DA SAN DALMAZIO ALLA CASA GUELFI

Per chi conosce i sensi gentili di ospitalità che sono pregio abituale

di Cammillo Serafini, sarà facile cosa l'immaginare le cure da cui

vennero circondati i due esuli in quella casa. Fu la splendida

accoglienza che sa fare l'uomo cui la fortuna accordò largo censo, e la

natura cuore più largo. Ma di ciò basti. Diremo piuttosto come appena

installati i suoi ospiti nel salotto cui fa capo la breve scala di

accesso, corresse il Serafini dal Guelfi per dargli la notizia

dell'arrivo. Stava questi nella cucina della casa parlando coi

familiari, in apparenza calmo, ma col cuore in ansia per l'aspettativa.

Toltosi di là insieme al Serafini, fu da esso condotto nella stanza

dov'erano i suoi ospiti illustri e presentato al Generale. Questi appena

vide Angiolo Guelfi senz'altre parole gli gettò le braccia al collo, e

gli disse: «_Vengo con voi._» Nè il moto subitaneo proveniva dal

desiderio di cercare uno scampo come che si fosse, bensì da sentimento

di simpatia nel vedersi dinanzi quel patriotta dalla barba grigia, folta

e prolissa, dalla fisonomia bella e severa, e dallo sguardo franco e

leale, tale insomma da attirare a sè chiunque lo vedesse per la prima

volta. Ma il Guelfi, pur corrispondendo all'effusione d'animo del

Generale, gli faceva intendere che una traversata, per quanto breve,

onde raggiungere la Maremma, sarebbe stata pericolosissima in quei

momenti nei quali esso così conosciuto era tenuto d'occhio dalla polizia

lorenese.

Strettisi a consiglio i due profughi insieme a Serafini e Guelfi, tutti

convennero che scopo precipuo della ricerca dovesse essere una barca

atta a trasportare gli esuli sulla riviera ligure, e che di ciò avrebbe

dovuto occuparsi il Guelfi partendo senza dilazione per la Maremma.

Espose esso le sue intenzioni circa alle persone a cui rivolgersi, ed

ebbe in tutto l'approvazione del Serafini conoscitore esatto esso pure

degli uomini e dello stato della Maremma. Parlò il Guelfi della sua casa

nel piano di Scarlino da servire per luogo di sosta, come quella che,

situata in pianura disabitata, aveva di frequente dato ricetto ad esuli

politici, ma perciò appunto proponeva di non servirsene come asilo che

in caso estremo, essendo ormai sospetta, sia per i profughi che

l'avevano frequentata, sia pel nome inviso del proprietario. Tutto ciò

veniva approvato dal Serafini; e fu stabilita la partenza del Guelfi per

le prime ore del mattino successivo, onde evitare sospetti di una gita

notturna. Fu preveduto anche il caso che il Guelfi dovesse trattenersi

in Maremma, e che vi fosse bisogno di corrispondenza fra esso e San

Dalmazio. A tale effetto fu stabilito che se avesse dovuto dare notizie

di sè, le avrebbe fatte pervenire per mezzo del Martini dirigendo

lettere al Morbo con nome convenzionale, e se si fosse dovuto di qualche

cosa avvertirlo, si sarebbe usato l'indirizzo fittizio «_Antonio

Piesce_» che Angiolo Guelfi scrisse di suo pugno sopra di un quarto di

foglio, e che il Serafini poi conservò e conserva tuttora insieme agli

altri documenti di quella data memoranda.

Così fra gli accordi e la mensa ospitale fatta imbandire dal Serafini si

era arrivati a notte avanzata, e il Guelfi volle passare le poche ore

che lo separavano dalla partenza nel conversare col Grande che così

inopinatamente gli era stato avvicinato dalla fortuna. Furono queste

alcune ore di amichevole colloquio che Angiolo Guelfi non dimenticò

finchè visse. L'animo suo fiero, leale, entusiasta di libertà si beava

nell'anima grande del Garibaldi, e soleva dire di poi che vi erano in

quell'anima connesse la natura del guerriero indomito, a quella della

delicata fanciulla. Parlarono di tante cose, ma più che tutto delle

presenti miserie della patria, e delle speranze future. Una volta cadde

il discorso sulla possibile eventualità che il piano ideato pel

salvamento fosse scoperto, il Guelfi arrestato; e il Generale traendosi

da tergo un pugnale glielo mostrò sorridendo e gli disse: «_Vedete,

Capitano, che non mi prenderanno mai vivo._» E lo chiamava con modo

familiare così, sapendolo capitano della Guardia Nazionale di

Scarlino.--Vi erano nella camera in cui si erano ritirati il Garibaldi

ed il Guelfi alcuni giornali provveduti dal Serafini, che riflettendo

l'indirizzo reazionario del Governo Granducale non mancavano d'ingiurie

e di calunnie ai caduti. Garibaldi lesse fra le altre la stolta notizia

avere esso rapito e portato seco il tesoro della Repubblica Romana in

dieci milioni, e dopo avere estratto dalla tasca lo stesso borsellino

col quale voleva pagare il mugnaio Pispola, lo mostrava al Guelfi, e gli

diceva ridendo: «_Capitano, ecco i miei milioni._» Ma poco dopo seguiva

nel giornale un'infame calunnia: «Il famigerato bandito Garibaldi ha

ucciso colle sue mani la propria moglie, perchè gli era d'inciampo nella

fuga.» Allora le guancie dell'Eroe furono solcate dalle lacrime, e

disse fiere parole all'indirizzo dei suoi vili detrattori.--Intanto i

modi franchi, e i liberi sensi del Guelfi si erano fatta sempre più

strada nell'animo del Generale. Quando venne l'ora della partenza del

suo nuovo amico, il Garibaldi, cedendo ancora ad un moto subitaneo

proprio della sua natura ferrea insieme ed entusiasta, tornò a

gettarglisi al collo, e gli disse: «_Voglio venire con voi._» Ma il

Guelfi, più conoscitore delle cose locali di quello che lo fosse l'esule

proscritto, gli rispondeva: «_No, Generale, non si provvederebbe in tal

modo alla vostra salvezza. I miei passi sono spiati; Voi insieme a me

sareste riconosciuto, e si cadrebbe ambedue nelle mani de' nostri

nemici. La sicurezza vostra mi costringerà ad altra cosa anche più

dolorosa, quella di rinunziare all'onore di ricevervi io stesso nella

mia casa, se, come spero, tutto potrà andare a seconda de' desideri

nostri. Io starò sempre in questi giorni in un luogo diverso dal vostro,

e mi porrò in evidenza; così vogliono le triste esigenze dei tempi, e la

salute vostra che è salute futura della patria._» Si arrese il Generale

alle prudenti ragioni del bravo maremmano, che poco dopo partì per Massa

Marittima, prendendo a pretesto di esservi richiamato da urgenti affari

privati. Quanto poi saggiamente operasse Angiolo Guelfi nel così fare,

lo diremo a suo tempo.

