SECOLO II.

A. di Roma 872, dell'E. C. 118. Secondo il Fracastoro la peste

in quest'anno percorse l'Affrica; e nel 138 dell'E. C., giusta la

relazione di qualche storico, venne dalla peste afflitta l'Arabia

(_Papon. Cronolog. des Pestes_).

A. di Roma 895, dell'E. C. 141. V'ebbe gravissima peste in Roma sotto

il regno di Antonino Pio, e vi operò orrende stragi: ha devastato varie

provincie, già da qualche tempo afflitte dalla carestia e dalla fame.

Questa union di sciagure, generale a quel tempo, importò tante rovine,

che più paesi ne andarono affatto spopolati e deserti (_Galen. in lib.

de cib. bon. et mal. succ. etc. Papon. Gastaldi op. cit._).

A. di Roma dal 922 al 924, dell'E. C. 168 al 170. Questa fu pure una

delle più feroci pestilenze che sieno mai state fra le molte memorabili

della storia. Essa durò tre anni. Teneva Marco Aurelio l'impero di

Roma, e colla saggezza di un ben amministrato Governo rendeva felici

i suoi popoli; ma n'ebbe a veder con dolore desolata l'Italia e la sua

Capitale singolarmente.

Questa peste venne dalla Siria, o, secondo altri, da Babilonia col

ritorno che fecero i soldati di Lucio Vero da quelle contrade. Le

truppe infette la sparsero su tutti i luoghi del loro passaggio. La

strage, che ne produsse, fu immensa in quasi tutta l'Italia. Per la

storia sappiamo, che a cessare quel morbo, il quale aveva ricolmo di

orrore e di spavento gli animi de' superstiti, e' si davano a seguir

ciecamente ogni diceria, che fosse stata loro narrata da donnicciuole

e da ciarlatani, purchè avesse del maraviglioso. Quindi sull'autorità

di alcuni impostori si teneva dal popolo, che la fine del mondo fosse

vicina, e che un fuoco mandato di cielo dovesse già consumarlo. E

s'era benissimo ordito da una banda di ladri e di micidiali il dar

fuoco a Roma, e saccheggiarla; come rilevò il Magistrato da uno di que'

ciurmadori, che predicevano futuri danni. Avevano costoro immaginato

tal predizione per coprire i futuri loro misfatti colle apparenze di

un avvenimento soprannaturale. Frattanto il pestilenziale flagello

traeva ogni giorno al sepolcro un numero esorbitante di persone, fra le

quali se ne contaron parecchie d'illustri. Fra i poveri la mortalità

era infinita. Mancavano e ufficiali e stromenti per seppellire i

cadaveri, che ogni giorno moltiplicavano a dismisura. L'imperatore

pagava col pubblico danaro le spese del trasporto, e nulla ostante

le case, le strade, e le piazze pubbliche erano sempre ingombre di

morti. Galeno trovavasi allora in Roma. Fu tanto grande lo spavento,

ch'ei ne provò, che ben lontano dall'imitare Ippocrate, il quale

aveva tutto sacrificato per volare in soccorso degli Ateniesi, se

ne fuggì egli invece da Roma, e andò a ricoverarsi in Pergamo sua

patria, sottraendosi di tal maniera ai pericoli del contagio. Alla

pestilenza succedettero i terremoti, la carestia, le innondazioni,

ed altre simili calamità, come è accaduto in Atene dopo la famosa

peste sopraddescritta. I Sarmati, i Quadi, i Marcomanni, ed altri

popoli Settentrionali eransi già accinti a profittare di sì terribile

complicazion di disgrazie; ma questo grande imperatore trionfò di

tutti i nemici sì fuori che dentro lo Stato (_Jul. Capitol. in Vita

Lucii Veri. Flav. Eutrop. lib. X. Paul. Oros. lib. VII. cap. 15. Claud.

Galen. lib. I. de different. febr. etc._).

A. di Roma 942-43, dell'E. C. i 188-89. Sotto l'impero di Commodo la

città di Roma fu nuovamente assalita dalla peste, ed anche in questa

epoca venne proceduta e accompagnata dalla epizoozia. Questa peste

si è manifestata con tale violenza, che si è creduto l'eguale non

esservi stata mai. Per certo tempo morivano fino a due mille persone

al giorno. In tal circostanza i medici consigliarono di usar degli

odori, di tenere addosso sostanze pur odorose, e praticar profumi col

falso oggetto di purificar l'aria. Ma questi mezzi a nulla giovarono,

non intercette le comunicazioni. Cominciato il morbo nel 188 continuò

le sue stragi nell'anno seguente. Commodo avendo sentito dire da'

medici, che certi alberi, come il lauro, spargenti odore, erano atti

a preservar dalla peste, se ne fuggì al luogo detto _Laurentum_

(ora _Pratica_), rinomato per li bei boschetti di lauro, ond'era

circondato, e ne ottenne l'intento; sebben sarebbe stato meglio che

quello snaturato mostro non avesse avuto tal ventura per sè, mentre

la sua salvezza fu per gli altri grave disavventura. Non l'odore de'

lauri, quanto l'essersi sottratto ad un pericoloso commercio ne lo avrà

salvato (_Dion. Cass. lib. 72. Herodot. lib. I. Dionys. Alicarnass._).

Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria · 第 69 / 135 题