I.

Donna Mimma parte.

Quando donna Mimma col suo bel fazzoletto di seta celeste annodato

largo sotto il mento passa per le vie del paesello assolate, si può

credere benissimo che la sua personcina linda, ancora diritta e vivace,

sebbene modestamente raccolta nel lungo scialle nero frangiato, a

pizzo, non projetti alcun'ombra su l'acciottolato di queste viuzze qua,

nè sul lastricato della piazza grande di là.

Si può credere benissimo, perchè agli occhi di tutti i bimbi e anche

dei grandi che, vedendola passare, si sentono pur essi ridiventar bimbi

a un tratto, donna Mimma reca un'aria con sè, per cui subito sopra e

attorno a lei tutto diventa come finto: di carta il cielo; il sole, una

spera di porporina, come la stella del presepio. Tutto il paesello,

con quel bel sole d'oro e quel bel cielo azzurro nuovo su le casette

vecchie, basse, con quelle sue chiesine dai campaniletti tozzi e le

viuzze e la piazza grande con la fontana in mezzo e in fondo la chiesa

madre, appena ella vi passa, diventa subito tutt'intorno come un grosso

giocattolo di Befana, di quelli che a pezzo a pezzo si cavano dalla

scatolona ovale, che odora di colla deliziosamente, che ogni dadolino —

e ce ne son tanti — è una casa con le sue finestre e la sua veranda, da

mettere in fila o in giro per far la strada o la piazza, e questo dado

qui più grosso è la chiesa con la croce e le campane, e quest'altro,

ecco, la fontana, da metterci attorno questi alberetti qua, che han la

corona di trucioli verdi verdi e un dischetto sotto, per reggersi in

piedi.

Miracolo di donna Mimma? No. È il mondo in cui donna Mimma vive agli

occhi dei piccoli e anche dei grandi che ridiventano subito piccoli

appena la vedono passare. Piccoli, per forza, perchè nessuno può

sentirsi grande davanti a donna Mimma. Nessuno.

Questo mondo ella rappresenta ai bimbi quando si mette a parlare

con essi e dice loro come a uno a uno ella sia andata a _comperarli_

lontano lontano.

— Dove?

Eh, dove! Lontano, lontano....

— A Palermo?

A Palermo, sì, con una bella lettiga bianca, d'avorio, portata da

due belli cavalli bianchi, senza sonagli, per vie e vie lunghe, di

notte....

— Senza sonagli perchè?

— Per non far rumore....

— E al bujo?

Sì; ma c'è pure la luna, di notte, le stelle.... Ma anche al bujo,

sicuro! Viene la notte, quando si cammina e cammina a giornate, per

tanta via.... E poi sempre di notte s'arriva, al ritorno, con quella

lettiga là: zitti zitti, che nessuno veda, che nessuno senta....

— E perchè?

Ma perchè, se no, guaj! Il bambinello comperato da poco non può vedere

nessuno, non può sentire nessun rumore, chè si spaventerebbe, e neppure

può vedere in principio la luce del sole. Guaj!

— Come comperato?

— Ma coi denari di papà.... Eh sì, tanti....

— Flavietta?

— Ma sì, Flavietta più di duecent'onze.... più più.... con questi

riccioletti d'oro, con questa boccuccia di fragola.... Perchè papà la

volle bionda così, ricciutella così e con questi occhi grandi d'amore

che mi guardano, gioja mia, non mi credi? poche duecent'onze, per

quest'occhi soli! vuoi che non lo sappia, se t'ho comperata io? E

pure Ninì, sì certo.... Tutti vi ho comperati io. Ninì un pochino di

più, perchè è maschietto, e i maschietti, amore mio, costano sempre un

pochino di più: lavorano, poi, i maschietti e, lavorando, guadagnano

assai, come papà. Ma sapete che pure papà l'ho comperato io? Io, io....

Quand'era piccolo piccolo, certo! quand'ancora non era niente! Sicuro:

gliel'ho portato io, di notte, con la lettiga bianca alla sua mamma,

sant'anima.... Da Palermo, sì.... Quanto, lui? Uh, migliaja d'onze,

migliaja....

