III.

Tutto bene, adunque? No, non ho detto questo, non voglio dir questo. Non

si rimescola il mondo, senza commettere errori; e non tutti i giorni

della sua vita terrena quella grande anima ebbe presente la misura

prescritta alle umane ambizioni. Il colosso aveva il piede di creta; ma

era un colosso, e solo poichè fu caduto, prosteso a terra, i pigmei

poterono dalla lunghezza misurata argomentarne l'altezza. È anche

giustizia il riconoscere com'egli fosse trascinato di continuo alla

guerra, e dalla guerra continua istigato alle crescenti ambizioni. N'è

un cenno evidente in ciò ch'egli scriveva al ministro di Francia a

Londra, poichè l'Inghilterra ebbe rotta la pace d'Amiens, che fu il mal

seme della gente Europea: “l'Inghilterra mi obbligherà a conquistare

l'Europa. Il primo Console non ha che trentatrè anni, e non ha distrutto

ancor altro che stati di second'ordine; chi sa quanto tempo gli

occorrerà per risuscitare l'impero d'Occidente?„ Eccovi Carlomagno, col

suo tentativo di rinnovare la potenza d'Augusto: e franca la spesa di

vedere in che differissero le due forme del tentativo, come si

diportassero rispetto a quella Roma ch'era stata capo dell'Impero, e che

Costantino aveva, se non donata, lasciata prendere al Papa, secondo la

curiosa espressione di Giuseppe De Maistre. Carlomagno v'andò a cinger

corona: era un credente; al tempo suo non si discuteva il diritto

temporale dei Papi, non bene uscito netto dalle pretensioni di Bisanzio:

se ne tornò, bastandogli d'essere stato il salvatore dei Papi, contro

Longobardi e Greci, in vario grado scismatici. Napoleone certamente

sognò un'altra cosa, poichè in materia di religione pensava altrimenti.

L'autore del Concordato, il restauratore del culto cattolico in Francia,

non era un ateo, ma si ricusava tuttavia alla dogmatica del

Cattolicismo; in quella sua specie d'incredulità razionale vedeva anzi

un benefizio pei popoli, una guarentigia di tolleranza per tutte le

sètte, non essendo egli dominato da alcuna. E l'uomo che a Sant'Elena

leggeva nel Vangelo il discorso della Montagna, confessandosi “rapito

dalla purezza, dalla sublimità, dalla bellezza di quella morale„, dopo

aver detto: “tutto proclama l'esistenza d'un Dio„, soggiungeva ancora:

