di un obolo, arrischino di raccogliere qualche libbra di acqua salata
nelle tante sorgenti che sono sparse in certi luoghi delle province,
e se ne servano per farne un amarissimo e disgustoso cibo, facendovi
cuocere o pochi vegetabili, o un poco di farina gialla. Non è a dire a
quanti barbari trattamenti vengono sottoposti questi disgraziati. Poca
cosa sarebbero le battiture, le ferite che riportano dagli scherani del
papa, o da quelli del duca appaltatore. Quegli infelici vengono molte
volte uccisi sul luogo del contrabbando, ed i rei non solo non vengono
puniti, ma talora furono decorati con croci, o nastri da cavalieri, e
regalati con danaro.
Io non dico menzogne; i fatti che racconto sono autentici, noti a
tutti, vanno per le bocche di tutti, e tolgono ogni volta al Governo
mille buoni partigiani, che in avanti avrebbero data la vita a sostegno
della santa Sede.
E, per far ritorno alle dogane pontificie, conchiudo che istituiti,
ordinamenti giusti e chiari, abolito il sistema proibitivo, diminuite
certe tasse di generi che a noi mancano, aumentatene alcune altre
per cose di minor conto e di lusso, emanate leggi severe contro i
ministri vessatori e violenti, regolata la procedura civile e criminale
che ha luogo a carico de’ contravventori, può questo ramo rifiorire
onorevolmente, ed esser meno gravoso, ed anche accetto ai sudditi
pontificii. Sono qua e là per lo stato impiegati pieni di capacità,
atti a proporre riforme; e deve il sovrano eccitarli a presentare
analoghi regolamenti, da farsi poi ad altri considerare prima che
vengano adottati. —
CAPITOLO VII.
Questo capo io avevo riservato per parlare degli uffici del censo,
catasti, ipoteche, archivi.
Simili instituzioni essendo basate sopra savi principii che il Governo
nostro ha già da qualche tempo adottati, io mi esimo dal farne parola.
Pochi miglioramenti saranno necessari nella parte pratica, per dire che
in questo ramo vi è perfezione. Il Governo non deve però tralasciarli,
e dimandi ed accetti ed adotti quelle riforme che saranno necessarie.
Anche in codesti uffici abbiamo impiegati abilissimi, ottimi, per dare
utili e saggi consigli.
CAPITOLO VIII.
POLIZIA.
Non è da far maraviglia se, avendo noi veduto la mostruosità d’un
codice criminale, la mancanza di un codice civile, la insussistenza
di regolamenti doganali, ora diciamo che la Polizia non abbia neppur
essa un codice che serva di direzione agli ufficiali reggitori, e sia
di guarentigia alla sicurezza privata e pubblica de’ cittadini. Qui
è dove l’arbitrio e l’insolenza e l’oppressione del Governo spiccano
mirabilmente. La Polizia è il nucleo della tirannide pontificia. In
ogni capoluogo di provincia, in ogni città, in ogni terra, in ogni
villaggio sono impiegati politici, nelle persone de’ legati co’ loro
direttori, in quelle dei delegati co’ loro segretari, ne’ governatori,
nei priori comunali, ne’ sindaci.
La forza di Polizia, ne’ luoghi ove esiste, dipende immediatamente
da costoro, colla differenza che ognuno de’ capi è in relazione
diretta coll’immediato superiore. Più è sublime il grado di quello
che rappresenta nei luoghi la persona del sovrano, più è grande la
indipendenza di lui, maggiori gli arbitrii, più ristretta la libertà
individuale, meno garantita la sicurezza personale.
Un capo di Polizia, appunto perchè non vi è un codice, può far tutto.
Egli s’immischia in affari civili, criminali, religiosi, economici,
politici, privati, pubblici.
Qualunque misura può adottare in via politica, qualunque violenza può
commettere, senza che niuno possa richiamarlo, rimproverarlo, perchè è
sempre in grado di poter in apparenza giustificare un’imprudenza, una
imprevidenza, un arbitrio, una soperchieria.
Un dicastero di Polizia è più infame del tribunale del santo Officio.