Diremo intanto delle misure di precauzione prese dal Serafini a tutela

de' suoi ospiti illustri. Il paesello di San Dalmazio dista 12

chilometri dal Morbo, ed è fabbricato sull'erta pendice meridionale del

poggio, che ha sulla sua vetta la vecchia e diruta Rocca Silana.

Segregato allora dal movimento commerciale per la mancanza di vie

ruotabili, colla sua piccola popolazione intenta ai lavori agricoli,

sembrava il più sicuro asilo pei due proscritti, eppure la lebbra

reazionaria era entrata fin là, e le precauzioni prese dall'egregio

Serafini non potevano dirsi mai troppe. La sua casa, posta quasi alla

cima del paese, ha l'ingresso principale nella via di mezzo, e due altre

uscite secondarie, di cui una al di sopra del paese in aperta campagna,

e l'altra posteriore in una vallata deserta e quasi selvaggia. Della

disposizione eccellente della casa intendeva servirsi il Serafini in

caso di sorpresa, e mentre aveva provveduto con abbondanza d'armi alla

momentanea resistenza, aveva indicata ai suoi ospiti la via che

dovrebbero seguire per le diverse uscite, e i punti diversi di ritrovo,

se, come esso diceva, sarebbe rimasto vivo nella lotta.--Aveva aperto da

sè stesso la porta della casa al Generale e a Leggero, e mai nei quattro

giorni della loro permanenza li fece vedere a' suoi familiari, ai quali

con minaccia della vita aveva ingiunto il più rigoroso silenzio sulla

presenza di stranieri nella casa, dichiarandoli due suoi consanguinei

implicati nelle ultime vicende politiche, e che voleva ad ogni costo

salvare.--Insomma una volta nelle mani del Serafini, Garibaldi non era

più il proscritto in balìa della sorte, e la sua cattura non sarebbe

stata più un facile colpo di mano.--Quivi il perseguitato potè godere i

primi momenti di quiete dopo la morte di Anita.

Ma non era quieto il Serafini. Di carattere ardente e passionato,

misurava gli indugi alla stregua del desiderio che sentiva vivissimo di

vedere in salvo i suoi ospiti cari e rispettati. Seguiva colla mente il

Guelfi nella sua gita in Maremma, ne misurava tutti i pericoli, ne

esagerava anche la difficoltà di riuscita. E lo mise in maggiori

angustie la lettera che ricevè per espresso nelle ore pomeridiane del

giorno 28 spedita dal Martini. Era questa senza firma, ma scritta coi

caratteri di Angiolo Guelfi, notissimi al Serafini. Diretta con finto

nome ed indirizzo: «_Al signor Dario Ascani--Colle_,» diceva così:

«_C. Amico_

«_Arrivato qua non ho trovato la persona per fare il noto

affare. Dunque vi rimando il baroccino._

«_Io parto nel momento per la Maremma bassa, quando avrò fatto i

miei affari ritornerò a trovarvi._

«_Non state in pensiero se mi tratterrò qualche giorno, giacchè

l'aria è assai buona._

«_State bene e sano._»

Seguiva un'aggiunta scritta dalla mano di Girolamo Martini nei termini

che seguono:

«_Se crede di volere cambiare venga da me nella giornata, che si

combinerà tutto. Gradisca i miei ossequi, e li faccia gradire._»

La solita imperturbabile tranquillità del bravo Martini in faccia agli

ostacoli traspariva dalle poche righe aggiunte alla lettera tanto

significante di Angiolo Guelfi. Questi aveva trovato un ostacolo

nell'esecuzione dei suoi disegni, e ne dava avviso col ritorno del

baroccino, avvertendo in pari tempo che la sua lontananza sarebbe più

lunga di quanto si era proposto. Il Serafini, trepidante per il buon

esito dell'impresa, ne parlò al Generale, domandandogli il suo volere in

faccia a questo inopinato ritardo. E il Generale calmo e sorridente

rispondeva alle premure dell'ottimo Serafini: «_Dolergli e molto dei

gravi rischi che i suoi bravi amici andavano ad incontrare per lui;

quanto a sè non si dassero pensiero;_» e come erano sulla loggia della

casa posta ad altezza non indifferente dalla sottoposta vallata gli

diceva: «_Vedete, tanto lo scalare questa vostra loggia, quanto lo

scenderne, è per noi due cosa facile._» Opinò infine il Generale doversi

aspettare l'esito delle pratiche, fiducioso di quanto andava facendo il

Guelfi in Maremma, quindi fu deciso di nulla innovare.

Passò così il 29, e la mattina del 30 il Serafini, insofferente della

mancanza di notizie del Guelfi, che a lui pareva prolungata, ed era

naturalissima, mandò un espresso al Bagno per sapere qualche nuova dal

Martini. Ma il Martini ne sapeva quanto lui, e gli rispondeva sempre

calmo, sempre prudente con la seguente lettera senza data, senza firma,

senza indirizzo:

«_Pregiatissimo_,

«_Non essendo qua l'amico non posso dirgli niente, ma subito che

tornerà che spero sarà in questa mattina, spedirò persona costà

e lo renderò inteso di tutto; mi creda._

«_Suo_.»

E il ritorno tanto desiderato del Guelfi avvenne infatti la mattina del

30, come col suo animo calmo lo avea previsto il Martini.

Diremo ora della gita di Angiolo Guelfi in Maremma, ma a spiegazione dei

timori del Serafini, e del rifiuto del Guelfi a portare seco i due

profughi, accenneremo come pochi giorni avanti, mentre attendeva esso

nel piano di Scarlino alla direzione della sua azienda, venne a trovarlo

Olivo Pina, quello stesso che vedremo poi accompagnare Garibaldi al

mare, e gli disse come essendo andato per affari suoi a Massa Marittima,

aveva incontrato Giovanni Fabbri e Giuseppe Lapini ambedue autorevoli ed

onesti cittadini, ma non malevisi dal restaurato governo lorenese, i

quali, come amici di Angiolo Guelfi, cercavano appunto occasione segreta

e sicura per fargli sapere che non si presentasse nè a Massa nè a

Scarlino, perchè era a loro certa cognizione, avere le autorità locali

ordine di procedere in tal caso al di lui arresto. All'annunzio di

questa nuova persecuzione aveva il Guelfi domandato fra il serio ed il

faceto, dove dovesse dunque andare, poi facendo di necessità virtù, si

ritirò nelle vicinanze del Morbo, un poco riparandosi presso gli amici

suoi Bruscolini di Castelnuovo, un poco presso l'amico e parente

Cammillo Serafini a San Dalmazio, e così si conduceva, incerto sempre

del domani, tantochè credè bene stare lontano anche dalla famiglia che

teneva allora a Laiatico, per risparmiare il possibile dolore di un suo

arresto sotto gli occhi dei suoi cari. Era insomma il Guelfi un

perseguitato, che si era assunto di aiutare altri più perseguitati di

lui. Nè poteva delegare ad alcuno la missione sua, perchè difficile

sarebbe stato il trovare chi al pari di lui avesse autorità e fiducia

insieme sui patriotti di Massa, di Scarlino e di Follonica, tutti

indispensabili col concorso loro alla buona riuscita dell'impresa. Ora

per organizzare il passaggio e il salvamento per la via di mare, era

necessario non solo aggirarsi pei due luoghi proibiti, Massa e Scarlino,

ma occorreva altresì in quei tempi di sospetti e di arbitrii, avere

rapporti coi più caldi repubblicani, che erano a lor volta i più

perseguitati e i più sorvegliati. Ecco dunque perchè il Serafini, che

bene sapeva lo stato del Guelfi, temeva tanto del buon esito

dell'impresa; ecco perchè il Guelfi stesso rifiutò con dolore la

richiesta del Generale di averlo a compagno, ecco perchè lo troveremo

sempre in luogo diverso dal Generale.

