progresso delle scienze, perchè quelle menti torbide d’inquisitori,
commissari, trovano da evitar sempre qualunque libro scientifico, e
gli scrittori, o indispettiti od iscoraggiati, dimettono il santo
pensiero di scriver per la bassa ed alta istruzione, ed al popolo non
si distribuisce il pane dello sapienza, si eterna la di lui ignoranza
e rozzezza. Il santo Padre nuovo non tema, no, di accordare la
libertà della stampa; egli deve valutare i vantaggi ch’essa arreca, e
deve considerare ch’è mezzo atto a favorire il contento dei popoli,
ch’è quanto dire che assicura le saldissime ed eterne basi al trono
pontificale.
CAPITOLO XVIII.
SALUTE PUBBLICA.
Dà argomento di somma civiltà quel paese che s’interessa molto della
salute de’ popoli. Ma se si ha a dire il vero la igiene pubblica
è assai nel nostro stato trascurata. Ond’è che il nuovo sovrano
deve mantenere in vigore le poche buone leggi che vi sono in questo
proposito, riformare quelle che meritano correzione, istituirne delle
nuove, atte a guarentire la salute della nazione.
Qui non v’è bisogno d’interessare i medici italiani perchè scrivano
per norma del Governo. Vi sono opere classiche che ne trattano
estesissimamente, fra le quali quella del piemontese Lorenzo
Martini[11] e di Gian Pietro Frank, che possiamo riputare come nostro
connazionale.
Io mi contenterò di accennare la necessità in che siamo di avere
alcune cose essenzialissime per la tutela della sanità del popolo. E
giustizia vuole che a questa si dia subito prontissima mano ed aiuto,
perchè è troppo grave colpa del Governo il non riparare a certi danni
frequentissimi nell’umana società.
Ne’ luoghi di marina, dove la prima industria è la pesca, accadono
spesso morti per annegamento, nella mancanza in che si è degli
argomenti opportuni a risuscitare, dirò così, i poveri affogati.
La società filantropica di Londra, di cui è capo il re, ha salvato
in pochi anni la vita a moltissimi asfittici, che nello stato nostro
vengono seppelliti per morti. Fino a che il sovrano non oppone a cotali
disgrazie tutti quei mezzi che la scienza gli ha proposti, egli si
fa reo della morte di ciascheduno, e ne dovrà render conto a Dio, il
quale, quando gli affida le nazioni, impone di ben guardare la vita de’
propri sudditi.
E così parlo della mancanza di un porto o un canale da Ancona fino
al confine del Tronto, per cui le barche da pesca nelle burrasche
frequenti dell’Adriatico non avendo altro rifugio che il lontanissimo
porto di Brindisi, in ogni caso di tempesta si perdono molti legni
col proprio equipaggio, e ciò per colpa del Governo, che in così
lungo tratto di mare non ha eretto mai un asilo di sicurezza per que’
disgraziati.
È inconveniente grandissimo la facilità, anzi il favore e lo stimolo
che dai parrochi si adopera per la celebrazione dei matrimoni, senza
guardare affatto la salute fisica degl’individui che si maritano, e se
abbiano mezzi economici a campare una famiglia. Ecco perchè da noi si
vedono schiere di tisici, di scrofolosi, di apopletici, di sifilitici.
Così la nazione perde della propria robustezza, e in pochi anni si
riduce lo stato ad uno ospedale d’incurabili. La Polizia abbia sue
leggi atte ad impedire matrimoni malsani, e badi che ne’ contraenti non
manchino affatto i mezzi della sussistenza. Quest’ultima providenza
vale anche a prevenire la funesta propagazione de’ ladroncelli, poichè
in cotali coniugii i padri esigono che la prole si procuri da sè stessa
quel mantenimento che si ottiene poi nei furti di campagna e nelle
piccole ruberie delle strade.
È grandissima l’inerzia del governo a non riparare ai primi
impaludamenti di alcuni territorii, che poi col tempo non si tolgono
più, o almeno importeranno grandissime spese. Quasi ogni provincia
dello stato è soggetta a queste disgrazie, e la cattiva sanità o la
morte degli abitanti di questi luoghi sono pure mali di cui la colpa
essendo del sovrano, egli ne renderà conto a Dio, se dal canto suo non
adopererà quei mezzi che la scienza idraulica propone.