Sia pure assurdo, contrario alla giustizia, immane il procedere di
quest’ultimo, sarà sempre vero che egli ha un sistema, una norma nel
procedere, una regola da seguire. La Polizia carcera un individuo, lo
bandisce da un paese, lo sorveglia, gli nega un foglio di passo, lo
ristringe dentro un territorio, lo diffida da esercitar diritti civili;
gli nega di portar armi lecite, si oppone alla di lui istruzione, lo
priva d’impieghi onorevoli, di cariche conferitegli da un Consiglio,
lo costringe a non uscir di dotte, a non farsi attore in teatro, lo
annienta, lo distrugge.
La Polizia v’intercetta lettere agli uffici postali, le legge, le
ritiene, o ha la sfrontatezza di consegnarle dissigillate.
A qualunque ora può entrarvi in casa, cercarvi nella persona, nelle
cose, s’impossessa di oggetti, di scritti, di libri, di armi, di denaro.
La Polizia a capriccio fa chiudere officine, caffè, bagordi, ridotti,
impedisce giuochi leciti ed illeciti; si oppone quando lo voglia ad
ogni onesto ricreamento de cittadini, vietando musiche, cantori, balli,
riunioni decorose e lecite.
La Polizia impone ad arbitrio tasse sui caffè, locande, bettole,
trattorie. Instituisce multe a capriccio fuori di leggi note,
all’insaputa del Governo superiore e della Suprema di Stato. La Polizia
fa pagare i permessi di permanenza a periodi arbitrari, con tasse
diverse per ogni paese, per ogni individuo, secondo la matta volontà di
un legato o delegato.
La Polizia vi fa pagare i visti sui passaporti, impone tasse, multe
dove crede, sempre fuori di nota legge, a piacer suo, a posta propria.
Io non so dir di più. La Polizia, che in uno Stato ben regolato è
un officio necessario, quando sia diretto da un codice imparziale,
conosciuto da tutti, nel nostro è luogo tenebroso, misterioso, composto
da persone odiate, da capi inetti e timidi, da commissari atroci ed
iniqui, da ispettori fanatici e ribaldi, da spie vili e calunniose, da
ribaldaglia scellerata, tolta dal lezzo delle città, dalle carceri,
dalle galere. E quantunque poco religiosamente, ben a ragione un autore
vivente dice «che se Dio lo avesse chiamato ne’ dì della creazione,
egli lo avrebbe consigliato a formar col limo più vile, impastato
col veleno della vipera e del rospo, i commissari di Polizia, perchè
non avessero avuto il diritto di dire di esser formati ad immagine e
similitudine sua».
A me, che debbo trattar sempre le cose sui principii generali ed
indeterminati, non rimane altro ad aggiungere in questo spaventevole
titolo. Un codice di polizia è lavoro altamente scabroso per la
facilità in cui si può incorrere a stabilire ordinanze arbitrarie, che
offendono la libertà dei cittadini. Ciò nondimeno non ne è impossibile
la compilazione. Un poco di bene vi è a ricavare dalle costituzioni dei
regni civili, un po’ se ne può trarre dai codici del cessato Impero,
molto posson fare i dotti politici dello Stato. Comunque sia, questo
libro è di necessità pel nostro Governo. Esso deve stare fra i primi
ordinamenti civili che il nuovo papa sarà per darci, perchè non vi può
esser miglioramento dove si fasciasse sussistere una Polizia qual è la
presente, che, come dianzi dicemmo, è nucleo di tirannide formidabile.
Dunque ai capi di Polizia, mi si opporrà, non sarà dato mai deviare
alcun poco da questo codice particolare, il quale non potrà poi
contenere tutti i fatti parziali possibili ad accadere in un luogo,
in una città popolosa, faccendiera? Essi, quando il loro libro non
consideri qualche evenimento particolare, devono farla da autorità
conciliatrici, sentir sempre le parti che fra di loro contendono, e
negli altri casi adoperare misure prudenziali, in cui l’arbitrio,
se deve aver luogo, non offenda l’individuo, od arrechi il minimo
dispiacere possibile.
Lo stesso vagabondaggio, tanto trascurato dalle Polizie moderne,
ha diritto a pretendere che l’arbitrio operi nel minimo grado
sugl’individui che lo compongono, e quelle misure che la Polizia
dovesse pigliare contro di costoro avrebbero ad essere sempre piene
d’umanità, tendenti solamente a prevenire i delitti e ad assicurare la
tranquillità pubblica. E chi fosse così generoso da pubblicar presto i
fondamenti elementari di un tal libro, ben meriterebbe della patria.
CAPITOLO IX.
CARCERI.