È stato in varii modi e da varii scrittori toccato questo periodo della

vita avventurosa del Garibaldi, ma nessuno ha conosciuto e svelato la

posizione difficile nella quale dovè preparare, e portare a termine

l'impresa un pugno di patriotti, perseguitati essi stessi, e costretti

spesso a pensare alla loro salvezza, se volevano avere libero il domani,

per spenderlo, non a proprio vantaggio, ma in prò della salute del

Generale.

Partì dunque Angiolo Guelfi dal Morbo nelle prime ore del 29, ed arrivò

a Massa circa alle 8. Fece subito ricerca dei due fratelli Giulio e

Riccardo Lapini, e di Pietro Gaggioli detto Giccamo. Trovò i Lapini,

giovani animosi e caldi patriotti, pronti ad assumere la parte loro, di

scortare cioè i profughi a traverso il territorio di Massa fino alla

Casa Guelfi, ma non potè trovare il Gaggioli, sceso a Follonica per

affari suoi. Era intenzione del Guelfi, quando partì dal Morbo, di

prendere gli accordi opportuni coi Lapini e col Gaggioli, e ritornare

poi subito donde era venuto, sempre per non destare colla sua presenza

sospetti nei luoghi pei quali doveva passare Garibaldi. Ma la inopinata

mancanza di Giccamo gli fece fare di necessità quello che voleva

schivare, e si risolvè ad andarlo a trovare a Follonica. Fu allora che

scrisse la lettera all'indirizzo convenzionale di «_Dario Ascani,

Colle_» e la fece recapitare al Martini col ritorno del baroccino che lo

aveva accompagnato a Massa. In essa annunziava velatamente, come si è

sentito, la mancanza del Gaggioli, faceva intendere la sua gita in cerca

di lui, e coll'animo pieno di fiducia nel buon esito dell'impresa

pericolosa che si era assunta, mandava un saluto ed un conforto agli

amici colle parole: «_Non state in pensiero se mi tratterrò qualche

giorno, giacchè l'aria è assai buona._»

E non poteva fare altrimenti. La salvezza del Generale e del compagno

suo dipendeva dal trovare chi si assumesse l'incarico di traversare coi

due profughi il mare dalla spiaggia tirrena alla ligure, e questo non

poteva trovarsi che da Giccamo per la sua professione sempre in rapporto

con uomini di mare. Era Pietro Gaggioli, detto Giccamo, onesto

commerciante e buon patriotta di Follonica, e per di più deferentissimo

ad Angiolo Guelfi per antica amicizia. Necessario quindi che il Guelfi

parlasse in persona al Gaggioli, il quale si sarebbe piegato a fare per

lui quello che non avrebbe fatto per altri. Partì infatti il Guelfi per

Follonica la mattina stessa del 29, ed ebbe la fortuna d'incontrare

Giccamo per via al _Ponte della Pecora_ di ritorno a Massa insieme a suo

figlio. Restò lietamente sorpreso il buon Giccamo dell'incontro

inopinato di Angiolo Guelfi che non soleva mai tornare in quei luoghi

prima del Novembre, e scesi ambedue dai loro baroccini si strinsero a

colloquio sul margine della via. Espose il Guelfi la causa della sua

gita in Maremma, e pregò l'amico quanto più caldamente potè a non

tralasciare una circostanza così inattesa di giovare alla causa della

libertà, e a contentare insieme un vecchio amico. Misurò il Gaggioli

tutte le difficoltà ed i pericoli di quanto si sarebbe andato facendo,

poi, patriotta ed amico, cedeva alle ragioni ed alle preghiere del

Guelfi patriotta vecchio ed amico suo, e tornando indietro

dall'intrapreso cammino, rifaceva la via per Follonica, mettendosi con

tutta lena a porre in esecuzione quanto aveva promesso. Il Guelfi, poi,

resa inutile la gita di Follonica, volgeva per Scarlino, suo paese

nativo, onde prendere gli opportuni accordi pel ricevimento degli esuli,

e per la loro scorta fino al mare. Giunse a Scarlino, sempre nelle ore

della mattina, e fece ricerca tosto di Olivo Pina che conosceva

audacissimo, ed era altresì legato seco lui da stretta familiarità, e

postolo al corrente di tutto, lo richiese di ricevere esso per lui

assente gli ospiti illustri nella sua casa del piano di Scarlino, e di

trovare altri giovani di buona volontà e risolutezza che gli si

associassero per servire di scorta ai profughi durante il loro

soggiorno alla Casa Guelfi, e nella traversata fino al mare. Il trovare

compagni non era per Olivo Pina cosa difficile, attesochè nella Maremma

tutta, e specialmente in Massa e Scarlino, si era dichiarato il popolo

caldo difensore delle idee democratiche, e lo aveva mostrato coll'invio

di numero grande di volontari, che erano testè stati rimandati alle loro

case pieni di malcontento dal governo lorenese restaurato. Che se si

aggiunge trattarsi di difendere la vita del più popolare campione della

libertà, vogliamo dire Giuseppe Garibaldi, vi era da trovare uomini

volenterosi oltre il bisogno. In tutti quei luoghi poi era Angiolo

Guelfi potente per aderenze ed amicizie, massime in Scarlino, ove

possedeva censo, oltre a reputazione non piccola. In pochi momenti

Guelfi e Pina s'intesero che nel giorno ed ora designate da Gaggioli e

dai Lapini sarebbero andati in quattro alla casa Guelfi, cioè Olivo

Pina, Giuseppe Ornani, Leopoldo Carmagnini, e Oreste Fontani, tutti

sotto-ufficiali della disciolta Guardia Nazionale di Scarlino, di cui

già il Guelfi era il ben amato Capitano, e che una volta ricevuti i due

esuli sarebbero stati difesi fino alla morte. Stabilito tutto ciò,

Angiolo Guelfi insieme ad Olivo Pina tornava a Follonica, ivi prendeva

gli accordi ultimi con Giccamo circa a trasmissione di notizie, si

divideva da Olivo Pina, risaliva a Massa, dava ai fratelli Lapini le

buone nuove delle pratiche iniziate, e conveniva con essi che avvertiti

da Gaggioli, avvertirebbero a lor volta Olivo Pina, e per mezzo di

espresso terrebbero informato il Guelfi stesso che si ritirava al Bagno,

e dopo ciò la mattina del 30 tornava al Morbo come si è visto di sopra.

