Il lido toscano fra Follonica e Castiglione della Pescaia è formato da
una serie di cale o piccoli seni, divisi fra loro da altrettanti piccoli
promontorî o punte, che vanno a terminare nel mare. E quivi, ma molto
più prossima a Follonica che a Castiglione, trovasi _Cala Martina_[18]
formata dall'insenarsi del mare, e dal protendersi in esso di Punta
Martina a mezzogiorno, e di Punta Sentinella a settentrione. La
sorveglianza doganale, sanitaria, ed anche politica delle coste toscane
si faceva allora mercè una serie di stazioni o torri poste in modo che
dall'una si vedessero i segnali che si facevano dall'altra. Stavano a
custodia di ciascuna torre e del lido, cinque o sei cannonieri, che per
non demeritare tal nome avevano in custodia un cannone rivolto colla sua
bocca innocente verso la marina. La stazione prolungata in quei luoghi
disabitati, il servizio poco militare loro affidato, e più di tutto
l'azione pestifera della malaria, rendevano questi soldati tanto poco
temibili, che certamente la riunione dei guardacoste di quattro torri
non sarebbe bastata a stare a fronte del nostro ardito drappello,
composto di uomini vigorosi, pratici della località, e capaci tutti di
una sicurezza di tiro più unica che rara. Oltre i cannonieri, che dal
popolo maremmano venivano chiamati in spregio «_Picchiotti_,» eravi un
altro corpo di militi a cavallo, e si dicevano _Cavalleggeri
Guardacoste_, i quali disimpegnavano il servizio di corrispondenza fra
l'una e l'altra torre, per cui erano queste riunite fra loro da una
viuzza a sterro assai ben tenuta, e che chiamavasi _Via delle Costiere_.
Questa via è più o meno lontana dal mare a seconda dei luoghi, e nel
massimo d'insenatura di Cala Martina è distante pochi metri dalla
scogliera. Chi si volge in quel punto verso la Cala ha sulla destra
Punta Sentinella, sulla sinistra Punta Martina.--Punta Sentinella,
prolungamento e fine del monte omonimo, più breve, più bassa, più
pianeggiante nel suo dorso--Punta Martina più allungata nel mare, più
alta, più acuminata.--I fianchi della prima sono tagliati a picco sul
mare--quelli della seconda vanno degradando per una pendice ripida e
ricoperta di folto bosco. Sulla vetta di Punta Martina eravi allora una
stazione o torre di cannonieri, ma di lassù non si vedeva la Cala,
almeno nel luogo ove doveva avvenire l'imbarco, e Punta Sentinella,
disabitata, la ricuopriva dalla vista della torre di Portiglioni. Chi
scendesse poi nella Cala si troverebbe come in un anfiteatro
perfettamente semicircolare, con una bocca di forse quattrocento metri,
e le cui pareti da ogni parte ripide sono nude dalla parte di Punta
Sentinella, rivestite a bosco dalle altre. La spiaggia è breve, in
alcuni punti quasi nulla, e formata di ciottoli con poca rena ed alghe,
poi vengono gli scogli di natura arenaria, che sono talora scoperti,
talora sommersi dalle onde marine, a seconda dello stato di quiete, o
del dominarvi dei venti.