Quando si dice da noi che un individuo rimane sostenuto sulle prigioni,
tosto subentra un’idea di un patire grandissimo, e si grida alla
tirannide, all’abuso. Già altrove notammo che le prigioni ed i luoghi
di condanna nello Stato pontificio sono luoghi orridi, malsani, oscuri,
obbrobriosi all’umanità.
Ora è da avvertire che in codeste sucide carceri sono sempre confusi
il reo coll’innocente; un primo delinquente col delinquente abituato;
l’uomo educato con quello della plebe; il reo di grave delitto col reo
di lieve colpa.
Senza poter pretendere che il Governo adotti un sistema penitenziario,
quale lo vogliono le colte nazioni d’oggi, mi par giustizia che i
sudditi possan chiedere una riforma notabile su questo proposito;
che le carceri debbano essere salubri; che vi sian da per tutto case
di correzione per gli eccessi d’insubordinazione; che debban esser
distinti i rei dagli accusati, quelli che già furono condannati da
quelli che nol sono.
La carcere pei meri accusati debbe essere un luogo di reclusione
comodissimo, lauto il trattamento, molta la libertà, con la cautela di
sorveglianza per non informare il processo, ed altre condiscendenze.
Poichè se dalle risultanze del processo avesse poi a dichiararsi la
innocenza di un inquisito, con qual giustizia si sarà potuto aggravare
sopra la persona di questi un soverchio rigore; e così anche pei
condannati? Minore indulgenza sarà d’uopo per essi, ma locali sani,
vitto salubre, abbondante, nettezza nel vestiario, nelle persone, nelle
cose.
E quello che non ho notato nel capitolo sul regolamento organico e di
procedura, noterò adesso, cioè la necessità d’una maggiore speditezza
nei giudizi, colla istituzione dei tribunali criminali esclusivi,
poichè ogni giorno di carcere che subisce un accusato, il quale poi
fosse dichiarato innocente, è un’ingiustizia che grida vendetta
avanti il cospetto di Dio. Io credo che non possa esservi cosa più
orribile ad un uomo di vedersi rinchiuso, e malamente trattato,
fra persone delittuose, colla coscienza della propria innocenza. E
perchè il legislatore non ha da immaginare quadri così luttuosi e
di abbominazione? forse sono poco frequenti i casi d’individui che
furono rinchiusi per mesi ed anni o per arbitrio delle polizie, o per
negligenza di processanti, o per incuria di tribunali, che poi non
furono rinvenuti rei, anzi furono dichiarati innocenti.
E in questo articolo, sebbene dovesse avere un posto particolare, mi
piace aggiungere che i delinquenti i quali subirono una condanna,
nell’uscir che fanno dalle prigioni non arrivano mai a godere dei
diritti civili, o per mancanza del Governo o per il pregiudizio della
società. È quindi ben necessario che il sovrano istituisca lui, o
favorisca la istituzione de’ patronati, la quale è diretta a far
proteggere gl’individui che uscirono dal carcere, a sorvegliarli
paternamente, a sovvenirli, a procurar loro occupazioni, impieghi, a
prevenire insomma, che, stretti da necessità e scontenti della mala
accoglienza che ricevono, ritornino a commettere delitti e a diventare
malvagi e pericolosi cittadini.
Credo che la carceri del santo Ufficio siano attualmente le ordinarie
prigioni dei vescovi o quelle governative. Da che non usan più gli
auto-da-fè, io non presto fede alle fandonie che si raccontano rispetto
ai carcerati per delitti religiosi. Comunque, è obbligo del Governo,
finchè non abbia abolito interamente il santo Ufficio (ciò che deve
far presto) d’impossessarsi di quei prigioni, sostenerli nelle carceri
ordinarie, e punirli proporzionatamente secondo i loro delitti, essendo
giusto che in materie religiose debba esser tolleranza da parte del
Governo, ma rispetto sommo dal lato dei sudditi.
CAPITOLO X.
RELIGIONE.