Si mise il Guelfi a fare in apparenza la parte del tranquillo bagnante

al Morbo, ma dentro a sè tormentato dal dubbio circa la riuscita del suo

piano, e pronto a tentare altra via se quello andasse fallito; e il

Martini pensava intanto a trasmettere a San Dalmazio la lieta nuova del

felice ritorno, e delle pratiche bene avviate dal Guelfi.

Per tutto il tempo che il Generale si trattenne a San Dalmazio

traspariva dai suoi atti una tale sicurezza, come se i pericoli non

esistessero intorno a lui. Si alzava alle 6 della mattina, dormiva

tranquillamente, mangiava, come al suo solito, parcamente, era calmo,

spesso sorridente col suo ospite che procurava con ogni modo di

mostrargli il suo rispetto e il suo amore. Prediligeva trattenersi nella

terrazza attigua al salotto, e che guarda la vallata deserta. Ivi stava

fumando e leggendo per molte ore i libri messi a sua disposizione dal

Serafini, e più degli altri la vita di Vittorio Alfieri. Così passava

tutto il tempo che non si intratteneva a parlare coll'ospite suo. Il

capitano Leggero poi si aggirava continuamente per tutte le stanze della

casa, escluse quelle praticate dai domestici del Serafini, quasi fosse

insofferente di quella prigionia, e accorreva pronto ad ogni minimo

desiderio dal suo Generale. Nei ragionamenti che faceva il Garibaldi col

Serafini entravano spesso le speranze sulla liberazione della patria, ed

anzi riconoscendo nel suo interlocutore un entusiasta partigiano di

libertà, gli lasciò scritti di sua mano i nomi di coloro coi quali

poteva intendersi per una futura riscossa, ma per non compromettere

l'amico scriveva così:

«_Nominativi per un tentativo mineralogico._

«_Il sacerdote Verità Giovanni parroco di Modigliana._

«_Montanari tenente-colonnello della caduta Guardia Nazionale di

Ravenna._

«_Bonnet N. capitano della G. N. a Comacchio presso Ravenna._

«_Caldesi Vincenzo ex-Deputato a Roma, di Faenza._

«_Capaccini ex-capitano del reggimento l'Unione a Forlì._

«_Il 1º Settembre 1849_

«_In Ancona, Giannini N. dedicato al commercio._

«_Elia Antonio padrone di bastimenti._

«_Casale Raffaello di Foligno._

«_Vincenzini Pietro ex-maggiore della G. N. di Rieti._»

Così l'autografo religiosamente conservato dal Serafini insieme a molti

altri del Generale, e l'esule che non aveva terra che lo sostenesse,

pensava non a sè ma al bene futuro della sua patria. È sempre il

prigioniero di Gualeguay che intuona alla patria schiava i versi pieni

di amore selvaggio:

Io la vorrei deserta

E i suoi palagi infranti

..........

Pria che vederla trepida

Sotto il baston del Vandalo!

Spesso ancora si mostrava preoccupato il Serafini dell'esito incerto

circa alle pratiche iniziate da Angiolo Guelfi per l'evasione dalla

parte del mare, tantochè il Generale, colla sua solita serenità, gli

diceva: «_Non vi date pensiero di me, dirigetemi al mare, e là un solo

trave basta per noi due._» E siccome un uomo tale non conosceva cosa

fosse millanteria, bisogna ben dire che il coraggio in lui non aveva

confini.

Una volta il Serafini, che cercava in ogni modo di render meno sgradita

ai suoi ospiti la loro reclusione, volle dare ad essi lo spettacolo

gradito di una cacciata quasi sotto i loro occhi, e avvisatone il

Generale che assisteva dalla terrazza, presi seco cani e fucile, da

eccellente cacciatore qual'era, uccise in poco tempo una lepre e due

pernici, che presentò subito al suo ospite amato quanto rispettato, e

questi, sensibile alla nuova manifestazione di riguardo, qualificò con

effusione come una _grata sorpresa_, il pensiero del Serafini. E qui

cade in acconcio raccontare un aneddoto, che mostra la serenità d'animo

del Generale nelle circostanze più difficili della sua vita avventurosa,

e insieme la perenne memoria che conservava poi beneficî ricevuti.--Era

la sera del 2 Ottobre 1860, e per tutto quel giorno memorando aveva

Garibaldi perigliato sul campo di battaglia di Santa Maria di Capua; più

volte si era veduto sfuggire la vittoria, e più volte aveva saputo

riafferrarla co' suoi lampi di genio, coll'entusiasmo che faceva

risorgere la sua presenza fra i volontari. Affaticato dai disagi della

giornata, e dall'incertezza di quella pugna che per lui valeva più di un

regno--valeva l'unità della patria--si era gettato su di un

letticciuolo, e stava fumando modestamente il solito suo mezzo sigaro,

quando chiese di vederlo Cammillo Serafini. Non si erano più incontrati

dal 1849, e fu subito fatto passare nella camera per ordine del

Generale. Eravi Bixio assiso su di una seggiola al capo del letto ove

Garibaldi si era gettato. Quali cortesi accoglienze si avesse il

Serafini dal Dittatore, è inutile il dire. Basti il sapere che rivoltosi

a Bixio gli raccontò questo periodo del suo trafugamento, e rammentò le

gentilezze avute dal Serafini, e con compiacenza narrò al suo compagno

d'armi la grata sorpresa di una cacciata fatta sotto i suoi occhi dal

cortese suo ospite. Così era quest'uomo straordinario, e in mezzo ai

gloriosi fatti svolti poche ore fa, il suo animo aveva sempre un ricordo

gentile per quanto aveva ricevuto nei giorni di sventura.

E per provare che la serenità dell'animo non lo abbandonasse anche nei

momenti più difficili, basti il dire che in casa Serafini trovava tanta

quiete da permettergli di accingersi alla narrazione dei fatti

gloriosamente compiuti a difesa della Repubblica Romana. La sera del 1º

Settembre aveva cominciato il suo scritto così:

«_Fatti di Roma_»

«_Giunto da Rieti negli ultimi d'aprile a Roma, colla 1ª Legione

Italiana--io fui destinato a guarnire le mura, da Porta S.

