(Vedi _Supplément au N.º 310 du Journal de Smyrne N.º 7, 31 Mars
1838_)
Così pure nello stesso discorso tenuto sulla peste del Levante addì 16
Novembre 1838 all'I. R. Società Medica di Vienna, in quello stesso col
quale accennò siccome egli intendeva _preparare le generazioni avvenire
pel completo scioglimento del quesito sulla peste, dare a detto
quesito la maggiore pubblicità, e richiamare la mente del legislatore
e degl'intelligenti sulla importanza della loro cooperazione per
l'eseguimento di misure che renderebbonsi atte a fare della storia
della peste un libro morto (!!)_, nello stesso discorso, dicesi,
in cui espose che il Congresso dovrà _eruire la verità del contagio
pestilenziale_ col mezzo degli esperimenti, e indicò le svariate forme
e specie di essi, da farsi dal Congresso, per provare la contagiosità
della peste, soggiunge poco dopo quanto segue: —
1.º «La contagiosità della peste è una cosa di fatto, dimostrata
dall'osservazione Medica e dall'immunità che ne risulta
dall'isolamento.»
2.º «I vantaggi di rigorose quarantene sono immensi per le popolazioni,
amministrazione industria, commercio, agricoltura, politica, interessi
pubblici e privati.»
E se i vantaggi di una rigorosa quarantena sono immensi, non si
saprebbe poi come sole 24 ore di contumacia e di espurgo per qualunque
merce, in qualunque caso e sotto qualunque rapporto, possano bastare
per la più sicura guarentigia della salute pubblica.
Egli ha detto (_pag. 455, Op. cit._) che «tutti i Lazzeretti Europei
ponno essere rimpiazzati da un solo Lazzeretto Centrale;» e poco
appresso «propose Malta come luogo pel solo Lazzaretto Centrale»
giacchè «la sola Malta (dic'egli) riunisce quasi tutti i vantaggi de'
Lazzeretti Europei.» Indi accortosi che così facendo sarebbe rendere
un cattivo servigio a quelle provenienze d'Oriente che sono dirette pei
porti dell'Adriatico, soggiunge che si potrà riparare all'inconveniente
«facendo sopra qualche isola dell'Adriatico un secondo Lazzeretto
destinato al commercio di questo mare.» Ma nella pagina precedente
(454) aveva già annunciato, siccome «riteneva per sommamente necessaria
una nuova visita dello stato attuale degli Stabilimenti sanitarii
in Europa, tanto riguardo alla loro costruzione ed alle pratiche nel
medesimo osservate, quanto al tempo delle contumacie ecc.»
Ora, se tutti i Lazzeretti di Europa devono andar soppressi, e venir
rimpiazzati da un solo a Malta, o tutto al più da due, a che perdere
inutilmente il tempo e l'opera nell'analizzarli ed esaminare la loro
costruzione?
Finalmente sopra questo argomento riporterò alcune giuste e saggie
osservazioni del Dott. Cervelleri, che si leggono nelle _Effemeridi di
Medicina e Chirurgia ecc._ di Napoli.
«Riuniscasi il Congresso in Malta, sia qui eretto un Lazzeretto
generale per gli oggetti provenienti d'Oriente, s'attenda massimamente
alle misure più salutari per conseguire il grande oggetto di tale
riunione, ma si travagli attivamente a tanta opera, senza intrattenersi
in episodii teorici, senza occuparsi in esperimenti difficili, e
di dubbia risultanza. Si può profittare dei molti fatti, e delle
esperienze da altri raccolte: i materiali che esistono congiuntamente
ad altri fatti che in breve periodo il congresso sanitario sarebbe in
grado di raccogliere, potrebbero fornir bastevoli elementi alla parte
del lavoro risguardante il più sicuro ed uniforme accordo di leggi
sanitarie. Ogni altro minuto esame potrebbe esser tacciato di troppa
sottigliezza teorica, e sarebbe da riserbarsi a miglior tempo.»
«La quistione della estinzione della peste dovrebbe poi risolversi in
Egitto, mentre essendo ivi l'antica sua sede ed origine, ivi dovrebbe
il Congresso esaminar tutte le condizioni, le influenze che promuovono
lo sviluppamento del contagio, e proporre i mezzi come distruggerlo;
opera questa difficoltosa oltre ogni dire, alla quale non si potrà
pervenire che dopo lunghissimi studii. Da ciò si vede, che se questo
quesito dovesse occupare in prima l'attenzione del Congresso, l'affare
diverrebbe sempre più complicato, e lo scioglimento più difficoltoso e
lontano.»
«Dopo avere il Dott. Bulard richiesto un Congresso Sanitario Europeo,
ed indicato ne' modi i più generali e spesso esagerati gli argomenti
de' quali tal Congresso dovrà occuparsi, dice esistere nelle sue mani
i materiali scientifici, ed amministrativi necessarii alla facile
soluzione de' proposti quesiti. Qui sembraci incorso in evidente
contraddizione il dotto nostro collega. Se i materiali necessarii alla
soluzione de' proposti quesiti esistono in sue mani, perchè proporre
al Congresso tanti problemi, come se la peste fosse malattia nuova,
e bisognasse ora studiarla per la prima volta? Perchè non pubblicar
con franchezza e lealtà quei materiali scientifici? Qual ragione
potè indurre il valente autore a serbarli ignorati sino all'epoca
della riunione del Congresso, o rivelarli a richiesta de' Governi?
Fa dunque mestieri che gli si faccia una petizione diplomatica perchè
egli renda di pubblica ragione le sue scoperte? Mentre che si propone
ai Governi un Congresso Sanitario Europeo, mentre si propongono le
molte difficili quistioni, delle quali dovrà tal Congresso occuparsi,
nonchè i moltiplici sperimenti creduti necessarii allo scioglimento
degl'ideali quesiti, si annuncia esser pronti i materiali scientifici
per la soluzione _facile_ dei proposti quesiti, e, ciocchè fa più
meraviglia, s'indicano di già le conseguenze pratiche alle quali
menano! Qui il dilemma è chiarissimo: o i materiali scientifici ed
amministrativi esistono, o debbono ancora raccorsi; o il Congresso
Sanitario è chiamato ad esaminare e sanzionare i materiali scientifici
raccolti dal Dott. Bulard, o dovrà procedere, come se quest'argomento
della peste sia oscuro ed affatto ignorato; o il problema è risoluto,
o è da risolvere. Nel primo caso, perchè proporre inumani e perigliosi
esperimenti, perchè domandar la riunione di un Congresso scientifico?
Perchè esporre come dubbio o problema in teoria ciocchè si è esposto
come fatto nelle applicazioni? Vi sarebbero forse conseguenze senza
premesse, effetti senza cagioni? Per un uomo, come il Dott. Bulard, che
a proprio rischio ha studiato la peste sul teatro delle sue stragi,
e che si è fatto ammirare pel suo filantropico zelo, è grave torto
il farsi richiedere per manifestare i risultamenti della propria
esperienza, ovvero attendere un'epoca indeterminata per produrli.»
«La stessa e più forte censura è da apporglisi pel segreto che vuol
serbare circa il rimedio per la cura della peste, ch'Ei dice aver
ritrovato. Adunque tutti gli uomini che morranno di peste sino alla
riunione dell'ancor problematico Congresso saran vittime del misterioso
silenzio del Dott. Bulard. Noi non vogliam tacciarlo di ciarlatanismo,
ma certo ha egli contratto col mondo intiero un obbligo, del quale è
giuoco forza isdebitarsi. Ogni uomo ha il diritto di domandargli la
rivelazion del ritrovato rimedio. E se il Congresso non si convocherà;
e se veruna formale petizione verrà fatta al Dott. Bulard, indugierà
egli a pubblicare i suoi materiali scientifici col pericolo di violare
i diritti più sacri dell'umanità? Egli ha eccitato per tutta Europa un
desiderio vivissimo, e non dovrebbe tardare a soddisfarlo. Non sarebbe
poi gran male, che pubblicasse i suoi materiali scientifici prima della
riunion del proposto Congresso sanitario. Potrebbero anzi per tal modo
i dotti valutarli innanzi tempo e farvi quelle aggiunzioni, delle quali
naturalmente abbisognano progetti siffatti. I componenti il Congresso
trarrebbero così profitto dalle cognizioni del Dott. Bulard, e dalle
proprie non solo, ma eziandio da quelle de' molti dotti, i quali
certamente prenderebbero a disamina il proprio argomento.»
«Dobbiamo in fine notare, che, sceverato dalle speculazioni
metafisiche, che costituiscono una utopia e non già un piano
facilmente, rapidamente e generalmente adottabile, il progetto del
Dott. Bulard sembraci utilissimo e di universale interesse.»
Ciò intorno ai pensamenti e proposizioni del Dott. Bulard nel detto
Congresso, il quale, come egli dice «_deve confluire possentemente
sopra il morale delle popolazioni d'Oriente e sulla legislazione di
Europa_.»
«Con una riforma sanitaria radicale e razionale saranno effettivamente
armonizzati gl'interessi delle contrade elettive della peste, e di
quelle che ne sono garantite. Con questo mezzo l'Oriente e l'Occidente
saranno definitivamente chiamati ad una comunione franca ed intera.
Ma a fin che si realizzino prontamente e sicuramente i beneficii
dipendenti da questa innovazione, conviene che l'Europa intera vi
concorra in un Congresso Sanitario di dotti, di cui l'alta missione sia
esaminare e riconoscere tutto ciò che vi ha di reale e di utile, o di
esagerato in questo progetto.»
