Nell'anno del Mondo 3317, e dalla fondazione di Roma 16, avanti G. C.
738. Insorta guerra per la seconda volta tra i Romani ed i Camerini
sotto Romolo, primo re di Roma, fierissima peste ha desolato questa
città. Questo morbo fu sì fiero, che senza alcun sintomo esterno, e
senza segni precursori di malattia, uccideva improvvisamente quelli,
che avevano la sventura di esserne colpiti. (_Plutarc. in vita Romul.
Dionys. Halicarnass. Lib. II._).
A. del M. 3347, e Roma 46, avanti G. C. 707. Nell'ottavo anno del regno
di Numa Pompilio la peste si sparse rapidamente e con furore omicida
qua e là per l'Italia; invase Roma, e lasciò in ogni luogo vestigia
d'orrore, e di strage. (_Plutarc. in Vita Num. Pompil._).
A. del M. 3379, e di Roma 78, avanti G. C. 676. Il Briezio fa menzione
di una peste, che in quest'anno regnò fra i Carni. I Magistrati della
Carnia instituirono giuochi in onore di Apollo, a fine di placare lo
sdegno degli Dei. (_Briez. Annal. Mund. p._ 131.).
A. del M. 3385, e di Roma 84, avanti G. C. 669. Verso la fine del regno
di Tullo Ostilio, e nel tempo della guerra tra i Fidenati, e i Romani
si è manifestata la peste fra gli abitatori dell'Agro Romano. Si credè
prodotta dalle fetide esalazioni de' cadaveri insepolti. (_Tit. Liv.
Decad. I. Lib. I._).
A. del M. 3464, e di Roma 163, avanti G. C. 591. L'armata Greca,
che assediava Cirra, durante la prima guerra sacra, fu in quest'anno
assalita dalla peste. (V. _Papon. Cronolog. historig. des Pestes Lib._
I. _p._ 251.).
A. del M. 3471, e di Roma 170, avanti G. C. 584. La peste desolò
crudelmente Gerusalemme negli ultimi anni del regno di Nabucodonosor;
e più fieramente nell'anno 3471, cioè quando questo feroce re di
Babilonia tenevala stretta d'assedio. (_Hierem. Cap. 52._).
A. del M. 3492, di Roma 191, avanti G. C. 563. Terribile peste nella
città di Delfo poco dopo la morte di Esopo. Si nota, che l'aria
atmosferica trovavasi eccessivamente corrotta da putridi effluvj od
esalazioni morbose. (_Tarcagnotta Histor. Mund. Vol._ 4. _lib_. 8.).
Alcuni Autori riguardano la storia di questa peste come favolosa.
A. del M. 3501, di Roma 200, avanti G. C. 554. Quest'anno v'ebbe atroce
peste in Egitto sotto il regno di Amasi. (_Lodov. Anton. Rhodigin.
Antiquar. lection. Comment. Lib. XXIV. Cap. 22._).
A. del M. 3522, di Roma 221, avanti G. C. 533. Il popolo di Roma
soffrì pur quest'anno tutte le miserie e le devastazioni della Peste.
Uomini, donne, fanciulli, vecchi, di ogni condizion, di ogni età, ec.
vedevansi spirar l'anima sulle pubbliche strade, senza alcun soccorso.
Questa peste sterminò gran numero di persone, ed ebbe di particolare,
che s'appiccava principalmente alle donne gravide, e le uccideva
irremissibilmente. Questa avvenne sotto il regno di Tarquinio il
superbo, ed in tal occasione sono stati inviati a consultare l'Oracolo
di Delfo il figlio del re Tarquinio e Lucio Junio Bruto. (_Dionys.
Halicarnass. lib. 4. Briez. Annal. Mund. p_. 153.).
A. del M. 3564, di Roma 263, avanti G. C. 491. La Peste s'insinuò fra
l'esercito Romano, ch'erasi mosso contro i Volsci, e recò grave danno
alla truppa di quella spedizione. (_Tit. Liv. Decad. I. lib._ 2.).