Pancrazio a Porta Portese--il 30 dello stesso mese essendoci

notizie che i francesi si avanzavano per attaccarci--io mandai

un distaccamento...._»

Era lo scritto a questo punto quando si sentì un colpo alla porta, e la

voce maschia e ben conosciuta di Angiolo Guelfi, che pronunziava la

parola _Venezia_. Noi la sentiremo ripetere questa parola, e passerà per

la bocca di tutti i patriotti, che di qui in avanti fino a Cala Martina

prenderanno parte alla impresa onoranda. La scelse il Generale, e la

portò Angiolo Guelfi come parola di riconoscimento e di consegna a tutti

coloro per le cui mani dovevano passare gli esuli illustri. Era un

tributo di amore alla infelice città, che fino allora assalita dalla

peste, dalla fame, e dalle armi straniere, aveva saputo ultima mantenere

alto il vessillo nazionale, e lo aveva ora ripiegato con onore.

Così restò troncata questa pagina di storia che scriveva l'autore stesso

dei fatti gloriosi; il manoscritto fu conservato dall'egregio patriotta

Cammillo Serafini, e insieme ad altri documenti riguardanti questo

periodo della vita di Garibaldi, fu da lui tenuto nascosto sotterra per

i dieci anni nei quali rimase in piedi la dominazione lorenese[11].

Spieghiamo ora la venuta di Angiolo Guelfi a dare in persona l'avviso

della partenza.

Stava esso, come abbiamo detto, al Morbo, in apparenza come bagnante,

in fatto per riprendere all'occorrenza le pratiche del trafugamento per

la via del Tirreno, se per una qualche disgrazia non si fosse potuto

effettuare il piano ideato. Si era imposto di non accostare il Generale

che in caso di assoluta necessità, ma la sera del 1º settembre aveva

ricevuto un espresso dei fratelli Lapini diretto a Girolamo Martini, col

quale si diceva che tutto era pronto, e che nella notte stessa sarebbero

impostati lungo la via i mezzi di trasporto, e non aveva potuto reggere

al desiderio ardentissimo di rivedere per l'ultima volta i due profughi,

e portare loro da sè stesso la lieta novella. Ma non aveva dimenticato

di dire ad arte che, richiamato a Pisa da urgenti affari, andava la sera

a San Dalmazio, per farvisi condurre dai cavalli dell'amico Serafini. E

così fece di fatti, che il giorno successivo, mentre Garibaldi imbarcava

felicemente a Cala Martina, il Guelfi si faceva vedere in Pisa[12].

Con quanta gioia fosse ricevuta dal Serafini e dagli esuli la lieta

novella si può immaginare. Angiolo Guelfi, che aveva così bene condotta

la cosa, fu fatto segno per parte di Garibaldi e di Leggero alle più

entusiastiche dimostrazioni di amicizia e di ringraziamento. Nei pochi

momenti che precederono la partenza volle il Generale restare a solo col

Guelfi nella sua camera. Lo ringraziò con effusione di quanto aveva da

lui ricevuto, lo abbracciò e baciò caramente, lo chiamò suo amico, poi

volendogli dare un attestato della sua riconoscenza si levò da tergo un

pugnale americano, che lo aveva sempre accompagnato nelle guerre al di

là dell'Atlantico, e nella difesa di Roma, e porgendolo al Guelfi gli

disse: _Non ho altro oggetto a me caro da potervi dare per mio

ricordo.--Prendete, capitano, questo stile che mi rammenta tante cose,

ed io mi auguro che in tempi per la patria migliori mi possa essere

riportato dal vostro figlio, al quale mostrerò di essere sempre memore

dell'aiuto ricevuto da voi, e dai valorosi maremmani._--

E il pugnale non è stato mai più presentato al Generale, perchè Angiolo

Guelfi non era uomo da mettersi in mostra.--Aveva compiuto un dovere, nè

voleva di più.--Però Garibaldi trovò il modo di dimostrare la sua

gratitudine.--Nel 1859 venne a prendere a Modena il comando delle truppe

toscane. In esse era volontario Guelfo, l'unico figlio di Angiolo

Guelfi, che secondo le istruzioni del padre non si presentava al

Generale.--Lo seppe però questi una sera per circostanza fortuita, e

ordinò che si andasse tosto a chiamare il figlio del suo amico, come

esso diceva.--Non fu possibile trovarlo la sera, per cui fu avvisato di

portarsi la mattina successiva al Quartier Generale.--Vi andò, e

modestamente si atteggiò, quando entrato nell'anticamera la trovò piena

di ufficiali superiori toscani ivi riuniti per il rapporto

giornaliero.--Salutò militarmente i suoi superiori, poi, non sapendo che

fare di meglio, si ritirò nel vano di una finestra. E quivi stava,

guardato con occhio sprezzante da tutti quegli ufficiali gallonati, che

avevano servito la casa di Lorena, ed ora servivano il popolo

toscano.--Passò un sotto-tenente di Stato Maggiore, volontario anch'esso

e amico del Guelfi figlio, e a questi si diresse il giovane maremmano

per pregarlo di dire al Generale che esso era là ad aspettare i suoi

ordini.--Entrò il sotto-tenente nella stanza dove Garibaldi riceveva ad

uno ad uno gli ufficiali superiori, e subito dopo se ne aperse la porta,

e ne uscì un colonnello, l'ufficiale di Stato Maggiore con cui aveva

parlato il Guelfi, e lo stesso Generale.--E giacchè siamo entrati in

così minute particolarità, vogliamo dire qualcosa del vestiario di

questo uomo, nella cui anticamera stavano ufficiali così superbi pei

loro colletti dorati, pei loro bottoni lucenti.--Aveva i calzoni da

generale piemontese con striscia dorata, il berretto ugualmente da

generale, una giacca cittadina di lana sottile, e non altro.--Licenziò

il colonnello, poi precedendo sempre di qualche passo il suo ufficiale,

si avanzò sorridente traversando l'ampia sala, e non curando i saluti

compassati dei presenti, diceva: «_Dov'è, dov'è?_»--E sull'indicazione

dell'ufficiale che lo seguiva, si diresse fino al vano della finestra

ove si era ritirato il giovane Guelfi, lontano le mille miglia dal

pensare che tutto questo movimento si facesse per lui, cosicchè si

trovò preso per la mano dal Generale che lo guardava con fare paterno, e

lo condusse nella sua stanza, ove chiusa da sè stesso la porta, lo fece

assidere al suo fianco, e rimproverandolo dolcemente del perchè non era

venuto a vedere un vecchio amico di suo padre, gli disse più volte: «_Io

gli devo la vita al tuo babbo, e mi rammenterò sempre di quanto ha fatto

per me._» E con mille modi familiari lo licenziò dopo avergli domandato

notizie del padre e contezze dell'essere suo, e dopo avergli detto

sorridendo: «_Voi giovani avete spesso bisogno di denaro; rammentati che

hai qua un amico._»--Traversò il giovane l'anticamera estatico delle

maniere affascinanti, del fare semplice e modesto dell'Eroe, e questa

volta non vide neppure le inappuntabili uniformi, che ingombravano

ancora la sala, e solamente scendendo le scale col cuore gonfio

dall'emozione provata, pensava a quel Generale che riceveva i suoi

ufficiali in tenuta così lontana da quella d'ordinanza, e che

interrompeva senza riguardi un rapporto per andare a prendere per la

mano un semplice volontario, l'unico merito del quale consisteva

nell'essere figlio di chi gli aveva salvata la vita, quando il governo

di quei signori gallonati lo aveva cercato a morte.--Triste e singolare

mutabilità delle cose umane!