Che se per amore di verità, per interesse del pubblico bene ho
creduto dover avvisare a quel poco di strano o d'irragionevole che
mi parve poter notare nei pensamenti e proposizioni del Dott. Bulard
relativamente al Congresso, dalla cui troppo franca esposizione
ove si fosse egli prudentemente astenuto è probabile che avrebbe
più facilmente raggiunto il suo scopo, debbo però per giustizia
dichiarare, esser egli meritevole di grandissima lode pel coraggio,
per l'ammirabile intrepidezza e perseveranza con cui intraprese lo
studio della peste e si espose per tanti anni di seguito a privazioni,
a disagi, all'immediato pericolo di un'infezione pestilenziale, e di
perder per essa la vita, mosso dal più sublime sentimento di carità
e dall'amor della scienza. Meritevoli certamente di memoria e di
encomio sono le belle e dotte sue osservazioni sulla peste, nelle quali
s'incontrano quelle grandi verità pratiche che invano si cercherebbero
in un gran numero di opere voluminose sullo stesso argomento. Molti
articoli del suo Giornale _La Peste_, e della sua Opera sopra il
medesimo subietto, specialmente nella parte pratica, meriterebbero di
esser attentamente studiati e conosciuti da tutti quelli che amano
di acquistare chiare e precise conoscenze sopra la peste, e di non
trovarsi nell'imbarazzo all'occasione di qualche insorgenza di contagio
e nel pericolo di render palese la loro vergognosa nudità. Il Dott.
Bulard ha poi il grandissimo merito di essere stato quello che ha dato
il più valido impulso all'introduzione delle istituzioni sanitarie a
Costantinopoli ed in varie provincie dell'Impero Ottomano.
Essendo questo un argomento di grande utilità pubblica, l'argomento del
giorno, che ha meritato di destar l'attenzione dei Governi di Europa,
e di cui hanno parlato e parlano molti Giornali delle varie nazioni,
ho creduto non dover defraudare di tali notizie i benevoli leggitori
di questa mia Opera. E sebbene il soggetto fosse tale da non doversi
trattare in una Nota, e la Nota risultar dovesse necessariamente
troppo lunga, pure, non potendosi combinare altrimenti, pensai che
fosse meglio fare così che far niente. E giacchè sono sul parlar
delle quistioni promosse dai Governi di Europa ai Medici dell'Oriente
sopra questo medesimo grande argomento, spero non sarà discaro a' miei
lettori di conoscere il tenore dello quistioni indirizzate dal Governo
Inglese ai Medici dell'Oriente sulla natura contagiosa della peste.
Alle quali quistioni il professore Clot-Bey, Ispettore della Sanità
dell'Egitto, avendo risposto e comunicate le date risposte, al Dott.
Raffaele Zarlenga, si trovano e gli uni e le altre diligentemente
riportati nei due Fascicoli Agosto e Settembre-Ottobre e Novembre 1839
del Giornale Italiano Medico-Chirurgico _Il Severino_, nell'ultimo de'
quali viene dato pure il ritratto del Sig. Dott. Clot-Bey, già elevato
dal Vice-Re dell'Egitto nel 1835 al grado di Bey di primo ordine,
ultimamente promosso dal Governo Francese ad ufficiale della legion
d'onore, da Sua Santità a Cavaliere di S. Gregorio Magno, da S. M. il
Re di Napoli a Commendatore del real ordine di Francesco I. e da S.
M. l'Imperatore di tutte le Russie decorato eziandio dell'ordine di
s. Alessandro Newsky per le sue benemerenze verso il Governo Egizio,
dove si è dedicato alla direzione del grande Stabilimento d'istruzion
pubblica pochi anni sono trasportato a Kassel-En, nella qual direzione
come nella parte dell'istruzione venne ora rimpiazzato da altri. Dice
il Dott. Zarlenga, che il ridetto Professore (Clot-Bey) si propone
«di pubblicare quanto prima il risultato delle sue osservazioni sulla
peste.»
_Quistioni proposte dal Governo Inglese ai Medici dell'Oriente col
mezzo de' suoi Agenti Consolari nel Levante Ottomano._
1.º La peste si comunica per contagio?
2.º La peste si comunica per contagio o per qualche altro mezzo, ed in
questo caso per quale?
3.º Il contatto con una persona infetta è necessario per produrre
la peste, o pure basta solo il semplice avvicinamento di una persona
infetta?
4.º I corpi stati in contatto con una persona infetta possono
comunicare la peste, e, potendolo, quali sono queste sostanze?
5.º Quanto tempo può l'infezione della peste restar nascosta in un
individuo infetto prima di appalesarsi per segni evidenti?
6.º Per quanto tempo la materia contagiosa della peste nascosta nei
corpi inerti può conservare il suo potere contagioso?
7.º Quali sono i mezzi per i quali i corpi contenenti la materia
contagiosa della peste potrebbero essere purificati?
Queste sono le quistioni indirizzate dal Nobile Lord Ministro degli
affari esteri di S. M. la Regina d'Inghilterra ai Medici dell'Oriente
sulla natura contagiosa della peste, e che il Dott. Zarlenga ha
pubblicate nei fascicoli 92, 93, 94, 95 del Giornale sopraccitato,
indicando essergliele state offerte ed inviate dallo stesso professore
Clot-Bey.
Intorno alle risposte date dal ridetto professore Clot-Bey alle
sopraenunciate quistioni ho già detto nella Nota precedente (lettera
_d_) quanto forse poteva occorrere che fosse conosciuto. Ivi ho
anche esposto francamente il mio sentimento sopra quelle risposte.
Credo superfluo intrattenere ulteriormente su di esse i miei lettori.
Quelli che amassero di conoscerle per esteso potranno leggerle nello
stesso Giornale _Il Severino_ nei fascicoli sopraccitati, dove vi son
riportate. Lo stesso Dott. Zarlenga redattor dell'articolo accenna il
suo divisamento di pubblicare in peculiar memoria l'originale francese
dell'autore contenente le soluzioni dei detti quesiti con le sue
osservazioni.
Prima di chiudere quest'articolo mi permetterò di presentare al
pubblico una mia idea, perchè presa in esame, vi dia quel peso che può
meritare.
Giacchè sembra che il progetto del Dott. Bulard sul Congresso Sanitario
Europeo sia stato aggiornato a tempo indeterminato; giacchè con saggio
divisamento e per puro amore di scienza si tiene ogni anno, ora in una
ora nell'altra delle principali città di Europa un Congresso di dotti
a cui intervengono per ordinario uomini distintissimi per talenti per
esperienza e per dottrina, sì nazionali che stranieri, e la sezione
de' Medici si osserva per solito essere la più numerosa; giacchè i
progressi della scienza, l'utile pubblico, e specialmente la salute
del popolo costituiscono il principalissimo scopo di tali riunioni
scientifiche, le quali dall'illuminata politica de' Sovrani di Europa
vengono con ogni specie di modi e favori incoraggiate e protette;
giacchè in esse, pei profondi studii di tanti uomini celebri, per la
vicendevole comunicazione dei lumi e della particolare sperienza, le
più difficili quistioni scientifiche vengono trattate e maestrevolmente
svolte; dappoichè la società ha ragion di sperare sempre maggiore
profitto dagli sforzi riuniti di tanti uomini sommi nell'arte, sì
favoriti e protetti da possenti mezzi e dalle Sovrane provvidissime
disposizioni sorretti; perchè non potrebbonsi in queste annue adunanze
di savii e maestri di scienze salutari le sopraccennate grandi
quistioni politico-sanitarie di generale interesse utilmente agitare?
Qual'altra quistione scientifica potrebbesi mai presentare ad una
dotta adunanza che avesse un più grande interesse per l'umanità e che
fosse di un maggior utile pubblico, più generale e più riconosciuto?
I riconoscimenti e le conclusioni di una società così colta e
rispettabile, di soggetti distinti per talenti, per esperienza e per
dottrina, non potrebbero mancare di esercitare una possente influenza
sulle opinioni dei Magistrati e dei Governi delle varie nazioni
d'Europa, e di cooperare per tal mezzo a quell'utile riforma dei
Sanitarii sistemi, che si riconosce necessaria e che incessantemente
viene reclamata dai più grandi interessi di tutte le nazioni. In tal
guisa que' dotti sperar potrebbero di esser nel caso di retribuire in
qualche modo alla generosa ospitalità ed al favore de' Principi che con
tanta magnanimità e cortesia li accolgono, e lasciar onorevoli traccie
dei loro nobili sforzi ed una grata memoria impressa nella riconoscenza
de' popoli.
L'imparziale giudizio di un Consesso di dotti delle varie nazioni
sopra alcune grandi verità pratiche di utile pubblico, apprezzando i
fatti al suo giusto valore, e concedendo al merito il dovuto onore,
ovviare forse potrebbe eziandio, almeno in parte, alle fatalissime
conseguenze che dipendono da quelle picciole gelosie di mestiere,
da quella sciaurata meschina rivalità mascherata con finissima arte
sotto ogni specie d'ipocrisia, per cui tanti uomini abili e delle più
felici disposizioni, anzichè venire incoraggiati e protetti, giacciono
nell'avvilimento e nell'impotenza di alcuna cosa operare a vantaggio
della società, vittima di odiosi secreti maneggi.
In vece che limitare a soli 15 giorni la durata delle sopraccennate
dotte adunanze, ove nulla ostasse alla massima, si potrebbe protrarla
a 20, dedicando esclusivamente gli ultimi cinque giorni al trattamento
e discussione di que' subbietti che risguardano le malattie popolari a
contagio specifico, e principalmente la peste orientale.
E dappoichè sento che nei due anni successivi 1840, 1841 la riunione di
dotti avrà luogo, il primo anno in Torino, il secondo forse a Firenze,
sarà soddisfacente il veder partire d'Italia questo generoso appello
alla scienza per un'utile riforma de' sanitarii sistemi, reclamata
dagl'interessi di tutte le nazioni, che corrisponda egualmente ai
progressi delle scienze, alle voci dell'umanità, e alla natura delle
attuali relazioni fra l'Oriente e l'Occidente; partire da quel paese
medesimo che vanta la gloria delle prime istituzioni sanitarie, e di
saggie e provvidissime leggi a difesa della pubblica salute, e che fu
il primo benemerito della diffusione fra gli altri popoli di conoscenze
utili sopra questa materia, per l'attivazione di misure repulsive e
preservatrici contro il flagello più grande e più devastatore della
specie umana.