A. del M. 3576. Dopo l'uso di cibi insalubri e malsani, e dopo
tristissima fame la peste si manifestò negli eserciti di Serse, mentre
percossi e vinti fuggivano verso la Persia. (_Herodot. Lib. VIII.
Justin. Histor. Lib. II._).
A. del M. 3583, di Roma 282, avanti G. C. 472. Sotto il consolato di
Pinario Macerino, e Publio Furio Fuso Roma venne afflitta da fiera
pestilenza. Questo flagello si risguardò come un particolar castigo
degli Dei, perchè alcune Vestali peccarono contro la Dea. Essendosi
osservato nel corso di queste pestilenza andarne prese più degli altri
le donne, si tenne per sicuro, che quel delitto delle Vestali fosse
stata la cagione del morbo. (Euseb. Chronic. T. Liv. Decad. I. lib. 3.
Dionys. Halicarnass. lib. IX.). Secondo il Saliano questa peste ebbe
luogo l'anno secondo dell'Olimpiade 77. Ecco ciò che si legge intorno
questa pestilenza nella versione di Dionigi d'Alicarnasso, scritta da
Francesco Venturi Fiorentino.
«Ne molto di poi venne una certa malattia nelle femine chiamata
pestilentia, e morivvonne quante mai ne morissino, precipuemente era
questa infirmità nelle gravide, e partorenti, e morenti insieme co'
parti. Nè apportavono loro salute della malattia le preci fatte a
luoghi sacri, ed agli altari degl'Iddij, ne i sacrificii purgatorii
per la città, o fatti per le case private. Ed essendo in tale calamità
la città si manifesta da un certo servo a pontefici, che certa
sacerdotessa di Vesta chiamata Urbinia, persa la virginità faceva i
sacrificii per la città non essendo essa pura. E quegli removendola
da sacrificii, e punendola poi che manifestamente fu convinta, e
batternola con le verghe, e portando quella per la città la sotterorno
viva. E di quegli che avieno fatta tale corruttione impia l'uno
ammazzò se stesso, l'altro pigliandolo i risguardatori delle cose sacre
afflitto con le battiture nella piazza come servo ammazzorno, e così
quella malattia di donne, e la gran corruttione di quelle subito finì
dopo questa opera».
A. del M. 3589-90, di Roma 288-89, avanti C. G. 466-65. Essendo consoli
Lucio Ebuzio e Publio Servilio, Roma soffrì di nuovo la peste, la quale
durò due anni cioè il 288 e 89. Essa fu così fiera, che la quarta parte
dei Senatori e la maggior parte del Collegio dei Tribuni ne restarono
vittime. Una cruda fame raddoppiava il flagello. (_T. Liv. Decad. I.
Lib._ 3. _V. Adam. Bibl. Loim. p._ 203.).
A. del M. 3590, di R. 289, avanti G. C. 465. Contemporaneamente nella
città di Ceres nella Tessaglia sui confini della Macedonia v'ebbe
peste devastatrice. Questa secondo le opinioni di que' tempi si tenne
prodotta dall'infezione dell'aria corrotta da infesti vapori, che si
erano sollevati in quelle vicinanze. (_Hippocrat. de Morbo Vulgari lib.
II._).
A. del M. 3602, di Roma 301, avanti G. C. 453. Anco in quest'anno vi
fu peste a Roma, e terribili ne sono stati gli effetti. Quantunque
i Romani viva tuttavia conservassero la memoria di ciò, che avevan
sofferto per la peste dieci anni prima, non seppero guardarsene nè
ripararsi da essa. Erano consoli allora Publio Curiazio, e Sesto
Quintilio. (_T. Liv. Decad. I. lib._ 3.).
A. del M. 3619, di Roma 318, avanti G. C. 436. Il consolato di M.
Cornelio Maluginense e di Lucio Papirio Crasso fu contrassegnato da una
delle più memorabili pestilenze, che abbiano afflitto la città di Roma.