Angiolo Guelfi poi non rivide il Generale che nel 1862 a Pisa, ed anche

perchè da lui stesso ricercato per mezzo di Girolamo Martini.--Ebbe le

stesse difficoltà del Sequi per essere introdotto, che cessarono però

quando al figlio Menotti disse con voce grave «_non allignare in uomo

dei suoi anni curiosità puerile, bensì essere ivi per obbedire ad un

ordine del Generale_;» ebbe anch'esso liete accoglienze e dimostrazioni

infinite di gratitudine, e fu dallo stesso Garibaldi presentato come suo

liberatore al figlio Menotti, che lo abbracciò con trasporto quando si

sentì dire: «_Vedi, a questo amico tu devi la vita di tuo padre._» E

certamente deve avere narrato lo stesso ad un signore inglese ivi

presente, poichè questi, dopo avere ascoltato attentamente Garibaldi che

parlava nella di lui lingua nativa, corse a stringere e squassare ad

Angiolo Guelfi la mano con vivacità mista alla consueta compassatezza

britannica, parlandogli con calore in inglese, lingua che il Guelfi non

conosceva, e a cui rispondeva con monosillabi tronchi, e colla sua

solita grave indipendenza di fare; contrasto singolare di cui rise lo

stesso Generale, che nell'accomiatarsi dal Guelfi gli strinse la mano, e

gli consegnò un suo ritratto fotografico, sotto al quale aveva scritto

di sua mano queste parole: «_Al mio carissimo amico Guelfi Angiolo.

Ricordo di gratitudine. G. Garibaldi._» Ma di ciò basti e riprendiamo il

filo della storia interrotto[13].

Cammillo Serafini poneva mano ai preparativi per la partenza, e ordinava

subito che fossero sellati tre dei suoi cavalli, e per un lungo giro al

di sopra del paese fossero impostati a meno di mezzo chilometro da San

Dalmazio, in luogo detto «_La Croce della Pieve_» sull'incontro delle

due vie a sterro che conducevano da Rocca Silana a Castelnuovo, e da San

Dalmazio a Montecastelli. Disse ai suoi uomini che aspettava alcuni

amici cacciatori provenienti dalla parte di Rocca Silana, che

prendessero detta via coi cavalli bardati, e se non li incontrassero,

andassero a legare i cavalli al luogo indicato, e venissero ad

avvertirlo. I suoi uomini, assuefatti ad obbedire spesso a simili

ordini, essendo il padrone tanto ospitale e cortese, adempiuto a quanto

era stato loro comandato, poichè non incontrarono per via i pretesi

cacciatori, tornarono a San Dalmazio ad annunziare al Serafini che i tre

cavalli erano stati impostati alla Croce della Pieve. Tuttociò aveva

fatto il Serafini per simulare un arrivo, e sviare così le menti dalla

partenza imminente dei profughi. Ai suoi subalterni poi mostrò sorpresa

che non avessero incontrato alcuno, e disse che i cacciatori da lui

aspettati forse avevano sbagliata strada, e voleva da sè stesso andare

ad incontrarli; si occupassero essi intanto di alcune faccende in casa.

Ciò fatto corse dagli ospiti suoi, e dette il segnale della partenza.--E

qui giova notare a vero onore del Serafini, come sia cosa più facile ad

immaginarsi che ad eseguirsi il tenere nascoste due persone a

chicchessia per quattro giorni e quattro notti in un paesello di

campagna. Eppure, tante e tanto grandi furono le cautele prese dal bravo

Serafini, che nessuno in San Dalmazio sospettò della presenza di due

esuli in casa sua, in quei tempi nei quali l'occhio vigile della

polizia, reso più acuto ancora dal vigliacco sussidio del partito

reazionario, scrutava per tutto, e dappertutto vedeva nemici.

Erano poco più delle 9 di sera, e Garibaldi, Leggero, Guelfi e Serafini

scesero la breve scala che conduce per mezzo delle stanze terrene alla

porta segreta che si apre nella vallata deserta. Quivi Angiolo Guelfi si

separò dai cari esuli con addio breve, ma pieno di dimostrazioni

d'affetto dall'una e dall'altra parte; ciò fatto, richiuso l'uscio

esterno, tornava nel piano superiore della casa Serafini, studiando di

mostrarsi tranquillo, mentre col pensiero angosciato precorreva i

pericoli cui quella notte decisiva andavano incontro gli illustri

proscritti.--Uscirono i tre silenziosi, e armati di tutto punto, nella

vallata.--Precedeva il Serafini, seguiva Garibaldi, veniva ultimo il

Leggero, e percorrendo lungo le mura del castelletto per sentiero

dirupato, sboccarono sulla via che era in que' tempi sterrata, o come

suol dirsi, a bastina, e volgendo a sinistra si avviarono alla Croce

della Pieve.--Pochi passi avanti di giungervi, il Serafini col suo

solito zelo, pregò i compagni di ritirarsi per un poco nel bosco che ivi

fiancheggia la via, ed esso volle andare a speculare il luogo, e vedere

da sè stesso se i cavalli erano al posto da lui designato.--Trovò tutto

nell'ordine voluto, li sciolse, ne aggiustò le redini, e li pose tutti

tre in fila, ove stettero, essendo in tal guisa ammaestrati. Chiamò

allora i profughi, e posti in sella prima Garibaldi, poi Leggero, salì

esso sul terzo, e a trotto serrato e uniforme presero la strada di

Castelnuovo, essendo già stabilito che al di là di questo paese

avrebbero trovato un baroccino impostatovi da Girolamo Martini.--Di che

grado si fossero buoni cavalieri quei tre si giudichi nel pensare come i

due esuli fossero usi a cavalcare i poledri delle libere pianure di

America, e come il Serafini fosse, e sia tuttora conosciuto per

addestrare cavalli, e correre con essi a precipizio per le vie

malagevoli dei suoi paesi.--Andavano l'uno accanto all'altro, quasi

toccandosi il ginocchio quando lo permetteva la larghezza della via, e

quando questa si ristringeva, andava innanzi il Serafini, poi il

Garibaldi, ultimo il capitano Leggero.--Così procederono fin presso

Castelnuovo, ove, incontrata via più facile, fu il trotto dei cavalli

anche più spedito.--Questa corsa precipitosa era un vero sollievo pel

Generale, che veniva così richiamato alle sue abitudini

predilette.--Traversarono Castelnuovo, chè non si poteva fare

altrimenti, serrati l'uno all'altro, e di trotto così accelerato e

uniforme, che pareva sentire lo scalpitare di un solo cavallo. Chi

avesse visto quei tre correre così armati a quell'ora, chi sa cosa

avrebbe pensato; ma nessuno li vide, e passarono il paese senza incontro

per raggiungere il punto stabilito che era presso al Molino di Bruciano,

luogo sicuro perchè distante dall'abitato.--Quivi era già ad aspettarli

Girolamo Martini, che era partito solo in calesse dal Bagno alle ore 9

con due fucili a due canne, dicendo di andare in Maremma alla caccia

delle quaglie.--Scesero di sella i tre cavalieri, e Garibaldi, vedendo

il Martini in persona, e giudicando per lui, piuttosto avanzato in età,

troppo grave il disagio di quel viaggio notturno, gli disse in tuono di

dolce rimprovero: «_Come, voi stesso, signor Martini, volete

accompagnarci?_»--«_Io stesso_»--rispose il buon Ministro, che non

voleva affidare a mani mercenarie il prezioso incarico.