Il presente capitolo discende molto bene dagli ultimi periodi del
precedente. Dissi dell’obbligo che hanno i cittadini a rispettare
la sacrosanta religione degli avi nostri, e della tolleranza che il
Governo aver deve per le opinioni religiose. Io non so come non si
debba esser perfetto cristiano da colui che intese pel verso suo la
santa legge del Vangelo. Io ti adoro, religion santissima di Gesù
Cristo, credo alla santità della tua legge, imploro di morire nel seno
della santa
Chiesa, di essere sepolto tra’ miei padri, di profittare delle preci
de’ fedeli, dei suffragi dei santi ministri, di godere la celeste
gloria del paradiso; questa è la profession della mia fede. Con tutto
ciò, siccome le volontà degli uomini sono libere per concessione
divina, e perchè alcuni ciecamente discredono dalle massime della
Chiesa, questi non si devono costringere col ferro e col fuoco a
credere in Gesù Cristo: si tengano però obbligati a rispettare in tutto
e per tutto le pratiche nostre religiose, le opinioni, il dogma, la
dottrina cattolica. I contravventori si debbono punire dai tribunali
ordinari con pene proporzionate risultanti da un filosofico titolo di
codice che il nuovo papa ci darà. — Questo capitolo sulla religione
importerebbe esso solo un grande volume, ove si volesse discorrere
di tutti gl’inconvenienti che sono nella disciplina e nelle pratiche
ecclesiastiche. Io accennerò per sommi capi quelle cose che mi sembrano
più degne di rilievo, e sulle quali possono adottarsi provvidenze
utilissime.
I vescovadi non son ben distribuiti nel nostro stato. Un immenso tratto
di paese, e per ordinario quello che avrebbe più bisogno d’un pastore,
ne è privo. In altri luoghi sono frequenti poco men che le parrocchie.
Le rendite di alcuni vescovadi sono scandalosamente strabocchevoli,
quelle di alcuni altri sono per la parsimonia indecenti: qui il rimedio
è facile. Si erigano nuove chiese episcopali dove il bisogno lo esiga,
ed alle chiese straricche si tolga la rendita per quelle. Sia, se non
un perfetto pareggio in tutti i vescovati, almeno un poco di equilibrio
che modifichi il fasto di alcuni vescovi, incoraggisca l’animo di altri.
Il popolo ignora i fondamenti di nostra santa religione. Causa n’è
specialmente ne’ piccoli luoghi la vergognosa inerzia dei parrochi, che
non ispiegano il catechismo e che non danno istruzioni individuali ai
teneri ragazzi. I signori vescovi sorveglino con rigore la condotta di
questi pastori, fra i quali io conosco invece certi lupi che consumano
molto lautamente il gregge a loro affidato. Vi sia una dottrina di
facilissima intelligenza, sia adottata universalmente in tutte le
diocesi, nè si permetta ai vescovi di aggiungervi, o togliere, o
modificare le massime che vi sono dichiarate, perchè, sebbene io
creda che lo scopo di queste riformazioni sia sempre santissimo, pure
ingenera grande confusione nelle menti grossolane del volgo, che
impara poi di mala voglia, o non comprende d’aver creduto santamente
in passato, e sente rimorsi per un errore che non ha commesso: come
non ha guari accadde in una vasta diocesi, nella quale uno zelante
vescovo volle cambiare le parole degli atti di fede, di speranza e
carità, ed i diocesani volgari si spaventarono orrendamente temendo di
esser dannati, perchè prima non seppero bene, poi per la difficoltà
ad imparare il vero. L’ammissione al clericato ed al presbiterato si
fa senza troppo considerarvi sopra dai vescovi. Il clero dello stato
pontificio è il più ignorante di tutto il clero cattolico, salve poche
eccezioni. Basta avere studiato gramatica latina, e saper quattro
pagine di un libro qualunque di morale per diventar prete e canonico e
confessore. E con quanto danno della religione, ognuno che abbia fior
di senno sel può da sè medesimo considerare. Però al sacro ordine del
presbiterato non si dovrebbero promuovere che quelli i quali, avendo
prima dato saggio di una savissima condotta, fecero poi i loro studi in
perfetta regola, e si sottoporranno a rigorosissimo esame delle scienze
filosofiche, morali, dommatiche, teologiche.
E con questo rimane anche provveduto in appresso ad una buona scelta di
parrochi di campagna, dove si vedono talora certi ignoranti, i quali
insegnano in buona fede eresie e massime erronee al ceto de’ contadini,
che in vero avrebbe bisogno di una istruzione religiosa purissima, per
essere nelle campagne stesse la demoralizzazione pervenuta al massimo
grado.
La collazione de’ benefizi sia un po’ più equamente distribuita, nè
si tolleri l’abuso di veder pochi straricchi di rendite per molti
benefizi, ed altri averne un solo miserabile, capace appena di campar
la vita di un individuo.