Era il drappello disceso al mare dalla parte di Punta Martina, e
percorrendo la spiaggia in curva, andò a fermarsi a riparo di Punta
Sentinella. Per quanto si poteva scorgere non vi erano barche alla
vista. Allora fu il primo pensiero di Olivo Pina il mandare a speculare
da luogo ove si scoprisse più largo orizzonte, e intanto provvedere alla
sicurezza della brigata. Ordinò all'Ornani di percorrere il lido dalla
parte di Punta Martina, e giungere allo scavalco da dove si scorge vasto
tratto di mare verso Castiglione, ma di camminare sempre per la macchia
facendo in modo di non essere veduto dai cannonieri di Punta
Martina.--Appostò il Carmagnini nel bosco presso la Via delle Costiere,
colla ingiunzione che se passasse il cavalleggere e non vedesse quanto
si andava facendo alla Cala, lo lasciasse andare oltre, ma se succedesse
altrimenti, facesse fuoco su lui.--E il Carmagnini si appostò tranquillo
al suo posto, pronto ad eseguire l'ordine ricevuto.--L'Ornani poi
percorse sempre per il bosco il tragitto indicato, ma arrivato allo
scavalco di Punta Martina speculò l'uno e l'altro braccio di mare senza
vedere la barca, e tornò a darne avviso ad Olivo Pina, da cui ricevè
l'ordine di andare per la parte opposta onde vedere se l'Azzarrini fosse
per venire di là. Pietro Gaggioli, che stanco dalle fatiche sostenute in
quei giorni si era disteso accanto al Carmagnini senza scendere alla
Cala, seguì l'Ornani nella corsa verso Follonica. In questo tempo il
Generale stava estatico a riguardare il mare. Appena arrivato a Cala
Martina aveva voluto bagnarsi i piedi nell'onda prediletta, e si era
dato a slacciarsi la calzatura. Corse Olivo Pina ad aiutarlo, ma esso
rifiutava, e cedè solamente all'insistenza sua, accettandone l'aiuto, e
si lavò i piedi nell'acqua marina, contento, come diceva, di poter fare
ciò dopo tanto tempo. Di poi insieme a Leggero, Fontani e Pina si
trattenne sulla spiaggia ad aspettare.
Comparve poco dopo la barca, che veniva dalla parte di Follonica, senza
essere stata veduta dall'Ornani e da Giccamo perchè aveva bordeggiato
lungo la costiera in sembianza di barca peschereccia. Ed era infatti una
semplice barca peschereccia, guidata da soli quattro uomini, cioè il
padrone Azzarrini e tre marinai, e avendo camminato quasi rasente alla
spiaggia, non poteva averla scorta l'Ornani che guardava ad una certa
distanza, impedito a vedere vicino dal lido tagliato a picco, e coperto
di folto bosco.
Appena la barca fu in vista, vennero dalla Cala fatti segnali collo
sventolare di un fazzoletto, e la barca, veduti i segnali, si accostò
subito alla spiaggia.--Era il momento solenne.--Il Carmagnini aveva
abbandonato il suo posto di guardia, dal momento che la barca si era
accostata.--Garibaldi in tutta la sua fierezza guardava al mare.--Pareva
un leone imprigionato a cui fosse stata aperta la gabbia ferrata.--Si
rivolse commosso ai tre Scarlinesi che lo stavano ammirando, e disse
loro: «_Non vi è nulla che possa ricompensare ciò che ho ricevuto da
voi, ma spero di ritrovarvi a tempi migliori._»--Rispose Olivo Pina,
commosso egli pure, e a nome di tutti: «_Un pizzo della vostra pezzuola
basta a ciascuno di noi--lo lasceremo come ricordo ai nostri
figliuoli;--avevamo per unico scopo salvarvi e conservarvi all'Italia, e
volentieri veniamo con voi fino a Genova, se lo volete._»--Assentirono
gli altri due, e il Carmagnini insisteva sulla proposta di
accompagnarlo, ma il Generale riprese: «_No, nel mare non temo alcuno:
ci rivedremo._»--Potenza singolare di quell'uomo che, se lo avesse
voluto, avrebbe fatto quattro marinari di quei giovani incontrati poche
ore fa, e che non avevano mai veduto il mare se non dalla costa.
