Emilio Belgiojoso, il poeta Berchet e Gioachino Rossini. — Il
supposto “giovin signore„ del _Giorno_. — Nozze fastose nella
chiesa di San Fedele. — Mode. — La principessa sposa a Merate.
— Gentildonne cospiratrici. — I principi Belgiojoso profughi in
Svizzera. — Le spie. — Gherminelle contro il Governo austriaco.
— Ricordi d'un ballo in costume in casa Batthyány a Milano. — Un
“Pietro Aretino„; chi era?..
Passiamo un momento ad un borgo nella provincia di Pavia, fra l'Olona
e il Po: a Belgiojoso. Fu là che, dopo la sconfitta di Pavia nel 24
febbrajo del 1525, lo spensierato, cavalleresco Francesco I re di
Francia si ritrasse, prigioniero di Carlo V, per passare poi alla
_Cervara_, nell'incantevole golfo ligure.
La famiglia Belgiojoso, che porta il nome di quel borgo, non ne è
originaria. Essa era forte fin dal nono secolo nelle Romagne, dove
possedeva, con titolo comitale, fra altri feudi imperiali quello di
Barbiano; ed è Barbiano il nome originario dell'illustre famiglia.
Un Carlo Barbiano fu il primo che s'intitolò dal feudo di Belgiojoso; e
i due nomi passarono da allora congiunti di secolo in secolo.
Quel Carlo Barbiano non risveglia certo gradito ricordo col nome suo.
Fu egli che, inviato da Lodovico il Moro presso il mostruoso Carlo VIII
di Francia, indusse costui a calare nel 1494 colle armi in Italia.
La famiglia Belgiojoso divenne patrizia milanese sessantadue anni
dopo quella ruinosa calata di barbari infetti. Più tardi, ottenne il
grandato di Spagna: nel 1769, ottenne il principato: e i suoi principi
si denominarono d'allora “principi del Sacro Romano Impero e di
Belgiojoso„.
Nel 14 marzo del 1800, nacque da questa famiglia il principe Emilio
Belgiojoso, figlio di Lodovico e d'Amalia Canziani, la quale non potea
vantare stemmi patrizii.
Bellissimo come un Apollo era il principe Emilio. Affabile, squisito
il suo tratto, caustico il suo brio, vaste le sue ricchezze, che
profondeva con larghezza spensierata. Era schermitore insuperabile,
cavalcatore elegantissimo; ballava con grazia. E la sua voce?...
Un incanto. La prima volta che Gioachino Rossini lo ode a Milano,
ne rimane rapito; la prima volta che s'avvicina a quel gentiluomo
seducente, lo ama. “Ti dirò ciò che mille volte ti ho verbalmente detto
e ripetuto: t'amo e t'amerò sempre!„ scriveva più tardi il Rossini al
principe da Parigi.[5]
Tutta la famiglia Belgiojoso emergea pel raro talento della musica
e per la generosa protezione che accordava a maestri, a cantanti; e
costoro l'adulavano, formandole intorno una corte. Pompeo Belgiojoso,
chiamato per celia da Gioachino Rossini il _patriarca Pompadour_,
spiega così robusta voce di basso che quel grande maestro lo vuole a
Bologna per cantare nel suo _Stabat Mater_. Antonio Belgiojoso compone
notturni, oratorii, messe, e un'operetta, _La figlia di Domenico_.
Suona il violoncello e scrive un breve trattato _Sull'arte del
canto_, dove parla della “fioritura e del trillo„ — della “timidezza o
peritanza„ del “canto di sorpresa ch'è proprio delle opere buffe (egli
dice) e s'appoggia interamente sulla agilità.„
Un balsamo soave è l'armonia
Sul dolor della vita, e l'infelice
Mentre l'aura ne bee consolatrice
Tutti gli affanni oblia;
esclamava, nella _Virtù del canto_, il melodioso Andrea Maffei, che
facea parte di quella società canora, ed era amico del principe.
Emilio Belgiojoso non voleva che si ripetesse quanto Ugo Foscolo avea
detto e che mille pappagalli ripetevano: che il _giovin signore_,
l'effeminato eroe del _Giorno_ di Giuseppe Parini, fosse il principe
Alberico di Belgiojoso, suo nonno. Non era vero, e neppur verosimile.
