Tutto bene, adunque? No, non ho detto questo, non voglio dir questo. Non
si rimescola il mondo, senza commettere errori; e non tutti i giorni
della sua vita terrena quella grande anima ebbe presente la misura
prescritta alle umane ambizioni. Il colosso aveva il piede di creta; ma
era un colosso, e solo poichè fu caduto, prosteso a terra, i pigmei
poterono dalla lunghezza misurata argomentarne l'altezza. È anche
giustizia il riconoscere com'egli fosse trascinato di continuo alla
guerra, e dalla guerra continua istigato alle crescenti ambizioni. N'è
un cenno evidente in ciò ch'egli scriveva al ministro di Francia a
Londra, poichè l'Inghilterra ebbe rotta la pace d'Amiens, che fu il mal
seme della gente Europea: “l'Inghilterra mi obbligherà a conquistare
l'Europa. Il primo Console non ha che trentatrè anni, e non ha distrutto
ancor altro che stati di second'ordine; chi sa quanto tempo gli
occorrerà per risuscitare l'impero d'Occidente?„ Eccovi Carlomagno, col
suo tentativo di rinnovare la potenza d'Augusto: e franca la spesa di
vedere in che differissero le due forme del tentativo, come si
diportassero rispetto a quella Roma ch'era stata capo dell'Impero, e che
Costantino aveva, se non donata, lasciata prendere al Papa, secondo la
curiosa espressione di Giuseppe De Maistre. Carlomagno v'andò a cinger
corona: era un credente; al tempo suo non si discuteva il diritto
temporale dei Papi, non bene uscito netto dalle pretensioni di Bisanzio:
se ne tornò, bastandogli d'essere stato il salvatore dei Papi, contro
Longobardi e Greci, in vario grado scismatici. Napoleone certamente
sognò un'altra cosa, poichè in materia di religione pensava altrimenti.
L'autore del Concordato, il restauratore del culto cattolico in Francia,
non era un ateo, ma si ricusava tuttavia alla dogmatica del
Cattolicismo; in quella sua specie d'incredulità razionale vedeva anzi
un benefizio pei popoli, una guarentigia di tolleranza per tutte le
sètte, non essendo egli dominato da alcuna. E l'uomo che a Sant'Elena
leggeva nel Vangelo il discorso della Montagna, confessandosi “rapito
dalla purezza, dalla sublimità, dalla bellezza di quella morale„, dopo
aver detto: “tutto proclama l'esistenza d'un Dio„, soggiungeva ancora:
“ma tutte le religioni sono evidentemente figliuole degli uomini„. E
nondimeno, giunto al consolato, s'affrettava a ristabilire quella dei
padri, che era per lui “l'appoggio della sana morale, dei veri
principii, dei buoni costumi„. Un altro argomento gli soccorreva, in
materia di religioni: “L'inquietudine degli uomini è tale, che lor
bisogna il vago, il maraviglioso, offerto da esse„. E qualcuno avendo
osato dirgli che sarebbe potuto finire devoto, “no, rispondeva, e me ne
duole, perchè sarebbe un grande conforto.... Il sentimento religioso è
così consolante, che il possederlo è un benefizio celeste. Di quale
aiuto non mi sarebbe egli qui? Che potere avrebbero più uomini e cose su
me, se, accettando da Dio i miei rovesci, i miei dolori, ne attendessi
ricompensa in una vita futura?„
Qui si disegna già l'uomo che fra cinque anni morente accoglierà i
conforti d'una religione positiva. Chi lo ha visto così sincero,
intenderà come abbiano liberamente fruttificato quei germi nella
solitudine dei colloqui con Dio. Ma nell'ordine politico, ai giorni
della potenza suprema, abbiamo in Napoleone un filosofo alla maniera del
Voltaire. Fu certo un mancamento, non aver visto prima il nodo per cui
si collegano, distinguendosi, religione e politica, il regno dei cieli e
il regno del mondo. Dante lo aveva trovato, nella virilità dell'ingegno
suo, senza debolezze come senza ipocrisie, da uomo moderno più ancora
che da uomo medievale. Ma io riconoscerò a Sant'Elena la sincerità di
Napoleone, che non dubitò di mostrarsi ai posteri qual era stato
davvero, Carlomagno del secolo XIX, ben diverso da quello del secolo
VIII. Il suo lavoro, dopo tutto, mirava all'impero d'Occidente,
attraverso la unità dell'Italia, passando sulle rovine della potestà
