La casa Guelfi, detta anche «_La Pecora_» dal nome del prossimo fiume, è
un fabbricato a tre piani, di forma quadrata, di mediocre proporzione,
situato lungo la Via Emilia fra Follonica e Scarlino. Costruita ad altro
scopo, servì di poi ad uso agricolo, e nel tempo in cui vi si fermò il
Generale non aveva altre case all'intorno, eccetto un capannone che
serviva ad uso di stalla e fienile. Posta nella bassa pianura di
Scarlino, vicina al padule, era nei mesi d'estate un luogo non
frequentato, quantunque così prossimo alla via maestra. Entrò il
Generale preceduto da Giulio Lapini ed Olivo Pina, e fu condotto nel
salotto del piano di mezzo, ove gli fu preparato un caffè che accettò
volentieri. Giunsero subito dopo in baroccino Pietro Gaggioli e Paolo
Azzarrini per prendere gli ultimi accordi circa all'imbarco, onde avanti
di procedere oltre è necessario spiegare quanto fu fatto su tal
proposito da Pietro Gaggioli che col provvedere l'imbarco ha avuta una
parte così interessante nel salvamento di Garibaldi.
Abbiamo trovato il bravo Giccamo sulla via da Follonica a Massa, che
cedendo alle ragioni e alle preghiere di Angiolo Guelfi abbandona i
proprii affari, e torna difilato a Follonica.--Da quel momento, Giccamo
non ha preso più un minuto di riposo.--Parte la sera del 29 agosto in
baroccino insieme a suo figlio per Piombino; approfitta della
circostanza di essere il fornitore della brace dei penitenziarii di
Portolongone e Portoferraio, e prende la via dell'Elba senza essere
provvisto del foglio di via allora prescritto; per fare ciò è naturale
che non può servirsi della Posta, e si dirige a un tale Pietro Del Santo
detto Bacco barcaiuolo, il quale allega il solito ostacolo del foglio di
via per sè e per Giccamo, e i di cui scrupoli sono vinti dalla lauta
mercede di sei francesconi; si fa sbarcare di contrabbando alla _Punta
al Cavo_ fra Marina di Rio e Portoferraio; di là va a piedi a
Portolongone in cerca di Paolo Azzarrini padrone di barca peschereccia,
suo intrinseco amico, e che spera potere tirare all'esecuzione dei suoi
disegni; vince la naturale renitenza dell'Azzarrini, che vede in quanto
è per fare compromesso l'avvenire della sua famiglia, ma che cede poi
alla parola amica e patriottica di Pietro Gaggioli. Portate le cose a
questo punto, l'Azzarrini si munisce di patente regolare per sè e
quattro marinari con destinazione a Follonica, imbarca di contrabbando
l'amico Giccamo, arriva nella notte del 31 agosto alla spiaggia di
Follonica, ne sbarca sempre di contrabbando il Gaggioli, e la mattina
del 1º Settembre fa vidimare regolarmente la sua patente in arrivo, e
per non generare sospetti, si pone a contrattare una partita di
acciughe.--E Giccamo assennato ed infaticabile aveva raggiunto il suo
scopo.--Era andato all'Elba, e ne era tornato senza lasciare traccia di
sè, non aveva generato sospetto nel barcaiuolo di Piombino, perchè si
sapeva da tutti avere esso continui interessi nell'isola; aveva
provveduta la barca, culmine del desiderio suo e degli amici.--Ma appena
sceso a terra non si riposa. Sale in baroccino, e va da sè stesso a
portare la lieta novella a Giulio Lapini, il quale, secondo il
convenuto, fissa la partenza dei profughi da San Dalmazio nelle prime
ore della sera, avvisa dei luoghi nei quali saranno appostati i
patriotti da servire di guida e di scorta, e finalmente invita Olivo
Pina a mezzo di espresso ad essere insieme ai compagni dalle 12 in là
della notte fra il 1º e il 2 settembre al posto stabilito alla casa
Guelfi.--Giccamo poi torna a Follonica, e lo vediamo all'ora fissata
giungere alla casa Guelfi insieme all'Azzarrini per prendere gli ultimi
accordi[16]. E tutto questo lavorìo condotto in tempi e circostanze così
difficili affidato per l'esecuzione a tante e sì diverse persone, e in
luoghi così diversi, doveva compiersi, e si compiè con esattezza
ammirabile in una notte per il futuro bene d'Italia. Si dia larga parte
d'onore ai bravi che concorsero all'impresa, ma si dia la sua parte
anche alla costante e propizia fortuna del Generale.