Nelle vene del principe Alberico scorrea il sangue bellicoso degli
avi. Non avea egli preso parte alla “guerra dei sette anni„? Non si
trovò alla battaglia di Rosbach? E per il suo valore non venne promosso
generale?... Era soldato, e amava i soldati; tanto che un decreto
imperiale gli affidò il comando del presidio militare di Milano;
comando che teneva ancora quando uscì la prima parte del _Giorno_: il
_Mattino_.
Giuseppe Parini fece come gli artefici squisiti della bellezza, che
scelgono le leggiadrie di più donne per una Venere sola: egli riunì
più giovani signori in un giovine solo.... ed esagerò con arte poetica
sovrana. La satira esagera sempre.
Poichè a Emilio Belgiojoso dava noja la sempiterna ripetizione della
fola di Ugo Foscolo,[6] volle, quale _errata-corrige_ (nel 1826), che
la piccola casa attigua al palazzo Belgiojoso nella piazza dello stesso
nome a Milano fosse con disegni dell'architetto Gioachino Crivelli
consacrata al Parini: e v'appose, sulla facciata, tanto di busto del
grande poeta da lui ammirato.
Il principe Emilio inclinava, veramente, in quel tempo, ai busti, alle
lapidi. La bella e infelice marchesa Bellisomi di Pavia, sposata ad
un imbecille, fu disperatamente amata da un Jacopo Ortis lombardo che,
in un triste giorno, si fece saltar le cervella nel bosco della villa
Belgiojoso presso Pavia. “Al principe Emilio Belgiojoso (racconta non
senza malizia Tullio Dandolo nei _Ricordi_) il fatto romantico parve
così buona ventura pel suo parco, che lo ha eternato con una lapide
commemorativa in riva ad uno stagno pittoricamente circondato di salici
piangenti. Questa tragedia, omai antica, stata clamorosissima, tinse
in nero la vita della marchesa, n'esaltò la immaginazione, e la trasse
ad un vivere segregato e a quel sentire originale che trapela dalle sue
lettere.„
Ma nella vicina Pavia, in quella fremebonda università dalla quale
erano usciti nel 1821 animosi giovani pronti ad ajutare le armi
piemontesi per la vagheggiata liberazione della terra lombarda dalla
signoria austriaca, si ripetevano intanto le strofe di Giovanni
Berchet, sfuggito per miracolo con precipitosa fuga al processo dei
Carbonari e forse allo Spielberg. Nessun poeta italiano, nessuno
più del Berchet, versò fuoco nelle vene dei giovani; le sue strofe
sono saette contro lo straniero. L'austriaco credeva che Milano,
Pavia, Brescia, Mantova, Venezia, da esso occupate, fossero città;
ed erano popoli: credeva che la tomba dello Spielberg soffocasse ogni
aspirazione italiana; e non s'accorgeva dell'opposto; ma s'accorgeva
del Berchet.
Giovanni Berchet era amico di Emilio Belgiojoso; e fu lui, quel fiero
poeta delle _Fantasie_, che spronò il giovane principe a cospirare per
la libertà della patria. Quando vede il principe immerso ne' piaceri,
il Berchet gli manda lettere acerbe di rimprovero; ed è di rimprovero
la lettera che gli lancia da Londra, dove il poeta s'è rifugiato.
Questa lettera, intercettata dalla polizia austriaca, ora giace negli
archivii segreti del Governo Lombardo a Milano.[7] Il Nicolini cantava:
_Perchè tanto sorriso di cielo_
_Sulla terra del vile dolor?_
Perchè obliarsi nelle voluttà sensuali, quando un'altra voluttà, quella
delle cospirazioni e de' pericoli, mette brividi nuovi nelle fibre,
nell'anima?... Poichè doveva essere ben acre voluttà il cospirare
per un ideale sacro, contro una forza che si spiegava tutta contro,
co' suoi rigori, co' suoi terrori!... I ritrovi segreti, i colloquii
sommessi, i segni di riconoscimento, il linguaggio di convenzione, il
carteggio occulto, le fughe, i travestimenti, le veglie, i nascondigli,
tutte le audacie, larvate più o meno dall'astuzia, da accorgimenti
raffinati, da dissimulazioni, e, nello stesso tempo, il desiderio
inquieto, febbrile di propaganda, la smania d'operare, di rompere
gl'indugi, di sfolgorare in un tentativo deciso e decisivo, pronti ad
ogni pericolo, pronti al castigo, al patibolo.... qual vita, qual vita,
che tanti italiani vissero e che furon lieti, superbi d'aver vissuta;
soggiogati da quell'ideale, circonfusi, abbagliati da quella luce
divina! Oggi quella luce sembra appena un barlume d'incendio remoto; ma
allora?... In un popolo, occorre la vita morale. L'assenza della vita
morale, l'indifferenza per ciò ch'eleva, è segno di morte.