I bimbi la guardano allocchiti. Le guardano quel fazzoletto bello, di

seta celeste, sempre nuovo, su i capelli ancora neri, lucidi, spartiti

in due bande che, su le tempie, formano due treccioline che passano

su gli orecchi, dai cui lobi, stirati dal peso, pendono due massicci

orecchini a lagrimoni. Le guardano gli occhi un po' ovati, dalle

pàlpebre esili, guarnite di lunghissime ciglia; la pallottolina del

naso un po' venata, tra i fori larghi violacei delle nari; il mento

un po' aguzzo, su cui s'arricciano metallici alcuni peluzzi.... Ma la

vedono come avvolta in un'aria di mistero, questa vecchietta pulita,

che tutte le donne chiamano, e anche la loro mamma, _la Comare_, che

quando viene a visita càpita sempre che la mamma non sta bene, e pochi

giorni dopo, ecco, spunta un altro fratellino o un'altra sorellina, che

è stata lei ad andarli a comperare, lontano lontano, a Palermo: lei,

questa qua, con la lettiga.... E che è la lettiga?... La guardano, le

toccano pian piano, coi ditini curiosi, un po' esitanti, lo scialle, la

veste.... ed è, sì, una vecchietta pulita, che non pare diversa dalle

altre; ma come può andare poi così lontano lontano, con quella lettiga,

e come l'ha lei, quest'ufficio nel mondo, di comperare i bambini e di

portarli, i bambini, come la Befana i giocattoli?

Ma essi, dunque.... — che cosa? No, non sanno che pensare; ma sentono

in sè, vago, un po' del mistero che è in quella vecchietta, la quale

è qua con loro adesso, qua che la toccano, ma che se ne va poi così

lontano a prenderli, i bambini, e dunque anche loro.... già.... a

Palermo, dove? dove lei sa ed essi, piccoli, non sanno; benchè certo,

là, piccoli piccoli, ci sono stati anche loro, se ella è andata a

comperarli là....

Istintivamente con gli occhi le cercano le mani. Dove sono le mani?

Lì, sotto lo scialle.... Perchè non le mostra mai donna Mimma, le mani?

Già! con le mani non li tocca mai: li bacia, parla con loro, gestisce

tanto con gli occhi, con la bocca, con le guance; ma dallo scialle le

mani non le cava mai per far loro una carezza.... È strano. Qualcuno,

più ardito, glielo domanda:

— Perchè? Non le hai, le mani?

— Gesù! — esclama allora donna Mimma, volgendo uno sguardo

d'intelligenza alla mamma, come per dire: — “È che è? diavolo, questo

bambino?„.

— Eccole qua! — soggiunge poi subito, mostrando le due manine coi mezzi

guanti di filo. — Come non le ho, diavoletto? Gesù, che domande....

E ride, ride, ricacciandosi le mani sotto e tirandosi con esse lo

scialle su su, fin sopra il naso, per nascondere quelle risatine che,

Dio liberi.... Oh Signore! le viene di farsi la croce.... Ma guarda che

cose possono venire in mente a un bambino!

Pajono fatte, quelle mani, per calcare nello stampo la cera di cui sono

formati i Bambini Gesù che in ogni chiesa si portano su l'altare in

un canestrino imbottito di raso la notte di Natale. Sente donna Mimma

la santità del suo ufficio, la religione della nascita, e agli occhi

dei bimbi la copre con tutti i veli del pudore; e anche parlandone coi

grandi non adopera mai una parola, che muova o diradi quei veli; e ne

parla con gli occhi bassi e il meno che può. Sa che non sempre è lieto,

che spesso anzi è così triste il suo ufficio d'accogliere nella vita

tanti esserini che piangono appena vi traggono il primo respiro. Può

essere una festa il bimbo ch'ella porta in una casa di signori; anche

per il bimbo, sì; benchè non sempre neanche lì! Ma portarli — e tanti,

tanti — nelle case dei poveri.... Gliene piange il cuore. Ma è lei sola

a esercitare, da circa trentacinque anni, quest'ufficio nel paesello. O

per dir meglio, era lei sola, fino a jeri.

Ora è venuta dal Continente una smorfiosetta di vent'anni,

_piemontesa_; gonna corta, gialla, giacchetto verde; come un

maschiotto, le mani in tasca: sorella ancora nubile d'un impiegato

di dogana. _Diplomata dalla R. Università di Torino_. Roba da farsi

la croce a due mani, Signore Iddio, una ragazza ancora senza mondo,

mettersi a una simile professione! E bisogna vedere con quale

sfacciataggine: per miracolo non se la porta scritta in fronte! Una

ragazza.... una ragazza, che di queste cose.... Dio, che vergogna! E

dove siamo?

Donna Mimma non se ne sa dar pace. Volta la faccia, si ripara gli

occhi con la mano appena la vede passare sculettando per la piazza, a

testa alta, la gonna corta, le mani in tasca, la piuma bianca ritta al

vento sul cappellino di velluto. E che strepito fanno quei tacchetti

insolenti sul lastricato della piazza: — Passo io! passo io!

Ma quella non è donna: una diavola è! Non può essere creatura di Dio,

quella! Come? che tabella? Ah sì? ha fatto appendere la tabella col

nome e la professione sul portoncino di casa? E si chiama? Elvira....

come? Signorina Elvira Mosti? Ci sta scritto signorina? E che vuol

dire diplomata? Ah, la patente. La vergogna patentata. Dio, Dio, si

può credere una cosa simile? E chi la chiamerà quella sfacciata? Ma che

esperienza poi, che esperienza può aver lei, se ancora.... in nome del

Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.... S'hanno da vedere di

queste cose ai giorni nostri? in un paesello come il nostro? Vih....

vih... vih....