Brevi furono gli accordi presi fra il Generale, l'Azzarrini, Giccamo e
Olivo Pina.--L'Azzarrini sarebbe fra le 9 e le 10 in vista di Cala
Martina, riconosciuta come luogo più adatto all'imbarco.--Giccamo
ricondurrebbe l'Azzarrini a Follonica, e anderebbe a raggiungere in
luogo detto «_Meleta_» il drappello che si muoverebbe dalla casa Guelfi
per raggiungere Cala Martina.--Olivo Pina scorterebbe insieme ai
compagni i due profughi attraverso il piano di Scarlino per un
itinerario tracciato fino a raggiungere a Meleta le boscaglie che allora
vi esistevano, e a traverso a queste farebbe raggiungere il punto
stabilito. Dopo di ciò fu pregato il Generale di prendere qualche
momento di riposo, ed esso accettando, domandò quale era la camera del
Capitano, volendo con ciò attestare la sua gratitudine ad Angiolo Guelfi
assente, che tanto aveva fatto per condurre lui e il compagno in luogo
di salvezza. Indicatagli la camera, che è quella corrispondente
all'angolo nord-ovest della casa, si adagiò sul letto così vestito come
era, e il Leggero si gettò su di un letticciuolo nella camera stessa.
Nel breve tempo che gli ospiti prendevano riposo, fu preparato un
qualche cibo per ristorarli, come lo permetteva il luogo e la precarietà
delle circostanze. Abitava il piano più alto della casa la famiglia del
colono, e fu incaricata la sua moglie di preparare una zuppa pel
Generale e pel compagno. Intesero bene quei buoni lavoratori che vi
erano nella casa proscritti politici, ma non li videro nè seppero i nomi
loro, e quanto al ricovero che ivi trovavano i perseguitati, era per
essi cosa abituale, alla quale erano stati ormai assuefatti dal
proprietario, a cui erano legati per verace affezione. I quattro
Scarlinesi facevano intanto vigile guardia, e uno di essi stava
constantemente nel piazzale ove si apre l'unica porta d'ingresso della
casa. Alle ore 4, dopo un'ora e mezzo di riposo, Olivo Pina andò a
battere alla porta della camera in cui era il Generale, ed avvertì che
si ponessero in ordine per la partenza. Fu subito pronto il Generale, ma
inavvertito, dopo Olivo Pina, si presentò sull'uscio di camera un
giovane ungherese disertato dall'esercito austriaco sotto le mura di
Livorno. Aveva anch'esso trovato ricetto ospitale da più mesi in quelle
lande maremmane, e si era per tutto quel tempo ricoverato alla casa
Guelfi, e alla Fonte al Bugno, vicino podere diretto allora da Olivo
Pina. Non si sa come, ma certamente doveva avere avuta notizia della
presenza di Garibaldi, poichè affannandosi in segni di rispetto, parlava
animato al Generale in lingua ungherese, e sulle sue labbra veniva
spesso il nome venerato di Kossuth. Lo stava ascoltando Garibaldi,
quantunque non lo intendesse, e domandò a Giulio Lapini ed Olivo Pina
chi fosse quel giovane, e cosa volesse. Gli fu spiegata in poche parole
la causa per cui l'ungherese si trovava in quei luoghi, e Garibaldi
sempre compassionevole per tutti, mostrò desiderio di condurre seco il
disertore, ma si opposero il Lapini e il Pina dicendogli avere essi
preso impegno cogli amici di provvedere alla salvezza della sua vita
preziosa, e non potere mai permettere di farla esporre a maggiori
pericoli per l'ungherese, al quale si sarebbe pensato a tempo migliore;
e siccome il Generale mostrava di non cedere a quelle ragioni, fecero
allora intendere il rifiuto del capitano Azzarrini di portare un
individuo più del convenuto sulla sua fragile barca, e a questo
argomento cedè, sebbene a malincuore, Garibaldi. L'ungherese poi fu
fatto ritornare alla Fonte al Bugno, con ingiunzione per parte di Olivo
Pina di non allontanarsene fino al suo ritorno.