Le confraternite, arciconfraternite di Roma e provincie sono un
semenzaio di ribaldi, che fomenta le dissensioni cittadine, son cagione
di un mal inteso fanatismo religioso, origine di scandali obbrobriosi.
Queste vengano abolite; si lascino sussistere le sole antichissime del
santissimo Sacramento e della buona morte, e le rendite delle compagnie
servano allo stato per isdebitarsi in parte con gli usurai ai quali si
vendè il morto papa.
Sonovi anche certi ordini religiosi che hanno rendite immense. Se
non temessi di osar troppo, direi che si abolissero per isdebitar lo
stato colle ricchezze di costoro. Ma i Gesuiti, oh i Gesuiti, sì, è
necessità che sian soppressi, distrutti fin dalle radici, disperdutane
la memoria. Pio VII col restituirli, sperò, il santo pontefice, che
si fossero corretti de’ loro vizi, che avessero ripigliati i santi
principii co’ quali istituì il loro fondatore.
Adoperar parole contro di costoro dopo quel che ne scrissero autori
gravissimi ed ortodossi mi sembra affatto inutile. Chiunque sarà per
essere il nuovo papa ei non potrà stare felice in trono se non imita
quel Ganganelli di sacra memoria, che, prima di risolversi alla loro
abolizione con quel suo celebre breve _Dominus ac Redemptor_, li studiò
profondamente, li conobbe indegni di rimanere, trovò essere necessità
la loro distruzione.
E poichè siamo a parlar de’ frati, io debbo ricordare che vi è grande
abuso nell’accettazione di nuovi confratelli, e somma imprudenza nel
farli professare in età troppo verde. Io non dubito di asserire che se
un pontefice promulgasse una legge nella quale autorizzasse i frati di
tutti gli ordini a restituirsi al secolo, i conventi rimarrebbero quasi
vuoti. Tanto sono essi pentiti di trovarsi adulti colà dove adolescenti
giurarono di morire. Niuno faccia il voto solenne se non a trent’anni.
Quest’è l’epoca della vita in cui l’uomo difficilmente s’inganna nella
scelta del suo stato.
_Nemo militans Deo implicet se negotiis saecularibus_. Con questo
insegnamento, che è pur chiarissimo, è insopportabile l’abuso di alcuni
preti d’immischiarsi non solo in affari politici, economici, ma di
abbassarsi perfino alcuni di essi in affari di commercio, in monopolii,
in negozi di cambio, e via discorrendo. Ve ne ha taluno che, lasciato
da parte l’ufficio divino e la santa messa, padroneggia nelle campagne,
servendo, in qualità di fattore o ministro, un qualche grande, a cui
presta poi anche il servizio di cappellano confessore, Dio sa con
quanta riprovevole indulgenza!
Questo è costume frequentissimo, specialmente nelle provincie
dell’Umbria e della Marca.
Il nuovo papa ammonisca severamente i vescovi contro un abuso ch’è
nocivo alla santa religione.
Le funzioni religiose non si eseguiscono sempre con quel decoro
che esige la casa di Dio. Tranne alcune chiese cattedrali, dove il
cerimoniale è con qualche esattezza osservato, negli altri luoghi,
pochi preti, con paramenti indecenti, senza niuna esattezza e
regolarità, si fanno lecito di praticare le più auguste funzioni della
Chiesa con iscandalo degli spettatori, ai quali la funzione stessa
diventa argomento di scherno e di motteggi scherzosi.
È però necessario che ogni chiesa matrice, anche de’ piccoli luoghi,
sia fornita di tutto il bisognevole, e di un numero bastevole di
ministri per la esecuzione delle pubbliche funzioni, e ne venga
impedita la pratica per prevenire la derisione de’ troppo satirici
secolari.
Tutto ciò sia sottoposto alla severa sorveglianza de’ vescovi.
E per chiudere questo articolo, nel quale infinite cose si potrebbero
dire, ove se ne dovesse fare un trattato, dirò che interessa alla santa
religione nostra: che i ministri del culto sien esemplari in tutto,
pii, dotti, devoti, da poter servir d’esempio e modello a tutti gli
ordini civili dello stato.
Che certe pratiche minute di devozione, certe riunioni superstiziose
sono sempre a danno di una soda e ragionevole credenza.