Il principe Emilio Belgiojoso si gettò alle cospirazioni, e trovò
una sorella di fede patriottica in una radiosa bellezza: Cristina
Trivulzio. I due giovani, ammirati e invidiati, sembravan venuti al
mondo (si diceva) l'uno per l'altro, tanto brillava fra loro l'accordo
di pregi singolari. Perchè non dovevano fondere le loro giovinezze, le
loro vite?...
Il 15 settembre 1824, nella chiesa di San Fedele a Milano, si celebra
una solenne, festosa cerimonia. Il ventiquattrenne principe Emilio si
sposa a Cristina Trivulzio, otto anni più giovane di lui. Tutta l'alta
società lombarda, venuta dalle ville, vi assiste. Come dice enfatica
una delle tante dedicatorie nuziali piovute allora per l'occasione,
il sacerdote può ripetere dall'altare: “Ai nomi storici delle vostre
illustri famiglie, o Sposi, si scorgono in Voi riunite le ricchezze,
la gioventù, l'avvenenza, e due belle anime, con vivace ingegno, nelle
più nobili discipline educato. Se la felicità non viene a posarsi in
mezzo a Voi, in qual luogo della terra si potrà mai sperare ch'essa
discenda?...„[8]
Eppure non discese. Quale errore il matrimonio contratto all'alba
della giovinezza, quando la realtà dinanzi agli occhi, velati
dall'inesperienza o dal sogno, appare sotto sembianze alterate!...
Eppure, una volta, quante spose, sedicenni appena come Cristina
Trivulzio, venivan condotte all'altare e avvinte a un destino!
Cristina Belgiojoso-Trivulzio affascinava per la sua bellezza
originale. Di statura piuttosto alta, magra, d'un pallore marmoreo:
nerissimi i capelli, e grandi gli occhi scuri, pieni di pensiero;
quegli occhi che volean dominare; quegli occhi fatali, dove parea
nereggiare un dramma misterioso, e che parlavano anche quando tacevan
le labbra. Il collo lungo, e affilate le mani, che, stando seduta, ella
giungeva in grembo, fra le pieghe della veste. Tale era allora Cristina
Belgiojoso; tale fu dipinta dal pittore Vidal a Parigi, e da Francesco
Hayez a Milano alcuni anni dopo. Ma ella non era ancora la _grande
dam_e; era la _jolie femme,_ con un'espressione però diversa da tutte
le altre: non era ancora la romantica _visione_ del celebre quadro del
Lehmann.
La madre, per sedare gl'impeti vivaci della meravigliosa figliuola, le
avea scelti a maestri due uomini d'idee retrive: Francesco Ambrosoli,
cuore umile e perciò umiliato, infaticabile lavoratore; e quel
Robustiano Gironi, bibliotecario di Brera, che non può aspirare a
un monumento patriottico. Entrambi nemici giurati del romanticismo e
dei romantici, sostenevano la necessità delle imitazioni classiche.
Con la passione che nutrivano delle frasi proprie, precise, tornarono
non inutili certo all'ingegno di Cristina Trivulzio. L'ingegno di lei
s'allontanava dal sogno poetico, che arride spesso alla giovinezza:
era, invece, preciso: ingegno scientifico. Ma amava la musica.