E donna Mimma scuote in aria le manine coi mezzi guanti di filo come se

si vedesse lingueggiar davanti le fiamme dell'inferno.

— Nossignora, grazie, che caffè, signora mia! acqua, un sorso d'acqua,

mi faccia portare; sono tutta sconcertata! — dice nelle case delle

clienti, da cui di tanto in tanto si reca a visita, o a fare, com'ella

dice, “un'affacciata„, per sapere.... no? niente? Lasciamo fare a Dio,

signora mia, ringraziato sia sempre in cielo e in terra!

Se n'è fatta quasi una fissazione; non perchè tema per sè, che le

signore le abbiano a fare un torto per quella lì; figurarsi se può

temere una tal cosa conoscendo che signore sono, col timore di Dio,

con l'educazione del paese e il rispetto delle cose sante! Neanche per

sogno....

— Ma dico, dico, oh Vergine Maria, per la cosa in sè.... questo

scandalo.... una ragazzaccia.... mi pare il mondo tutto sottosopra....

Per i bambini, dico, per le creaturine innocenti; ma ci pensa, signora

mia? Dicono che parla come un carabiniere.... che tutte le parolacce

le dice belle, così.... chiare, come se fosse una cosa naturale.... una

ragazza! Io non so.... io non so, c'impazzisco, signora mia!

È tanto compresa della mostruosità di quello scandalo, che non

s'accorge dell'impaccio afflitto con cui la guardano le signore. Pare

che abbiano da dirle qualche cosa e non ne trovino il coraggio. Tutte

le dànno ragione, sì: oh, uno scandalo davvero.... e loro, se Dio le

ajuta, mai per casa una ragazzaccia così; ma.... ma.... che rimedio,

cara donna Mimma? non c'è niente da fare; non solo, ma.... ma.... — E

non trovano il coraggio di dirle altro.

Oggi, il medico condotto s'è voltato di là, vedendola passare. Non l'ha

vista? Ma sì, che l'ha vista! L'ha vista e s'è voltato.... Perchè?

Viene a sapere, poco dopo, che quella svergognata lì è andata a

trovarlo in casa, col fratello. Certo per raccomandarsi. Chi sa che

moine gli avrà fatte, come le sanno fare codeste forestieracce sbandite

che nelle grandi città del Continente hanno perduto il santo rossore

della faccia; ed ecco che questo rimbambito di medico.... Il diploma?

E che c'entra il diploma? Ah sì, difatti, per il diploma.... Ma via,

che non si sanno queste cose? Due smorfiette, due carezzine, e come la

paglia pigliano fuoco, gli ominacci.... anche i vecchi adesso, senza

timor di Dio! Che fa il diploma? che c'entra? Esperienza ci vuole,

esperienza....

— Eh, ma anche il diploma, donna Mimma, — le risponde sospirando

il farmacista, col quale, passando, s'è lagnata del voltafaccia del

medico.

— E io che ho diploma forse? — esclama allora donna Mimma, sorridendo

e giungendo per le punte delle dita le due manine coi mezzi guanti di

filo. — E trentacinque anni sono, trentacinque, che tutti quanti siete

qua, e pure voi, don Sarino, vi ho portati io, con la grazia di Dio,

figliuoli miei; che n'ho fatti di viaggi a Palermo!... Ecco, ecco,

guardate qua....

E donna Mimma si china a prendere tra quelle due manine, che quasi non

pajono, ma che pure han tanta forza, un bel bimbone della strada, che

s'è fermato innanzi alla farmacia, e lo leva alto, nel sole.

— Anche questo! E quanti ne vedete, tutti io! Sono andata a comperarvi

tutti io, a Palermo, senza diploma! Che serve il diploma?

Il giovane farmacista sorride.

— Va bene, donna Mimma, sì.... voi.... l'esperienza, certo.... ma....

E la guarda afflitto e impacciato e neanche lui ha il coraggio di farle

intravvedere la minaccia che le pende sul capo.

Finchè dalla Prefettura del capoluogo le arriva una carta con tanto di

stemma e tanto di bollo, mezza stampata e mezza scritta a mano, nella

quale ella non sa legger bene, ma indovina che si parla del diploma che

non ha, e che ai sensi degli articoli tali e tali.... È ancora dietro

a decifrarla, quella carta, che una guardia la viene a invitare a nome

del sindaco....

— La moglie? Così presto? — domanda donna Mimma, contrariata.

— No, al municipio, — risponde la guardia — per una comunicazione.

Donna Mimma s'acciglia:

— A me? per questa carta?

La guardia si stringe nelle spalle:

— Io non so; venite e saprete.