Presero una zuppa i due esuli, e avanti di partire cambiarono il loro
vestito coi fratelli Lapini, cioè Garibaldi con Giulio, e Leggero con
Riccardo, e disse il Leggero che così avevano fatto diverse volte
durante il loro trafugamento, unica misura di sicurezza che era stato
possibile far prendere al Generale. Erano le 5, ora stabilita per la
partenza, ed essendo riuniti nel salotto della casa Guelfi gli esuli, i
fratelli Lapini, e i quattro Scarlinesi, Giulio si rivolse al Garibaldi,
e gli disse come buon augurio: «_Sapete, Generale; oggi abbiamo letto
nei giornali a Massa che eravate a Venezia in compagnia di Manin e del
generale Pepe, e ne abbiamo riso di cuore, perchè nessuno vi sospetta
qui._» Poi gli accennò ai quattro Scarlinesi come giovani a tutta prova,
dicendogli: «_E ora vi consegno in mano di amici tali quali avete
incontrato fin qui._» Garibaldi e Leggero abbracciarono e baciarono i
fratelli Lapini, e li pregarono di ringraziare a loro nome Angiolo
Guelfi per l'ospitalità ricevuta nella sua casa, e più ancora per quanto
aveva esso operato. Quindi si divisero, restando i Lapini alla casa
Guelfi, e partendo i due profughi scortati dai quattro Scarlinesi alla
volta del mare.
Partì il drappello dei sei, armati tutti di fucili a due canne.
Precedeva Olivo Pina, seguiva il Generale, poi gli altri.--Camminavano
silenziosi poichè Garibaldi era cupo e cogitabondo.--Cosa pensava egli,
scampato da tanti pericoli, e quasi in salvo?--Forse pensava alla sua
diletta Anita, che mercè l'opera dei bravi patriotti occorsigli sarebbe
ora seco se non gliela avesse rapita la morte; forse pensava alle
risorse che avrebbe trovate in mezzo alla popolazione maremmana, se
avesse diretta la sua ritirata per quelle parti anzichè per l'Umbria, e
qualche cosa ne disse, come vedremo di poi; e forse subiva quel
sentimento vago d'inquietudine, che provano anche le anime grandi quando
stanno per accingersi ad un passo decisivo e finale.--Passarono davanti
alla casa della _Fonte al Bugno_, presero l'argine destro del fosso
_Allacciante_ fino al passo detto _Pedata di Caserma_, e qui
traversarono il fosso, che in quella stagione è asciutto, continuando
per l'argine sinistro.
Narro ora un triste episodio. Nella lunga peregrinazione di Garibaldi
dall'Adriatico al Tirreno, è qui soltanto che ebbe esso ad incontrare
persona disposta a nuocergli per animo deliberato. Era questi un tale
Antonio Cardini ex-gendarme dei Lorenesi, che fu incontrato sull'argine
destro mentre guardava maiali di proprietà di Domenico Fontani, fratello
ad Oreste, uno dei quattro Scarlinesi che scortavano Garibaldi. Il
Cardini riconobbe il Generale per averlo riveduto in altri luoghi, e lo
esternò a Giuseppe Ornani, che in quel momento era l'ultimo della
comitiva. Negò come era naturale l'Ornani, e aggiunse che sbagliava
d'assai se sognava Garibaldi in quei luoghi, mentre il da lui supposto
proscritto non era che un cacciatore, col quale andavano essi Scarlinesi
in padule, e credè averlo convinto, e fu bene pel tristo, perchè i
quattro giovani non erano tali da lasciarsi dietro una spia. Passò oltre
la piccola brigata, e il Cardini col cuore ormai deturpato dal suo
vecchio mestiere, tornando la sera al paese, ripetè di avere veduto il
giorno stesso Garibaldi traversare il piano di Scarlino, e disse ciò al
suo padrone noto e zelantissimo reazionario, il quale però sapendo
contemporaneamente come fra i componenti la brigata sospetta vi fosse
suo fratello Oreste, non ne fece nessun caso. L'ex-gendarme però era
invasato dal turpe desiderio di un lauto guadagno, e voleva andare a
denunziare il fatto ai gendarmi di Follonica, ma pensò bene di non farlo
quando fu prima sconsigliato, poi minacciato della vita da Giorgio
Fontani altro fratello ad Oreste; e sapeva bene il vigliacco delatore
che la faceva con uomini capaci di mantenere la promessa.