Quivi il Serafini, ritirando i fucili da caccia come armi troppo

appariscenti, volle fare accettare al Generale un suo stile dalla lama

triangolare, poi il Garibaldi e il Leggero si accomiatarono da lui

esternandogli i loro più vivi ringraziamenti per l'ospitalità cordiale,

e per la sua valida cooperazione al loro salvamento. Si scambiarono

augurî per sè e per la patria, e si divisero abbracciandosi e

baciandosi.--Quanto il Generale tenesse in conto l'operato di Cammillo

Serafini, e qual memoria ne abbia sempre conservato, lo mostrano

l'accoglienza fattagli la sera del 2 Ottobre 1860, al quartiere generale

di Caserta, subito dopo la vittoria di quel giorno, cosa della quale

abbiamo già parlato, e lo mostrano altresì le molte lettere direttegli

in tempi diversi, ma specialmente la seguente che qui riproduciamo,

colla quale, sotto colore di fare domanda relativa ad un caso

d'idrofobia, fa sapere al Serafini e agli amici di essere arrivato in

salvo, e di conservare memoria degli aiuti che ebbe in Toscana. Ecco la

lettera scritta poco dopo i fatti narrati:

_Maddalena, 20 Ottobre 1849._

«_Stimatissimo signor Cammillo._

«_Abbenchè io non abbia l'onore di conoscervi personalmente--la

fama vostra chiarissima ovunque--di gentilezza, e somma perizia

nell'arte medica--mi fanno ardito a chiedervi un consiglio. Una

persona per cui m'interesso molto--è stata morsa da un cane, e

si teme una conseguenza idrofobica--essa non potrebbe recarsi

presso di voi--per imponenti motivi, e desidero caldamente un

consiglio vostro sopra il processo da effettuarsi in tal caso.

Ditemi pure se i bagni sulfurei potrebbero essere in tal caso di

giovamento._--

«_Vi anticipo, Stimabilissimo Signore, tutta la mia

riconoscenza--compiacetevi, vi prego, di un riscontro--e

comandate in ogni caso il vostro_

«G. GARIBALDI.»

_Dottore Cammillo De Serafini_

_in San Dalmazio_

_Maremma Toscana._

Fatti salire i due profughi l'uno a sinistra, l'altro a destra nel

baroccino, il Martini consegnò a ciascuno di essi un fucile, e montato

in mezzo a loro, prese a guidare il cavallo e partirono per la via di

Massa.--Erano circa le 10 quando si mossero dal Molino di Bruciano, e

circa alle 12 erano arrivati senza incidenti al punto dove li

aspettavano i fratelli Lapini.--Si erano essi partiti da Massa nel modo

seguente: Riccardo Lapini e un suo familiare fidatissimo Biagio Serri

andarono a ricevere il Generale e il compagno, mentre Giulio Lapini e

Domenico Verzera tenutario di vetture si andavano ad appostare

dall'altro lato della città nel piano di _Schiantapetto_.--E qui

sembrerà imprudenza il vedere partire i due esuli da Castelnuovo

scortati dal solo Martini, ed essere ricevuti sotto Massa da due soli

patriotti.--Ma si rifletta che la riuscita dell'impresa non dipendeva

dalle forze che si sarebbero potute spiegare, ma dalla celerità e

segretezza nel condurla.--Era il Martini eccellente cacciatore dotato di

non comune coraggio, e di quel sangue freddo che gli abbiamo visto

mettere in opera, e che giova più del numero nell'eseguire operazioni

siffatte.--Era poi Riccardo Lapini, testè reduce volontario del governo

democratico di Guerrazzi, parco di parole, pronto a venire alle mani per

ogni nobile causa, e tale da perdere generosamente la vita, per salvare

quella dei due che andava ad incontrare.--Nè meno risoluto era Biagio

Serri sebbene più maturo d'età, quindi più riflessivo, ma ugualmente

infiammato di amore par le idee democratiche.--Quanto a Domenico

Verzera basti dire che il buon patriotta fu messo dai bravi fratelli

Lapini a parte del segreto per procacciarsi le vetture occorrenti, e fu

fatta tanto bene la scelta, che quando si parlò di pagare l'opera sua,

il buon uomo del popolo pianse come un fanciullo trovandosi umiliato

della offerta mercede, e disse di essere povero, non avere che i suoi

cavalli per mantenere la sua famiglia, ma essere stato pronto, fino da

quando fu richiesto dell'opera sua, a dare cavalli, vita, e quanto

avesse di più caro per salvare l'Eroe di Roma.--Così dicevano, e

ponevano in opera, così dicono e farebbero all'uopo i popolani della

Maremma Toscana.--E si rammenti infine che i due da scortarsi valevano

da sè soli un esercito, e che tutti erano provvisti di armi, e sapevano

all'occorrenza adoprarle.--Fu discusso dai fratelli Lapini insieme al

Guelfi il progetto di andare ad incontrare Garibaldi con numero tale di

giovani da renderlo sicuro da un colpo di mano del Governo Granducale,

ed era facile riunire questo numero tanto a Massa, quanto a Scarlino,

che avevano dato buon nerbo di volontari al Governo Democratico.--Ma fu

subito abbandonata l'idea, che se era buona a condurre in salvo

Garibaldi fino al mare, e se più si adattava alla natura di quei fieri

maremmani, avrebbe poi impedito all'Eroe di andare più in là.--Ecco

perchè pochi e risoluti ebbero l'onore di prendere parte all'impresa. Un

numero maggiore non era tale da mantenere il segreto; tanto è ciò vero

che per imprudenza di uno di coloro che ne erano a parte il 2 Settembre,

cioè il giorno di poi, la polizia di Massa era informata del passaggio

di Garibaldi avvenuto la notte stessa, e all'ottimo dottor Ricciardi,

autore dell'opuscolo citato, diceva il Vicario (che per la sua

bigotteria gesuitica era chiamato a Massa _suor Caterina_) di aver prese

tutte le sue misure, e questa volta il bandito non potergli

sfuggire[14].--E quando il bigotto Vicario così parlava l'opera dei

patriotti toscani era felicemente compiuta.--La modesta vela di una

navicella portava con sè il predestinato, che dopo 10 anni doveva colle

sue gesta gloriose rendere possibile al popolo italiano il costituirsi

in nazione, e spazzare da sè per sempre quei tirannelli, di uno dei

quali il furibondo suor Caterina era servitore abietto e zelante.