Quest'anno il furore di essa fece in detta città le più orrende stragi;
e secondo l'opinione di alcuni storici durò anco nell'anno susseguente
319. Uccise quasi tutti gli schiavi, e pressochè la metà de' cittadini.
Fu preceduta da una grave epizoozia prodotta dall'aridità de' pascoli e
dalla cattiva qualità delle acque. Il morbo epizootico infestò le terre
di Roma nell'anno innanzi, e distrusse gran numero di animali. Indi,
secondo che vi è scritto, si avventò agli uomini. (_T. Liv. Decad. I.
lib._ 4. _Briez. Annal. Mund. p._ 174.)
A. del M. 3622, di Roma 321, avanti G. C. 433. Essendo consoli Cajo
Giulio Giunio per la seconda volta, e Lucio Virginio Tricoste, Roma
venne travagliata da pestilenza, la quale durò un anno intero. Essa non
fu forse che la medesima degli anni precedenti rigermogliata. (_T. Liv.
Decad. I. lib._ 4. _Briez. Annal. Mund. p._ 175.).
A. del M. 3624, di Roma 323, avanti G. C. 431. Quest'è la celebre
peste di Atene, una delle più memorabili della storia, e la più famosa
degli antichi tempi; quella di cui abbiamo maggiori e più esatti
riscontri. Una bellissima descrizione ne lasciò Tucidide (_Lib. II.
Cap._ 48. _Lib. III. Cap._ 80.). Tito Lucrezio Caro con somma eleganza
e vivacità di colori ne ha tessuto parimenti la storia; così Plutarco
in _Vita Periclis_; il Graziolo (_Catalog. Pest._), ed altri ancora.
La descrizione di questa pestilenza si suol riguardare, come una delle
migliori, offrendo ad un tempo le notizie utili, e le tracce più sicure
per l'intima conoscenza del reo malore. Tucidide essendo stato ocular
testimonio di tutto il corso di questa pestilenza terribile, ed avendo
accuratamente fatte le sue osservazioni, dirò così, sul campo della
peste, la sua descrizione ritien quel solenne carattere di verità, che
interessa, e che è cotanto pregevole. La natura vi è fedelmente dipinta
nelle sue vere sembianze. Volendo io del greco originale dare al mio
lettor la versione italiana, mi sono giovato di quella che fece Soldo
Strozzi fiorentino. Riporto parimenti la bella narrazione di questa
peste, che ci ha lasciato Lucrezio, come scelti squarci di eloquenza.
DESCRIZIONE DELLA PESTE DI ATENE
AVANTI LA NASCITA DI G. C. 431.
_Tucidid. Lib. II. Cap._ 48. _Lib. III. Cap._ 80.
_de bello Pelop._
«.... Tali furono l'esequie, che furono celebrate quello inverno,
il quale passato, immediate cominciata la state, i popoli della
Morea, e i loro confederati, da due lati, siccome prima entrarono
nel paese che gli Ateniesi. Era loro condottiere Archidamo
figliuolo di Xeuxidamo re dei Lacedemonj: e essendosi accampati,
davano il guasto al paese. E stati così non molti giorni, cominciò
la peste in Atene. La qual si dice, che prima fatto avea danno
grande in molti luoghi: particolarmente in Lemno, e in alcuni
altri paesi. Nondimeno non s'udì mai, che in altri luoghi fosse
tanta peste, nè sì fatta mortalità d'uomini. I medici non sapevano
trovarvi rimedio, e nel principio non s'accorsono che malatia che
la si fusse; ma essi tanto più erano i primi a morire, quanto
eglino più che gli altri si approssimavano. Nè giovava loro
alcuna arte umana. Nè far voti ai tempj degl'Iddij, nè ricorrere
agli oracoli, ma cotai cose tutte erano vane. Laonde vinti dalla
crudeltà della pestilenza, lasciarono stare ogni cosa. Cominciò
l'influenza di questo morbo (come si dice) primieramente in
Etiopia, la qual è sopra l'Egitto, discese poi in Egitto, e nella
Libia, e nella maggior parte del paese del Re. In Atene cominciò
in un subito, e primieramente toccò gli uomini del Pireo, talmente
che fu detto da essi che quei della Morea avevano avelenati i
pozzi (perchè ancora non v'erano le fonti). E poco di poi pervenne
nella parte di sopra, e cominciarono a morire in molta maggior
quantità. Dica adunque di questa cotal pestilenza, acciocchè ne
sente medico, o non medico donde egli sia credibile che nascesse
cotal infermità, e racconti le cause le quali lui giudica essere
sufficienti a produrre in un subito tanta e sì fatta mutazione.