Prima di partire volle dare un suo ricordo a ciascuno; a Olivo Pina un
fischio d'argento colle due lettere incise CL (forse Cogliuoli Luigi);
al Carmagnini un piccolo stile che si levò dal di dietro della cintura;
al Fontani un piccolo portafogli da appunti, e da questo staccò un
foglio ove fece la sua firma col lapis, e la consegnò ad Olivo Pina
perchè lo dasse a suo nome all'Ornani tuttora assente. Poi li abbracciò,
li baciò, li incaricò dei suoi saluti a Girolamo Martini, Cammillo
Serafini e Angiolo Guelfi, e montò nella barca. Lo stesso fece il
capitano Leggero salutando ed abbracciando gli amici, e la barca si
mosse.--Allora il Generale, quando era ancora pochi metri lontano dalla
spiaggia, mandò agli Scarlinesi, come ultimo saluto, il grido maschio e
vibrato: «_Viva l'Italia!_»--Era sfida alla tirannide che lasciava
padrona del campo--vaticinio di destini migliori--saluto ai patriotti
che nel nome della patria derelitta avevano spregiati i pericoli per
dare a lui salvamento.--Erano le ore 10 antimeridiane del 2 Settembre
1849.--
In questo tempo l'Ornani tornava dalla sua escursione senza aver veduta
la barca; aveva percorsi tre chilometri insieme al Gaggioli attraverso
alla macchia foltissima della scogliera, e arrivati alla fonte detta di
_San Supero_, trafelati dalla stanchezza, e dal sole cocente, si erano
dissetati, poi il Gaggioli, rifinito dalla fatica, sentì di non potere
rifare il cammino, e incaricato l'Ornani dei suoi saluti al Generale e
al compagno, aveva ripresa la via di Follonica. Si affacciò l'Ornani al
lido di Cala Martina, e vide la barca che già si allontanava, e il
Generale in piedi che guardava la riva. Salutò dall'alto vivamente col
fazzoletto, e gli fu corrisposto il saluto da Garibaldi e da Leggero,
che continuarono così fino a quando non furono perduti di vista. Allora
l'Ornani entusiasta del buon esito dell'impresa, voleva che in segno di
gioia si scaricassero tutte le armi, ma si oppose il Pina più calmo, per
non destare attenzione sul fatto che si era compiuto.
Ed anche questo voglio dire quantunque fosse pazzia, ma di quelle che
muovono da impeti magnanimi, e tale da mostrare a quali uomini era
affidato Garibaldi. Passarono i quattro Scarlinesi, per tornare alle
case loro, dalla Torre di Partiglioni, e visto lì presso l'innocente
cannone, utensile obbligato delle torri di costa, volevano in segno di
festa a ludibrio dei cannonieri e del loro governo, gettarlo in mare.--E
l'avrebbero fatto, chè quei quattro valevano per quaranta picchiotti (e
Olivo Pina, certo ormai che il Generale era in salvo, si univa agli
altri nell'esultanza del fatto), se per fortuna non fossero stati ivi
incontrati e dissuasi da Giccamo, che tornava da riprendere il suo
barroccino a Meleta, per andare a Follonica.
Due giorni dopo, il 4 settembre, era la fiera al _Palazzo_ presso
Travale, e Olivo Pina vi andò per accordi presi col Guelfi, a riportare
a voce le diverse particolarità dell'imbarco. Vi erano Cammillo Serafini
ed Angiolo Guelfi, reduce quest'ultimo la sera avanti da Pisa, ove era
andato a mettersi in mostra per deviare gli occhi della polizia dal
teatro vero del fatto. Raccontò Olivo Pina i più minuti particolari,
portò i saluti di Garibaldi e di Leggero lasciati da essi nell'atto
stesso della partenza, e tuttociò riempì di giubbilo l'animo dei due
patriotti, a segno che Cammillo Serafini chiamò Olivo Pina fratello di
fortuna, e tale lo ha sempre chiamato di poi, volendo alludere alla
fortuna da essi avuta di potere salvare la vita del Grande Capitano.
La traversata sulla barca dell'Azzarrini fu felice, e senza casi
notevoli. Partiti dalla spiaggia toscana si diressero alla Punta al
Cavo, ove l'Azzarrini sbarcò il padre ed un altro marinaio di
Capoliveri, e così si mise in ordine col numero degli uomini descritti
nella patente, poi tanto pregò il tenente-castellano di Rio Marina, che
questi gli firmò abusivamente la patente per l'estero, quantunque
volesse la legge vigente che per fare ciò si fosse munito del visto
delle Autorità di Portoferraio. Tornò a costeggiare la spiaggia tirrena,
e il giorno di poi sbarcò felicemente a Porto Venere il Grande Italiano.
