inutile narrare alcuni particolari sul fatto dell’avvocato Pantoli,
e di questo processo. Non trovando la Commissione altri che volesse
incaricarsi della difesa, avea scelto quest’onest’uomo, che per la
sua nota devozione al governo potea ragionevolmente supporsi si
sarebbe fatto docile istrumento del tribunale nell’ufficio al quale si
destinava. Il colonnello Freddi andò in persona a Forlì per vincer le
sue ripugnanze e condurlo a Ravenna, come accadde appunto. Accortosi
il Pantoli nel corso del processo con quanta iniquità fosse condotto,
si pose in opposizione aperta cogli atti della Commissione: diede
eccezione d’incompetenza all’avvocato Attilio Fontana, assessore
straordinario, per causa d’aver preso parte al processo, e non poter
perciò esserne giudice: ad appoggiare la detta eccezione produsse un
attestato di don Trenta, parroco di San Vitale, deponente aver proposta
l’impunità a Domenico Boschi come via di salute, e ciò per ordine del
giudice Fontana. Entrò la polizia, ed intimò all’onesto curato di dar
copia dell’attestato. Ricusando questi coll’addurre che ciò non potea
fare senz’ordine del suo superiore ecclesiastico, fu per ordine del
cardinale legato rinchiuso in una stanza, nè potè uscirne senz’avere
scritto il chiesto attestato. — Di questo Fontana si narra (non posso
affermarlo come certo) che per trovar materia al processo si facesse
condurre la notte manettato nelle carceri in forma di uomo arrestato
e perseguitato dalla Commissione, affinchè i prigionieri nel primo
moto di pietà più facilmente gli s’aprissero, e potesse cavar loro di
bocca qualche confessione. L’incompetenza dell’assessore Fontana non
fu ammessa dalla segreteria di Stato, come neppure l’altra eccezione
d’incompetenza che il Pantoli promosse contro l’intero tribunale per
difetto di giurisdizione, inquantochè esso era stato incaricato di
conoscere dei delitti commessi contro la forza pubblica, non già dei
delitti meramente politici.
[5] Ignoro se l’idea di dare alla mossa di Rimini il carattere di
protesta sia nata prima o dopo l’impresa. Quanto a me ho parlato
di questi fatti come se tal idea non fosse stata giammai espressa,
sembrandomi progetto da esser piuttosto deriso presso i popoli più
esperti delle possibilità e convenienze politiche, e perciò progetto
fuori d’ogni discussione quello di voler protestare con poche armi,
mentre la stampa dei paesi liberi d’Europa avrebbe potuto prestar
l’opera sua a render pubblica ed incolpabile una ragionevole e
dignitosa protesta de’ sudditi pontificii: e certamente in Romagna, ove
sono tanti uomini arditi, e sprezzanti il pericolo della carcere ed i
dolori dell’esilio, si sarebbe trovato più d’uno contento di firmarla
a nome di tutti, se non fosse sembrata cosa dignitosa il lasciarla
anonima.
Aggiungerò più innanzi, nel parlare de’ modi di protestare in Italia,
altre ragioni a questo proposito.
[6] Io avea scritte queste linee due mesi prima della consegna del
signor P. Renzi, per la quale sono sforzato aggiunger questa nota.
Il signor P. Renzi era uno de’ principali del moto di Rimini; ed
accolto dalla Toscana, si era cogli altri ridotto in Marsiglia. Dopo
poco tempo tornò, senza però farsi nuovamente reo verso il governo
pontificio. Fu arrestato immediatamente, e denunziato il suo arresto
al Nunzio. Questi lo chiese in virtù del malaugurato trattato di
estradizione per cause politiche.
Intanto la diplomazia s’agitava, gridando contro il governo toscano per
quella ch’essa chiamava connivenza co’ ribelli. Il granduca manteneva
la sua buona volontà ed il desiderio di salvare quell’infelice.
I consultori legali del governo opinavano non essere l’estradizione
di questo caso imposta dal trattato, e formale invece nel governo il
debito di salvare il Renzi, per virtù della promessa fatta all’atto
ch’esso cogli altri s’erano arresi alle truppe toscane. Ma il ministero
insistè, e dopo contrasto durato infelicemente più d’un mese, e che per
la sua stessa durata dava animo a sperar bene, il Renzi fu consegnato
al papa.
È doloroso che gli uomini testè entrati nel ministero toscano sieno
giudicati dall’opinione pubblica (essa assolve il granduca, o non
l’accusa se non di debolezza e d’essersi lasciato troppo dominare
dall’influenza del suoi ministri e della diplomazia) pei sostenitori
più ostinati di questa ingiusta, inopportuna ed impolitica risoluzione.
Il ministero ha tolto a sè medesimo l’appoggio dell’opinione con
quest’atto, che sembra possa considerarsi come suo programma politico,
e che il pubblico ha accolto con dolore, biasimo e sospetto; quasi
presagio d’un nuovo sistema, che toglierebbe al governo toscano la
maggiore, per non dir la sola sua forza, quella d’esser tenuto dolce ed
umano.
Avendo lodato il primo atto del granduca, la veracità della quale fo
professione, mi sforza a biasimare il secondo.
Non è fuor di proposito l’osservar qui che l’Austria non ha restituiti
al papa i rifugiati a Fiume. Espongo l’osservazione, e ne lascio i
comenti al lettore.
[7] Per aver idea della stima che si fa in Romagna della prigione, è
da sapersi che se domandate colà ad un giovane: — Siete mai stato in
carcere? — vi risponde quasi con rammarico: — Non posso ancora dire
d’esser uomo. —
[8] In tutti, sessantasette inquisiti, dei quali cinque possidenti,
cinque negozianti, cinque esercenti arti liberali, cinquantadue
artigiani e mestieranti diversi; e venticinque di loro ammogliati e con
prole.
[9] Per mostrar l’inefficacia di quest’editto basti notare le seguenti
disposizioni:
_Titolo II, Art._ 2.
La nomina de’ consiglieri fu affidata per la prima volta ai delegati.
_Art._ 10.
Fu vietato che potesse porsi in deliberazione qualunque proposizione se
prima l’oggetto della medesima non fosse stato manifestato all’autorità
governativa.
_Art._ 12.
Fu stabilito che il processo verbale dovesse essere approvato dal
delegato.
_Titolo III, Art._ 9.
Gli atti de’ Consigli provinciali furon sottoposti all’esame ed
all’approvazione del preside e della congregazione governativa. Fu
vietato che i Consigli provinciali potessero occuparsi di atti diversi
dai meri amministrativi, e fu data al delegati facoltà di discioglierli
ad arbitrio.
[10] Vedete quel che ne scrivono, fra tanti altri, lord Brougham nella
sua filosofica politica, Hanke nella Storia del papi dei secoli XVI
e XVII, e Rosselli in Roma verso la metà del secolo XIX, edizione di
Parigi. (_Nota aggiunta_)
[11] Vedasi la sua POLIZIA MEDICA, Capolago, 1834, volume unico in 8.º,
con tavole in rame.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è
stato aggiunto un indice a fine volume.