E non io lo faccio per lui, nè gl'impresto (che sarebbe irriverente) un
pensier del mio capo. Sentite ciò ch'egli stesso diceva nel 1812: “Non
crediate che io voglia innovar nulla in religione. Non sono un Abdallah
Menou (alludeva, così parlando, ad un suo generale in Egitto, che s'era
fatto musulmano per riuscir meglio accetto agli Arabi, come successore
del Kléber); sarò un Costantino, non docile temporalmente, nè scismatico
nella fede. Se tengo Roma per mio figlio, darò Nostra Donna al Papa; ma
Parigi sarà levato così alto nella ammirazione degli uomini, che la sua
cattedrale diverrà naturalmente quella del mondo cattolico. Questa è la
ragione segreta, non la contradizione di ciò che ho fatto; è il
Concordato, ingrandito come l'Impero. Ma per aver così piena ragione
dalla Chiesa, occorre aver vinto ancor più nel cospetto degli uomini.„
Sogno, lo ripeto, ma grande, e d'un Italiano che sentendosi tale non
dubitò di confessarlo ad ascoltatori Francesi, nei solenni colloquii di
Longwood; ove, parlando de' suoi primi trionfi, ne esponeva le ragioni
in tal forma: “L'istessa mia origine straniera, contro la quale si sono
scalmanati in Francia, mi fu di gran prezzo, poichè essa mi fece
considerar cittadino da tutti gl'Italiani, agevolando di molto i miei
successi in Italia. I quali, come furono ottenuti, indussero a cercar da
per tutto le circostanze della nostra famiglia, caduta nell'oscurità da
gran tempo. A saputa di tutti gl'Italiani, essa aveva sostenuta una gran
parte tra loro; ridivenne ai loro occhi, al loro sentire, una famiglia
italiana; tanto che, quando si trattò di sposare la mia sorella Paolina
al principe Borghese, fu una voce sola, a Roma e in Toscana, in quella
famiglia e tra le sue alleate: _sta bene, è cosa fatta tra noi, è una
delle nostre casate_. Più tardi, quando si trattò della mia
incoronazione a Parigi, per mano del Papa, quest'atto, importantissimo
come gli eventi mostrarono, incontrò gravi intoppi. Il partito
austriaco, nel Conclave, si era risolutamente opposto; il partito
italiano la vinse, aggiungendo alle ragioni politiche questa piccola
considerazione d'amor proprio nazionale: “dopo tutto è una famiglia
italiana, questa che noi imponiamo ai Barbari, per governarli; saremo
così vendicati dei Galli...„ Dubito che ciò sia stato detto o pensato in
Conclave; ne dubito soprattutto per l'accenno ai Barbari, che da
Carlomagno in poi non eran più tali, e alla vendetta sui Galli, che era
stata fatta, se mai, diciotto secoli innanzi, dalle armi di Cesare; ma è
importante per me che in tal guisa abbia parlato della sua italianità
Napoleone a Sant'Elena, nella grande ora della _toilette pour la
postérité_.
Aver fatto grandi cose è bello, sovranamente bello, e accade a pochi. Ma
i pochi che le han fatte, sono anche più famosi per averne pensate di
maggiori. A cogliere il segno lontano, si vuol porre più alta la mira; e
spesso vien meno l'arco, o la corda si spezza. Noi, gloriandoci di
quell'Italiano, gli siam grati di aver fatto per la sua patria d'origine
un sogno maraviglioso. Non ebbe tempo a mutarcelo in realtà, nè a
consolidare la sua stessa fortuna. Ercole, combattendo con l'idra dalle
sette teste sempre rinascenti, non venne a capo dell'impresa se non
recidendole tutte d'un colpo. Ma quello era un semidio, e il tempo dei
semidei è passato; Napoleone fu costretto a colpirle una dopo l'altra, e
rinascevano tutte. A noi sia debito ricordare com'egli ci lasciasse il
benefizio inenarrabile d'uno stimolo virile all'inerzia lunga e
pericolosa, d'un mutamento profondo nella nostra compagine politica,
onde furon troncate le radici alle vecchie antipatie regionali, onde un
lievito possente a nuove e non più frenabili sollevazioni del sentimento
patrio. “Ci sono in Italia duecentomila poltroni: ma io li impiegherò.„
E furono assai più di quel numero i valorosi che trasse d'Italia a tante
guerre; la sua famosa ritirata, non dal nemico vinto, ma da un inverno
invincibile, fu coperta dai nostri soldati.
Morian per le Rutene
Squallide piagge, ahi d'altra morte degni
Gl'Itali prodi....
e sia pure, come il Leopardi cantò; ma ancora ne rimasero tanti da fare
tre rivoluzioni sulla terra nostra, da esser maestri alla generazione
che l'ha composta in un regno. Ond'io posso applicare a noi ciò ch'egli
diceva per tutti: “Qual gioventù lascio io dopo di me! Ed è opera mia.
Essa mi vendicherà abbastanza, con tutto quello che saprà volere. Veduta
l'opera, converrà bene render giustizia all'artefice.„ Il quale, non lo
dimentichiamo, fu colpito dal fato nella pienezza degli anni virili.
Dapprima confinato all'Elba, fra le tre culle della sua gente, San
Miniato, Sarzana ed Aiaccio, tacque, sperando sempre di fare; poi quasi
fuori del mondo, sopra uno scoglio dell'Oceano, come un eroe antico,
disperando di fare, ha detto il segreto dell'anima sua, epico
nell'opera, tragico nella contemplazione che ne ha fatta, rivivendola
intiera. E si assiste a quella evocazione, come alla recita di un
dramma, con tutte le ansie dell'affetto commosso, con tutti i dubbi
della mente turbata, sapendo la catastrofe, e pure desiderando, quasi
sperando il miracolo ch'ella riesca diversa. E là non più un uomo; è
tutto un simbolo; il simbolo della nuova Europa che sorge, combatte e
cade, lasciando ferito a morte il nemico. Dopo di lui, è bene l'Europa
contemporanea; il passato può dar guizzi di serpe troncato; son guizzi
d'agonia, mentre tutte le cose vitali rinascono; la patria nostra, ad
esempio.... Ma io non farò un inno, qui. So bene che tutto non è andato
secondo le sapienti preparazioni e le giuste speranze dei migliori; che
i pericoli non son tutti stornati da noi, se ancora ne durano in noi;
che bisogna pensare, provvedere, meritare con forza e con senno una
grande fortuna. Sia dunque l'inno riserbato alla Italia futura, se la
dovremo davvero a noi stessi, savia, operosa, concorde, soprattutto
concorde; e Dante e il Machiavello, grandi anime fiorentine,
l'assistano.