III. Profumo più soave, appellato _della Sanità_.

Incenso lib. 5.

Gomma lib. 3.

Storace lib. 4.

Anisi lib. 6.

Iride di Firenze lib. 6.

Ladano lib. 5.

Mirra lib. 5.

Cannella lib. 4.

Noci Moscate lib. 2.

Pepe lib. 8.

Solfo lib. 4.

Crusca lib. 46.

Stravagante e inutil farragine d'ingredienti!

Ne assicura poi l'autore che dentro 24 ore restano ben purgate le case

ed i lazzeretti medesimi, fino i letti degli appestati.

Quindi passa egli a descrivere la maniera di usare questi profumi.

«Bisogna, ei dice, chiudere porte, finestre, e cammino, e sopra una

corda distribuire e collocare le vesti infette, lenzuola, coperte, ec.

scucendole prima. Poi, prese quattro o cinque libbre di fieno molto

secco, e compresso ben questo fieno, vi si ponga sopra tanto profumo,

quanto capirà in ambe le mani unite insieme per due volte; e poscia

ricoprir questo con altro poco fieno spruzzato d'aceto, acciocchè

quella materia non si consumi, se non a poco a poco. Si attacchi il

fuoco dalla parte di sotto in due o tre luoghi del fieno, sostenendolo

con bacchetta; e non si parta il profumatore, se nol vedrà ben acceso.

Dopo di che si ritiri ognuno, e si chiudano le porte molto bene».

Alcuni persuadono l'esporre dipoi le robe all'aria libera. Egli indica

pure che fatto il profumo s'abbiano a lasciar per tre giorni ben

chiuse la casa e le stanze, e appresso spalancare le porte e finestre,

acciocchè l'aria vi scorra, e ne dilegui il cattivo odore.

Per le robe non infettate, ma sospette, basterà aprir le casse, le

credenze, gli armadj, le scattole, gli scrigni, ec. Le robe preziose

si potran coprire con qualche tovaglia, o tela grossa, affinchè non

ricevano in se la parte più grossa e terrea del fumo. Le vesti, ove

sia argento, e così i vasi d'argento, patiscono notabilmente, come

ancora le pitture; quindi si può usar per esse qualche leggier profumo

in camera aperta, oppure esporle all'aria, e al sole per 15 dì». (_P.

Maur. da Tol. op. cit._).

[33] A primo aspetto può sembrar corso errore leggendo che se ne

infermarono 4000 e ne son morti 4200. Il perchè giova avvertire che nel

numero dei morti in Agosto e Settembre sono compresi i rimasti malati

al terminare di Luglio. Che se in Luglio 1656 furono i nuovi infetti, e

1201 i morti, vi ha un sopravanzo di 455 tra rimasti malati e guariti.

[34] Nella circostanza solenne, in cui venne piantata la prima pietra

di questo Tempio, furono coniate alcune medaglie d'oro, d'argento, e

di rame, ed ivi poste sopra la prima pietra fondamentale. Nel rovescio

d'esse leggesi:

D. O. M.

ob cives

in peste servatos

D. CAROLO BOR.

Basilicae pro Lap.

ex Vot. Pos.

M. DCC. XVI.

[35] Piccioli pacchi di mercanzie, che le genti di mare recano per

conto proprio.

[36] Secondo l'Autor del Giornale della Peste di Marsiglia, taluno

tra essi vi fu, che manifestò una discorde opinione, dicendo ch'erano

malattie maligne ordinarie, cagionate dai cattivi alimenti e dalla

miseria.

[37] M. Chirac, primo medico del Reggente, che godeva di molta

riputazione, scrisse in quella circostanza tre Memorie, nelle quali si

rileva appoggiata l'opinione dei sigg. medici di Montpellier, ch'erano

stati educati alla scuola dello stesso Chirac.

In una di qneste Memorie egli così si esprime. «Ce n'est pas one peste

venue du Levant et portée dans le vaisseau, qui en est arrivé: ce n'est

qu' une fievre maligne causée par les mauvaises' nourritures du petit

peuple».

[38] _Bertrand, ec. f._ 147. _Papon, ec. f._ 270.

[39] Il palazzo di mons. Belsunce era circondato di cadaveri. Egli non

poteva quasi più uscirne senza calpestarli, e in una sua lettera, a

M. de Mailly, arcivescovo di Arles, così si espresse: «J'ai eu bien

de la peine de faire tirer 150 cadavres a demi-purris et ronges par

les chiens, qui etoient à l'entour de ma maison; et qui mettoient dejà

l'infection chez-moi».