Sospinta da propria vigoria a larghi orizzonti, ai quali i due
precettori non sarebbero arrivati, Cristina Trivulzio alternava le
brillanti cavalcate pei viali suburbani con gravi studii; studii
superiori alla sua età e al suo sesso gentile. Achille Mauri le fu
pure maestro; il Mauri ch'era il rovescio di que' due; spirito aperto
alle idee nuove; sognatore d'un'Italia libera e grande. Voleva Cristina
invidiar forse gli allori della concittadina sua Maria Gaetana Agnesi,
l'illustre matematica? o, almeno, l'altra dotta dama. Clelia del
Grillo, moglie a un Borromeo, entrambe ornamento di Milano nel secolo
XVIII?... Fatto sta, ch'ella si consacrò agli studii storici, alla
filosofia, alle lingue: studiò l'algebra, e un bel giorno volle tentare
persino il calcolo sublime.
Nel giorno delle nozze, qualcuno fece correre un infame epigramma
contro la sposa. Era l'epigramma d'un adoratore respinto?... di
qualcuno fra i compagni di libere cavalcate? Era l'epigramma di qualche
bell'imbusto deriso? — deriso dalla pungente ironia onde le belle
labbra di Cristina punivano la fatuità e l'insolenza?... Certo era lo
sfogo d'un vile. Così, fin nella sua _corbeille de noce_, quella donna
singolare trovava le vipere, che dovevano assalirla per tutta la vita,
e sulle quali ella passeggiò, sempre altera, sempre impassibile dea.
La folla elegante, che assisteva alle nozze, recava nelle vesti il
carattere del tempo. Abbigliamenti sdolcinati per l'uomo: scarpette
lievissime che lascian vedere le calze bianche, pantaloni bianchi,
panciotto bianco, cravatta bianca, solini a vela bianchi, guanti
bianchi: il trionfo del candore. Sulla testa, un cappello a cono
rovesciato, detto alla Bolìvar, in omaggio all'emancipatore delle
colonie ispano-americane. E le dame doveano sembrar ben deliziose colle
loro calze fine, trasparenti, che rivelavano il color roseo del piede
nella breve scarpetta! Bianca è la gonna, a campana, tutta pieghe
sottili nell'orlo, e stretta alla vita con un cordone. Il cappello
è sormontato da piume bianche e legato da un nastro sotto il mento;
e l'ala è così larga che un poeta romantico la direbbe l'ala d'un
angelo.... L'ala d'alcuni cappellini di raso è tagliata a foggia di
cuore. Siamo, infatti, nel tempo in cui il vocabolo “cuore„ è il comun
denominatore. Tutte le romanze, sospirate alla spinetta, rimano _cuore_
con _amore_. E si ama!... — Ma si amavano i due principi sposi?
Dopo la cerimonia nuziale, gli sposi andarono a Merate, nella villa
dei Belgiojoso. Meglio i rifugii solitarii, in un angolo tranquillo
del mondo, che i “viaggi di nozze„ profanatori vulgarissimi dei misteri
più delicati e più sacri della vita. Ma quel recesso di Merate sembrava
troppo melanconico alla giovane sposa; le pareva un recesso più adatto
a recitare il carme dei _Sepolcri_ che l'epitalamio di Catullo.
Quella lunga, interminabile, doppia fila di cipressi, che nella
villa Belgiojoso, a Merate, sembra il viale d'un sepolcreto di re,
non è, infatti, la più amena per accogliere due sposi, appena reduci
dall'altare. Mite s'inarca il cielo della Brianza; i colli circostanti
si profilano con amabili curve; mandan limpidi riflessi d'oro le frondi
all'autunno; ma quella dimora fra i cipressi non è il più ridente
paradiso nuziale. Cristina legge lunghe ore sotto gli alberi; non
legge, spero, l'epigramma.
La madre del principe accolse con amorevolezza la bellissima nuora,
e, per farle sentire ch'ella è entrata ornai nel tempio dei liberi
pensieri, le offre subito da leggere il _Candide_ del Voltaire; ma la
principessa dolcemente lo respinge.
— Perchè non lo vuoi?... le chiede la suocera.
— Perchè l'ho letto.
Il buon accordo conjugale visse la vita d'una rosa. Se non mentono le
cronache mondane del tempo, nella stessa prima sera nuziale si palesò
l'incompatibilità dei due caratteri.