“ma tutte le religioni sono evidentemente figliuole degli uomini„. E

nondimeno, giunto al consolato, s'affrettava a ristabilire quella dei

padri, che era per lui “l'appoggio della sana morale, dei veri

principii, dei buoni costumi„. Un altro argomento gli soccorreva, in

materia di religioni: “L'inquietudine degli uomini è tale, che lor

bisogna il vago, il maraviglioso, offerto da esse„. E qualcuno avendo

osato dirgli che sarebbe potuto finire devoto, “no, rispondeva, e me ne

duole, perchè sarebbe un grande conforto.... Il sentimento religioso è

così consolante, che il possederlo è un benefizio celeste. Di quale

aiuto non mi sarebbe egli qui? Che potere avrebbero più uomini e cose su

me, se, accettando da Dio i miei rovesci, i miei dolori, ne attendessi

ricompensa in una vita futura?„

Qui si disegna già l'uomo che fra cinque anni morente accoglierà i

conforti d'una religione positiva. Chi lo ha visto così sincero,

intenderà come abbiano liberamente fruttificato quei germi nella

solitudine dei colloqui con Dio. Ma nell'ordine politico, ai giorni

della potenza suprema, abbiamo in Napoleone un filosofo alla maniera del

Voltaire. Fu certo un mancamento, non aver visto prima il nodo per cui

si collegano, distinguendosi, religione e politica, il regno dei cieli e

il regno del mondo. Dante lo aveva trovato, nella virilità dell'ingegno

suo, senza debolezze come senza ipocrisie, da uomo moderno più ancora

che da uomo medievale. Ma io riconoscerò a Sant'Elena la sincerità di

Napoleone, che non dubitò di mostrarsi ai posteri qual era stato

davvero, Carlomagno del secolo XIX, ben diverso da quello del secolo

VIII. Il suo lavoro, dopo tutto, mirava all'impero d'Occidente,

attraverso la unità dell'Italia, passando sulle rovine della potestà

temporale dei Papi. Al Pontefice rioffriva Avignone, toltogli col

trattato di Tolentino. Appena gli nacque il figliuolo, lo stesso

pensiero gli suggeriva di chiamarlo “re di Roma„, quasi complemento a

quel titolo di “re d'Italia„ ch'egli stesso riteneva da cinque anni,

dichiarando di non volerlo serbare per sè, poichè meditava un regno

italico indipendente, che non poteva essere quello ristretto di

Lombardia con la capitale a Milano. Ma quel più largo disegno andò

soggetto alle vicende della potenza sua, vicende di grado, di qualità,

di opportunità. Sotto il generale del Direttorio, al caldo delle

vittorie sue, si erano formate parecchie repubbliche, la Ligure, la

Piemontese, la Cisalpina, la Romana, la Partenopea: sotto il primo

Console, i fasci un po' sparsi incominciavano a stringersi: sotto

l'imperatore dei Francesi (2 dicembre 1804) e re d'Italia (16 maggio

1805); per quasi spontanea domanda del doge di Genova, la Liguria “primo

teatro delle _sue_ vittorie„ era annessa all'Impero, col Piemonte, con

Parma e Piacenza, unendosi tosto Piombino e Lucca in ducato per la

sorella Elisa. Il generale del Direttorio aveva dato all'Austria la

Venezia, con Istria e Dalmazia, per ripigliarle imperatore, dopo

Austerlitz, nel trattato di Presburgo (26 dicembre 1805); e subito

cacciati i Borboni, Napoli e Sicilia eran dati in reame a suo fratello

Giuseppe, mentre Elisa era innalzata granduchessa d'Etruria, e Paolina

creata duchessa di Guastalla. Strana mobilità di propositi, a cui

s'aggiunse il trapasso di Napoli al cognato Murat: ma di questi

mutamenti, a tutta prima indispensabili, come la cessione del Veneto

all'Austria col trattato di Campoformio, e la ripresa del dono nel

trattato di Presburgo, dopo le vittorie di Austerlitz, ha dato lume egli

stesso nelle _Memorie_, dettate al maresciallo Bertrand. “Dacchè la

prima volta apparii in quelle contrade, sempre ebbi in pensiero di

creare indipendente e libera la nazione italiana. Le annessioni di varie

parti della penisola all'Impero non erano se non temporanee; miravano

solo a rompere le barriere che separavano i popoli, ad accelerare la

loro educazione, per operarne poi la fusione. Io avrei reso

l'indipendenza e la libertà a quasi intiera l'Italia.„

Il “quasi intiera„ apparisce sacrifizio ad interessi politici, o

concessione graziosa alla patria dell'amanuense, poichè veramente non

s'intende come non potesse far opera compiuta, essendo egli padrone di

tutto: o forse escludeva Nizza e la Corsica, considerate come avamposti

di Tolone e Marsiglia. Dopo tutto, a tale distanza dai fatti, e

senz'altra via d'induzione, è ozioso almanaccare. Resta che da principio

la penisola rimase nell'equilibrio instabile d'una federazione di stati,

con persone della sua famiglia, imperanti da Milano a Napoli, lui re

d'Italia, e un re di Roma aspettato. Quella trovata del “re di Roma„ fa

intender meglio l'abbozzo della politica sua. Che forse pensò egli

un'Italia e un Impero romano, sotto la tutela della Francia, e col

centro fuori d'Italia? Per un grand'uomo imbevuto di antichità, questa

tesi invertita non pare ammissibile. Sarebbe stata, se mai, una

combinazione provvisoria, fin ch'egli fosse vissuto. Lui morto, chi

ereditava l'impero? Non già l'imperator dei Francesi, ma il re di Roma,

per cui fatto e nome l'impero diventava Romano. Così per via

s'acconciavan le some; in due o tre generazioni, cancellata la vernice

straniera, dato maggior lustro all'origine italiana dei Bonaparte, il

colpo era fatto. Così egli avrebbe servita l'Italia, meglio di

Carlomagno, ch'era un Franco, e aveva gradito d'incoronarsi a Roma per

regnar poi da Acquisgrana; laddove egli s'era incoronato a Parigi, nella

presenza del Papa, per grande atto decorativo, ma il figliuol suo

procedeva virtualmente da Roma, e con lui si sarebbe per corso naturale

di cose sollevata di tanto la condizione d'Italia. Ah, il condottiero

medievale non aveva fatto mica un mal sogno!

Napoleone: La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 7 / 10 题