[40]

E allorchè di mortiferi vapori

Aere infetto sull'ali attorno ai campi

Di Marsilia portava orrida morte.

Per qual ragion sempre a' suoi dardi esposto

Pastor, che coraggioso ogni periglio

Sprezza, recando al caro gregge aita,

Con franco piè tra 'l folto orror passeggia

Degli esangui suoi figli, e degli estinti,

Nè vien tratto con loro entro la tomba?

_Ep. IV. Trad. del Cav. Adami._

[41] «Les grains, doivent être fournis en pur froment, les Provençaux

étant dans l'habitude de ne consommer que de bons blés, et de ne manger

que de tres-beau pain; et comme les grains de la récolte dernière sont

presque tous de mauvaise qualité, il est de la dernière consequence

d'en faire le choix avec grande attention, sans s'arrêter au prix,

étant infiniment convenable, et même plus prudent, de les payer au

prix des plus beaux blés, en les choisissant réellement tels; que

de s'exposer, par une economie mal placée à les prendre de mauvaise

qualité, et au plus bas prix, parce que si l'on n'avoit pas sévèrement

cette attention, il en resultéroit que bien loin que l'objet fût

considéré comme un secours, on lui attribuiroit peut-être la cause de

la continuation de la maladie.»

[42] L'Acido acetico poliaromatico; _Acetum prophylaticum_; Aceto

antisettico, Aceto dei 4 Ladri, si prepara prendendo le piante recenti

di assenzio, di menta crespa, di ruta, di rosmarino, un'oncia e mezza

per sorte; fiori secchi di lavanda, due once; di radice di calamo

aromatico, di corteccia di cinamomo, di noce moscada, di garofani,

di ciascuno due dramme. Il tutto ben diviso e mescolato insieme si

fa macerare in dieci libbre d'ottimo aceto, posto in una cucurbita

di vetro, chiusa per dodici giorni: poi si preme e si feltra; indi

aggiungasi un'oncia d'alcool canforato, e si serba in un recipiente di

vetro chiuso.

Alcuni attribuiscono a questo aceto così composto una virtù antisettica

ed antipestilenziale, bagnandosi le mani ed il volto. Internamente

usasi nella debolezza, languore, flati, ascaridi, ec.

Brugnatelli dice che questa preparazione si è creduta dotata di una

virtù antipestilenziale, e quindi si raccomandava d'impregnarne i

panni e l'aria delle stanze co' suoi vapori; come pure di odorarla,

e prenderne di quando in quando internamente come preservativo della

peste: ma il tempo ha dimostrato che questa medicina non differisce

dagli altri liquori aromatici, dotati di virtù eccitante, e non

possiede alcuna virtù antiscorbutica, o antipestilenziale specifica.

[43] Assicura l'autore essersi ad un infetto tagliato un carbone

sull'epigastrio, che pesò una libbra e tre quarti, a tal che, rimaste a

nudo le parti sottoposte, vedevasi il moto peristaltico degl'intestini.

Quest'ammalato poi è guarito.

[44] Non rari furono i casi di persone, che mostrarono una singolare

insuscettività al contagio. Fra gli altri narrasi di una donna, che

continuò a dormire col suo marito, infetto di peste, e nel medesimo

letto per tutto il corso della malattia, senza ritrarne alcuna offesa.

Una lor figliuola invece, contrattone il male, e con carbonchi, poco

prima di spirare, presa da delirio furioso, morsicò la sua madre al

petto con tanta forza, che porzion della cute gliene restò attaccata ai

denti; non per questo la madre ne contrasse la malattia; ma, medicatane

ognidì la piaga col roob di sambuco, in nove giorni le si consolidò,

e ne rimase la donna sempre sanissima. È pur da notarsi che tutto ciò

avvenne, quando la malattia era nello stadio del suo maggior vigore.

Riferì un chirurgo degno di fede, che si trovava a quel tempo

nell'Ukrania assistendo ammalati, di non aver veduto ne' luoghi

infetti alcun uccello volar per l'aria in tutto il tempo, che durò quel

contagio.

[45] Nel Febbrajo appunto che ha preceduto la peste a Marsiglia

regnarono molti catarri, malattie di petto e di gola; e si videro

accompagnate da insoliti accidenti, cioè da gonfiamento delle glandule

del collo. Oltre le peripneumonie, le angine legittime e spurie,

si videro pur febbri di maligno carattere con tumefarsi le glandule

inguinali, e le parotidi. È da notarsi che regnavano allora in Genova,

Alessandria della Paglia, Milano, Napoli, Roma, ed altri luoghi simili

febbri di mal costume. Il verno di quell'anno era stato dominato da

continui nuvolosi e torbidi venti australi, e fredda ne fu la stagione.