I due giovani sposi, tornando a Milano, andarono ad abitare nel palazzo
di proprietà della famiglia Belgiojoso, nella piazza tranquilla dello
stesso nome. Ma la divisione, una divisione pacifica, senza tribunali,
senza avvocati, senza carta bollata, doveva succedere dopo qualche
tempo fra i due conjugi, le cui personalità eran troppo spiccate e
troppo imperiose per fondersi in armonia durevole per tutta la vita.
Una Cristina Belgiojoso non avrebbe mai abdicato al proprio titolo, ai
proprii diritti di principessa; d'altra parte, quelle due anime, così
diverse in tutto, avevano un punto di contatto: si accordavano in un
alto sentimento, il sentimento patriottico: per cui, anche lontani,
Cristina ed Emilio conservarono, per la forza di quel sentimento
nobilissimo, relazione continua e cordiale. Non erano più due sposi:
erano due congiurati. Caso ben raro nella storia delle separazioni
conjugali.
Durante le cospirazioni del 1821, a Milano, alcune animose signore si
erano votate alla causa liberale accanto ai cospiratori, con quella
prontezza, con quell'ardore ch'è proprio della donna nel sostenere
nuove idee, nell'amare nuovi ideali anche pericolosi. Fra quelle
signore, si notavano l'angelica Teresa Casati, moglie al Confalonieri;
un'amica soavissima d'Ugo Foscolo, Matilde Viscontini, maritata al
general napoleonico barone Dembowski; e vi primeggiava la sdegnosa
Bianca Milesi. Nel gergo dei Carbonari, esse assunsero il nome di
_giardiniere_.
Bianca Milesi, filosofessa, con le scarpe da soldato, camminava
risoluta per le vie di Milano portando a tracolla una giberna dove
teneva, a portata di mano, l'_Essay_ del Locke. Era anche pittrice
ritrattista. Coraggiosissima contro i tranelli della polizia e contro i
terrori del codice austriaco, ne rideva: _fœmina vir_.[9] Essa strinse
presto amicizia colla principessa Belgiojoso, che alla filosofia,
al patriottismo, univa impavida l'odio delle convenzioni sociali e
sprezzava l'altrui prepotenza. Le due concittadine, l'una plebea,
l'altra patrizia, s'intesero. La Milesi (sposatasi al medico Mojon di
Genova) era d'età matura, e bene esperta nel congiurare; ella fece,
perciò, da maestra (e qual maestra!) alla giovane principessa.
Fra gli atti segreti del Governo Lombardo-Veneto, custoditi negli
Archivii di Stato a Milano, trovo una lunga lettera da Ginevra, diretta
alla polizia di Milano. È la lettera d'una spia. Essa parla d'un primo
viaggio furtivo della principessa Belgiojoso; la quale, contro le
prescrizioni del Governo austriaco, s'era allontanata liberamente da
Milano, senza chiedere il permesso voluto; così pure avea fatto in quel
torno di tempo l'ex suo marito, il principe Emilio. La lettera della
spia parla apertamente d'un compagno che la marchesa Gherardini avea
dato alla propria figlia Cristina nel viaggio elvetico.
Quel compagno era l'amico della Gherardini; ed era stato precettore del
fratellastro della Belgiojoso, il marchese Alberto Visconti d'Aragona,
che abbiamo nominato nel precedente capitolo. Quel signore, un
bergamasco, si chiamava Giovanni Beltrame, già capitano napoleonico del
Genio, comandante una compagnia d'artiglieria, decorato della Legion
d'onore. Rovinato per il fallimento d'un fratello, negoziante di seta,
avea dovuto darsi attorno per vivere; e fu allora che gli amici gli
procurarono l'impiego d'istitutore di quel giovane patrizio.
Il Beltrame non riuscì peraltro a dominar l'altiero alunno; onde ei
lo fece affidare al collegio di Desenzano, dove s'educavano i nobili.
E qui l'anonimo “confidente„ (così chiamavano anche allora le spie.)
continua, non senza ironia maligna, nei particolari sulla principessa
Cristina e su quell'avvenente cavalier Beltrame, il quale “non poteva
simpatizzare cogli Austriaci„.