Ed ove per una più chiara dimostrazione dei fatti, per ragionamenti
convincentissimi venisse dato alle sopraccennate dotte adunanze di
ridestare sopra questo grande argomento l'attenzione de' Principi e dei
Governi che tengono in mano il freno regolatore della prosperità de'
popoli, e riescir potesse determinarli definitivamente ad abbracciare
d'accordo il grande progetto di sanitaria riforma e mandarlo ad
effetto, l'illustre Consesso avrebbe colto felicemente il suo scopo,
aggiunto nuovo splendore alla gloria d'Italia, e recato un grande
beneficio agl'interessi di tutte le nazioni commerciali marittime che
mantengono più o meno estese relazioni coi paesi d'Oriente.
(_f_) Fra le malattie contagiose a tipo epidemico, la peste è una
delle più difficili a conoscersi al suo primo apparire. Nessun'altra
presenta tanta diversità, quantità e gravità di sintomi in un tempo più
breve e con maggiore rapidità; e siccome per ordinario suol comparire
sotto mentite sembianze ed inattesamente, così facilmente s'insinua
sconosciuta e confusa con altre malattie, delle quali, ingannando,
usa assumere l'aspetto. La peste è quella malattia che in tutti i
tempi ha dato luogo ad un maggior numero di dispareri e discussioni
fra i medici, di controversie, di bizzarre teorie e contraddizioni
fra gli autori. Fra le malattie antiche che affliggono ancora la
specie umana è quella in cui la scienza ha fatto i minori progressi,
in cui la parte diagnostica è tuttora la più difficile, l'etiologica
la più sconosciuta, la terapeutica la meno efficace, ed in cui tutte
le investigazioni ed i tentativi finora intrapresi hanno avuto i
minori risultamenti. S'inganna d'assai chi crede che la peste sia una
malattia facilmente riconoscibile, che i segni di essa abbiano una tale
uniformità da poter facilmente essere contraddistinti. Per convincersi
di questa verità basterà consultare la storia, e si vedrà per essa,
siccome in un gran numero di casi, medici riputatissimi chiamati a
dar giudizio non la riconobbero, e sono incorsi in gravissimi sbagli
fecondi delle più funeste conseguenze.
Senza parlar delle pestilenze dei remoti tempi, di una delle quali (la
celebre peste di Atene) narrando Tucidide, così si esprime «I medici
non sapevano trovarvi rimedio, e nel principio non s'accorsono che
malattia che la si fusse; ma essi tanto più erano i primi a morire,
quanto eglino più che gli altri s'approssimavano» (_Tucid. lib. II.
cap.48, traduzione dello Strozzi_), farò alcuni cenni intorno a quelle
che si riferiscono a questi ultimi secoli.
Nella peste di Venezia del 1555-56 Nicolò Massa, medico a que' tempi
riputatissimo, incorse in grave errore, da che chiamato a dare giudizio
sulla natura del male non ebbe a riconoscerla, ed attribuì a vizio
dell'aria quelle infermità.
Più grave ancora fu lo sbaglio commesso dai medici nella celebre
successiva peste della stessa città di Venezia degli anni 1575-76,
e specialmente dei due rinomati professori di Padova Mercuriale
e Capodivacca, chiamati espressamente a Venezia dalla Repubblica
per riconoscere la vera natura del morbo, il quale per peste non
riconobbero, per cui i Magistrati essendosi abbandonati con soverchia
fiducia a quelle opinioni, furono trascurate le necessarie precauzioni
di sanità, e Venezia ebbe a soffrire per quella pestilenza la perdita
di circa sessantamila persone (V. _facc. 365_).
Il medesimo errore venne commesso dal celebre Ingrassia (Filippo),
Protomedico della Sicilia, nella peste di Palermo degli stessi anni
1576-76.
Le acerrime quistioni insorte fra i medici sull'indole della malattia
nella peste di Montpellier del 1629 furono pur cagione di gravissime
sventure; da che, mentre i medici nelle loro dispute s'incalzavano l'un
l'altro con sillogismi, mentre i Magistrati attendevano la decision
della lite, la peste estendeva tacitamente le sue conquiste, in guisa
che non fu più possibile di arrestarla, e Montpellier perdette da
quella pestilenza circa la metà de' suoi abitanti, di quelli cioè
ch'eran rimasti in città (_pag. 384-86_).
Nella peste che afflisse l'Italia agli anni 1629-30-31, la parte
settentrionale del Milanese ebbe pur molto a soffrire dipendentemente
da questa causa, cioè per non essere stata la malattia riconosciuta
se non quando avea già fatto di molti progressi, nè v'era più tempo di
arrestarla (V. _facc. 393_).
Nella stessa Milano a quel medesimo tempo alcuni medici e chirurghi
essendosi ostinati a sostenere che quel male non fosse peste, contro
l'autorità di molti altri, dotti e sperimentati che l'affermavano,
furono eziandio cagione che il contagio ampliasse le sue conquiste; e
finalmente la morte abbattendo a visiera alzata gran numero di vittime,
disingannò gl'increduli e diede fine alla lite (_facc. 394_).
Nella peste di Verona del 1630, a malgrado le ferme dichiarazioni di
alcuni dotti e sperimentati medici, a malgrado la gravissima mortalità
e la più chiara evidenza dei fatti, non mancarono medici e chirurghi
che mettessero in dubbio l'esistenza della peste; quelle subite
moltiplicate morti chi a vermini attribuendo, chi a maligne febbri ma
non pestilenti, negando fermamente che in Verona peste vi fosse (_facc.
404_).
Ancor di peggio avvenne nel- l'ultima memorabile peste di Venezia
degli anni 1630-31, giacchè ad onta di tre conformi giudizii medici,
da' quali venne concordemente dichiarato che que' morbi che incutevano
tanto timore pur troppo vera peste si fossero, avendo il Senato con
poco sano consiglio ordinato _che si convocassero trentasei medici per
sapere col fondamento delle loro opinioni la qualità di essi mali e
i rimedii proprii a medicarli_, codesti trentasei medici, com'era da
prevedersi, si divisero in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo
che fosse peste e che in conseguenza si dovessero prendere le più
severe precauzioni, e gli altri negandolo. A favore di ciascuna
essendosi dichiarato un forte partito, gravi quistioni si suscitarono.
Ed in tanto, mentre i medici acremente disputavano fra loro, mentre i
Magistrati in sì grave incertezza se ne stavano inoperosi attendendo
la decisione della medica controversia, la peste estendeva le sue
conquiste, e non essendo stato più possibile di arrestare il corso al
contagio, orrendo strazio fece di quegli abitanti, a tale che in 11
mesi uccise circa 94000 persone (V. _pag. 416-418_).
La medesima cosa a un di presso avvenne a Firenze nello stesso anno
1630, quando il micidiale contagio recatovi da Bologna serpeggiò
occulto per qualche tempo (_Rondinelli, Relazione del contagio stato in
Firenze l'anno 1630 e 1633_. V. _facc. 430_).
Nella terribile peste di Napoli del 1656 avvenne all'incirca lo
stesso. I medici in sulle prime non la riconobbero. Di essa nei
principii i perniciosi effetti ascrivevano «chi a febbri maligne, chi
ad apoplessie, chi ad altri mali. Non mancò ad ogni modo chi, per più
accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma
pervenuto all'orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando il
male essere contagioso, fu il medico posto in oscuro carcere, dove
ammalatosi ottenne per sommo favore d'andar a morire in sua casa;
donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la
qualità del male (_Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli_. V. _p.
467-68_).»
A quegli stessi anni 1656 lo stesso accadde anche a Genova. Ivi in
sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune; e si
continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l'opportunità
ed a tenore degli argomenti che all'improvviso accadevano. Ma nello
spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra
quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma
invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore
contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settantamila
persone.
A Malta egualmente nella funestissima peste del 1676, i gravi dispareri
insorti tra i medici sulla vera natura del morbo, lasciarono al
contagio aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, e
quell'Isola da detta pestilenza venne pressochè interamente deserta
(_facc. 497-98_).
A Vienna parimenti nel 1712 nei primi malati la peste non fu
conosciuta. Il contagio serpeggiò occulto per qualche tempo fra le
puerpere del civico spedale, senza che si sospettasse della natura
del morbo; ed anche quando vennero trasportate tutte le puerpere e le
gravide dal civico spedale in un apposito Lazzeretto fuori della città,
insorse grave discrepanza d'opinione fra i medici sulla natura del
male, e le discipline e provvedimenti da opporsi ai di lui progressi
vennero per sì fatti contrasti ritardati per qualche tempo (V. _facc.
513-15_).
Troppo note sono le scandalose quistioni, i gravi dispareri insorti fra
i medici al tempo della peste di Marsiglia del 1720-21, i quali diedero
occasione alle immense sciagure e rovine a cui fu soggetta quella
città, ed al profluvio di opere e di scritture che abbiamo sopra quella
pestilenza, non essendo, ch'io sappia, sopra alcun'altra stato scritto
altrettanto.
Questa fu la circostanza in cui i due professori di Montpellier
Chicoaneau e Verny, invitati dalla Corte Sovrana a dare un definitivo
giudizio sulla natura dei mali che recavano a Marsiglia tante stragi e
rovine, presero un grossolano errore, e non li riconobbero per peste,
a malgrado ch'essa si mostrasse co' suoi più manifesti segnali e fosse
giunta a tale da escludere qualunque dubbio anche fra le persone che
non eran dell'arte. Ciò ch'ebbe a recare ancora più meraviglia si
fu, che M.r Chirac, medico del Reggente, che godeva allora di molta
riputazione, appoggiò con una Memoria le false opinioni dei detti due
professori (_facc. 522, 547-48_).