Lo storico Orazio Turriano, che di questa Peste ci lasciò la miglior

descrizione, narra alcune combinazioni di circostanze veramente

singolari. Egli osserva che appunto nel dì 20 Febbrajo, in cui partì

da Missolongi la nave, che recò a Messina la Peste, accadde in Messina

quel terribilissimo terremoto, che cagionò tanto spavento, e che è

celebre ancora per l'orrore e pei danni recati. In fatti a memoria

di sì grave avvenimento si affisse una Lapide con iscrizione storica

al lato anteriore del Campanile della Chiesa Maggiore, in tempo che

neppur temeasi di peste. Aggiunge il medesimo che gli almanacchi del

1743 stampati alla fine del 1742, a Messina ed in altre parti d'Italia

predicevano che _correr dovea nel detto anno 1743 Epidemia bubonale_.

Un buon uomo di Messina, che solo sapea segnalarsi nel far Lunarj, da

tre mesi prima si mostrò timoroso di un grave incognito avvenimento

che predicea sovrastare a Messina. Per tal motivo si preparò una

picciola casa in campagna, e dai primi di Aprile, quando neppur per

immaginazione si temea della pestilenza in città, se ne allontanò, e

andò a ricoverarsi in campagna entro la detta casuccia. (_fasc. 6. 7._)

[46] Di questa peste triennale di Algeri che distrusse un terzo degli

abitanti di quella Città non è fatta menzione in verun luogo della

presente Storia, perchè non vi fu alcun Autore ch'io conosca, che

l'abbia descritta. Convien ritenere, che per questa stessa ragione

mancano forse nella presente Serie le descrizioni di molte pesti

de' Secoli barbari, e di altre che afflissero paesi o provincie dopo

l'invasione de' popoli barbari: p. e. dopo la distruzione dell'Impero

d'Oriente per lunga serie di anni non si fa menzione di peste esistente

a Costantinopoli. Non perciò è credibile che per sì lungo corso di anni

quella Città sia stata immune da peste. Lo stesso si dica riguardo ad

altri paesi, delle cui pestilenze nulla ci fu tramandato dalla Storia.

[47] L'opinione che i ranocchi ivi applicati sopra i buboni giovino

nella peste attraendo a se la materia morbosa, è molto invalsa fra il

popolo di parecchie provincie Ottomane. Questa pratica si usa anco dai

Morlacchi della Dalmazia in tempo di peste. Su di essa ne parlerò in

altro luogo.

[48] Fra le precauzioni Sanitarie eran prescritte le seguenti: 1.

che tutte le vesti e suppellettili che avevano servito ad uso degli

infetti fossero date alle fiamme; 2. che tutte le altre che servito

avevano ai sospetti, cioè a quelli che s'erano prestati in assistenza

degli infetti, o che trovavansi nelle case infette, fossero spurgate

coll'acqua e coi suffumiggi per 42 giorni seguitamente; 3. che mentre

si spurgavano le case infette quelli che le abitavano passar dovessero

in altre case sane; 4. che traslocati in dette case sane, pel corso

intero di tre settimane tener si dovessero in esse isolati affatto,

astenendosi da qualunque comunicazione e frammescolanza, fra loro

non solo, ma ben anco vivendo separati dagli individui sani, dalli

quali dette case erano prima abitate. Quattro medici per l'assistenza

de' pestiferati vennero spediti da Vienna per Sovrano comando,

cioè i signori Dottori Bruckmann, Potzer, Cotschener, e Kolbeck, il

primo de' quali, cioè il bravo Dott. Bruckmann rimase in assistenza

del Protomedico Chenot, ed assunse la cura del grande spedale de'

pestiferati.

[49] Così detto perchè dal Giappone per la via della Russia veniva

portato in quelle Contrade.

[50] Nicosia, o Nicusia, _Leucosia_, città capitale dell'isola di

Cipro, giace nella gran pianura di Massarea circa 25 miglia distante da

Larnica.

[51] Carpaso giace presso i monti di questo nome sul fine dell'isola.

[52] Latachea o Latichez, città di Siria sulla costa, 19 leghe distante

da Tortosa e 30 da Aleppo: è la _Laodicea ad mare_ degli antichi.

[53] The Natural History of Aleppo.

[54] Villaggio situato distante un'ora da Aleppo.

[55] Feste turche che durano tre giorni.

[56] Mercati aperti.

[57] Orta od Arta, antica città della Mesopotamia all'Oriente

dell'Eufrate, distante 33 leghe da Aleppo. Essa è l'antica _Edessa_.