Che la tolleranza di alcuni pregiudizii, il favore che si accorda a
certi miracoli, a certi santuari, l’opinione che si vuol mantenere
su certi prodigi non verificati, son cose tutte di particolare
speculazione di alcuni, e di superstizione per altri e di
raffreddamento religioso per tutti.
Per ciò, un nuovo pontefice, se deve esser cauto nella remozione di
tanti abusi, non deve però trascurare di sradicarli a tempi opportuni,
sotto favorevoli condizioni. Il ritornare la religione cattolica alla
primitiva semplicità è desiderio onesto che il papa deve favorire.
Senza di questo il protestantismo potrebbe arrivare ad aver un
vantaggio sopra di noi, e con danno della verità, della pace del mondo.
CAPITOLO XI.
ISTRUZIONE.
Se Leone XII non avesse fatto altro nel suo regno che la bolla _Quod
divina sapientia_, esso meriterebbe per questo solo di essere appellato
papa di santa memoria.
Infatti prima che da lui si promulgasse il regolamento sugli studi,
la istruzione era sotto un’epoca di mortificante deterioramento,
irregolare il corso delle scuole, massimi gli abusi, infiniti i
privilegi a certi comuni, a certi luoghi, ed anche ad alcuni privati,
di conferir lauree in ogni ramo di scienza. Egli soppresse codesti
inutili diritti, ristabilì alcune antiche università, richiamò gli
antichi licei, istituì accademie, ordinò norme e leggi anche sulle
scuole private.
Ma ogni radicale riforma è difficile che sul momento riesca perfetta,
ond’è che egli lasciò ai vescovi la presidenza in tutto il ramo
dell’istruzione, e qui il buon pontefice errò, fors’anche per colpa de’
tempi.
La piccola istruzione fu anche troppo negligentata, ed i metodi
proposti non sono dell’attualità.
Il nuovo papa vedrà di per sè quanto sia assurdo far immischiare i
vescovi nella pubblica istruzione. La loro missione dev’essere tutta
religiosa, e l’educazione scientifica de’ giovani ha bisogno di
tutt’altri direttori che non sono i vescovi.
E così dicasi de’ metodi ne’ primi studi.
Quando le cose vecchie non son buone in confronto delle nuove, queste
debbono preferirsi. Le scuole di mutuo insegnamento sono da preferirsi
pe’ giovanetti, ed i sistemi frateschi sono da abolire nelle scuole
di filosofia. Non c’illudiamo. L’influenza del buono sarà sempre
preponderante, ed i falsi metodi se non si aboliscono, vanno a cader
da loro; colla differenza che se i giovani studieranno su buoni e
retti principii, saranno dotti e savi cittadini, se saranno istruiti
falsamente, la tendenza del secolo gli farà correggere da loro stessi,
ma di non tutte le massime erronee si spoglieranno, nè saranno i
migliori cittadini e i più buoni cattolici.
Le università abbisognano di cattedre di che mancano; tali sono una
scuola di letteratura, di economia pubblica, di diritto delle genti, di
diritto naturale, ecc.
Si vuol più cautela nell’accordar permissioni per istruire la gioventù.
Quanto è lodevole l’insegnamento dei padri Barnabiti e Scolopi,
altrettanto sono nocivi i principii di alcune scuole pubbliche e
private, sieno del sesso maschile o femminile, e troppo si è larghi
da per tutto nel concedere autorizzazione a questo fine. Un’apposita
congregazione provinciale deve sorvegliare il ramo dell’istruzione,
ed ogni paese deve avere sue deputazioni che dipendano da quella. —
La congregazion degli studi in Roma sia anch’essa composta di dotti
ed onesti secolari, ed abbia il supremo potere su tutte le scuole
dello stato. Con questo mezzo si perfezionerà il sublime progetto del
buon Leone XII, ed il nuovo papa si avrà il merito di esser nomato il
riformatore degli studi. Mi riman solo una cosa da avvertire su questo
argomento, e poi do termine.
In tutte le università si adopera un’indulgenza troppo nociva
nell’accordar le lauree. Moltissimi dottori sono ignoranti. Per
porre una remora all’abuso de’ collegi esaminatori, gli esami sien
pubblici, e le dissertazioni per lauree sieno scritte su tema dato
improvvisamente, e corra l’obbligo all’università di pubblicarle in
istampa a proprie spese.