Anche nella città di Messina la peste nel 1743 s'introdusse incognita e
mal appresa. Il Capitano del bastimento proveniente da Missolongi, con
carico di lana ed altri effetti, che portò il contagio in quella città,
infermato e morto al Lazzeretto, fu giudicato dai medici esser morto
da _resipola retrocessa_. Le febbri accompagnate da bubboni e da altri
sintomi pestilenziali, che dopo circa due mesi si erano manifestate
in un quartiere della città, vennero dichiarate bensì _malattie
epidemiali, ma in conto alcuno nè contagiose nè pestifere_. Per le
quali dichiarazioni essendosi i Magistrati abbandonati ad una cieca
fiducia, vennero trascurate le più opportune precauzioni.
Egualmente in questo corso di pestilenza, come in altri casi, vi fu
pur uno fra i medici che vide chiaro e che sostenne esser que' morbi
peste effettivamente. Ma detta opinione così isolata e vivamente
combattuta dagli altri, non prevalse. Moltiplicatosi però poco appresso
in modo spaventevole il numero de' malati e dei morti, i medici ed i
Magistrati si accorsero del loro errore, ma troppo tardi. Si ordinarono
delle misure di difesa, ma pur troppo queste non corrisposero perchè
applicate fuori di tempo, e Messina per l'ignoranza de' medici, per
l'improvvida credulità de' Magistrati, fu ridotta a tali e sì crudeli
estremità di sventure da non aversi parole sufficienti a descrivere.
Di circa quarantamila abitanti essa ne perdette più che ventottomila
(_facc. 623 e seg._).
A Kiovia città della piccola Russia, allorchè nel 1770 dalla Podolia
s'è introdotto il contagio, successe all'incirca la medesima cosa,
si mossero le stesse incertezze, le medesime quistioni. La peste da
principio fu messa in dubbio, e non se n'è ravvisato il pericolo se non
allorquando, la mortalità divenuta assai grande, alla cieca fidanza
successero il terrore, la confusione ed un fatale abbandono (_facc.
787_).
A Jassy e a Cozim a detta epoca avvenne a un di presso lo stesso.
Anche nella memorabil peste di Mosca degli anni 1770-71-72 si è
osservato avverarsi siffatto destino, che viene affermato dalla storia
aver luogo in quasi tutte le pesti, cioè l'errore di alcuni medici
nella diagnosi della malattia, la loro ostinazione nel continuare a
negarla, a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, e l'opinione
di altri dotti e sperimentati che costantemente l'affermano. Avvenne
in fatti in quella terribile pestilenza, che, scoppiata la malattia
in Novembre 1770 nel grande Ospedale militare di Mosca ed in alcune
separate casuccie ad esso vicine, ove abitavano i custodi colle loro
famiglie, e morte circa venti persone con manifesti indizj di peste,
tanto il primario medico di quell'Ospedale, Dott. Schafonshy, che altri
undici medici chiamati a consiglio, non esitarono a dichiarare che quei
morbi erano vera peste pur troppo. A questa opinione però si è opposto
il primo fisico della città, Dott. Rinder, il quale ad appoggio della
sua incredulità non dubitò di accampare il solito falso argomento — che
se peste fossero stati que' morbi, ne sarebbero senz'altro già andate
infette molte altre persone, e segnatamente i medici che assistettero i
malati, i serventi e i circostanti coi quali vissero in comunicazione,
quando invece essi tutti si mantenevano sani. — La qual'opinione,
sebbene in sulle prime non abbia prevalso, e l'Ospedale fosse stato
tosto circondato da guardie ed accuratamente segregato dalla città;
pure per fatalissima combinazione essendosi minorato il numero degli
ammalati sospetti nell'Ospedale, e scorse sei settimane senza che
si sentisse parlare di peste nella città, al primo spavento successe
fatalmente una piena sicurezza; e l'opinione del fisico della città,
sostenuta non solo dal volgo, solito a giudicare le cose dagli effetti
che lo colpiscono, ma eziandio da un gran numero di notabili di quella
capitale, prevalse così, che vennero trascurate tutte le cautele di
sanità e lasciato libero il campo all'insidioso contagio, il quale,
manifestatosi in Marzo 1771 nell'amplissima casa ad uso di fabbrica
di panni situata nel centro della città ed abitata da circa tremila
operai, non tardò molto a divampare in incendio, in guisa che non fu
più possibile di arrestarlo, e Mosca perdette per quella pestilenza
circa centotredicimila persone (Vedi _Mertens De peste, Oreus,
Semoilowitz_, ecc.).
Nella peste di Spalatro del 1784 si à verificato eziandio il medesimo
scandalo. Morto essendo in uno dei sobborghi della città un individuo,
che aveva servito nel Lazzeretto al maneggio di alcune merci sospette
provenienti dalla vicina Turchia, e ch'era uscito poco prima dal detto
Stabilimento e morti in appresso parecchi altri individui, egualmente
che il primo dopo breve decubito e con manifesti segnali di peste,
alcuni medici, e tra questi fatalmente uno per l'ufficio suo molto
influente, non la riconobbero, e continuarono ostinatamente a negarla,
a malgrado la contraria opinione di altri abili e sperimentati (tra'
quali il riputatissimo Dott. Bajamonti) che per tale fermamente la
dichiararono. Sicchè, trascurati que' provvedimenti, che opportunamente
attivati avrebbero impedita la dilatazione del contagio e salvate
quelle popolazioni, venne in vece, per soverchia credulità de'
Magistrati a quelle false opinioni, lasciato aperto il campo ad una
fatale irreparabile propagazione, che ridusse la città di Spalatro
alle più grandi estremità di sventure; di poco o nessun giovamento
essendo riuscite le misure sanitarie prese con molta fretta allorchè
moltiplicate le morti ebbero queste a dissipare i dubbii sulla natura
del male; e la città di Spalatro perdette per quella pestilenza più di
un terzo de' suoi abitanti, e molti pure ne perdettero i luoghi vicini
(Vedi _Bajamonti Storia della peste di Spalatro degli anni 1783-84. P.
Fedele da Zara Cappuccino. Della peste di Spalatro Op. ined._).
Anche nell'ultima peste di Malta del 1813 le opinioni de' medici furono
discordi sopra la qualità della malattia, che si ritenne generalmente
essere stata introdotta in quell'Isola da un bastimento inglese
proveniente da Alessandria d'Egitto con carico di merci suscettibili,
sul quale erano morti di peste per via parecchi uomini dell'equipaggio.
I medici inglesi affermavano che fosse peste: i maltesi negavanlo
ostinatamente (tranne alcuni pochi), sostenendo che fosse in vece
una malattia maligna propria di quelle località. Il perchè, il
popolo di Malta lusingato da quelle false opinioni, non volle credere
all'esistenza del contagio se non allorquando s'era già molto avanzato.
Continuava ad ammassarsi nelle Chiese, far processioni, i parenti
e gli amici continuavano a visitare i malati senza scrupolo e senza
precauzioni, si nascondevano per quanto potevasi alla vigilanza della
polizia le vittime del contagio che si andava ogni dì più estendendo,
non solo nella città capitale detta La-Vallette; ma eziandio nella
maggior parte dei villaggi vicini, prima che una possente autorità
protettrice avesse potuto opporsi ai di lui progressi.
Quel Comitato di Sanità, di concerto col Lord Alto Commissario
Governatore civile dell'Isola, conoscendo quanto fosse fatale quello
stato d'incertezza e d'indecisione, pubblicò un Avviso, col quale venne
dichiarato essere stato positivamente riconosciuto dal Collegio medico
nella sua sessione del giorno 12 Maggio di quell'anno, che le malattie
correnti erano _vera peste_, e che sarebbe stato severamente punito
chiunque avesse tentato di far credere diversamente, cioè quelle non
esser peste; e veniva promesso un generoso premio in denaro a quelli
che avessero indicati gli autori di tali voci contrarie al fatto. Nel
medesimo senso il Governatore emanò un'altra Notificazione in data 24
Maggio, nella quale era riportato il voto medico sulla natura di que'
mali, sottoscritto dal protomedico del luogo, Dott. Luigi Caruana, e
da altri dodici medici maltesi e tre inglesi; e nessuna controversia
ebbe luogo dappoi. Frattanto però il contagio aveva avuto il tempo
di dilatarsi e moltiplicare le sue conquiste in modo che non fu più
possibile di circoscriverlo a malgrado le più saggie e provvide cure di
quelle autorità. Si estese fino a Gozzo, e l'Isola di Malta venne per
più mesi desolata da questo flagello, che le fece soffrire la perdita
di circa ottomila de' suoi abitanti, avendo attaccato segnatamente
gl'indigeni. I turchi, i greci che abitavano nella capitale,
vennero risparmiati, e più particolarmente ancora ne andarono esenti
gl'inglesi, ciò che era per gli abitanti un incomprensibile mistero
(_Skiner Joseph. On the Late Plague_ ecc. _Rapporto del Prefetto del
Mediterraneo al Ministro dell'Interno 11 Giugno 1813_).
I medesimi errori, la stessa imperizia medica nel conoscere la malattia
ebbero luogo anche nella peste di Bukarest agli stessi anni 1813-14.