L’ignorante e superstizioso abuso di suonar le campane nei momenti
delle rivoluzioni atmosferiche, costa la vita a non pochi fanatici, ed
il regnante si fa reo avanti Dio della morte di costoro, perchè non ne
impedisce con legge la pratica.
In molti piccoli municipii si seppelliscono ancora i defunti nelle
chiese. E ciò importa che nelle calde stagioni si sviluppi sempre
qualche mortale epidemia, che uccide non pochi cittadini. Il capo dello
stato è l’uccisore di costoro, perchè non seppe rendere universale la
legge de’ cimiteri rurali.
In molte comunità, sia per colpa dell’autorità civile, sia per la
negligenza degl’impiegati sanitari, i commestibili che si vendono al
pubblico sono molte volte mal sani, e ne va di sotto la salute e la
vita di molti. Il principe risponderà a Dio di codesti danni, perchè
non fece rispettare le leggi, che pure su ciò provvidi papi emanarono.
Gli ospedali mancano in molti paesi dello stato, e non pochi individui
periscono per mancanza di soccorsi. Anche la morte di costoro peserà
sulla bilancia del supremo giudizio a danno dei reggitori del trono.
Gl’incendii, la mancanza de’ ponti, le strade pericolose, gli edifici
cadenti, e mille altre cagioni di danno pubblico e privato, obbligano
per giustizia il sovrano a spander per lo stato i corpi de’ pompieri,
a ordinar la fabbricazione de’ ponti, ad accomodar le strade e a far
demolire gli edifici pericolosi, ed altro. Tutte queste cose ove
vengano trascurate, il giudizio di Dio sarà grave contro colui che
impera, perchè avrebbe dovuto reggere qual padre i popoli che gli
furono affidati.
Ed ho accennato le cose essenzialissime, che richieggono pronto
provvedimento, perchè se avessi voluto enumerare tutti i mali relativi
alla sicurezza e sanità de’ popoli, io avrei dovuto fare un lungo
trattato, inutili d’altronde, perchè, come dissi di sopra, noi non ne
manchiamo, e può il Governo perfezionare la igiene dello stato se vorrà
prendere regola da quei libri utilissimi.
CAPITOLO ULTIMO.
Io mi era proposto di trattare ancora diversi altri argomenti
utilissimi in questo libricciuolo. Ma la necessità mi ha indotto a por
termine al mio lavoro, perchè giunse nelle provincie la notizia della
rapidissima elezione del nuovo pontefice. Il nuovo unto del Signore,
il supremo re della terra sarebbe, secondo la novella percorsa,
l’eminentissimo cardinale Mastai di Sinigaglia, vescovo della città
d’Imola. Io m’ho visto una commozione di animi così straordinaria
per la costui esaltazione, che rare volte i popoli s’addimostrano sì
lieti per cagioni di pubblica e comune fortuna. E posso credere che la
esultanza dei sudditi sia pienamente giustificata, poichè il novello
sovrano è ricco di rare virtù, di sapienza, di umanità, di carità
evangelica.
È in me fede grandissima ch’egli accolga le parole espresse nel
presente indirizzo con quella gentilezza di cuore con cui ricevette
ognora ed esaudì le preghiere di tanti sciaurati al suo sacro impero
nella diocesi d’Imola sottoposti. E la bontà di cui è riccamente adorno
mi fa sperare ancora, che se il desiderio in me del pubblico bene mi ha
portato talora ad adoprare parole aspre e rigorose contro il reggimento
politico del cessato sovrano, egli vorrà usarmi quella indulgenza che
può meritare uno il quale, amico com’è della Sede apostolica, vuole
e brama che i sudditi di tanto sovrano non abbian lamenti a fare, e
si chiamin lieti e contenti di esser figli e vassalli del regno della
Chiesa.
E potrei quasi far sacramento, che fra non molto tempo le popolazioni
vedranno praticati i più saggi ordinamenti di cui si gloriano le
nazioni civili.
Le sciagurate famiglie de’ prigioni politici riabbraccieranno nelle
loro case i loro più cari.
I popoli avranno un codice criminale e civile, la cui mercè la vita e
le sostanze degli uomini saranno rese tranquille e sicure.
Le procedure criminali correranno più spedite, saranno cristianamente
trattati gl’inquisiti, ed abolite interamente le infami giunte e
commissioni militari e civili.