[58] Adena o Aden, gran città dell'Arabia Felice, al S. E. di Mocca;

contiene da cinque a seimila case.

[59] Marasch o Merach, _Germanitia_; antica città dell'Asia, capitale

di un Bascialick, e residenza di un Bascià, distante 24 leghe ai N. E.

da Adena, due o tre giornate da Aleppo. Faceva una volta gran commercio

di Scammonea, che in considerevole quantità raccogliesi nelle vicine

montagne.

[60] Questa lettera la quale esiste negli archivj dell'impero scritta

in lingua russa, e che si rileva sottoscritta dal principe Petrovich

Pronsky e da altri, è del seguente tenore:

«Nei mesi di luglio e di agosto dell'anno passato abbiamo già avuto

l'alto onore di riferire a Vostra Maestà, che il popolo, a motivo

dei nostri peccati, andava repentinamente ed in gran numero morendo

sì nella capitale, che nei luoghi vicini. Un'eguale sorte ci colse

nelle nostre terre, motivo per cui le abbiamo abbandonate, e ci siam

rifugiati nella capitale. Ed in quest'anno la peste dal dì di S.

Simeone in poi ha giornalmente aumentato, ed infierì con sì grande

veemenza, che tanto nella città che nei sobborghi non rimase se non

se un picciolo numero di cristiani. Tutti gli Sterlizi sono morti,

e nè anche uno vi scampò; e perciò nessuno esiste che possa andar

a montar la guardia del castello. I comandanti de' reggimenti de'

Sterlizi, signori di Kakowinsky e di Gompkin, morirono, così parimente

pressochè tutti gli altri ufficiali di questi reggimenti. Nè nelle

chiese principali, nè nelle succursali celebrasi l'ufficio divino, per

esser morti quasi tutti i sacerdoti. Ciò nulla-ostante si recitano

ogni giorno, abbenchè con grande difficoltà, le sante preci nella

cattedrale. Tutti i cristiani muojono di tal maniera senza confessione

e senza comunione; e vengono sepolti senza sacerdoti e senza alcuna

ecclesiastica funzione. Tanto nella città che nei sobborghi giace

insepolta una gran quantità di cadaveri, che divengono pasto dei cani,

non trovandosi alcuno che sia in caso di scavar le fosse e seppellirli,

mentre tutti quelli che di tale officio erano incaricati morirono

anch'essi, e que' pochi del popolo che sopravvivono ancora, non osano

avvicinarsi ai corpi morti, in veggendo tali giudizj di Dio. Tutte le

nostre abitazioni sono deserte: quasi tutti i nostri servi sono morti,

e noi aspettiamo ad ogni momento un'egual sorte.»

[61] Il bar. di Asch, protomedico dell'esercito, spose i caratteri

della peste, che regnava a Yassy, e negli altri luoghi della Moldavia,

e ciò in una sua bella descrizione pratica per lettera scritta dal

campo della peste al suo fratello a quel tempo medico in Mosca; e

piacemi di soggiugnerla, tradotta dal Martens dall'originale tedesco,

riputando pregio dell'opera, l'arrichirla di questa giunta, fornita di

certa esatezza e verità, che nell'esercizio dell'arte giova pur assai

alla più sollecita conoscenza delle malattia.

«Vario modo homines afficit; aliqui lente aegrotant, de capitis

dolore per aliquot dies conquerentes, tanquam a vaporibus accensorum

carbonum orto, mox remittente, mox iterum graviore; nec non aliquando

intermittit, et redit. Per intervalla dolores vagos in pectore et

precipue in collo sentiunt, sensim debiles et morosi fiunt, quasi

temulentes, soporosi. Peculiarem gustum, et deinde amaritiem in ore

percipiunt; mingendoque ardorem in urethra (_symptoma initio febrium

frequens_). Haec excipiunt frigus et calor, omniaque pestis confirmatae

symptomata. Sudor criticus morbum aliquando solvit ante exanthematum et

tumorum eruptionem. Qui celerius vehementiusque a contagio afficiuntur,

post cibum nimis lautum, iracundiam, vehementiorem corporis motum

etc. subito corripiuntur cephalalgia, nausea, vomitu, cum oculis

inflammatis, lachrymantibus; simul sentiunt dolores in partibus

ubi bubones et carbunculi erupturi sunt. Non ingens calor febrilis

observatur; sed pulsus nunc plenus, durus, nunc parvus, mollis, et

vix percipiendus est, saepe intermittens, at praesertim debilis. Haec

comitantur debilitas, lingua alba, cutis arida, urinae citrinae aut

turbidae sine sedimento, et in pluribus diarrhoea difficile sistenda:

tandem deliria, bubones, carbunculi, petechiae.