Correva allora l'anno 1830; l'anno appunto della pacifica divisione
conjugale de' principi l'anno della fuga della principessa Cristina da
Milano. — Sentiamo la spia:
“.... Non andò guari che seguì la divisione dei principi conjugi
Belgiojoso; e siccome la giovane principessa avea fatto divisamento
d'espatriare per qualche anno, la tenera di lei madre, per darle una
specie di compagno, di mentore e di economo, gettò gli occhi sopra
l'ex-capitano Beltrame; lo richiamò premurosamente da Bergamo, lo
propose, fu accettato; e da quel momento ha seguìto la principessa
nelle di lei peregrinazioni. Costretta dal cattivo stato di sua
salute, questa giovane Dama ha preso a pigione un casino di campagna
poco discosto da Ginevra, ove, abitando alcuni mesi, si è alquanto
ricuperata. Ultimamente, ha voluto che il capitano facesse un giro
nei diversi Cantoni della Svizzera; indi lo ha mandato ultimamente in
Italia colla sua grande berlina da viaggio, carica della maggior parte
del suo bagaglio, con ordine d'andarla poi a raggiungere a Lugano, ove
ella contava di rendersi prendendo la via di Berna.„[10]
È in questo tempo che comincia il regno delle spie. L'Austria governò
per tanti anni le terre soggette colla polizia; ma questa s'appoggiava
sull'opera continua, implacabile delle spie, che essa sceglieva fra
persone colte, bene accette nella società; e lautamente le pagava,
inviandole sotto falsi nomi nella Svizzera, in Francia, dovunque gli
esuli italiani si raccoglievano a cospirare. Gli Archivii segreti di
Stato a Milano conservano numerose lettere di quegl'italiani rinnegati;
lettere che pervenivano al Governatore o alla direzione della polizia
con indirizzi (previamente combinati) d'immaginarii commercianti
e coll'indicazione: _Milano, ferma in posta_. Il Governatore e il
direttore della polizia segnavano con un lapis rosso tutt'i punti di
quelle lettere, che potevano dar motivo a processi, a persecuzioni, a
vigilanze speciali; e, se i rei appartenevano ad altri Stati congiunti
all'Austria nella repressione delle idee liberali, tosto quegli Stati
ne erano avvertiti; così, una fitta rete d'informazioni segrete, di
reciproci soccorsi s'intesseva fra le burocrazie. Nello spionaggio,
nessuna donna: le donne erano escluse.
Lo spione della Belgiojoso si mostrava ben informato. Diceva giusto
sulla cattiva salute della principessa. La Belgiojoso, al pari
d'altri ingegni singolari, andava soggetta, pur troppo, ad attacchi
d'una malattia terribile che desta in ogni cuore bennato profonda
compassione: l'epilessia.
Quanto filo da torcere ella dava però alla polizia e allo stesso
governatore del Regno Lombardo-Veneto, conte Hartig, il quale,
gentiluomo nell'anima, non avrebbe mai voluto importunare, meno
perseguitare una dama! E il principe di Metternich abbassava, intanto,
acerbi rimproveri al conte Hartig, perchè lasciava passar facilmente il
confine a sudditi tutt'altro che devoti all'aquila imperiale.
Ma c'era di mezzo la Repubblica Elvetica, la quale facilmente
accoglieva i profughi, e facilmente li proclamava proprii cittadini;
bastava che comperassero un palmo di terra entro i suoi confini. E così
fecero alcuni esuli. Un bel giorno, quattro o cinque profughi lombardi
si riunirono formando una _ditta_, e comperarono un'isoletta di qualche
metro di ghiaja in un fiume, collo scopo di diventarne possidenti,
quindi intangibili nella libera Repubblica Elvetica....
La principessa Cristina Belgiojoso non avea bisogno di ricorrere
all'acquisto di banchi di ghiaja per essere proclamata concittadina
di Guglielmo Tell. Ella si ricordò che, per un decreto dell'11 luglio
1808, i Trivulzio tutti avevano diritto alla cittadinanza svizzera; ed
ella dimostrò ben facilmente ch'era figlia d'un Trivulzio....
Detto, fatto: si fece rilasciare dal Gran Consiglio del Canton Ticino
una dichiarazione solenne ch'ell'era cittadina elvetica, e precisamente
del Canton Ticino, e che, _come tale_, ognuno doveva riconoscerla.