Introdotta, per quanto sembra, da Costantinopoli nella Valacchia col
mezzo dei greci ch'erano del numeroso seguito del principe Caradscha,
il quale proveniente da Costantinopoli giunse a Bukarest in Febbrajo
1813, ed essendo morti per via alcuni di essi ne' Casali posti
sulla strada che conduce a Bukarest, la peste vi serpeggiò occulta
e sconosciuta per qualche tempo. Di tratto in tratto al giungere di
avvisi allarmanti di malattie sospette che regnavano nei dintorni della
capitale, venivano spediti dei medici nei villaggi vicini ad oggetto di
riconoscere la natura di essi mali, che sotto il nome di febbri maligne
traevano al sepolcro molte persone. Detti medici però al loro ritorno
riferivano, che si trattava di una febbre maligna, ovveramente di una
malattia particolare a cui non sapevano qual nome potersi attribuire.
In Giugno di quell'anno scoppiò la peste nella stessa città di
Bukarest. Ivi pure non fu conosciuta e si ebbe a commettere dai medici
lo stesso errore, il medesimo sbaglio nella diagnosi. Uno di essi
(Dott. Mesitsch) che vide il vero, e che per più accurata osservazione
fatta ebbe a dichiarare que' morbi essere _vera peste_, non fu creduto,
e nessun peso si diede alle di lui opinioni. Non fu riconosciuto
esservi la peste nella città se non allorquando il micidiale contagio
aveva già attaccato quasi contemporaneamente un gran numero di
famiglie, s'era mostrato in tutto il suo formidabile aspetto, ed aveva
ucciso moltissime persone. Di ottantamila abitanti che componevano la
popolazione di Bukarest, ne sono morti per quella pestilenza in undici
mesi, cioè da Giugno 1813 a Maggio 1814, da venticinque a trentamila,
senza contare quelli che sono periti nei villaggi vicini (V. _Grohmann
Beobachtungen ueber die im Jahr 1813 Herschende Pest zu Bucharest_).
Lo stesso finalmente avvenne nella peste di Noja (città del Regno
di Napoli a quattro leghe da Bari) nel 1815. Ai primi di Dicembre
di quell'anno (1815) morti a Noja quasi contemporaneamente alcuni
individui con petecchie e piccioli tumoretti all'inguinaja, quelle
autorità si sono messe tosto in allarme. Ond'è, che convocati i medici
del luogo e fatti venire da Bari alcuni altri dei più accreditati,
si tenne consiglio per conoscere col fondamento delle loro opinioni
la natura di quelle malattie. Fu assicurato da quel consiglio non
trattarsi che di un tifo o febbre putrida esantematica che non diveniva
mortale se non per la miseria delle persone affette, e che non vi aveva
alcun fondamento per temere di peste. Queste assicurazioni però non
tranquillizzarono interamente le autorità; molto più che d'altra parte
pervenivano ad esse avvisi, che _a Noja si era sviluppato un contagio
con buboni_. Si convocarono quindi di nuovo i medici, coll'intervento
anche di un chirurgo, e fatti venire da Bari li stessi due professori
che primi avevano dato giudizio sulla natura di que' mali divenuti
ancor più sospetti, vennero invitati a meglio esaminarli e dare su
di essi un definitivo giudizio. Ma fatalmente dopo molti dialoghi
ed inutili digressioni sui sintomi e sull'andamento della malattia,
proposero, _fosse pubblicato in Noja che la malattia altro non era che
una febbre maligna contagiosa prodotta dalla miseria e dai cattivi
alimenti_. Questa relazione vaga ed incompleta, mentre da un lato
servì ad inspirare al popolo una fatale fidanza, per cui credette
poter impunemente trascurare le necessarie precauzioni e cautele di
sanità, accrebbe dall'altro i dubbii concepiti dalle autorità; le
quali avendo fatto riflesso, che «i primi rapporti in fatto di peste
sono sempre dubbii o equivoci, per effetto dell'astuzia del morbo,
o dell'imperizia dei medici nel ravvisarlo, non già per mancanza di
abilità o per mal talento, ma per non aver avuto l'opportunità di
vederla altra volta, e della lusinga che concepisce il paese infetto
nel crederla piuttosto di altra natura»; che quella medica relazione,
mentre lasciava tuttavia incerte le autorità sulla vera natura
del male, ondeggianti in una fatale incertezza, impediva loro di
prendere quegli energici provvedimenti, che per tutelare la pubblica
salute ed ovviare ai maggiori mali avrebbero potuto esser creduti
necessarii nel caso di vera pestilenza; che siffatto ordine di cose
poteva compromettere la loro responsabilità e nuocere sommamente
agl'interessi di quella popolazione ed alla salute del Regno, decisero
d'invitare i medici _a rispondere brevemente ed immediatamente se la
malattia da essi osservata in Noja fosse o no peste_, prevenendoli,
che qualunque risposta estranea a questo _dilemma militare_, sarebbe
stata inutile, ed avrebbe impegnata la personale loro responsabilità.
— Dopo seria discussione, fu dai medici conchiuso _trattarsi di febbre
pestilenziale_, e se ne espose il parere in iscritto, scusandosi di
non averla chiamata tale nel principio per non confermare l'allarme
prima di assicurarsene all'evidenza. Dietro ciò sono state prese
indilatamente e con molta fretta tutte quelle altre più rigorose
misure e precauzioni di sanità che potevano essere suggerite dalla
circostanza, sì per impedire la dilatazione del contagio negli altri
paesi del Regno, e sì per arrestarlo nel comune di Noja ed a sollievo
degl'infelici Nojani. Ma fatalmente era omai troppo tardi perchè
sperar si potesse di ottenere da que' provvedimenti vantaggi decisivi,
i quali si sarebbero probabilmente conseguiti ove misure pronte ed
efficaci fossero state attivate. Ma nessun freno essendo stato posto in
sulle prime al contagio, egli aveva già avuto fatalmente il tempo di
propagarsi in un gran numero di famiglie, ed allorchè fu riconosciuto
e dichiarato dai medici, non era più possibile di circoscriverlo ed
estinguerlo con pochi danni. Di 5300 abitanti che costituivano la
popolazione di Noja, nello spazio di sei mesi la peste ne colpì 938,
dei quali sono morti 716 e 212 sono guariti (V. _Morèa Vitangelo Storia
della peste di Noja. Napoli 1817_).
Questi fatti storici, nella maggior parte già descritti a suo
luogo, allorchè ebbi a far menzione delle varie pestilenze a cui si
riferiscono, ho creduto di dover qui riportare uniti e presentarli
alla vista e alle meditazioni del saggio, raccolti come in un
quadro, onde i Magistrati e i Governi cui incombe il dovere della
tutela della pubblica salute, possano averli presenti nelle gravi e
difficili circostanze di peste e di altre malattie popolari a contagio
specifico, a dovuto lume e regola delle lor direzioni, perchè non
abbiano a lasciarsi illudere per soverchia deferenza alle opinioni
di que' medici che ne' casi dubbii di peste si sollevano a paladini
oppugnatori del contagio, e non trascurino di prendere quelle caute
precauzioni che valgano a guarentire la pubblica sicurezza restando
inoperosi per attendere la decisione delle mediche controversie, le
quali, come ho già soprattocco, per un fatale destino s'incontrano
quasi sempre nei casi di peste, specialmente nelle città, e furon pur
troppo tante volte cagione d'inenarrabili sciagure, d'irreparabili
danni e perdite dolorosissime alla misera umanità. Sicchè fatti
accorti dall'esperienza; sieno al caso di evitare cautamente quegli
errori fatali di soverchia credulità, d'inoperosa incertezza, i quali
impressero indelebili macchie alle più belle pagine della storia di
Magistrati d'altronde riputatissimi e delle migliori intenzioni, di
uomini illustri e per ogni altro riguardo stimabilissimi.
Mi si chiederà forse; — donde deriva questo singolare fenomeno, quasi
costante nelle congiunture di peste; questo sì frequente ingannarsi
de' medici nel riconoscere quella malattia; tante ostinate quistioni,
tanta insistenza nel negarla a malgrado la più chiara evidenza dei
fatti, tante acerrime liti e contese allorchè si tratta di dar un
concreto giudizio sulla vera natura di morbi resi sospetti di peste,
e determinare ai primi attacchi l'indole loro, il loro carattere:
in somma, qual è la vera causa di questo fatalissimo destino che non
si osserva in alcun'altra malattia ed in vece ha luogo quasi sempre
allorchè si tratta della peste? Come mai può ciò avverarsi, mentre sono
già i primi medici di ciascun paese, i più accreditati, quelli che per
tali riconoscimenti vengono chiamati a consiglio?
Se della massima importanza e sommamente decisivo è il pronto
riconoscere e l'esatto determinare l'esistenza di questo fierissimo
morbo, della peste cioè, ed il leale e franco dichiararlo alle autorità
allorchè viene riconosciuto, onde non siano ritardati gli opportuni
provvedimenti e quelle robuste e saggie misure sanitarie che sole
possono salvare il paese, altrettanto difficile (è forza confessarlo)
riesce tale riconoscimento specialmente nei primi attacchi, sì perchè
la peste è una malattia insidiosissima e suol presentarsi per lo più
sotto ingannevole aspetto, procede con rapido corso, nè dà tempo di
bene esaminarla, sì perchè, subdola e proteiforme di sua natura, mente
d'ordinario nel principio un'altra malattia, e più comunemente suol
comparire sotto le sembianze di tifo o febbre maligna, nervosa, ovvero
con sintomi che molto alla febbre nervosa o tifoidea si assomigliano,
ed in qualche raro caso eziandio sotto le apparenze di una febbre
intermittente perniciosa subcontinua; e comunque dotto ed istrutto sia
il medico, è assai facile che resti ingannato e prenda abbaglio nella
diagnosi della peste, specialmente se non l'ha mai veduta coi proprii
occhi e non fu mai al caso d'instituire confronti, fare su di essa
osservazioni od esperienze, e deve parlare, scrivere e dar giudizio su
ciò che non ha mai veduto se non cogli occhi degli altri, se non dietro
conoscenze imprestate dagli altri, imbrattate forse dalla pece di
sistema, dettate dall'entusiasmo o dalla prevenzione.