E qui vogliamo dire cosa che se non aggiunge gloria alla meritata fama
di disinteresse del Capitano del Popolo, torna di onore immenso a quei
generosi che erano disposti a far sacrifizio della vita e degli averi
per condurlo in salvamento. Il capitano Leggero camminava spesso di
coppia con Giuseppe Ornani, e presso a poco nel luogo detto di sopra,
ragionando fra loro, gli disse come tutto il denaro di cui disponesse il
Generale consisteva in dieci monete (forse voleva dire pezzi da 20
lire), ma che il Serafini colla sua squisita gentilezza aveva messa a
disposizione di Garibaldi una qualche somma, depositandola su di un
mobile della camera da lui abitata.--E questo avveniva quando i sicarii
della penna cercavano con ogni maniera di calunnie insozzare la bella
fama del Generale.--Quanto poi alla nobile offerta del Serafini, noi
crediamo sia la più bella lode il narrarla, aggiungendo come esso non ne
abbia mai fatta parola ad alcuno nè prima nè poi.
Continuarono la via in sembianza di cacciatori sull'argine sinistro
dell'_Allacciante_, fino all'imbocco in questo del fosso minore detto
_Fontino_. Quivi è un ponte di legno per uso dei guardiani, gettato
sulla foce del fosso stesso. Passarono il ponte, e invece di continuare
a discendere verso il padule, presero l'argine sinistro del Fontino
risalendolo, e così si trovarono sulla «_Via Dogana_,» largo stradone a
sterro che da Scarlino conduce al Puntone. Fatti pochi passi sulla Via
Dogana, le grosse campane di Scarlino cominciarono a suonare per una
qualche funzione religiosa. Il paese era vicino, lì sul prossimo poggio,
il vento favorevole, il suono bello e maestoso, e tutto ciò, e la
giacitura del paese, veduto da quella parte, così fabbricato per lungo
sul crinale del poggio, faceva credere Scarlino molto più grande di
quello che fosse.
Si fermò sorpreso il Garibaldi, e domandò: «_Che paese è quello?_--_È
Scarlino, il paese nostro e del Capitano_,» gli rispondeva Olivo Pina, e
sapeva di fargli cosa grata chiamando in tal modo Angiolo Guelfi, poi
alludendo al suono delle campane che aveva attirata la sua attenzione,
continuò con tuono deciso: «_E se ordinate, Generale, gli si fa cambiare
suono._» A queste parole il capitano Leggero, che era fra gli ultimi, si
fece avanti premuroso, e domandò quanti abitanti vi erano nel paese, e
di quanti giovani si poteva disporre.--Risposero: «_Il paese ha mille
abitanti, e si può contare su tutti i giovani, ma venti almeno ci
seguono, chè altrettanti sono tornati da poco, ed erano volontarî del
governo di Guerrazzi._» Allora il Capitano si avvicinò a Garibaldi, e
gli disse con fuoco: «_Generale, ricominciamo di qui?_»--E i quattro
Scarlinesi stavano pronti ad aspettare gli ordini.--Ma il Generale
guardò prima in faccia i suoi compagni, un lampo di gioia rasserenò la
sua fronte, vedendosi circondato da uomini così risoluti, poi
rifacendosi cupo, rispose: «_Si porterebbero ad inutile carneficina;
piuttosto i padri penseranno ad educare i loro figli per il giorno della
riscossa._»--E fu continuato il cammino.
Percorsero sulla Via Dogana per forse duecento metri, poi deviarono a
sinistra per una stradella, entrando nel bosco delle «_Piane di
Meleta_,» e si fermarono a riposarsi all'ombra di una quercia. Era
questo il luogo nel quale aveva dato convegno Pietro Gaggioli. E infatti
l'infaticabile Giccamo era al suo posto. Si chiama la località «_Fonte
al Leccio_,» ma di fonte non vi è che il nome, tantochè sentendosi il
Generale preso da sete, sia per il cammino accelerato, sia a causa del
calore estivo che principiava a sentirsi coll'alzare del sole, bisognò
ricorrere alla prossima casa poderale di Meleta; vi andò Giuseppe
Ornani, e ritornò insieme a tale Giovanni Lorenzi che vi risiedeva, e al
quale aveva richiesta un poca d'acqua per dissetare una brigata di
cacciatori. Venne il Lorenzi con una fiasca di vimini, e bevvero tutti
l'acqua mista a rhum, del quale Giccamo aveva pensato di provvedersi. Il
Lorenzi vide tutte quelle persone distese all'ombra della quercia, e
così tutti armati di fucili a due canne li credè cacciatori, e continuò
a crederlo per lungo tempo. Sul partire di là l'Ornani domandò al Pina
qual via fosse meglio seguire, se cioè per «_Val Citerna_» e «_Val
Lunga_» faticosissima e attraverso alla macchia, ovvero per la «_Via
delle Costiere_» viuzza assai ben tenuta, perchè serviva allora al
continuo passaggio da una torre all'altra dei Cavalleggieri di Costa.