Le imposizioni non saranno più gravose ai sudditi, e cesseranno le
angarie e i soprusi dei regolamenti doganali e daziari.
La Polizia avrà sue leggi certe, e non si darà più luogo all’arbitrio.
L’istruzione favoreggiata e facile, e libero a tutti di dissetarsi al
calice della scienza.
Provveduto all’educazione fisica e morale degli infanti, assicurato un
asilo o sussidio alla impotente vecchiezza.
Cacciate le truppe straniere, e congedati i corpi de’ malvagi volontari
pontificii.
Protetta la industria nazionale, e vietati i tirannici appalti.
Resa più splendida la cattolica religione nostra col rimuoverne gli
abusi, e col creare pii e saggi ministri.
Soppresso l’ordine de’ Gesuiti, peste mortale del mondo cattolico.
Istituite ordinanze onorevoli per la retta amministrazione delle cose
municipali e provinciali.
Occupate negli impieghi le persone più meritevoli, e rese le debite
ricompense al merito.
Accordate le più interessanti cariche dello stato a laici dotti e
probissimi.
Concesso ad ognuno lo stampar liberamente, ne’ limiti della religione e
della onestà.
Guarentita la pubblica sanità e sicurezza coll’adottamento di savie
leggi igieniche.
E questa sarà propriamente per noi l’_era novella_ promessa per la
paura d’un papa, osservata per la magnanimità di un altro.
Ma quanti ostacoli non troverà egli il nuovo gerarca per la esecuzione
di così utili ordinamenti! Sono alcuni fra’ porporati che, vedendo
in ogni innovamento una pericolosa concessione, e desiosi di vedere
oppressi i sudditi o per inopportuna paura o per malignità di cuore,
consiglieranno insistenti di lasciare le cose nello stato in cui sono,
ispireranno dei dubbi sulla ingenuità di coloro che dimanderanno le
riforme, in ogni movimento innocente sogneranno una ribellione, e si
faranno essi stessi nascosti autori di fatti sospetti, di scritti
incendiari, di emblemi rivoluzionari. La satanica arte di costoro
potrebbe trionfare della perspicacia del sovrano. Il nuovo principe
non creda alla buona apparenza delle loro parole. Essi, come dice
sant’Agostino, sono al di fuori scialbati candidissimamente, ma
hanno l’anima nera come tizzo di carbone. Quando i popoli pontificii
si vedranno posti al rango che si addice all’attuale loro civiltà
smetteranno ogni idea di cambiamento politico, troveranno dolce il
comando della monarchia pontificale, non avranno ad invidiare i vicini
reggimenti civili di stati italiani; faranno voti per la conservazione
della santa Sede, e prepareranno cogli scritti e colle parole una
gloriosa immortalità a Pio IX, che soddisfece ai prepotenti bisogni de’
tempi.
E però il perdono ch’egli darà agl’inquisiti di stato sia santo ed
ingenuo, come quello che darebbe Gesù Cristo se avesse da tornare sulla
terra.
Se l’amnistia non viene accompagnata dalla reintegrazione ne’ diritti
civili, se quegli che vien perdonato non è sicuro dalla calunnia
di nemici, dalla indiscreta sorveglianza di commissari di polizia;
se gli vien restituita una libertà con limiti angustiosissimi; se
non viene saggiamente provveduto alla di lui sussistenza, ove ne
abbisogni; se gli verranno fatte insidie morali, e valutato a delitto
il pensiero o una parola, questa amnistia diventerebbe un laccio, un
tranello empissimo, più orribile e penoso della stessa condanna a cui
l’inquisito politico soggiacque.
E so ben io che la santa virtù del nuovo regnante abborrisce da cotali
vili ed insidiosi concetti. Ma nella corte s’introducono sempre alcuni
astuti che ordiscono segrete mene contro l’umanità, e questi sono
nemici dell’uomo, sono nemici del Governo, ma si dichiarano da loro
stessi e filantropici e devoti al vicario di Gesù Cristo.
Da questi truculenti si guardi il successore di san Pietro, e ponga
freno alla loro prepotente influenza, col distrugger tosto ogni sorta
di arbitrio alla Polizia, nucleo fin ora di tirannide non solo, ma
primario elemento di schiavitù, massima cagione del mal contento de’
popoli, e potente nemico del governo pontificio.