Ed il più delle volte nemmen questo sta in soccorso del medico, mentre
fra tanti diligenti e studiosi giovani che frequentarono assidui e
frequentano le Università, non saprei dire se vi sia alcuno che abbia
inteso un corso regolare di lezioni sulla peste, ed abbia potuto
formarsi per esse un'idea giusta di questa terribile malattia. Ed è pur
doloroso il dover osservare, che in generale anche dai più studiosi e
dotti medici pratici si coltiva assai poco questa partita, quasi fosse
uno studio a parte nè occorresse occuparsene, come di cosa lontana
che non può gran fatto interessarli, giacchè ravvisano assai remoto il
pericolo e quasi ipotetico.
Ma ciò ch'è ancor più doloroso a pensare e può riescire una volta
o l'altra grandemente fatale, si è, che nemmen tutti quelli cui
per l'officio loro incombe di essere bene istrutti di questa
materia e coltivarne assiduamente e premurosamente lo studio, se ne
occupano abbastanza, e all'occasione sono costretti mostrarsi così
vergognosamente ignari e nudi da destare pietà; fatale imperizia,
atta a compromettere più di qualunque altra la sicurezza delle suddite
popolazioni, ed alla quale per mala sorte non vi si dà gran pensiero!
Sotto questo punto di vista non posso che sommamente applaudire
all'opinione del chiarissimo collega Sig. Consigliere Protomedico Knolz
esternata nella sessione della grande società medica di Vienna del
2 Febbrajo 1838, di cui ho parlato disopra, quella cioè _di spedire
alcuni medici nei paesi del Levante a studiare la peste ed istituire su
di essa le più diligenti ricerche_, non già come il mezzo più certo,
_per isciogliere i quesiti più importanti sulla peste e dimostrare
siccome le proposizioni del Dott. Bulard non possono servir di base
per una riforma_, ma, secondo il mio modo di vedere, col solo oggetto
di studiare la peste, istruirsi in quella malattia, farne la pratica,
vederla cogli occhi proprii, vedere e trattare i pestiferati, fare
esperienze, e ritornare in Europa con un buon capitale di cognizioni
utili sopra della materia, delle quali i Magistrati e i Governi poter
giovarsene all'evenienza de' casi con minor pericolo di compromettere
i più preziosi interessi dell'umanità, ed a fin che il giudizio medico
da cui le autorità sogliono prender norma e consiglio per basare
le loro determinazioni e stabilire i provvedimenti necessarii, aver
possa, oltre i suffragi della scienza quelli eziandio di un'illuminata
esperienza.
È osservabile che mentre si esigono lunghi studii ed una pratica
assidua ed accurata in appositi Stabilimenti scientifici per bene
istituire ì giovani medici nella conoscenza e trattamento delle diverse
altre malattie, nelle quali, ancorchè pericolose e contagiose, gli
errori diagnostici non potrebbero decidere che della vita di pochi, si
trascurino poi interamente qualunque pratica, qualunque istituzione
ed esperienza riguardo alla malattia che fra tutte le altre è la
più difficile a conoscersi, la più pericolosa, ed in cui gli errori
diagnostici (ciò che non è di verun'altra) possono riescir fatali ad
intere popolazioni, l'incolumità, la prosperità compromettere delle più
floride città e d'intere provincie.
Che se per imperizia, per inesperienza o per quelle difficoltà ed
incertezze che sono proprie dell'arte, accade che alcuni medici abbiano
la mala sorte di commettere simili sbagli e pronunciare un falso
giudizio in fatto di peste, non è a sorprendersi se insistono e cercano
con tutti i sforzi di sostenere la già esternata opinione a malgrado
l'evidenza dei fatti, e quantunque siensi in seguito avveduti del loro
errore, in guisa che volontieri tornerebbero indietro se potessero
farlo senza vergogna. La nostra superbia c'impedisce di mostrare di
esserci ingannati, ed anzichè confessare generosamente di aver torto,
cerchiamo sovente di occultare l'errore fino a noi medesimi. Per ciò
appunto alcune volte si grida alto per far tacere fino il sentimento
della propria coscienza e trarre gli altri in inganno sul conto nostro.
Per saper tornar indietro e non lasciarsi intimidire dai riguardi
occorrono una certa forza e superiorità di carattere, un intimo amore
di verità e di giustizia; ciò che non è che di pochi.
Vi sono poi anche degli ostinati e duri, che non sono capaci nè di
conoscere i proprii errori, nè di pentirsi, nè di tornar indietro.
Ma non sempre l'imperizia, l'inesperienza, o le difficoltà dell'arte
sono le cagioni dei falsi giudizii che vengono pronunciati dai medici
in siffatte gravi congiunture. Talvolta l'adulazione, la soggezione,
i riguardi, il timor di affrontare un'opinione autorevole, un partito
possente; d'incorrere nello sfavore e nel risentimento dei grandi e
di aver a provarne in seguito le terribili conseguenze; l'amor della
propria pace, un naturale inchinevole facile a piegarsi all'altrui
volontà ed a cedere per timidezza alle prepotenti opinioni contrarie
a malgrado il proprio interno convincimento, e cose simili, hanno
non di rado una parte considerevole in siffatti decisivi giudizii.
I grandi, i ricchi, i potenti, sogliono odiare le cose tristi e
lugubri, evitarne per fino la vista, e male accolgono solitamente
le melanconiche voci, i mesti annunzii di calamità e di sciagure, e
molti sono quelli che hanno gran premura di non dispiacere ai grandi
e potenti e di non incorrere nel loro sfavore. Il popolo ama darsi
bel tempo e vivere spensieratamente. Egli attacca, per ordinario,
una certa odiosità a coloro che gli annunziano disgrazie e per cui
teme veder troncato il corso a' suoi piccioli guadagni, li morde, li
maledice, e con grande facilità si fa strumento delle secrete manovre
dei tristi e dei scaltri; la numerosa e possente classe dei negozianti
e tutti quelli che dipendono da essa e vivono del commercio, temono
lo sviamento, l'arrenamento, la sospensione dei loro affari, ed hanno
tutto l'interesse di smentire e far cessare le allarmanti voci di peste
e la susseguente necessità delle restrizioni sanitarie. Le autorità
temono lo scompiglio, il tumulto del popolo, le conseguenze di un
allarme sparso fra la popolazione: temono di compromettere la propria
responsabilità e d'incorrere nella Superiore disapprovazione. Scorgono
tutta l'estesa e la grande entità de' bisogni cui dovrebbero provvedere
immediatamente, le robuste e rigorose misure che sarebbero tenuti
di porre in pratica qualora i dubbii fossero convertiti in certezza.
L'infortunio le ha colte all'impensata; mancano spesso di mezzi e di
facoltà; sicchè sarebbero assai contente poter ischivare tante spese
tanti imbarazzi. Il perchè, sebbene penetrate dalle più pure intenzioni
e della miglior volontà, non possono che parteggiare per l'opinione di
chi nega l'esistenza del contagio, siccome quella che ha l'apparenza
di favorire tutti gl'interessi, desiderar che prevalga; e quasi per
naturale istinto, per amore del bene, sono disposte, a far bella ciera
e buona accoglienza piuttosto agli oppugnatori che ai sostenitori della
peste.
Ecco come tutto concorre a traviare l'opinione e il giudizio dei medici
allorchè si tratta di decidere ai primi attacchi di un morbo sospetto
se esso sia o no vera e real pestilenza. Ecco come, oltre alle naturali
difficoltà dell'arte ed al solito insidioso andamento del morbo, al
suo tacito insinuarsi sotto mentite forme, al suo lento e ingannevole
avanzarsi nel principio, alla tregua apparente, alla temporaria
sospensione de' suoi attacchi con cui usa talvolta deludere la pubblica
vigilanza ed imbaldanzire il partito degli oppositori inesperti,
un concorso fatale di circostanze si combina a traviare la pubblica
opinione in circostanze di peste, ad impedire di veder chiaro: in somma
a far sì che vengano trascurate o neglette quelle robuste misure di
salvezza che sole possono aver buon effetto e preservare il paese dal
minacciante pericolo; giacchè soltanto allora si può sperar d'arrestare
il corso al contagio ed annientarlo con pochi danni, quando viene
sollecitamente conosciuto e combattuto, e le autorità s'adoprano senza
perdita di tempo robustamente al riparo con misure energiche, pronte,
e adattate alla circostanza, senza lasciarsi intimidire dai riguardi,
arrestare da meschine viste di economia o da altri motivi di secondo
ordine, ma coraggiose e sollecite marciano con piede franco e sicuro
innanzi al nemico a null'altro mirando che alla salute del popolo e a
rendersi benemerite dell'umanità, della salvezza di tante vittime, che,
trascurato il riparo, perirebbero sotto il flagello.
Dal che chiaro apparisce essere la parte che risguarda la diagnosi
della peste incontrastabilmente la più necessaria a studiarsi, la
più utile a sapersi, la più importante per l'umanità, e quella la
cui ignoranza suol riescire la più fatale. Il perchè, tutti i giovani
medici che calcano la via degl'impieghi, sia nella Sanità propriamente
detta, o nei Dicasteri politico-amministrativi, ovveramente aspirano
a diventar Condotti dai comuni popolosi delle Regie città, dovrebbero
esser tenuti a conoscerla almeno in teoria, rendendosi familiari le
osservazioni ed avvertenze pratiche di quegli autori più accreditati
che scrissero le loro Opere dopo essere stati testimonii oculari di
qualche epidemia di peste, e fecero le loro osservazioni sul campo
stesso della malattia o nei spedali dei pestiferati nei paesi del
Levante; mentre le Opere di que' scrittorelli dilettanti di peste
ch'ebbero il ticchio di far stampare sopra questa malattia senza
mai averla veduta, raccogliendo, rivestendo, spesso sfigurando
le osservazioni degli altri, ed impastando, come più loro cade in
acconcio, le proprie colle altrui idee, non sono, secondo me, Opere
utili, specialmente per giovani medici che hanno bisogno di bene
istituirsi nella parte pratica della peste, ed acquistar idee chiare
ed esatte sopra la medesima, onde esser in istato di prontamente
distinguerla da ogni altra, nei gravi frangenti di malattie popolari
o di casi sospetti, poter fondare un giudizio, e non tradire per
imperizia i più grandi interessi delle popolazioni e la pubblica
fiducia di cui vengono onorati.