L'Azzarrini stesso, richiesto da Giovanni Gaggioli figlio del tanto
benemerito Giccamo, scrive da sè stesso la storia della traversata colla
lettera seguente:
«Di buon mattino imbarcai l'eroico generale Garibaldi e il capitano
Leggero, e mi diressi all'isola dell'Elba. A Capo Castello sbarcai mio
padre, e un marinaro di Capoliveri perchè vi fosse sempre il numero. Il
Deputato di Sanità mi firmò abusivamente la patente, e la sera feci vela
per il Golfo della Spezia. All'indomani a mezzogiorno si era giunti in
vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le sentinelle tedesche, e
il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere. Colà sbarcai l'eroico
Garibaldi con Leggero. Garibaldi mi diede per ricompensa un piccolo
scritto di sua propria mano, che conservo come la pupilla dei miei
occhi; esso era così concepito:
«_Il padrone Paolo Azzarrini che la fortuna mi fece incontrare
in terra italiana dominata dai Tedeschi, mi ha trasportato su
questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente,
e senza interesse._
«G. GARIBALDI.»
Era meritato questo attestato di benemerenza, poichè Paolo Azzarrini
ebbe troncati i suoi interessi per la parte presa nel salvamento di
Garibaldi. Impossibilitato a ritornare nell'Elba, ove lo avrebbero
aspettato persecuzioni poliziesche, per avere sottratto l'Esule illustre
alla caccia spietata, dovè condannarsi all'esilio per i 10 anni nei
quali perdurò la dominazione lorenese, e solamente in contrabbando si
avvicinò una volta a Capoliveri per imbarcare il vecchio padre e il
resto della sua famiglia, che dovè trasportare sul suolo ospitale della
Liguria.--E in mezzo a tanta pioggia di pensioni e di croci per gli eroi
del domani, nessuna ricompensa è stata data a Paolo Azzarrini, che perdè
anche gli arnesi del suo mestiere per salvare all'Italia il suo
Eroe[19].
*
* *
E qui termina l'assunto mio.--Una mano di patriotti disseminati da
Vaiano alla spiaggia di Follonica, di cui alcuni incogniti l'uno
all'altro, perseguitati e costretti a pensare alla loro salvezza, in 7
giorni, senza accordi precedenti, in onta alla polizia lorenese e
all'occupazione straniera, alla reazione toscana e al bando feroce di
Gorzhowscki, seppe trafugare il Generale del Popolo, fargli percorrere
centinaia di chilometri e provvedergli una barca per metterlo in luogo
di salvezza. Al Molino di Cerbaia--alla Casa Bardazzi a Vaiano--alla
Madonna della Tosse--alla Stazione della ferrovia di Prato--alla Casa
Bonfanti a Poggibonsi--al quadrivio di Volterra--alla Locanda della
Burraia--alla Casa Serafini a San Dalmazio--alla Casa Comunale di
Castelnuovo--al vetusto Palazzo Municipale di Massa--sulla piazza
principale di Follonica--e alla Casa Guelfi nel piano di Scarlino--in
tutti questi luoghi una lapide, un ricordo rammenta l'opera di
salvamento compiuta dai patriotti toscani nel 1849.--Solo a Cala Martina
neppure una pietra ricorda che quel luogo riunì in sè e tradusse in
fatto quanto era stato compiuto da Cerbaia alla spiaggia Tirrena.--Solo
Cala Martina aspetta una memoria e l'avrà--perocchè, lo pensino gli
Italiani, se li umili scogli di Cala Martina non erano, la storia non
avrebbe registrato nei suoi fasti lo scoglio glorioso di Quarto.