Ma qui gl’infiniti amici del Governo, i pretesi sostenitori del trono
e del pontificato seguiteranno a gridare e dire come la esperienza
addimostri la inefficacia della clemenza, e che i malcontenti, anche
dopo il perdono, si mostrarono coi fatti nemici violentissimi del
Governo.
Io risponderò dicendo, che la massima parte di coloro i quali furono
nuovamente rilegati in carcere fu ristretta per semplice sospetto
della irrequieta Polizia; e che i loro incarti, fabbricati da perversi
e sanguinari processanti, non diedero risultanze positive, o si
trattò solamente di semplici parole, o fatti isolati di niun valore.
E nell’altra parte se vi furono individui i quali ritornarono ad
inveschiarsi profondamente in affari politici rilevanti, questi sono
di quella classe di cui poco sopra io parlavo, posta in uno stato
di violenza terribile, vale a dire, trascurata non solo dal Governo
e dalla società, e priva di mezzi di sussistenza, ma provocata
gravissimamente dalla insolente Polizia o per inopportune sorveglianze
o perchè privata dell’interna libertà, e non reintegrata mai ne’
diritti sociali, al godimento de’ quali ognuno di loro intendeva. Ed
ecco perchè io raccomandava che il perdono fosse generoso, amplissimo,
ingenuo, generale.
E così pongo fine a questo qualunque siasi lavoro che intrapresi al
solo scopo di esser utile ai miei compatriotti. In esso non adoperai
studio di sorta a farne un libretto elegante e filosofico: volli
attenermi ad un linguaggio di comune intelligenza, e presi nota
solamente di quelle cose più rilevanti che mi parevano degne di
ricordo e necessarie di miglioramento. Quindi non frasi, non regolare
ordine di materie, non concetti nuovi e profondi. Il miglior pregio
del libro, sono la verità e la santità del fine. Se una sola delle
mie idee non esistesse già nella mente del sovrano, che deve intender
certo a cambiamenti solidissimi, e fosse tolta in considerazione io mi
chiamerò fortunato di aver avuto una parte benchè impercettibile nello
stabilimento del bene universale.
RELAZIONE
DEL FATTO AVVENUTO IN CESENA
LA SERA DEL 14 LUGLIO 1846.
Molte cose sono state ragionate da varii, sui cattivi ordini che
aggravano il nostro stato, e che ne fanno, per così dire, una
anormalità, in mezzo al progresso civile de’ tempi nostri. Ma per
comprendere i mali effetti di quelli, e trarne argomento a spiegare
il profondo malcontento che regna in queste provincie (malcontento
che non si acqueterà mai, ove il nuovo sommo pontefice non dia mano
con ardimento e risoluzione a riforme radicali, vincendo la subdola
opposizione e la mala fede con che molti suoi iniqui ministri gli
possono attraversare ogni buona intenzione), a comprendere, dicemmo,
pienamente i mali effetti di quegli ordini, più d’ogni ragionamento,
giova sovente il rappresentare l’azione concreta nella realtà de’
fatti. Certi episodi della vita sociale de’ nostri infelicissimi
paesi bastan soli a rivelare que’ mille patimenti, que’ mille dolori
morali e que’ profondi fremiti di sdegno disperato che dee provare
un popolo generoso nel vedersi (oltre all’altre sue grandi sventure)
senza delitto macellato impunemente da una mano vilissima di sgherri
stranieri, a’ quali un massacro, che rinnovasse la memoria de’ Vespri
siciliani, sarebbe poca pena alla sola colpa di starci qui insolenti
e briachi in sul viso. Ma veniamo al fatto, che giustificherà appieno
l’ira delle nostre parole. — Al qual fatto, perchè sia inteso bene da
chi non conosce le piaghe de’ nostri paesi, ci fa d’uopo premettere un
breve commento. Egli è da sapere adunque che il difetto d’operosità
industriale e commerciale, le cattive leggi economiche, la mancanza
assoluta di educazione popolare, la poca agiatezza e i pochi risparmi
delle classi elevate, e la conseguente difficoltà per le classi
operaie di trovar lavoro, e, non ultima cagione di miserie e di
corruzioni, le truppe estere, che precludono la carriera militare
ai figliuoli del nostro popolo, tutte queste e molte altre cagioni,
che lungo sarebbe l’enumerare, vanno ogni giorno più arruolando alla
turba de’ delinquenti molti popolani corrotti dalla indigenza, dalla