Io narrerò a punto la cosa come la sta e dichiarerolla di sorte,
che chiunque verrà dopo me considerando il tutto, se mai più
si ritroverà in casi simili, sarà avertito, nè del tutto sarà
ignorante. Manifesterò le cose ampiamente, perchè io stesso ho
avuto tal pestilenza, e ho veduto molti altri, che l'avevano. Fu
quel anno sopra tutti (come confessava ciascuno) libero da tutti
gli altri mali, e s'alcuno aveva per prima altro male, subito si
convertiva in questo. Quei che sanissimi erano, si ritrovarono
subito da tal pestilenza infetti, senza poter conoscere alcuna
precedente cagione. Primieramente sentivano un caldo eccessivo
alla testa, e gli occhi loro diventavano rossi e infiammati. Di
dentro le fauci e la lingua diveniva sanguinolenta, il fiato
tiravano difficile e puzzolente. Quindi nasceva il sternuto e
la voce loro diventava rauca: e poco di poi discendeva il male
nel petto, con una tosse grandissima, e quando si fermava nelle
parti del cuore dava loro molestia incredibile; vomitando tutte
le sorti di collera, che sono dai medici nominate, con afflizione
grandissima. Alla maggior parte veniva un singhiozzo vano, cioè
che nasceva da stomaco voto, il quale concitava loro un spasimo
acerbissimo, e in alcuni presto si quietava, in alcuni altri più
tardi. Il corpo loro di fuori non era al toccarlo molto caldo,
nè pallido: ma era alquanto rosso, traendo al livido, e coperto
d'alcune minute bollicine, e piccole posteme. Di dentro talmente
erano abbrucciati, che non potevano sopra le carni sopportare
alcuna sorte di vestimenti, quantunque sottilissimi, nè sindone, o
altro, ma stavano nudi e molto volentieri si gittavano nell'acqua
fredda (il che fu fatto da molti, i quali non avendo governo si
gittaron nei pozzi) sforzati da sete che mai cessava, e tanto
era loro il troppo, come il poco bere. Oltre a ciò non trovavano
riposo alcuno nei membri loro, nè mai pigliavano sonno. Con
tutto ciò il corpo, mentre che il mal cresceva, non si lasciava
superare da esso, ma faceva resistenza oltre alla opinione degli
uomini. Talmente che molti per l'ardore grande che abbracciava
loro gl'interiori, il settimo, overo il nono giorno morivano: non
avendo in tutto perdute le forze. E se pur passavano, discendendo
il male nel ventre, e tormentandolo acerbamente, generava un puro
flusso. E molti per debolezza finalmente perivano. Questo morbo
discorreva tutte le parti del corpo, fermandosi prima nella testa.
E se qualcuno scampava da quei grandissimi pericoli, si conosceva
la malvagità del male, nell'occupare egli l'ultime parti del corpo.