[62] Il corteggio de' sintomi della peste è così vario, così numeroso

e grave, che non solo riesce impossibile di poter stabilire il

valor respettivo di ciascuno dei detti sintomi, poichè dipendono

dall'alterazion simultanea di più sistemi, senza esser patognomonici di

alcuna affezione organica in particolare; ma il loro complesso altresì,

cioè la malattia, si presenta non di rado sotto un aspetto così

ingannevole, così vario e proteiforme, specialmente nei primi attacchi,

che riesce assai difficile ravvisarla e poter apprezzarne giustamente

l'indole sua, la sua gravità. La Storia è piena di esempii di uomini

sommi e per ogni altro riguardo riputatissimi, che si sono fatalmente

ingannati nella diagnosi di questo morbo; e dalla stessa storia

rilevasi quanto gravi e funestissime sien state le conseguenze dei loro

falsi giudizii. Li quali fatti, mentre provano da un lato la difficoltà

di conoscere al primo aspetto questa insidiosa malattia, mostran

dall'altro quanto importi di bene studiarla, e come sia dispiacevole il

vedere che mentre somme immense si spendono per coltivarsi nei varii

rami dell'istruzion pubblica, lo studio si trascuri di que' morbi

gravissimi di contagio specifico, che tanti gravi danni hanno recato

e recano all'umanità, e che mietendo a migliaja le vittime cangiano

i più floridi paesi in deserti, e per secoli diseccano ogni sorgente

di pubblica prosperità. Tutta la scienza della peste consiste in ciò.

1.º Conoscenza immediata della malattia. 2.º Pronto isolamento. 3.º

Disinfettazione. Tutto il resto non è che lo sviluppo e l'applicazione

di questi principii generali, di questi cardini principali su cui posa

tutto il grande edificio della dottrina della peste e delle altre

malattie pestilenziali a contagio specifico. La cura propriamente

detta, è compresa nella terza parte.

Se la peste come ogni altro contagio pestifero non viene conosciuta in

tempo; se i medici poco esperti, al suo comparire non la conoscono; se

ravvisata non son pronti a manifestarla, ma si perdono in questioni

od incertezze; ovveramente, dominati da basse ragioni e da vili

riguardi, van per le lunghe, non dicono niente, o dicono poco in modo

ambiguo e vago per paura di ferire degli opposti interessi, delle

contrarie opinioni potenti; se le Autorità, che hanno in mano la gran

mola dei mezzi capaci di procurare la comune salvezza, si lascian

dominare da estranee mire, da prevenzioni, e fanno uso della loro

autorità sol per imporre silenzio ai medici, e per regolare secondo

le proprie viste la pubblica opinione; il morbo intanto s'avvanza,

fa progressi; ed una volta penetrato che sia in una Città, in un

Distretto, in una Provincia, da un solo centro d'infezione per mille

vie, per mille mezzi, a grandissime distanze s'insinua, si dirama,

e le sue armi assassine diffondonsi così, ch'è quasi impossibile

tenervi dietro. Quindi le misure sanitarie prese tardi, riescono

per ordinario frustranee ed inefficaci, quando per occulte vie, per

clandestine comunicazioni, ovveramente in conseguenza dell'ignoranza

o dell'indolenza di quelli cui era affidato il deposito della pubblica

sicurezza, ha già penetrato, ed avuto il tempo di spargere qua e là i

suoi semi mortali.

Non è questo il luogo ch'io debba trattare dei sintomi della peste, e

di quanto importa sapersi per bene conoscerla e ravvisarla in tempo.

Verserò diffusamente sopra questo argomento nei successivi volumi.

Conoscendo però quanto sia grave l'importanza di questo subbietto;

quanto grande sia il bisogno che i Medici, i Chirurghi, ed altri

addetti ai Sanitarii Ufficii abbiano chiare e precise idee sulla

diagnosi di questo morbo, che alla sua prima comparsa si presenta

spesso con forme poco ben pronunciate, con sintomi equivoci e tali da

lasciare i Medici anche più esperti nell'incertezza, non posso esimermi

dal produrre anche in questo primo Volume alcuni pochi cenni staccati,

dedotti dall'esperienza e dalle osservazioni ch'ebbi occasione di fare

sul campo stesso della peste nelle diverse circostanze, in cui onorato

da pubbliche commissioni, dovetti coi deboli miei sforzi occuparmi a

combatterla. Se si credono utili, sarà meglio certamente sollecitarne

di esse la pubblicazione, almeno di una parte, anzi che rimetterla ad

un tempo indeterminato. Il perchè, esporrò ora alcune poche delle dette

osservazioni ed avvertenze così com'ebbi allora occasion di notarle.