Donna Mimma va; e, al municipio, trova il sindaco là, dispiaciutissimo.

Anche lui è stato comperato a Palermo da donna Mimma; e anche due

figliuoli donna Mimma è andata a comperare per lui a Palermo e presto

per un terzo dovrebbe mettersi in viaggio con la lettiga; ma....

— Ecco qua, donna Mimma! Vedete? Un'altra carta anche a noi, dalla

Prefettura. Per voi, sì. E non c'è che fare, non c'è che fare.... Voi

avete interdetto l'esercizio della professione!

— Io?

— Voi, perchè non avete il diploma, cara donna Mimma! E ora, la

legge....

— Ma che legge? — esclama donna Mimma, che non ha più una goccia di

sangue nelle vene. — Legge nuova?

— Non nuova, no! Ma noi qua, c'eravate voi sola, da tant'anni....

vi conoscevamo, vi volevamo bene, avevamo tutta la fiducia in voi,

e abbiamo perciò lasciato correre; ma siamo in contravvenzione anche

noi, donna Mimma! Queste maledette formalità, capite? Finchè c'eravate

voi sola.... Ma ora è venuta quella là; ha saputo che voi non avete

il diploma; e visto che qua non la chiama nessuno, capite? ha fatto

reclamo alla Prefettura, e voi non potete più esercitare, o dovete

andare a Palermo, davvero questa volta! All'Università, sì, per

prendere il diploma, anche voi, come quella....

— Io? a Palermo? alla mia età? a cinquantasei anni? dopo trentacinque

anni di professione? mi fanno questo affronto? io, il diploma?

Un'intera popolazione.... Ma come? c'è bisogno di diploma? di saper

leggere e scrivere, per queste cose qua? Io so leggere appena! E a

Palermo, io che non mi sono mai mossa di qua? Io mi ci perdo! Alla

mia età? Per quella smorfiosa lì, che la voglio vedere, con tutto il

suo diploma.... Vuole competere con me? E che hanno da insegnare a

me, che li fascio e li sfascio tutti quanti, i meglio professori, dopo

trentacinque anni di professione? Debbo andare a Palermo davvero? Come?

per due anni?

Non la finisce più donna Mimma: un torrente di lagrime irose,

disperate, tra un precipizio di domande saltanti, balzanti. Il sindaco,

dolente, vorrebbe arrestar quell'impeto; un po' lo lascia sfogare; di

nuovo si prova ad arrestarlo; — due anni passano presto; sì, è duro,

certo; ma che insegnare! no! pro forma, per avere quel pezzo di carta!

per non darla vinta a questa ragazzaccia.... — Poi, accompagnandola

fino alla soglia dell'uscio, battendole una mano dietro le spalle,

come un buon figliuolo, per esortarla a far buon animo, cerca di farla

sorridere: via.... via.... come si smarrirebbe a Palermo, lei, che non

passa giorno, ci va tre e quattro volte?

S'è tirato lo scialle nero sul fazzoletto celeste, donna Mimma; e le

sue manine stringono, di sotto, quello scialle nero sul volto, per

nascondere le lagrime. Bimbi, quel fazzoletto di seta celeste! — La

santa poesia della vostra nascita, ecco, ha preso il lutto: se ne

va a Palermo, senza lettiga bianca, a studiar meèutica, e la sepsi

e l'antisepsi, l'estremo cefalico, l'estremo pelvi-podalico.... Così

vuole la legge. Donna Mimma piange; non se ne può consolare: sa leggere

appena; si smarrirà tra l'irta scienza di quei dotti professoroni,

là, a Palermo, dove ella tante volte è andata con la poesia della sua

lettiga bianca....

— Signora mia, signora mia....

Un pianto, un pianto che spezza il cuore, presso ciascuna delle sue

clienti, da cui va a licenziarsi, prima di partire. E in ogni casa, si

china con le piccole mani tremanti, oh sì, ora le cava fuori senza più

ritegno, a carezzar la testina bionda o bruna dei bimbi, e lascia tra

quei riccioli, insieme coi baci, cader le lagrime, inconsolabilmente.

— Vado a Palermo.... vado a Palermo.

E i bimbi, sbigottiti, la guardano e non comprendono perchè pianga

tanto, questa volta, per andare a Palermo. Pensano che forse è una

sciagura anche per loro, per tutti i bimbi che sono ancora là, da

comperare.

Dicono le mamme:

— Ma noi v'aspetteremo....

Donna Mimma le guarda con gli occhi lagrimosi, tentenna il capo. Come

può farsi quest'inganno pietoso, lei che sa bene com'è la vita?

— Signora mia, due anni?

E se ne parte col cuore spezzato, tirandosi lo scialle nero sul

fazzoletto celeste.

Un cavallo nella luna: Novelle · 第 10 / 22 题