Proponeva l'Ornani di prescegliere quest'ultima come più breve e più
agevole, onde non affaticare di soverchio il Generale.--Insisteva il
Pina per la parte di Val Citerna e Val Lunga come più sicura, dovendosi
passare in vista della _Torre di Portiglioni_ se si volesse battere la
Via delle Costiere. Il capitano Leggero domandò allora quanti uomini
custodissero questa Torre di Portiglioni, ed essendogli stato risposto
che vi risiedevano sei Cannonieri di Costa, saltò su a dire: «_Passiamo
pure di là, non ce ne tocca neppure uno per uno_» e infatti erano sette
compreso Giccamo che li aveva testè raggiunti; ma Garibaldi riprese,
gravemente: «_Non per noi che si parte, ma per coloro che rimangono,
occorre usar prudenza._» E prescelse la via del bosco.
Sempre per sentieri traversarono Val Citerna, e giunti sulla cima si
trovarono nella via ruotabile delle _Collacchie_. Il Generale non si
aspettava di trovare una strada simile in mezzo a quelle boscaglie, e in
luoghi così disabitati, onde si fermò sorpreso, e domandò: «_Dove
conduce questa strada?_» E il Pina rispose: «_Da una parte a Follonica,
e quindi a Livorno, e dall'altra a Grosseto, poi a Roma._--_Vi sarà il
caso d'incontri?_--_Il pericolo è ben lontano, tanto più che noi la
traversiamo soltanto, ma se si presentasse il caso di esser sorpresi,
state sicuro che non vi lasceremo mai in mano dei nostri nemici._»--A
queste parole il Generale si rivolse commosso a Leggero, egli disse:
«_Vedi quali uomini fanno in questa Maremma! Se avessimo conosciuta la
strada e la popolazione, era questa la via da seguire._» Voleva
alludere alla ritirata da Roma; e quando lì presso vide vacche vaganti,
si battè la fronte ed aggiunse: «_Se avessi saputo di trovare anche il
cibo per i bravi soldati, sarebbe stata questa la via!_»
Traversarono in obliquo la strada, e rientrarono subito nella macchia, e
quando dopo pochi passi vi si furono internati, Olivo Pina che precedeva
si rivolse al Generale, e col fare sicuro di chi dice cosa ormai certa,
e con frase tutta toscana, gli disse: «_E ora, Generale, chi ci ha
visto, ci ha visto_»--volendo fare intendere che non incontrerebbero più
alcuno, e se lo incontrassero guai a lui.--Intese Garibaldi, e
sorridendo dette uno sguardo a Leggero, e stava in quello sguardo la più
bella lode pei coraggiosi Scarlinesi.
Così percorsero Val Lunga, e giunsero sulla _Collacchia_, o crine del
poggio, che per l'altro declive termina con Cala Martina. Fino ad ora il
drappello aveva percorsi sentieri malagevoli, ma pervii, e tali da
permettere il passaggio di un uomo; ma qui finiva ogni traccia di
strada, e Olivo Pina si soffermò e disse: «_Ora bisogna abbandonare la
viottola, e traversare la macchia_,» e accennò a destra. Il Generale si
voltò alla parte indicata, e con sorpresa vide al di sotto il mare;--di
mesta e cupa che era fino ad ora la sua fisonomia si rasserenò--la vista
del mare che gli è stata sempre gradita, gli doveva essere anche più
gradita ora, dacchè era per lui la tanto cercata via di salvezza. Aveva
detto al Serafini: «_Sul mare, una trave basta per noi due_,» e queste
parole che in bocca di Garibaldi non erano vana iattanza, mostravano
quanta fiducia dovesse sentirsi alla vista dell'elemento suo prediletto.
Entrò pel primo Olivo nel folto del bosco, poi Garibaldi, che rompeva la
macchia col petto come un vecchio cacciatore maremmano, e tutti gli
altri li seguirono per la ripida discesa; così pervennero alla _Via
delle Costiere_, in quel tratto che soprastà a Cala Martina, e
traversatala, per un sentiero più ripido ancora, ma un poco più aperto,
toccarono la spiaggia del mare, sboccando nella parte di mezzogiorno, ad
un terzo dell'arco descritto dal piccolo seno, e percorrendone tutta la
massima curva, andarono a fermarsi all'altro terzo d'arco della parte
opposta, cioè di settentrione, e quivi si fermarono giudicando il luogo
più riparato, e insieme più adatto all'imbarco.--Finalmente Garibaldi
poteva toccare l'elemento desiderato[17].