per conseguire “la repubblica una e

indivisibile, in tutto il territorio italiano, indipendente, uno e

libero„, chè tale era il principio fondamentale della federazione.

— Il giuramento, dettato dal Mazzini, era solenne; in alcuni punti

terribile:

“Io cittadino Italiano

“davanti a Dio, Padre della libertà, davanti agli uomini nati a

gioirne, davanti a me e alla mia coscienza specchio delle leggi

della natura;

“pei diritti individuali e sociali, che costituiscono l'_uomo_,

per l'amore che mi lega alla mia patria infelice; pei secoli

di servaggio che la contristano; pei tormenti sofferti da'

miei fratelli Italiani; per le lagrime sparse dalle madri sui

figli spenti o captivi; pel fremito dell'anima mia in vedermi

solo inerte ed impotente all'azione; pel sangue de' martiri

della patria; per la memoria de' padri; per le catene che mi

circondano,

“Giuro

“di consacrarmi tutto e sempre con tutte le mie potenze morali

e fisiche alla Patria ed alla sua rigenerazione; di consacrare

il pensiero, le parole, l'azione, a conquistare indipendenza,

unione e libertà all'Italia; di _spegnere col braccio ed

infamar colla voce i tiranni_ e la tirannide politica, civile,

morale, cittadina o straniera; di combattere in ogni modo le

inuguaglianze fra gli uomini d'una stessa terra; di promuovere

con ogni mezzo l'educazione degl'italiani alla libertà ed alle

virtù che la rendono eterna;

“di cercare per ogni via che gli uomini della _Giovine Italia_

ottengano la direzione delle cose pubbliche;

“di propagare con prudenza operosa la federazione, di cui fo'

parte da questo momento;

“di ubbidire agli ordini ed alle istruzioni che mi verranno

trasmesse da chi rappresenta con me l'unione de' fratelli;

“di non rivelare per seduzioni o tormenti l'esistenza, le

leggi, lo scopo della federazione, e di distruggere potendo il

rivelatore.

“Così giuro, rinnegando ogni mio particolare interesse pel

vantaggio della mia patria, ed invocando sulla mia testa l'ira

di Dio e l'abbominio degli uomini, la infamia e _la morte dello

spergiuro_, se io mancassi al mio giuramento.„[18]

La principessa Belgiojoso pronunciò questo giuramento?... Certo nè ella

nè il principe ex consorte Emilio si attennero al secondo paragrafo

dello statuto della _Giovine Italia_, che affermava la repubblica

avere per iscopo anche “l'abolizione di ogni aristocrazia e d'ogni

privilegio, che non dipendesse dalla legge eterna della capacità e

delle azioni„. Cristina Belgiojoso-Trivulzio non si fe' chiamar mai

“cittadina„, bensì sempre “principessa„. E, aristocratico nell'anima

era il principe Emilio; e il Mazzini lo chiamava spesso con quel

titolo, quando con fidi amici si lamentava delle inclinazioni di lui ai

piaceri mondani; quando si doleva delle riluttanze, dell'abbandono.[19]

Poichè ben presto il Mazzini provò l'amarezza degli abbandoni.

L'agitatore ideò d'irrompere con una spedizione armata nella Savoja,

per rovesciarne il principato assoluto e diffondere da quelle balze nel

sopito Piemonte la rivoluzione e la repubblica: ciò doveva essere il

principio della liberazione di tutt'Italia!... Ma, prima, nel febbrajo

del 1831, una spedizione in Savoja fu decisa dal Comitato italiano di

Parigi. Ne era l'anima un fierissimo vecchio, quasi cieco (lo rivedremo

nel VI capitolo), il profugo Filippo Buonarroti, che dava lezioni

di spinetta. Il venerando Lafayette, amico della Belgiojoso, colui

ch'aveva contribuito a fondare la repubblica degli Stati Uniti, (allora

egli era generalissimo della Guardia Nazionale di tutta la Francia)

ajutava l'impresa presso il Governo di Luigi Filippo. Egli ottenne

dal Guizot, ministro degl'interni, “fogli di via„ e denaro ai profughi

politici, che avessero voluto partecipare alla spedizione. E il Dupont

de l'Eure, ministro della Giustizia e dei Culti, diceva al Lafayette:

_Dites aux Italiens d'agir: La France se levera tout'entière pour

les secourir en cas de bésoin._ Il presidente del Consiglio, Giacomo

Lafitte, banchiere, la cui Casa aveva fornito denaro senza rimborso

per l'insurrezione, dichiarò al Lafayette di essere nell'interesse

della Francia il circondarsi di Stati liberi: la Francia non avrebbe

permesso ad altre potenze di schiacciare i rivoluzionari.[20] La

principessa Belgiojoso inviò, col mezzo del modenese Vincenzo Pisani

(uno spaccone), sessanta mila franchi[21], parte in denaro, parte in

cambiali; e trapunse ella stessa la coccarda per la spedizione[22];

alcuni francesi e signore inglesi elargirono altri soccorsi a Lione,

donde la spedizione, guidata dal generale piemontese Regis, fra le

acclamazioni del popolo stava per muovere verso la Savoja; quand'ecco

il ministero Lafitte d'un tratto è rovesciato e Casimiro Perrier, nuovo

presidente, ordina al prefetto di Lione d'impedire, anche con la forza,

la partenza degli insorti per la Savoja: e tutto andò in fumo, come

piacque al re Luigi Filippo che aveva segrete intese con l'imperatore

d'Austria. Quello fu un periodo di aspre contrarietà per Cristina. Era

disgustata del marito, e più di parecchi profughi. Aveva affidato dieci

mila franchi a certo Pironti, perchè soccorresse gli esuli italiani

di Marsiglia; ma il brav'uomo pensò ch'era meglio soccorrere soltanto

sè stesso, e li intascò. Per le cambiali rilasciate, la principessa

si trovò impigliata negli imbrogli. Il pagamento di quelle cambiali

famose suscitò arrabbiate contestazioni con un piemontese, certo

Fasanini, che le aveva girate, e che troveremo più tardi. Ma il peggio

per la principessa fu il tradimento d'un Doria, che non apparteneva

no, alla gloriosa famiglia di Genova, ma ne portava, o forse se n'era

appropriato, il nome. Parliamo di costui; ma prima dobbiamo accennare

che a Parigi dove Cristina si ritrasse nel 1831, domandò (fingendo

umile pentimento) all'Apponyi, ambasciatore d'Austria a Parigi,

la restituzione dei beni confiscati. Infatti, era stata costretta

a vendere i suoi gioielli per 150,000 franchi. — E ora veniamo al

traditore.

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 10 / 75 题