ineducazione e dalla abitudine de’ vizi. Tutta questa gente, nelle
nostre città, si va organizzando in associazioni giurate al delitto,
e muove una aperta guerra alle proprietà e alla sicurezza personale
del cittadino. Ciò è conosciuto dalle Polizie. E però chi facesse
una statistica de’ furti e delle aggressioni impunite che avvengono
in queste provincie, troverebbe di che far maraviglia a un uomo de’
secoli barbari. Ma la cosa va più innanzi in molti paesi; le Polizie
si contentano, non solo che vi si rubi alla piena luce del giorno, ma
che vi s’inquieti il pacifico cittadino con insolenze e minacce, e
pare insomma che s’intenda a provocare e sfrenar la canaglia contro
le classi medie ed elevate, la cui inclinazione all’ordine e alle
riforme civili, chiamata dalle nostre Polizie istesse liberalismo,
arrovella tutti questi nostri impiegati, gente la più parte ignorante e
immorale, e che però ha solo nel durar de’ disordini qualche speranza
di potersi mantenere in grado. La cosa è giunta a tale in alcune
città, che in Faenza, per esempio, or son pochi dì, fu fatta una
istanza, sottoscritta da centinaia di cittadini, non che da sacerdoti,
parrochi di campagna, ecc., e inviata al pontefice per ottenere
permesso di armarsi a difesa dei propri averi, e far quello che non
sanno fare (così esprimevasi quello scritto) tante truppe nazionali
e forestiere. Ma se queste ultime non sanno o non curano frenare i
ladri e gli assassini, coi quali hanno perfetta affinità, sanno molto
bene farla da carnefici sugli onesti e tranquilli cittadini. — Ora
udite l’avvenuto. — Nella sera dei 13 corrente fu, in Cesena, ferito
d’un’archibugiata un Eutimio Stefani, per sopranome Timino, il quale
unito ad un tal Mamolino, di recente dimesso dal carcere, erasi fatto
capo di un’orda di masnadieri, che da lungo tempo, percorrendo le vie a
mano armata e provocando i buoni cittadini, infestavano questa città,
stimolati non si sa bene da chi, certo tollerati dalla Polizia. Il male
essendo divenuto insopportabile, ed avendo costoro nella mattina del
14 minacciata aspra vendetta del loro capo, la sera di detto giorno
molti giovani, costretti dalla necessità della comune difesa, eransi
ragunati nella piazza di San Francesco, con animo di punire quella
mala gente, e veder modo di fiaccarne per sempre la baldanza. Di tale
assembramento fu dato preventivo avviso al governatore, il qual disse
sapere ove i ladri si riunivano e dove avean riposte le armi, e che
avrebbe in breve trovata via di farli arrestare e perquisire. Fu di
tutto parimenti avvertito il comandante di piazza capitano De-Bons.
All’una ora di notte partiva dalla piazza maggiore un carro di polvere,
scortato da un forte distaccamento di Svizzeri, e dirigevasi verso San
Francesco. Alla testa di costoro erano l’ufficiale generale, e Vesi,
agente di Polizia. Il militare convoglio trapassò la piazza, ove stava
assembrata quella gioventù, senza incontrare alcuna minaccia, alcun
insulto, e si fermò innanzi alla porta della caserma Carabinieri, nella
quale era stato il giorno, ed ove aveva ordinato il capitano De-Bons
fosse ricondotto. Non si sa per qual motivo la porta della caserma
fosse chiusa, nè s’intende perchè l’ufficiale generale, non provocato
da alcuna offesa, senza curare quelle preventive cautele che sono un
dovere sacrosanto anche quando è assolutamente necessario il far impeto
sul popolo, con inaudita improntitudine, fatta voltare la fronte ai
soldati, comandò due scariche di plotone contro gli assembrati, la
maggior parte de’ quali erano seduti sulle macerie ivi esistenti,
bevendo e conversando pacificamente. Appena eseguito l’assassinio,
fuggirono i vili appiattandosi dietro il carico della polvere. Molti
furono i giovani feriti, cinque caddero semivivi sul luogo, due dei
quali già morti. Tanto è vero poi che quella gioventù non avea pensiero
ostile alla forza, che, sebbene così brutalmente trattata, e in numero
tanto maggiore da vendicare a larga misura sui fuggiaschi assalitori il
sangue de’ loro fratelli iniquamente versato, pure sgombrò la piazza.