1.º È preziosa l'avvertenza di Schraud fatta nel suo Regolamento

di Polizia interna per la peste e febbre gialla del 1815; ch'è la

seguente;

«Allorchè la peste serpeggia vicina, se più persone in una stessa casa

od altre contigue si ammalano coi sintomi stessi o consimili, e muojono

in breve decubito (fra il 2.do ed il 5.to giorno), senza riconosciuta

causa, e senza altri fenomeni che quelli che sono proprii delle febbri,

si deve sempre sospettare la peste. Così parimenti, se le dette persone

provengono da luoghi infetti, o fossero state in comunicazione con

vestiti o mercatanzie che si potessero sospettare contaminate da quel

contagio».

2.º La peste non ha in generale sintomi prodromi. I malati spesso

provano ad un tratto un gran turbamento in tutto il sistema nervoso,

un senso indefinibile di mal essere, di stanchezza, dolor di gambe,

abbattimento o prostrazione di forze, brividi, freddo specialmente

lungo il dorso; una leggiera e rapida aberazione visuale; cefalalgia

più o meno intensa; dolori pulsativi, od anche appena percettibili al

tatto, alle regioni ascellari o inguinali, qualche volta dolori per

tutto il corpo e segnatamente alle articolazioni; non di rado senso

di oppressione, calore od angustia ai precordii; profondi sospiri;

una sensazione d'intormentimento generale; vertigini; sete, ed alcune

volte ardentissima con la brama di bevande acidule e fredde; nausea,

e non di rado vomito di materie biliose, o verdastre; altre volte

sono i soli liquidi ingeriti che il malato restituisce, quasi senza

avvedersene; la faccia acquista un aspetto di ebetudine, di stupidezza;

talvolta apparisce un po' tumidetta e splendente come fosse stata unta

coll'oglio. La fisonomia è sconcertata, più o meno cangiata. I muscoli

della faccia mal pronunciati. Altre volle all'incontro la faccia è

animata, ma di un aspetto torvo ed incerto, presenta un non so che

di misto fra lo stato di ubbriachezza e di disperazione. Il color

della faccia è d'ordinario pallido, lurido, tirante al cadaverico;

se anche è rossiccio si avvicina al livido; qualche volta eziandio

normale. Gli occhi, che hanno perduto il loro naturale splendore, sono

rossi colla congiuntiva injettata di sangue, intolleranti alla luce;

ora prominenti e giallognoli, ora profondati nell'orbita, languidi e

lacrimanti, colla pupilla dilatata. I sguardi per lo più abbattuti;

alcune volte più vivi, ma spaventati e torvi come nell'idrofobia; le

palpebre socchiuse, la superiore pare che non possano sollevarla che

con difficoltà; la bocca mezzo aperta come quella degli idioti; la

marcia è poco sicura, si reggono male in piedi, vacillano nel camminare

a un di presso come gli ubbriachi; la testa è per lo più pendente

sul petto; la pelle è calda e secca; spesse volte di un calor mite

o piuttosto fredda; il polso è frequente, picciolo, esile, vuoto;

qualche volta in istato naturale; specialmente in principio non v'ha

indizio di febbre in quanto al polso. I malati hanno difficoltà di

combinare le idee; talvolta mostrano una perfetta apatia sul loro

stato; per ordinario ritornano sempre sopra un determinato oggetto,

quest'oggetto è comunemente il pericolo in cui versano, il timor di

morire. Uomini fino allora coraggiosissimi a tutte prove, diventano

pusillanimi e paurosissimi ad un tratto. Altre volte appariscono

d'una straordinaria vivacità ed allegria che confina colla pazzia; la

respirazione è spesso frequente; la favella è serrata, imbarazzata;

la voce è rauca e grossa, come a far sospettare di un'angina; qualche

volta avvi mutolezza completa; profonda melanconia; irrequietezza della

persona; smania; tinito d'orecchi; sordità; alito fetente; la lingua è

sempre umida, larga, coperta di una pania biancastra color di calce,

o di un colore che si avvicina alla madreperla, sotto cui alle volte

traspira il rosso delle papille della lingua medesima; agli orli ed

alle estremità è rossa ed in istato normale. Nel progresso, allorchè

la malattia è giunta allo stadio di reazione, diventa secca, arida,

screpolata, ristretta; i denti sono fuliginosi, le labbra incrostate;

le narici piene di una materia nerastra solida, che colla diseccazione

diventa polverulenta. Le fauci alle volte sono di un rosso carico, con

afte; le urine ora cariche e quasi sanguigne, ora tenui e crude; il

ventre spesso ostinatamente chiuso nel principio, coll'avanzare del

morbo alla stitichezza succede una diarrea non critica senza dolori.