temporale dei Papi. Al Pontefice rioffriva Avignone, toltogli col
trattato di Tolentino. Appena gli nacque il figliuolo, lo stesso
pensiero gli suggeriva di chiamarlo “re di Roma„, quasi complemento a
quel titolo di “re d'Italia„ ch'egli stesso riteneva da cinque anni,
dichiarando di non volerlo serbare per sè, poichè meditava un regno
italico indipendente, che non poteva essere quello ristretto di
Lombardia con la capitale a Milano. Ma quel più largo disegno andò
soggetto alle vicende della potenza sua, vicende di grado, di qualità,
di opportunità. Sotto il generale del Direttorio, al caldo delle
vittorie sue, si erano formate parecchie repubbliche, la Ligure, la
Piemontese, la Cisalpina, la Romana, la Partenopea: sotto il primo
Console, i fasci un po' sparsi incominciavano a stringersi: sotto
l'imperatore dei Francesi (2 dicembre 1804) e re d'Italia (16 maggio
1805); per quasi spontanea domanda del doge di Genova, la Liguria “primo
teatro delle _sue_ vittorie„ era annessa all'Impero, col Piemonte, con
Parma e Piacenza, unendosi tosto Piombino e Lucca in ducato per la
sorella Elisa. Il generale del Direttorio aveva dato all'Austria la
Venezia, con Istria e Dalmazia, per ripigliarle imperatore, dopo
Austerlitz, nel trattato di Presburgo (26 dicembre 1805); e subito
cacciati i Borboni, Napoli e Sicilia eran dati in reame a suo fratello
Giuseppe, mentre Elisa era innalzata granduchessa d'Etruria, e Paolina
creata duchessa di Guastalla. Strana mobilità di propositi, a cui
s'aggiunse il trapasso di Napoli al cognato Murat: ma di questi
mutamenti, a tutta prima indispensabili, come la cessione del Veneto
all'Austria col trattato di Campoformio, e la ripresa del dono nel
trattato di Presburgo, dopo le vittorie di Austerlitz, ha dato lume egli
stesso nelle _Memorie_, dettate al maresciallo Bertrand. “Dacchè la
prima volta apparii in quelle contrade, sempre ebbi in pensiero di
creare indipendente e libera la nazione italiana. Le annessioni di varie
parti della penisola all'Impero non erano se non temporanee; miravano
solo a rompere le barriere che separavano i popoli, ad accelerare la
loro educazione, per operarne poi la fusione. Io avrei reso
l'indipendenza e la libertà a quasi intiera l'Italia.„
Il “quasi intiera„ apparisce sacrifizio ad interessi politici, o
concessione graziosa alla patria dell'amanuense, poichè veramente non
s'intende come non potesse far opera compiuta, essendo egli padrone di
tutto: o forse escludeva Nizza e la Corsica, considerate come avamposti
di Tolone e Marsiglia. Dopo tutto, a tale distanza dai fatti, e
senz'altra via d'induzione, è ozioso almanaccare. Resta che da principio
la penisola rimase nell'equilibrio instabile d'una federazione di stati,
con persone della sua famiglia, imperanti da Milano a Napoli, lui re
d'Italia, e un re di Roma aspettato. Quella trovata del “re di Roma„ fa
intender meglio l'abbozzo della politica sua. Che forse pensò egli
un'Italia e un Impero romano, sotto la tutela della Francia, e col
centro fuori d'Italia? Per un grand'uomo imbevuto di antichità, questa
tesi invertita non pare ammissibile. Sarebbe stata, se mai, una
combinazione provvisoria, fin ch'egli fosse vissuto. Lui morto, chi
ereditava l'impero? Non già l'imperator dei Francesi, ma il re di Roma,
per cui fatto e nome l'impero diventava Romano. Così per via
s'acconciavan le some; in due o tre generazioni, cancellata la vernice
straniera, dato maggior lustro all'origine italiana dei Bonaparte, il
colpo era fatto. Così egli avrebbe servita l'Italia, meglio di
Carlomagno, ch'era un Franco, e aveva gradito d'incoronarsi a Roma per
regnar poi da Acquisgrana; laddove egli s'era incoronato a Parigi, nella
presenza del Papa, per grande atto decorativo, ma il figliuol suo
procedeva virtualmente da Roma, e con lui si sarebbe per corso naturale
di cose sollevata di tanto la condizione d'Italia. Ah, il condottiero
medievale non aveva fatto mica un mal sogno!