Intanto Riccardo Lapini e Biagio Serri armati di fucile si erano

appostati in un piccolo boschetto vicino alla casa poderale detta _Le

Malenotti_, e quivi aspettavano da poco tempo, quando ad un tratto

sentirono rotto il cupo silenzio della notte dallo scalpitar di due

cavalli che si avvicinavano dalla parte di Massa Marittima, e poco dopo

videro passare a poca distanza dal bosco nel quale erano appiattati, due

gendarmi a cavallo in perlustrazione.--L'inaspettato incontro turbò i

due patriotti, e non pensando che allo scopo pel quale si trovavano

colà, cioè la salvezza del Generale, alzarono i cani dei loro fucili, ed

erano per esplodere sui malcapitati gendarmi, quando un barlume di

riflessione li trattenne, e seguirono silenziosi e guardinghi i due

soldati fiancheggiando la via fino alla biforcazione della strada di

Volterra da dove aspettavano Garibaldi, e pronti a fare fuoco se i due

gendarmi avessero preso per quella parte; ma essi continuarono la via di

Siena, e se avessero saputo il pericolo che sfuggivano, si potevano dire

fortunati davvero, chè sarebbero stati due vittime, sotto i colpi

aggiustati e sicuri dei due massetani, e quando anche per un caso

insperabile fossero fuggiti da quello, avrebbero trovato poco dopo altro

pericolo anche più serio nel baroccino del Martini.--E questo buon

vecchio ha assicurato di poi, che se avesse avuto l'incontro dei

gendarmi, avrebbe per il primo, e subito, fatto fuoco colle pistole di

cui era armato, e il come sarebbe andata a finire non è dubbio, se si

pensa che i compagni del Martini si chiamavano Garibaldi e Leggero.

Lapini e Serri si posero più tranquilli ad aspettare, dal momento che

videro dalla direzione presa dai gendarmi come il Governo non avesse

alcun sospetto sulla venuta dei profughi, e infatti poco dopo sentirono

un lontano romore di ruote, che sempre più si avvicinava, ed essendo

quasi certi che era il baroccino desiderato, si misero in evidenza sulla

via.--Si fermò il legno a non breve distanza, e si udì la voce chiara e

tranquilla del Martini, che gridò: «_Venezia_,» e fu risposto

«_Venezia_,» e gli uni e gli altri si corsero incontro, mentre il bravo

Martini diceva al Generale: «_Siamo nelle braccia agli amici_» e scesi

tutti a terra, e scambiati i saluti coi patriotti di Massa, il piccolo

drappello si diresse a piedi fin presso _le Malenotti_, ove il Martini

accomiatandosi con un saluto dai massetani, e con auguri ed

abbracciamenti dai cari esuli, riprese col suo legno la via del

Morbo.--Garibaldi dimostrò a Girolamo la sua gratitudine colle stesse

parole pronunziate a Prato ad Antonio Martini: «_A rivederci a tempi

migliori._»--E Girolamo Martini rivide due volte il Generale, ma non

sappiamo se in tempi migliori; lo rivide a Pisa nel 1862, e a Salò nel

1866--a Pisa ferito al piede dalla palla d'Aspromonte--a Salò ferito al

cuore per aver dovuto abbandonare il frutto delle sue vittorie

conquistato a prezzo di tanto sangue generoso.--Alla ferita d'Aspromonte

aveva risposto gridando: «_Non fate fuoco._» All'ordine di ritirarsi

dal Trentino, aveva risposto: «_Obbedisco._» Oh, doppio martirio

dell'anima grande! La patria deve più al suo Eroe per quei due

sacrifizi, che per le sue cento vittorie.--Che il Martini avesse ambedue

le volte oneste accoglienze è inutile il dire. Gli domandò il Generale

con amore notizie di tutti i patriotti che avevano coadiuvato al suo

salvamento del 1849, e fu per suo mezzo che invitò e pregò Angiolo

Guelfi di andarlo a trovare a Pisa.--

Intanto Garibaldi e Leggero insieme ai due massetani si mossero a passo

più che concitato, e per la strada maestra giunsero al podere denominato

_Casetta del Marcio_ presso l'antico _padule della Ghirlanda_. Allora,

abbandonata la via ruotabile, presero una strada a sterro sulla destra

che conduce alla _Fonte di Bufalona_, ove, prima di arrivarvi presero un

viottolo parimente a destra, percorrendo il quale per lungo tratto,

girarono alla lontana la città, e giunsero al piano di _Schiantapetto_

al termine della scesa di tal nome.--Colà si trovavano Giulio Lapini e

Domenico Verzera con due baroccini impostati.--Si riconobbero a

distanza alla convenuta parola, e subito nel primo legno, guidato da

Domenico Verzera, salivano Garibaldi e Leggero, e sul secondo, guidato

da Giulio, stavano i due fratelli Lapini bene armati, che servivano di

scorta.--Si mossero rapidamente e di conserva i due legni, e

percorrevano la via maestra, quando prima di arrivare al luogo detto _la

Cura_, raggiunsero due gendarmi a piedi, i quali conoscendo bene i

fratelli Lapini, salutarono la comitiva credendoli tutti cacciatori che

andassero a diporto alle quaglie nella vicina pianura.--I due baroccini

giunti _alla Cura_, presero la via, allora a sterro, del _Vado

all'Arancio_ come più breve e più sicura, e sboccando per essa nella via

Emilia, dopo un chilometro raggiunsero senza altri incontri la casa

Guelfi nel piano di Scarlino.--Erano ivi riuniti in gruppo, secondo il

convenuto, davanti alla Casa, i quattro scarlinesi Olivo Pina, Giuseppe

Ornani, Oreste Fontani e Leopoldo Carmagnini, e per tutti rispose un

festoso: «_Venezia_,» Olivo Pina, alla parola di segnale che da lontano

aveva gridata Giulio Lapini.--Il Generale era cogitabondo, ed entrò

silenzioso nella casa dopo avere detto: «_Buongiorno, amici._»--Erano le

ore 1 e mezzo antimeridiane del 2 Settembre.

Nel tempo che avvenivano tutte queste cose, Cammillo Serafini e Angiolo

Guelfi stavano a San Dalmazio trepidanti sul buon esito

dell'impresa.--Appena fu giorno spedirono un espresso al Morbo per

sapere qualche cosa dal Martini, che doveva essere di ritorno, e con

loro consolazione riceverono la seguente lettera scritta da Girolamo

Martini, ma senza data, e senza indirizzo:

Dal molino di Cerbaia a Cala Martina Notizie inedite sulla vita di Giuseppe Garibaldi · 第 11 / 23 题