Gli appestati sogliono tramandare un certo odore particolare, dolcigno

smaccato, tale che non si saprebbe definire. Rare volte decombono

supini; per lo più giacciono sul tronco. Il loro decubito è diverso da

quello delle malattie ordinarie, ed il più delle volte non corrisponde

alla gravezza de' sintomi. Avvanzandosi il male, e secondo la maggiore

o minore violenza di esso, compariscono petecchie, delirio, ec. Allo

stadio d'invasione segue quello di reazione; e quest'ultimo termina o

colla morte o colla crisi. La durata della malattia, in qualunque caso

è breve, almeno più breve che nelle malattie ordinarie.

Tutti i sopradescritti sintomi però, isolati o riuniti, sono ancora

equivoci e comuni ad altre malattie.

I soli segni positivi, patagnomonici della peste, proprii a farla

riconoscere indubbiamente, sono i seguenti.

1.º I buboni degl'inguini, delle ascelle, agli angoli delle mascelle,

con la totalità o una parte dei sintomi sopradescritti.

2.º L'antrace, o carbone pestilenziale.

3.º Le petecchie, che sono punticchiamenti o macchie superficiali, da

principio rosse, poi nere, più o meno estese, isolate, o aggregate e

confuse, sparse sopra diverse parti del corpo, e più ordinariamente sul

collo, le parti anteriori del petto, e gli arti inferiori.

4.º I dolori ganglionari, ossia dolori lancinanti o pulsativi al sito

dei gangli, o soli, o accompagnati con ingorgamento.

5.º L'espressione di ebetudine della faccia, ed un certo atteggiamento

particolare, che si può conoscere, ma non si può definire; (_facies

pestilentialis_).

6.º La lingua coperta di pania biancastra; di un colore che si avvicina

alla madreperla, così come fu descritta di sopra.

7.º l'abbattimento e prostrazion delle forze; il traballamento nel

camminare, ossia quella marcia ch'è propria dell'ubbriachezza; la

frequenza e piccolezza del polso, sono tra i sintomi più costanti,

e che alcuni dotti medici indicano altresì come caratteristici e

indubitabili della peste.

8.º Finalmente allorchè ai segni sopra indicati, sia che sieno

simultanei, sia che sieno parziali, vi si unisce il delirio bene

pronunciato, convien ravvisarlo come un altro segno positivo e

indubitabile della peste. Allorchè questo delirio è accompagnato da una

specie di febbre ardentissima, con sudori molto abbondanti, ne avviene

quasi sempre tale debolezza e sfinimento di forze, che la vita viene

prestamente estinta.

Giova però, che avvertano quei Medici, Chirurghi, ed altri, che per

l'istituto loro sono d'ordinario chiamati i primi a dar giudizio sopra

le malattie dubbie o sospette di contagio;

Che la sortita dei buboni, degli antraci, delle petecchie, non ha un

tempo determinato;

Che nei primi attaccati dalla peste in un paese, di raro si osservano

buboni o carboni, e spesso manca fino la flessibilità del cadavere;

Che la peste anche di un'indole la più maligna e grave, può

esistere senza che vi sia alcuno dei detti segni esterni, o eruzioni

caratteristiche della peste; senza ch'essa caccia niente al di fuori; e

ch'è un grossolano errore quello di concludere, _non ha buboni, non ha

carboni, non ha petecchie, dunque non ha la peste_. — La maggior parte

degli errori più fatali all'umanità nell'argomento peste sono nati

dall'ignoranza di questo fatto pratico, dalla trascuranza di siffatta

avvertenza;

Che alcuni muojono senza verun sintomo sensibile, quasi colpiti

dal fulmine; altri non lagnandosi se non che di debolezza e di

abbattimento, di dolori o gravezza di testa;

Che in molti manca anche la prostrazion delle forze, di maniera che,

attaccati essendo dalla peste, continuano ad attendere ai proprj

affari;

Che in alcuni si conserva la serenità della mente;

Che talvolta la peste mentisce una vera febbre intermittente. Dura il

freddo per alcune ore, poi il caldo succede, ec.;

Che nel principio vi ha spesse volle apiressia perfetta.

Fra le eruzioni esterne le petecchie sono le prime a comparire.