Imperochè discendeva alle segrete parti, alle estremità delle mani,
e dei piedi, e molti avendo perdute le dette membra, guarivano, e
molti furono che perdettero gli occhi. Ne furono ancora di quelli,
i quali di subito guariti della malattia, si dimenticarono di
tutte le cose e di loro stessi, e degli amici. Imperochè essendo
questa sorte di morbo più terribile di ciò, che si potesse mai
esprimere, assaliva ciascuno più aspramente di ciò che sopportare
poteva la natura umana. E in questo specialmente dimostrò d'essere
differente dalle consuete malatie, perciochè gli ucelli e gli
animali salvatichi, assuefatti al pascersi di carne umana, essendo
molti corpi restati non sepolti, overo non segli approssimavano,
overo avendogli gustati, di subito morivano. E il manifesto segno
della grande influenza era il mancare di detti uccelli, che non si
vedevano nè a torno ai corpi, nè in verun altro luogo, e dei cani
i quali sono con gli uomini assuefatti. Fu adunque la pestilenza
universalmente di tale natura (per non racontare molte altre
sorti di calamità, e miserie, che occorrevano più a uno che a un
altro). E nessuna altra infermità delle consuete, in tutto quel
tempo molestò alcuno, e se alcuna ne gli occorreva, forniva in
peste. Morivano tanto quelli che erano ben governati, come quelli
che non erano governati, nè si trovava medicina o rimedio alcuno,
del quale si potessino assicurare, che usandolo giovasse loro.
Perchè ciò ch'era utile ad uno, noceva all'altro, nè corpo alcuno,
forte o debole ch'egli si fosse di complessione, pareva che fosse
bastante, contra tal influenza: ma rovinava indifferentemente
ogni cosa: avenga che con ogni industria fosse stata governata.
Crudelissima cosa era in questa malatia, che ella conduceva a
disperazione tutti coloro che si conoscevano infetti di quella.
Perchè a un tratto fuggiva dall'animo loro la speranza di poter mai
più risanarsi, e tanto più abbandonavano se stessi, ne facevano
resistenza. Oltre a ciò l'infermità era di sorte contagiosa, che
l'uno volendo governar l'altro si morivano. Il che fece grandissima
mortalità. Perchè se per tema di non infettarsi, restavano di
visitare l'un l'altro, abbandonati morivano, e molte famiglie
mancarono per non avere chi governasse gl'infermi. E se alcuno
andava a governarli moriva. E questo massimamente occorreva agli
uomini amorevoli, i quali vergognandosi d'abbandonare i suoi,
sprezzando se stessi, andavano dagli amici. E poi che ancora questi
familiari furono stracchi, vinti dalla grandezza della pestilenza,
li abbandonavano, piangendo e lamentandosi di chiunque moriva.
Sopra tutto, coloro ch'erano scappati da tal pestilenza, avevano
grandissima compassione dei morti e degli ammalati: per aver loro
provatala, e essere ormai sicuri. Perchè la peste non veniva a uno
più d'una volta di modo che lo ammazzasse. E erano trà gli altri
chiamati beati, e per l'allegrezza della sanità avevano una certa
debole speranza di non poter mai per altre malattie morire. Erano
ancora oltre a questa tribulazione, gravissimamente molestati,
per le cose ch'erano state portate dalle ville nella città, e la
peste era più cruda assai in coloro ch'erano dalla villa venuti.
Perchè, per la gran carestia delle case, abitavano in alcune
caverne soffocate, e era confusamente grandissima mortalità. E
li morti giacevano l'uno sopra l'altro, e molti mezzi morti, si
voltolavano per le vie e intorno alle fonti, per il desiderio
grande dell'acqua. I tempj similmente, dove essi avevan stesi i
loro padiglioni, erano ripieni di corpi morti. Conciosia cosa che
per la violenza della peste non sapevano gli uomini quel che si
fare, e avevano perduta la riverenza delle cose sacre e sante.
E la jurisdizione delle sepolture, le quali per prima usavano,
era stata confusa, e disturbata, sepellendo ciascuno dove poteva.