Sarei contentissimo poter produrre fin d'oggi un corpo di osservazioni
ed avvertenze pratiche sopra questo suggetto ch'io ravviso di
un'importanza superiore a qualunque altro; ma non essendo questo il
luogo, nè avendo il tempo necessario per farlo, molto più che mi
conviene una volta finirla con queste note divenute ormai troppo
lunghe, mi limiterò ad alcune brevi indicazioni ed avvertenze per
distinguere la peste dalla febbre nervosa-maligna o tifoidea colla
quale suole più frequentemente confondersi, in riserva di trattare
diffusamente questo argomento in altro luogo, giusta il Piano dato
dell'Opera. Infrattanto, per tutto il resto che risguarda la diagnosi
mi riporto alla nota N.º 58 pag. 695 del presente Volume, ed alle altre
osservazioni ed avvertenze pratiche che si trovano sparse nel corso
delle varie storie che vi sono riferite.
_AVVERTENZE PRATICHE
per distinguere la peste dalla
febbre maligna o nervosa._
1.º La febbre maligna o nervosa non suole propagarsi così rapidamente
nè con tanta facilità come la peste, nè spargersi tanto ne' luoghi
vicini che nei lontani e remoti così celeremente come la peste,
allorchè abbiano avuto luogo comunicazioni immediate o mediate.
2.º La febbre maligna non assale così improvvisamente e subitaneamente
senza segni prodromi o precursori come usa fare la peste.
3.º Il corso della febbre maligna non è così rapido come quello della
peste, nè così grande la mortalità. Nella febbre maligna il numero
dei guariti supera d'ordinario quello dei morti; nella peste succede
precisamente il contrario.
4.º Nella febbre maligna le petecchie sono ordinariamente più picciole,
in quantità più discreta e compariscono più tardi; nella peste sono più
copiose, più larghe, più schiacciate, qua e là confluenti, formano alle
volte delle echimosi più o meno grandi, ed in ogni caso compariscono
più presto che nella febbre maligna.
5.º Allorchè si osservi che la sollecita comparsa delle petecchie viene
susseguita ordinariamente dalla morte, non è più a dubitare esservi la
peste, ancorchè i buboni e i carboni non si siano per anco manifestati.
6.º Le petecchie che diventano mortali il terzo o quarto giorno, ed
i dolori o gonfiamenti nelle parti glandulari, sono i primi segni che
devono accertare dell'esistenza della peste in un paese, specialmente
se il morbo esiste nelle vicinanze, e se si può sospettare che
l'ammalato abbia avuto pericolose comunicazioni.
7.º Le eruzioni o macchie che si manifestano al basso ventre, allorchè
ad esse ne segua poco appresso la morte, saranno da ritenersi come
indizio sicuro di peste.
8.º È vero che alcune volte anche nelle febbri maligne come nella
peste si osservano gonfiamenti glandulari specialmente alle parotidi
e alle glandule sottomascellari, macchie livide, larghe e di forma
singolare, carbonchi e cose simili; ma dappoichè detti fenomeni nelle
febbri maligne sono rari e le altre circostanze molto diverse da quelle
che congiuntamente ad essi si osservano nella peste; dappoichè nelle
febbri maligne detti fenomeni non compariscono d'ordinario se non nello
stadio di declinazione o verso la fine della malattia, sotto un aspetto
critico o metastatico, e sono di buon indizio; quando invece nella
peste compariscono fin dal principio del morbo ed in qualunque stadio
di esso, irrompono indistintamente in qualunque glandula, specialmente
nelle inguinali e sotto ascellari, nè promettono crisi o remissione del
morbo, ma piuttosto esasperazione di sintomi ed esito fatale; così sarà
più conforme alla scienza ed all'esperienza risguardare que' segni come
patognomonici della peste anzichè proprii delle febbri maligne.
9.º Nelle febbri maligne non si osservano metastasi, ingorgamenti
o gonfiezze delle glandule sotto ascellari ed inguinali, mentre
all'incontro i tumori o buboni inguinali e subascellari sono
comunissimi nella peste.
10.º La febbre costituisce un carattere essenziale e indivisibile
della febbre maligna. Non è lo stesso riguardo alla peste; mentre
parecchi infetti di peste non hanno febbre, e moltissimi sono morti di
peste senza aver mai presentato alcun indizio o segno di febbre; ciò
che non è mai avvenuto nelle febbri maligne. Sicchè la febbre non può
risguardarsi compagna indivisibile della peste, come lo è delle febbri
maligne.
11.º In moltissimi casi di peste si osserva il singolare fenomeno,
che i malati alcune ore prima di morire presentano alla vista dei
circostanti le apparenze di un sensibile miglioramento e sembrano
quasi convalescenti. La febbre è più mite, il polso più regolare,
i sintomi più pacati e rimessi. Quelli che deliravano, rientrano
in senno, rispondono adeguatamente alle ricerche che vengono loro
fatte, accennano di star meglio, sono di buon umore, anzi talvolta
di un'ilarità straordinaria, rendono grazie a Dio per essere stati
liberati da tanto pericolo, si pongono a sedere sul letto (NB. sempre
però col capo basso e quasi penzolante), chiedono da mangiare, e
secondo ogni apparenza pare che stieno meglio effettivamente; quando
due, tre, o più ore dopo, nello stesso giorno, nella susseguente notte
inopinatamente se 'n muojono. Lo che non si osserva avvenire nel corso
ordinario delle febbri maligne.
12.º L'aspetto della faccia dell'appestato è per lo più alquanto
diverso da quello del malato da febbre nervosa o maligna. In
quella del primo vi si scorge un non so che di particolare (_facies
pestilentialis_), che non si rimarca in quella dell'altro. Ancorchè
s'incontrino nella faccia e nella fisonomia dell'ammalato da febbre
maligna alcuni di que' fenomeni che sono proprii del pestiferato (V.
_nota 58 facc. 695-96_), pure nel primo non sono così marcati come nel
secondo.
13.º Il carattere della peste in generale essendo quello di affettare
principalmente il sistema nervoso, ed essendo l'occhio quella parte
che più delle altre è ricca di nervi; gioverà osservare attentamente
lo stato dell'occhio dell'ammalato, che nella peste, specialmente nel
principio, suol essere torbido, spesso intollerante alla luce, ed aver
perduto del suo naturale splendore; lo sguardo ottuso, melanconico,
abbattuto, altre volte più vivo dell'ordinario, ma spaventato e torvo
come nell'idrofobia. La fisonomia turbata, i lineamenti del volto
alterati.
14.º In generale convien porre particolare attenzione ai segni
patognomonici della peste che sono stati indicati alla facc. 697
nella nota 58, ed averli presenti alla memoria. Però importa non
obbliare l'avvertenza già fatta di sopra, quella cioè, che alcune
volte può esistere la peste senza che vi sia alcuno dei detti segni
caratteristici, o non sussistere tutto al più che qualche indizio
isolato di taluno di essi. Per tali casi appunto gioverà che il medico
si risovvenga, che le orripilazioni, i brividi, il freddo, il dolor
di testa, le vertigini ed il conseguente traballamento della persona
(la marcia caratteristica dell'ubriachezza), la nausea, qualche volta
accompagnata dal vomito, un particolar senso di stanchezza, l'apatia, o
quella condizione dello spirito e della mente per cui l'ammalato mostra
indifferenza sul proprio stato e sulle cose che lo circondano, sono
indicati da alcuni autori pratici, che videro e trattarono la peste,
come sintomi costanti e quasi patognomonici di questa malattia. È vero
che detti sintomi sono comuni anche alle febbri nervose o maligne; ma,
allorchè alle apparenze di una febbre nervosa primitiva si aggiungano
gl'indicati sintomi in modo marcato e che ciò avvenga nel principio
del male, converrà sempre sospettare la peste, specialmente se essa
serpeggi nelle vicinanze o si possa dubitare che sia stata importata
dal di fuori.
15.º Relativamente alla nausea, alle vertigini, ed a quel certo senso
di debolezza, abbattimento o stanchezza della persona di cui si è
parlato in altro luogo, conviene che il medico nell'istituire i suoi
esami usi di molta attenzione, ed avverta siccome talvolta avviene che
l'ammalato di peste non si lagni gran fatto di star male. Il medico lo
trova steso supino sul letto accusando soltanto un po' di stanchezza
per non aver potuto dormire la notte. Interrogato se abbia nausea,
vomito, senso di angustia di oppressione o dolore ai precordii, dolor
di testa, vertigini, ecc., risponde negativamente, ed accusa tutto
al più di non aver appetito e di sentirsi qualche brivido per cui fu
obbligato a meglio coprirsi. Il suo polso è in istato normale, il
calor delle carni naturale, la lingua morbida, ecc. — Non conviene
lasciarsi illudere. In tal caso gioverà far sortire l'ammalato dal
letto, obbligarlo a fare alcuni passi, ed attentamente esaminarlo
nella nuova sua posizione, per più chiaramente accertarsi del vero suo
stato e convincersi se manchino effettivamente o no i sopraccennati
sintomi, o se in vece il non provarne di essi molestia fosse stato per
effetto della posizione orizzontale. Manifestandosi la nausea converrà
osservare se dessa sia o no accompagnata da altri segni di gastricismo;
giacchè ove la si rimarchi isolata, e null'altro segno indichi
l'esistenza di saburre nelle prime vie, si avrà una ragione di più per
sospettare la peste.