Il decreto, rilasciato il 5 ottobre del 1830, munito del “gran
suggello dello Stato„, passò a Milano; e ora dorme il sonno dei giusti
negli Archivii lombardi. Ma allora?... Fu un bel gesto, direbbero
i moderni, della principessa; fu una bella sorpresa per le autorità
dell'Olona!...[11]
Intanto, la _Giovine Italia_ sorgeva per l'opera ispirata di un grande
poeta della politica: Giuseppe Mazzini. La principessa Cristina e
il principe Emilio Belgiojoso furon tra i primi a seguire gl'ideali
dell'agitatore ligure ch'esclamava: “Io adoro Dio e un'idea che mi
viene da Dio: un'unica Italia.„ Ed essi furon tra i primi ad ajutarne
gli sforzi con ricchi doni di denaro.
Il principe e la principessa gareggiavano anche nel render gradito
l'esilio ai profughi in Svizzera, invitandoli a veglie, e nel
soccorrere largamente i poverelli delle città che li ospitavano. Ma non
eran le veglie, le feste di Milano; non v'era neppur l'ombra di quel
memorando ballo in costume dato nella notte del 30 gennajo del 1829 nel
suo palazzo di Porta Orientale (ora Corso Venezia) a Milano, dal conte
Antonio Giuseppe Batthyány, gran magnate ungherese, ciambellano di Sua
Maestà l'imperatore d'Austria. Quel ballo rimase memorando per la folla
smagliante dei cavalieri patrizii e delle dame, pei costumi storici
ricchissimi che i pittori Francesco Hayez e Migliara disegnarono,
e che le sartorie di Milano, di Parigi, di Vienna approntarono con
lusso regale. Erano ancora uniti, allora, i principi Belgiojoso; ed
entrambi in quella festa facevan parte della spettacolosa quadriglia
di Francesco I re di Francia; il principe in candide maglie; la
principessa, dama d'onore, nel suo abito di velluto color della viola.
Il padron di casa, conte Batthyány, vestiva l'azzurro costume d'un
principe montenegrino, ravvolto in un largo, rosso mantello, come
un diavolo: le contesse Filippina e Eleonora Batthyány s'aggiravano
vestite da persiane fra le quadriglie dell'Otello, dei cosacchi, degli
scozzesi. Era un parente della principessa Belgiojoso il gentiluomo
vestito da Lusignano re di Gerusalemme: era, infatti, il marchese
Giorgio Trivulzio, che dovea morire per le ferite gloriose ricevute
combattendo col popolo alle barricate delle Cinque Giornate. E v'era la
madre di lei nel costume di Diana di Poitiers, la stella d'Enrico II
di Francia; e il cognato conte Antonio Belgiojoso, paggio, e il conte
Rinaldo Belgiojoso montanaro scozzese, e la bella, voluttuosa moscovita
contessa Giulia Samoyloff sotto i panni di contadina russa. La duchessa
Visconti di Modrone e la contessa Cristina Archinto splendevano nel
costume, l'una di regina Berengaria, l'altra, d'antica italiana. V'era
anche l'Hayez. Il celebre capo del romanticismo pittorico, pompeggiava
nei velluti di Giulio Romano.... Un centinajo di tipi, di costumi
scintillanti, di tutte le epoche, di tutte le Corti! Quali ricordi di
buon gusto, di riproduzioni storiche esatte, quali visioni di luce e di
dolcezze!
Ah, ma non tutte vere dolcezze!... Vicino alla principessa Belgiojoso,
strisciava un _Pietro Aretino_.... L'uomo, che indossava le vesti
del più infame libellista, recitava allora sorridente, alla folla
aristocratica, alcune sue terzine galanti, che dicevano come la satira
nulla trovasse da pungere fra tanti splendori. Egli si chiamava Gaetano
Barbieri, un mantovano, letterato men che mediocre, e creduto dai più
una perla di galantuomo. Oh, sì, un bel galantuomo! Egli era, invece,
una spia, protetto e pagato (coi denari del Governo) dal direttore
della polizia austriaca, nobile Torresani. Era la stessa spia che
seguiva nella Svizzera i passi di Cristina Belgiojoso; la stessa spia
che scriveva le lettere da Ginevra?... Non possiamo affermarlo con
sicurezza, neppure dal confronto delle scritture dei rapporti segreti,
ora sbiadite dal tempo.