E molti per la moltitudine dei suoi di casa, morti innanzi, per
carestia delle cose necessarie, li mettevano nell'altrui sepolture;
perchè avendo alcuni apparecchiate le pire per i loro ammalati che
tuttavia morivano, alcuni altri anticipando il tempo, mettevano il
morto loro sopra esse, e vi mettevano il fuoco: altrimente che il
corpo altrui tuttavia abbrucciava, gittato di sopra il morto che
portavano, si dipartivano. Dal quale atto cominciò primieramente
nella città un cattivo costume, il qual di poi si è steso in
cose maggiori. Perchè più facilmente ardiva alcuno di fare quelle
cose, delle quali prima si asteneva, per non far cosa veruna con
dilettazione. E vedendo essi sì subita e sì gran mutazion della
fortuna, e conoscendo che i ricchi di subito perivano, e che a un
tratto quei che non avevano cosa alcuna, ereditavano le sostanze di
quelli, volevano darsi al godere tutt'i solazzi, istimando che la
vita, e i danari non dovessero molto tempo durare. Nè era alcuno,
il quale per onestà che gli fosse proposta, volesse pigliare
un minimo disagio, non essendo certo della vita, o della morte,
innanzi che a tale onestà pervenisse. E tutto quello che da ogni
parte dilettava l'animo suo, e era grato, quello giudicava essere
onesto e utile. Non raffrenandosi per paura degl'Iddii, o per
timore delle leggi umane: pensava che tanto valesse l'essere pio,
come empio, vedendo che parimente tutti morivano. Nè temendo che
s'avesse a venire a tanto, ch'egli vivesse per fino al tempo che
fosse castigato dagli errori suoi. Ma vedendosi ormai soprastare
una pena maggiore, già determinata, volevano tutti quanti innanzi
che pervenissero a quella, godersi alquanto la presente vita. Da
tal calamità adunque erano oppressi gli Ateniesi, morendo loro le
genti dentro alle mura, e di fuori essendo rovinato il paese. Nella
quale calamità (com'è credibile) fra l'altre cose si riducevano
a memoria questo verso dicendo i più vecchi solersi anticamente
cantare:
Ηξει δωριακος πολεμος, και λοιμος ἁμ’ αυτω
Per il qual verso vennero tra loro a parole, volendo alcuni di
loro che nel soprascritto verso non fosse nominata questa dizione
λοιμος che vuol dir peste, ma λιμος che significa fame. Nondimeno
per allora ottennero quegli i quali dicevano ch'egli era scritto
λοιμος cioè Peste. Perciochè gli uomini esponevano il pronostico
per quella calamità che allora gli affliggeva. Ma come io mi aviso,
s'egli verrà un'altra guerra Dorica, e ch'egli (sì com'è credibile)
sia carestia, vorranno che il pronostico dica λιμος, cioè fame.
Ricordavansi oltre a ciò coloro che sapevano, della risposta data
da l'oracolo a i Lacedemonij. Quando essi domandando all'Iddio
s'egli era bene di pigliare la guerra, rispose loro che la vittoria
sarebbe di coloro i quali con tutte le forze combatterebbono, e
ch'egli sarebbe in loro ajuto; e giudicavano le cose che accedevano
convenirsi con l'oracolo. Per ch'ella cominciò subito dalla prima
entrata che fecero i popoli della Morea nel territorio degli
Ateniesi, e nella detta Morea non fu peste degna di considerazione
alcuna. Ma grandissimamente consumò prima Atene e di poi gli altri
luoghi più popolati. Queste furono le cose che accascarono quanto
alla peste.
Sopravenendo l'Inverno, la peste assaltò la seconda volta li
Ateniesi. La qual peste non cessò mai totalmente, nondimeno vi fu
qualche intervallo. E durò non meno d'un anno, e la prima peste
era durata due. Di maniera che non fu cosa veruna, la qual più
molestasse gli Ateniesi, e più debilitasse la potenza loro. Perciò
che morirono non meno di quattro milla e quattrocento soldati
ordinarj, e trecento uomini d'arme. E un numero infinito d'altra
moltitudine. Furono ancora all'ora molti terremuoti, e in Atene,
e in Euboea, e nei Beotii, e specialmente in Orcomene di Beotia.
E gli Ateniesi ch'erano nella Sicilia, e i Reginii nel medesimo
inverno assalirono l'isole chiamate l'isole d'Eolo, contra le quali
non si poteva andare la state, per la carestia dell'acqua».