16.º Così pure relativamente ai buboni, considerati generalmente uno
dei segni positivi e patognomonici della peste, converrà che il medico
stia bene in guardia per non restare ingannato, e non commettere
il gravissimo sbaglio di prendere un bubone pestilenziale per un
venereo; ciò che può facilmente avvenire, specialmente ai medici
incaricati delle visite ordinarie ai contumacianti ed ai facchini
destinati all'espurgo delle merci nei Lazzeretti. Può accadere ciò che
è accaduto altre volte, cioè la comparsa di un bubone all'inguine e
credersi un bubone venereo, senza che ne sia avvertita la differenza
della sede di esso, e senza che sia accompagnato da sintomi che
indichino l'interessamento del sistema generale o da altri fenomeni
capaci di dar sospetto, per cui l'ammalato non si lagni che di un
leggiero mal essere. Quindi può facilmente venir preso come conseguenza
dell'affezione locale, e così scorrere il primo stadio della malattia
pestilenziale, che quantunque benigna può per altro esser fomite di
altri più gravi e funestissimi attacchi. Alcune volte accade ben anche,
che nel principio non si manifesti se non un semplice ingorgamento
glandulare, una picciola gonfiezza, una tendenza al bubone, e che detta
tendenza rimanga stazionaria o si dissipi poco appresso, e non venendo
accompagnata da fenomeni che indichino un'affezione di tutto il sistema
generale, essere ritenuta come dipendente da una cagione innocente, per
effetto consensuale prodotta da irritazione in qualche altra parte,
e cose simili. La peste che si presenta con forme così benigne e con
sintomi di così poca importanza, è assai facile che tragga il medico
in errore e che non dia sospetto nemmeno dell'indole sua, della sua
vera natura. Da una semplice tendenza al bubone, dalla presenza d'un
solo leggiero bubone isolato, insensibile, come dubitare di peste e
dichiarare ch'essa esiste già nel paese o nello stabilimento? — In tali
casi deve usare il medico di una prudente riserva, non precipitare
il suo giudizio, ma cauto e vigile premunirsi contro l'errore colle
osservazioni degli altri medici del luogo e seguire accuratamente
il successivo andamento del male, che già ove si tratti di peste non
tarderanno a comparir sulla scena in uno od altro malato degli altri
sintomi che dissiperanno ogni dubbio. Appunto per questi ed altri
consimili casi importa ch'ei sappia che i buboni venerei non irrompono
nello stesso sito dei pestilenziali; che i venerei si manifestano
sempre negli inguini stessi, e i pestilenziali all'incontro rarissime
volte ivi compariscono, e più comunemente piantano la lor sede nella
regione anteriore e superiore della coscia, due o tre dita trasverse
sotto la commissura inguinale.
D'altra parte importa non lasciarsi soggezionare dai volgari sofismi
soliti a porsi in campo dai medici che negano l'esistenza del contagio
per giustificare la loro opinione, cioè — che se vera peste ella fosse
i primi attaccati sarebbero quelli che si prestarono in servigio dei
malati, i medici e sacerdoti che li hanno assistiti, che sarebbero
state già più famiglie attaccate, che si sarebbero veduti buboni
e carbonchi, che non si dee temere di peste e sparger senza forte
ragione l'allarme — ed altre cose simili. Solite fole degli inesperti
e di quelli che non vedono più lungo di una spanna, per confutare le
quali basterà citare la storia ed i numerosi fatti da essa registrati
alcuni de' quali ho riportato qui sopra. La dimostrata immunità dei
custodi e serventi, dei famigliari e dei medici, e di quelle persone
che hanno assistito e visitato i malati od altrimenti avuto seco
loro delle comunicazioni, che viene allegata dai medici impugnatori
dell'esistenza del contagio in una città o paese, suol d'ordinario
trovar favore nella popolare credulità ed esser tenuta altresì in conto
di molto valore dalle stesse autorità locali, per cui più facilmente si
determinano a credere falsa l'opinione dei sostenitori della peste, e
ad abbandonare le necessarie precauzioni e riserve di sanità; nè è raro
il caso che ravvisando quelle subite dichiarazioni di peste sommamente
pregiudicievoli agl'interessi delle popolazioni, siccome quelle che
spargendo l'allarme fra il popolo possono esser cagione di torbidi e di
tumulti, devengano eziandio a rigorose misure di punizione contro quei
tali dell'arte che per una più accurata osservazione fatta, o perchè
sorretti da una maggior esperienza, furono i primi a conoscere la
peste e a denunziarla. Così è avvenuto di quel povero medico che nella
peste di Napoli del 1656 fu condannato in carcere dal Governatore, dove
ammalatosi, per somma grazia gli fu permesso di andar a morire a casa
sua (V. _pag._ 467); così toccò in sorte all'egregio Dott. Santilli
(Eusebio) medico dell'Ospedale nell'ultima peste di Tunisi degli anni
1818-19-20, il quale venne da S. E. il Bey rampognato fortemente e
minacciato anche di morte, perchè contro l'opinione di molti altri
medici del luogo avea dichiarato essere vera peste le malattie
dominanti, e fu solo per l'intercessione e persuasive di onesta persona
della stessa corte del Bey, che la pena di morte pronunciata contro
di esso qual perturbatore della pubblica quiete, venne commutata in
carcerazione e bastonate (V. _Passeri Dott. Giuseppe, sulla Peste,
col ragguaglio della peste di Tunisi avvenuta negli anni 1818-19-20, e
Lettera sullo stato della medicina in quel Regno, Siena 1820_).
Che se a convincere que' cotali della futilità del loro argomento
non bastasse nè l'autorità della storia, nè l'evidenza dei fatti,
ove tali fossero da intendere ragione allorchè se ne parla ad essi il
linguaggio, si potrebbe far loro osservare;
che la causa della peste non è già nell'atmosfera;
che la peste non si propaga se non per via individuale, sia che si
si metta in rapporto diretto coi pestiferati o cogli effetti che
avendo servito ad uso dei medesimi, sono i depositarii del principio
pestilenziale; sia che si si trovi entro la sfera di attività del
pestiferato;
che diverse cause contribuiscono ad aumentare o diminuire i
risultamenti della propagazione;
che l'attività o influenza del principio pestilenziale è sempre
subordinata a certe condizioni atmosferiche provocatrici, ed a quelle
modificazioni dell'organismo per cui l'uomo acquista la suscettività di
venire impressionato da esso;
che ove manchi alcuna delle dette tre condizioni; cioè, la presenza
dell'elemento lomogenico o principio contagioso della peste, la
predisposizione individuale, ed il concorso favorevole di circostanze
atmosferiche, la malattia non ha luogo, nè segue alcun morboso
sviluppo;
che tanto le dette condizioni atmosferiche provocatrici, quanto le
cause determinanti la predisposizione individuale, non sono nei primi
momenti nè così attive, nè tanto generali, nè così pronunciate, da
doversi sorprendere delle numerose eccezioni e della limitazione degli
attacchi;
che sia in vece più ragionevole il pensare, che la somma dell'influenza
degli agenti esterni per lo sviluppo o diffusione rapida delle malattie
a tipo epidemico e contagiose, minore nei primi momenti, possa poi
aumentarsi in seguito in ragione dell'aumento delle cause influenti
e propizie a determinarla, ma che intanto sia da ammettersi esistere
nel principio una minor massa di elemento morboso, minor azione, minor
attitudine a risentirne il malefico influsso, minor concorso favorevole
di circostanze necessarie per isvilupparlo.
Quindi tutte le persone che si espongono al contatto sono ben lungi dal
venirne _infallibilmente_ attaccate, molto più che (secondo l'opinione
del Dott. Bulard) _l'innocuità del contatto è la regola, la nocuità
l'eccezione_.
Quindi avviene anche nella peste ciò che si osserva nella sifilide,
nella scabbia, nel vajuolo, ecc., e particolarmente nel colèra, cioè
che moltissime persone esposte all'azione dell'elemento morbifico, non
restano impressionate.
Quindi detta immunità dovrà esser maggiore nella prima invasione
del morbo che negli altri suoi stadii, sia che ciò avvenga perchè
gl'individui esposti sono meno atti a contrarre la malattia, o perchè
al momento non si sono trovati sotto l'influenza della totalità
delle condizioni richieste per produrre questo risultamento; molto
più che la peste, come si è detto altrove, è subordinata a diverse
circostanze che ne modificano gli effetti e l'intensità. — Se la cosa
fosse diversamente, sarebbe ben picciolo il numero delle persone che
in circostanze di epidemie pestilenziali scappano a questo flagello,
specialmente nei paesi d'Oriente, ed in vece in quasi tutte le epidemie
di peste (tranne pochissime eccezioni) la cifra dell'attività del
male è minore della cifra d'inerzia: il numero degli attaccati molto
minore dei risparmiati. — Altre considerazioni ancora si potrebbero
addurre. Ma le già dette bastano forse a provare, che il sopraccennato
argomento isolato non può essere ritenuto di verun peso per basare un
giudizio medico sulla non esistenza della peste, siccome quello che
non è fondato sulla scienza, nè sulla ragione, nè sull'esperienza, e
contraddetto dai fatti e dall'autorità della storia.
Avendo offerto alcune traccie per conoscere la peste e per distinguerla
dalle altre malattie colle quali suole più frequentemente confondersi,
istituendo esami e confronti e studiandola sull'uomo vivo, farò ora
alcuni cenni, per quanto giunger possono le scarse mie cognizioni,
intorno all'esame dei cadaveri e alle interne lesioni che ci vengono
fatte palesi col mezzo dell'autopsia cadaverica.