Esse s'incontrano nel più gran numero dei casi, e più spesso delle

altre eruzioni anche nei primi colpiti. Nel principio della peste

compariscono d'ordinario i soli esantemi, indi esantemi e buboni, poi

esantemi, buboni, carboni, e tutto quel terribile e funesto corredo

di sintomi che suole accompagnare la peste allorchè è avvanzata

o giunta al suo maggiore incremento: p. es., oltre i sintomi già

descritti, deliquii; oppressione; vomito di materie nerastre; diarrea;

dissenteria; singhiozzo; pustule carbonchiose; echimosi di diverso

colore e grandezza; vibici; emoraggie dal naso, dal petto, dallo

stomaco, dall'utero, profluvii sanguigni di ogni specie; aborto;

quantità di vermi, specialmente nei fanciulli e nei giovanetti;

veglie; sogni spaventosi; visioni di spettri; contrazioni muscolari;

convulsioni; affezioni soporose, delirio, frenesia; finalmente la

morte, d'ordinario senza lo spettacolo dell'agonia. Nel corso della

peste si osservano buboni non solo agli inguini, alle ascelle, alla

regione delle parotidi, ma alcune rare volte eziandio alle regioni

cervicali, e più di raro ancora nello spazio popliteo.

Avvicinandosi lo stadio di reazione scompare la vacuità arteriosa;

il polso si rialza, talvolta diviene duro, pieno, vibrante, e d'una

frequenza dalle 90 alle 100 pulsazioni; la faccia si anima, si esalta;

il globo dell'occhio riprende la sua mobilità; la respirazione resta

frequente, la favella si rialza, l'agitazione generale s'accresce. — A

contagio avvanzato la flessibilità del cadavere è costante. —

Il corso della malattia, come s'è detto, è rapido. La peste dura 2, 3,

4, 5, 7, o 9 giorni. Parecchi muojono dopo 10 o 12 ore di decubito, un

buon numero nello spazio di 24 ore; la maggior parte fra il secondo

e quinto giorno. Alcuni improvvisamente, quasi colpiti dal fulmine,

cadono morti, prima ancora che s'abbia potuto concepire il sospetto che

abbiano la peste.

Ogni peste ha i suoi sintomi proprii, ed il corso di una pestilenza

differisce sempre da quello di un'altra. Non tutti i sintomi

sopradescritti affliggono tutti i malati. La malattia viene

accompagnata ora dagli uni ora dagli altri.

I pochi che superano la peste soffrono spesso gangrene ai piedi,

debolezza, vertigini, torpore della mente, ed una certa inattitudine

o lentezza nel combinare le idee, ulceri di difficile guarigione,

induramenti glandulari, ed altre penose reliquie.

Percorrendo le varie storie delle pestilenze descritte nel presente

volume, si potrà forse formarsi più chiara e precisa idea della

singolarità e violenza de' sintomi che accompagnano questa terribile

malattia, del suo andamento, e della difficoltà di riconoscerla al suo

primo apparire.

[63] Mense Augusto omnia tristiora: crebra ubique funera: ægri a

suis passim derelicti sine indice moriebantur: quidam levamen sub dio

quærentes a casis proreptabant: nonnulli, vi morbi in furorem acti,

quaquaversum discurrebant, et ubi sors tulit exanimes concidebant:

superstites, contagione polluti, pars in sylvas; ipsi sibi exitio

fuluri, confugiebant; pars ad illibatos divertebant, et hos pariter

inficiebant (_Chenot de Peste Transilvanica annorum 1770-71_).

[64] gas acido muriatico ossigenato of., gas marino deflogisticato; gas

murigene.

[65] Die Reinigung durch Waschen mit Wasser, Seife, und Lauge ist ein

so leichtes und sicheres Mittel, die Ansteckungstoffe zu zerstòren,

dass alles, vas man Geràthen, Betten und Kleidern gewaschen werden

kann; gewaschen werden muss, und fùr solche Gegenstànde die Ràucherung

ganz entbehrlich ist.

[66] I prigionieri assicuravano che fra l'armata turca serpeggiava la

peste, e che solo dopo la battaglia di Kaul erasi minorata d'assai.

Così fu notato, che entro alle mura di Bender, picciola Città della

Bessarabia sul Niester, vi regnava la peste, e grande n'era la

mortalità prima dell'arrivo dell'armata Russa, e durante l'assedio.

Espugnata che fu la Città dopo un vivissimo e sanguinoso combattimento

che durò tre giorni, la peste si vide cessata del tutto, nè avvennero

altre incidenze. Ciò accadde però nei giorni della canicola.

Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria · 第 134 / 135 题