Niuno Svizzero fu ferito, e tutti i cittadini lo furono alle spalle:
lo attestano concordi i chirurghi, lo provano le sezioni ai cadaveri.
Quella notte fu terribile alla città pei gravi danni che potevano
generarsi alla medesima da una popolare reazione. Fu necessaria tutta
la prudenza, il sangue freddo, e diremo l’eroica rassegnazione di
alcuni giovani per impedire che molti i quali erano corsi ad armarsi
non assalissero i vili assassini de’ loro amici, dando il segno di
un generale massacro. Quanto non lascia sperar bene di sè così fatta
gioventù, capace di frenarsi per l’amore dell’ordine e per la speranza
di trovar ragione sulla giustizia del novello monarca!
Oggi è cosa per mille indizi a tutti manifesta, che quell’eccidio
derivò da tradimento, e ciò non fa specie; ma quello che più fa
meraviglia tra noi, gli è che gli Svizzeri abbiano osato, in faccia
alla coscienza di tutto un paese, tentar la menzogna fingendo, ne’ loro
rapporti, che gli assembrati volessero impadronirsi della polvere, e
che da ciò fossero costretti a far fuoco. Un pretesto era certamente
necessario per veder di schermirsi pure in alcun modo da tanta infamia;
ma l’addotto da loro era troppo assurdo, perchè non venisse subito
smentito: molto più che anche la forza nazionale, aggiunta all’estera,
a scorta del convoglio, altamente ripete: il contegno dei cittadini
essere stato tale da non dar luogo a pretesti — Ora siamo in istato
d’assedio. Gli Svizzeri, benchè duplicati di numero, conscii come sono
della lor iniquità, tengonsi sempre sotto le armi, e sono segregati da
ogni consorzio. L’ufficiale generale, che comandò il fuoco, per tutta
punizione è stato traslocato a Forlì. — La nostra magistratura sta
redigendo un ricorso contro la forza e la Polizia, il quale documento
verrà spedito a Roma. Tutti i cittadini di ogni colore, di ogni stato
sono pieni d’indignazione, di orrore, di odio contro la brutalità de’
nemici. Taccio le lagrime disperate delle madri, delle famiglie, dei
parenti, che si videro rapiti i loro cari in così orribil modo. Uno
spettatore dell’assassinio dell’altra sera gridava col pianto dell’ira
negli occhi: «Ogni straniero è per noi Italiani sempre nemico, ma niuno
straniero è così barbaro, così feroce, così bestiale come lo Svizzero.»
E dicea pur troppo la verità: ma questi sozzi e infami rifiuti
dell’Elvezia tremino di quel pianto e di quel grido, e riflettano
che già troppi sono i motivi che li rendono esosi al nostro popolo,
ai quali aggiungendosi queste incomportabili provocazioni, la lunga
pazienza non tarderà a convertirsi in furore. Quanto a noi facciam voto
che, ad evitare ogni ulteriore scandalo ed altre più gravi sventure, il
pontefice provvegga sollecitamente al pericolo con risoluto consiglio,
liberando lo stato da questa dolorosissima piaga delle armi mercenarie,
che sono il più grande insulto e il peggior danno che un Governo far
possa ai suoi sudditi.
Cesena, 16 luglio 1846.
FINE.
INDICE
A Cesare Balbo Pag. 5
Degli ultimi casi di Romagna 7
Documenti 107
Sulle attuali condizioni della Romagna
di Gino Capponi 147
La questione italiana
di M. Canuti 157
Lettera del reverendo Orazio Bushnell
al romano pontefice Gregorio XVI 181
Indirizzo ai reverendi prelati monsignor Janni
e Ruffini 195
Indirizzo al successore di Gregorio XVI 217
Relazione del fatto avvenuto in Cesena
la sera del 14 luglio 1846 297
NOTE:
[1] Nello stato papale il prete delinquente è punito con un grado
di pena minore, che non il secolare. Mentre dovrebbe essere appunto
l’opposto, e punirsi più rigorosamente l’ecclesiastico, il quale
pel suo stato è tenuto dar buon esempio, che si suppone persona più
istruita e frenata da più alto grado di moralità.
[2] Salva la Banca romana.
[3] Carlo Adolphe, Antonio Sparapani.